I CREATIVI CULTURALI

VALORI E STILI DI VITA EMERGENTI


Questa sezione comprende i seguenti capitoli: 

  1. INTRODUZIONE AI CREATIVI CULTURALI

  2. LA RICERCA SOCIOLOGICA ITALIANA E I DATI SUI CREATIVI CULTURALI

  3. NUOVI VALORI E STILI DI VITA


INTRODUZIONE AI CREATIVI CULTURALI

Chi sono i creatori della nuova cultura planetaria emergente?

 

Le prime indagini sui Creativi Culturali furono condotte negli USA, tra il 1996 e il 2000, dal sociologo Paul H. Ray, già docente alla University of Michigan, e dalla psicologa Sherry Anderson. La loro ricerca sociologica, durata tredici anni, ha studiato più di 100.000 americani allo scopo di rivelare le caratteristiche della nuova cultura emergente. Le ricerche, rilevarono che questa cultura emergente, negli anni '70, riguardava circa l'1% della popolazione adulta americana, mentre negli anni '90 era salita al 25%.

I risultati rilevarono che questa nuova cultura etica in rapido sviluppo, era caratterizzata da prospettive ecologiche e globali, da una visione olistica della vita con enfasi sulle relazioni e con un  orientamento alla spiritualità, allo sviluppo psicologico e alla medicina naturale e olistica, con insoddisfazione verso le grandi istituzioni della vita moderna e rifiuto del materialismo come base della vita e dello stato sociale. I creativi culturali statunitensi non si identificano negli schieramenti politici correnti e non sono conservatori. La loro inosservata presenza tuttavia influenza lo stato economico e politico della propria nazione. Essi influenzano il mercato (bio, etico, medicine olistiche, prodotti ecologici, ecc.) e la vita pubblica, tenendo nelle loro mani il futuro dei loro Paesi. Le ricerche testimoniano gli effetti sensibili della loro influenza nel business, in politica, sulla rete Internet, nelle comunità. Questa creativa e ottimista massa, che sta emergendo in ogni parte del pianeta e in particolare nei paesi più industrializzati, si trova al limite di alcuni cambiamenti culturali che influenzeranno profondamente non solo le loro stesse vite, ma anche la società nella sua globalità.

Sappiamo da ricerche parallele svolte in altri paesi, che questa nuova cultura emergente sta manifestandosi in ogni parte del pianeta e in particolare nei paesi più industrializzati. In Italia si attestano orientativamente su valori dal 25 al 35%.

Sono stati chiamati creativi culturali in quanto stanno dando forma ad un nuovo tipo di cultura per il 21° secolo, che risulta da un profondo cambiamento di valori, delle priorità di vita, dello stile di vita, del modo di fare soldi e di spenderli.

I creativi culturali, non essendo completamente consapevoli di rappresentare un movimento culturale e quindi una estesa parte della popolazione, non riconoscono neppure quanto potente potrebbe essere la loro voce.

La loro inosservata presenza tuttavia influenza l’America e gli altri stati. Essi influenzano il mercato (bio, etico, medicine olistiche, prodotti ecologici, ecc.) e la vita pubblica, tenendo nelle loro mani il futuro dei loro Paesi. Le ricerche testimoniano gli effetti sensibili della loro influenza nel business, in politica, sulla rete Internet, nelle comunità e nelle strade.

 Uno dei nostri principali obiettivi – come di moltissime associazioni internazionali tra cui il Club di Budapest - è favorire e possibilmente accelerare la presa di coscienza di tutte queste persone dando loro unità, dignità e valore. Immaginate il loro potere quando diventeranno più integrati e consapevoli del loro numero e della loro influenza! La creatività deve manifestarsi globalmente. Riteniamo che da questa presa di consapevolezza a livello globale possano nascere i reali mutamenti sociali, economici, cultuali e spirituali che condurranno la nostra amata Terra verso un futuro umano e sostenibile.

La risoluzione dell’attuale crisi ecosistemica globale dipende da un risveglio di coscienza planetaria.

 Domanda finale: Ti senti parte di questo movimento di coscienza planetaria? Mandaci un si o un no, o una tua opinione a cyber@globalvillage-it.com

 

 


 

LA RICERCA SOCIOLOGICA ITALIANA E I DATI SUI CREATIVI CULTURALI

 A cura del Prof. Enrico Cheli docente di Sociologia dei processi culturali all'Università di Siena

 

CHI SONO I CREATIVI CULTURALI

La definizione Creativi Culturali è stata coniata dal sociologo statunitense Paul Ray e dalla psicologa Sherry Anderson per identificare, con un termine libero da ideologie e schemi prefissati, una nuova popolazione culturale in rapida crescita nel mondo intero. Per Creativi Culturali si intende tutte le persone che operano spontaneamente e attivamente nel "creare" una nuova cultura. Le principali aree di interesse e di azione dei Creativi Culturali sono: Ecologia e Sostenibilità, Salute Olistica e Naturale, Economia Etica e Consumi Critici, Pace e Cultura Planetaria, Etica e Volontariato, Ricerca Interiore. Fino ad ora queste aree sono sempre state separate e poco cooperative tra di loro, mentre, negli ultimi anni si sono riconosciute e hanno trovato alleanze trasversali, creando le radici di una possibile nuova cultura.

LA RICERCA NAZIONALE SUI CREATIVI CULTURALI

 Nel 2002 il Villaggio Globale, sede italiana del Club di Budapest, ha invitato Paul Ray e Sherry Anderson dagli USA, e una delegazione del Club di Budapest dalla Germania, dalla Francia, dalla Ungheria e dalla Norvegia; per impostare le basi di un Sondaggio Internazionale sui Creativi Culturali. Dopo tre anni di preparazione nel settembre 2005 è iniziato il Sondaggio Nazionale sui Creativi Culturali in Italia, concluso nel gennaio 2006.  

La Ricerca , promossa dall'Università di Siena, dal Club di Budapest e dall'ass.ne Villaggio Globale, è stata progettata e diretta dal Prof. Enrico Cheli docente di Sociologia dei processi culturali all'Università di Siena, assieme al Dott. Nitamo Montecucco, esperto in psicosomatica e sviluppo del potenziale umano docente alle Università di Siena e Milano e al Prof. Ervin Laszlo, filosofo della scienza ed evoluzionista, già docente in prestigiose università americane. Ha collaborato al progetto il sociologo statunitense Paul H. Ray, già docente alla University of Michigan, che tra il 1996 e il 2000 ha realizzato negli USA le prime indagini in materia e che ha coniato l'espressione "Creativi Culturali". La Ricerca fa parte di un progetto di ricerca internazionale e sta per essere realizzata anche in Germania, Olanda e Giappone.

  La Ricerca Nazionale sui Creativi Culturali rappresenta la prima fase del progetto Rete Olistica che ha lo scopo di riunire e dare maggiore organicità e dignità a quella enorme ramificazione di persone e associazioni, oggi in gran parte sconosciute e frammentate, che operano eticamente per il benessere dellessere umano e del pianeta. 

 

SINTESI DEI PRINCIPALI RISULTATI  DELLA PRIMA RICERCA 

SOCIOLOGICA NAZIONALE SUI CREATIVI CULTURALI  

Quanti sono gli italiani sensibili a un'etica globale ecosostenibile? Quanti vogliono la pace e la tolleranza interrazziale? Quanti fanno ricorso a medicine non convenzionali? Quanti sono gli italiani delusi dai partiti e quali nuovi impegni etici chiedono? Quanti seguono percorsi di crescita personale e consapevolezza? Quanti contribuiscono alla creazione di una nuova cultura? E infine, quali connessioni ci sono tra questi ambiti apparentemente distinti?

Da alcuni anni a questa parte si riscontra una crescente sensibilità delle popolazioni occidentali nei confronti delle problematiche legate all’ambiente, alla pace, ai diritti umani, all’economia etica, al consumo critico, alle nuove spiritualità, alla crescita personale. Tuttavia è prevalsa finora una visione settoriale di tale fenomeno, e le persone si riconoscono nell’una o nell’altra area tematica ma non colgono la loro interconnessione sistemica. Sono nati numerosi movimenti, ciascuno con una sua identità settoriale e uno specifico campo di interesse, - dall’ecologia alla pace, dal consumo consapevole ai diritti umani, dal dialogo interreligioso e interculturale alla crescita personale – che però restano tra loro per lo più scollegati, e anche tra gli studiosi prevale una analoga percezione: le ricerche in materia – peraltro poche - si sono focalizzate su valori e stili di vita associati a singoli settori mentre pochissime sono quelle che hanno evidenziato i punti in comune e le convergenze tra i diversi settori.

La presente ricerca ha inteso invece: 1) effettuare un monitoraggio ad ampio spettro sull’adesione della popolazione a valori e comportamenti riconducibili a tutti i suddetti settori; 2) individuare e rendere evidenti gli eventuali nessi e convergenze tra tali settori, ipotizzando che rappresentino sfaccettature diverse di un unico paradigma, insomma di una cultura emergente. Ciò anche con riferimento ad alcune ricerche sul mutamento culturale svolte negli U.S.A. dal sociologo Paul H. Ray (2000) effettuando ovviamente con i necessari adattamenti alla peculiarità socioculturale e politica del nostro paese.

Dalla Ricerca svolta emergono dati inaspettati sulla profonda trasformazione della popolazione italiana verso una nuova consapevolezza etica, ecologica e sociale. Oltre l’80% degli intervistati risulta orientato verso nuovi valori e stili di vita connessi ai seguenti campi: ecologia, consumo consapevole, etica e diritti umani, medicine non convenzionali, crescita personale, pace, intercultura. Di questi una quota considerevole pari al 35% degli intervistati sono coloro che vivono con maggiore impegno e coerenza questi valori e che contribuiscono attivamente alla  creazione di una nuova cultura post-moderna. Tali individui sono definibili sociologicamente "Creativi Culturali".

 

CENNI METODOLOGICI

La Ricerca è stata effettuata nei mesi di novembre e dicembre 2005 ed è consistita in interviste telefoniche con questionario semistrutturato somministrate da intervistatori qualificati ad un campione demoscopico di circa 1800 persone rappresentativo della popolazione nazionale adulta compresa tra i 18 e i 60 anni di età (35 milioni di persone circa – dati ISTAT).

Il campione è stato preventivamente stratificato sulla base delle seguenti 3 variabili:

a)area geografica (nord, centro, sud, ciascuna suddivisa in 3 sub-aree per un totale di 9 punti campionamento per area).

b)densità abitativa del luogo di residenza (grandi città, cittadine, piccoli centri-campagne)

 c) fasce di età (4 fasce da 18 a 60 anni)

 Il questionario prevedeva 52 domande, di cui 7 relative a variabili sociodemografiche di base e 45 volte a valutare quantitativamente e qualitativamente il grado di “sensibilità” avalori e stili di vita inerenti i seguenti 7 campi: ecologia, consumo consapevole, etica e diritti umani, medicine non convenzionali, crescita personale, pace, intercultura.

Di queste 45 domande, 31 erano quelle di base e 14 quelle di approfondimento, cioè che si focalizzavano su aspetti di dettaglio inerenti alcune delle 31 domande di base.

   

ILLUSTRAZIONE E COMMENTO DEI PRINCIPALI RISULTATI 

PARTE I

Il primo dato di fondo è che ciascuno dei campi valoriali sopra indicati riscuote adesioni molto elevate. Riportiamo di seguito i dati relativi ad alcune domande

Quali di queste caratteristiche sono più importanti per un partito politico dando un voto da 1 a 3:

34.Quanto è importante per un partito politico l’Impegno a favore dell’ecologia

risposte

n

%

1- poco/per niente

2- abbastanza

3- molto

82

499

1108

4.85

29.54

65.60

35.Quanto è importante per un partito politico l’Impegno a favore della pace

risposte

n

%

1- poco/per niente

2- abbastanza

3- molto

38

198

1458

2.24

11.69

86.07

 

20.  Per salvaguardare l’ambiente e la nostra salute dobbiamo tornare a un modo di vivere più semplice, che dia minore importanza al consumo e al benessere economico.

risposte

n

%

1-  Completamente d’accordo          

2-  Parzialmente d’accordo

3   Incerto 

4-  In parziale disaccordo  

5-  In completo disaccordo

1150

355

99

51

73

66.55

20.54

5.73

2.95

4.22

 

16.Le medicine alternative dovrebbero essere prese in più seria considerazione dalla medicina ufficiale, dal servizio sanitario e dai politici

risposte

n

%

1-  Completamente d’accordo          

2-  Parzialmente d’accordo

3   Incerto 

4-  In parziale disaccordo  

5-  In completo disaccordo

853

487

212

89

87

49.36

28.18

12.27

5.15

5.03

 

9.Hai mai fatto ricorso a operatori del benessere o a medicine   alternative quali omeopatia, fitoterapia, agopuntura, naturopatia, ayurvedica, alimentazione?    

           risposte

n

%

1- No, mai, e non mi interessano.

2- No, mai, ma mi piacerebbe

3-  Sì, alcune volte 

4- Sì, spesso o abitualmente.

848

238

382

260

49.07

13.77

22.11

15.05

 

24 Nell’educazione scolastica, argomenti quali la consapevolezza di sé, la salute psicofisica, la pace e la comunicazione con gli altri  dovrebbero avere un rilievo maggiore di quello attuale…

risposte

n

%

1-  Completamente d’accordo          

2-  Parzialmente d’accordo

3   Incerto 

4-  In parziale disaccordo  

5-  In completo disaccordo

1349

248

60

20

51

78.06

14.35

3.47

1.16

2.95

 

29. Può dirmi Quanto è importante nella sua vita dedicare tempo e impegno alla crescita personale,

psicologica, spirituale?  

risposte

n

%

1- per niente

2- un po’

3- abbastanza

4- molto

69

278

565

816

3.99

16.09

32.70

47.22

 

26.          Ha mai partecipato a seminari, incontri o corsi su uno dei seguenti argomenti o su temi simili: yoga, meditazione, psicologia, ricerca interiore, crescita personale, pensiero positivo, new age, ecc.?

risposte

n

%

 -.No, mai, e non mi interessano.

2-  No, mai, ma mi interessano.

3-  Sì, alcune volte

4- Sì, varie volte o spesso

951

376

199

202

55.03

21.76

11.52

11.69

 

 

30. Può dirmi Quanto è importante nella sua vita Dedicare tempo e impegno per contribuire alla creazione di un

mondo migliore?

risposte

n

%

1- per niente

2- un po’

3- abbastanza

4- molto

44

249

587

848

2.55

14.41

33.97

49.07

 

17.Le donne dovrebbero avere più spazi nella cultura, nella società e in politica

risposte

n

%

1-  Completamente d’accordo          

2-  Parzialmente d’accordo

3   Incerto 

4-  In parziale disaccordo  

5-  In completo disaccordo

1311

271

52

46

48

75.87

15.68

3.01

2.66

2.78

 

 

Già solo da questi dati emerge un quadro inaspettato sulla profonda trasformazione della popolazione italiana verso una nuova cultura e una più spiccata consapevolezza etica, sociale e personale. L’idea che tutti noi – studiosi e giornalisti - ci siamo sinora fatti di questi ambiti e delle persone che in essi si riconoscevano era tutto sommato una idea di nicchia, di più o meno ristretta minoranza: salvo che per i valori legati alla pace – di cui abbiamo avuto in questi ultimi 4/5 anni numerose testimonianze eloquenti circa il numero di persone ad essi riconducibili – ritenevamo gli altri ambiti come ristretti o molto ristretti. I risultati della presente ricerca smentiscono inequivocabilmente tale immagine e mostrano che l’adesione a tali valori è ampiamente maggioritaria in tutti i campi, in molti superando i due terzi dei rispondenti e addirittura sfiorando quasi il 90% nel caso della pace.

                                                                       *          *          *

 

PARTE II

Dopo una prima analisi dei singoli campi valoriali abbiamo quindi verificato la trasversalità di tali campi, cioè quante persone aderiscono a più campi.

Anche qui partivamo da una immagine diffusa che vede i campi considerati come sostanzialmente distinti e separati, ciascuno con una sua ben precisa identità. Ciò è probabilmente vero per gli attivisti che aderiscono a movimenti, ma non corrisponde invece alla realtà per il complesso della popolazione.

Difatti, considerando le 31 domande sensibili di base e dividendo il campione in tre fasce - quelli che hanno risposto positivamente da 0 a 10 domande, quelli tra 11 e 20 domande e quelli tra 21 e 31 domande emerge che ben il 35% degli intervistati rientra in quest’ultima fascia, e sono appunto loro che abbiamo considerato Creativi culturali. Si tratta di persone i cui valori abbracciano tutti o quasi i campi considerati, con elevata coerenza, riscontrata anche attraverso una analisi incrociata delle domande di controllo e di alcune domande al negativo.

Molto numerosa anche la fascia di coloro che abbiamo chiamato sensibili (tra 11 e 20 domande) composta da circa il 60% degli intervistati. Di questi ben il 90% si colloca nella parte alta della fascia cioè risponde positivamente a 16-20 domande, mentre solo il 10% risponde a 11-15 domande. Anche sulla base di altre variabili abbiamo pertanto scomposto la fascia intermedia in due sottofasce: quella inferiore dei sensibili contraddittori (5% del totale) e quella superiore dei sensibili coerenti (55% del totale).

 

ANALISI DEI CREATIVI CULTURALI

Dall’analisi approfondita dei dati sulla categoria dei Creativi culturali emerge che:

1.Tra i creativi culturali” le donne sono più numerose degli uomini (57% rispetto al  43%.)

2.I creativi culturali usano medicine naturali e olistiche con una percentuale di circa 10 punti superiore alla media del campione (47,64% rispetto a 37,16%.)

3.I Creativi Culturali sono equamente distribuiti nel territorio (al Nord 32%, al Centro 34%, e al Sud il 34%).

4.Anche per quanto riguarda l’età non si riscontrano particolari differenze, salvo un leggero prevalere della fascia dei 40-49enni

5.Il livello di educazione è distribuito come nella popolazione italiana media con un leggero aumento di frequenze dei creativi culturali negli studi superiori e all’università.

6.Riguardo ai mezzi di informazione utilizzati i creativi culturali sono distribuiti in modo simile alla media nazionale con alcune lievi ma significative differenze: essi usano più della media i giornali e Internet e un po’ meno della media la TV.

 

CONCLUSIONI 

(PROVVISORIE, NATURALMENTE)

 Come si è accennato nell’introduzione, è prevalsa finora una visione settoriale e disgiunta dei campi valoriali considerati e delle persone e movimenti ad essi afferenti. Uno degli aspetti più innovativi della presente indagine consiste nell’ipotizzare che né i campi valoriali né le persone che vi si riconoscono siano realmente separati ma anzi sfaccettature di un unico grande fenomeno di crescita e mutamento culturale. I dati raccolti sembrano in accordo con questa ipotesi e anche la maggioranza degli intervistati concorda, come implicitamente suggeriscono le risposte alla domanda 34 (vedi tabella sottostante).  

 

34.Ci vorrebbe più collaborazione tra le persone e i movimenti che si interessano di ecologia, pace, spiritualità, economia etica, consapevolezza di sè, crescita personale

risposte

n

%

1-In completo disaccordo,

2-In parziale disaccordo,

3-Incerto,             

4-Parzialmente d’accordo, 

5-Completamente d’accordo

54

25

83

314

1252

3.13

1.45

4.80

18.17

72.45

 

E’ dunque da sfatare una volta per tutte l’idea che i valori in questione siano minoritari e caratteristici solo di alcune aree marginali della popolazione; al contrario sono ai primissimi posti nell’agenza politica e civile della stragrande maggioranza dei cittadini, e attraversano trasversalmente tutte le forze politiche. E’ tempo dunque che i partiti se ne rendano conto, che i media diano adeguata presenza a tali temi e valori e che i cittadini si rendano conto che le loro aspettative in proposito non sono minoritarie e perdenti (come sinora hanno creduto) ma anzi sono condivise dalla maggioranza della popolazione.

 

I DATI CHE ABBIAMO ESPOSTO RAPPRESENTANO SOLO UNA PARTE DELLE ANALISI CONDOTTE. PER UNA VERSIONE DELLA RICERCA PIU’ AMPIA E COMPLETA DI GRAFICI A COLORI VISITATE LA SESSIONE CREATIVI CULTURALI-DATI STATISTICI NEL SITO www.reteolistica.it.  VI INVITIAMO A CONTATTARCI DIRETTAMENTE PER OGNI ALTRO APPROFONDIMENTO RELATIVO AI TEMI DELLA PRESENTE RICERCA.

SITI WEB DI RIFERIMENTO

www.reteolistica.it (area creativi culturali), 

www.globalvillage-it.com  tel.0583.86404

Club di Budapest – www.club-of-budapest.it     www.clubofbudapest.org 

IBLIOGRAFIA ESSENZIALE SUI CREATIVI CULTURALI

·The Cultural Creatives– How 50 milion people are changing the world – Paul Ray e Sharry Anderson

·Tu puoi cambiare il mondo– Ervin Laszlo – Ed. Rizza

·L’età del risveglio interiore – autoconoscenza, spiritualità e sviluppo del potenziale umano nella cultura olistica emergente - Enrico Cheli – Franco Angeli Ed.

 


NUOVI VALORI E STILI DI VITA

di Enrico Cheli

Se vogliamo veramente cambiare qualcosa nel nostro mondo e migliorare la qualità della vita dobbiamo per prima cosa decidere che cosa è auspicabile e cosa non lo è, che cosa favorisce il nostro benessere, e cosa invece ci fa soffrire, che cosa stimola la nostra crescita e cosa al contrario la frena. E' quindi necessario rivedere profondamente il nostro sistema di valori, ripulendolo dal vecchiume e da eventuali virus e arricchendolo di nuove componenti. E' infatti in base ai valori che assumiamo come nostri che poi orientiamo la nostra vita e, di conseguenza, ogni processo di cambiamento implica e richiede un sostanziale cambiamento di valori.

Nelle scienze sociali si intende con "valore" ciò che da un individuo o da un dato gruppo sociale viene considerato positivo, buono, desiderabile, mentre rientra nel concetto di "disvalore" quello che è ritenuto negativo, indesiderabile. Per fare un esempio, nella cultura sinora dominante sono considerati valori il prestigio, la razionalità, l'autocontrollo, mentre sono disvalori l'irrazionalità, la spontaneità, la giocosità e via dicendo.

I valori sono in massima parte ereditati dall'ambiente socioculturale in cui siamo vissuti: non li scegliamo liberamente ma li troviamo bell'e pronti, prestabiliti da coloro che sono vissuti prima di noi. Pur non avendoli decisi noi, essi danno forma ai nostri desideri, orientano le nostre azioni, ispirano i nostri giudizi su noi stessi, sugli altri, sul mondo, ci dicono che cosa deve essere considerato buono o cattivo, desiderabile o meno; i valori sono quindi il centro di riferimento di ogni cultura e dunque anche dei singoli individui che le compongono.

Paese che vai, valori che trovi; oggi è finalmente chiaro e dimostrato che tutto è relativo, e i valori non fanno eccezione. Molti di essi hanno un senso e una funzionalità solo limitatamente a certi luoghi, tempi, circostanze, ed è indubbio che i nuovi scenari che vanno delineandosi sul nostro pianeta fanno sì che gran parte dei valori che fino a pochi decenni fa ritenevamo giusti, assoluti, immutabili non siano più tali.

"Stiamo testimoniando il caotico momento di transizione da un’epoca ad un’altra (...). Sul nostro pianeta si stanno scontrando due grandi tendenze. Da un lato la vecchia cultura patriarcale che ha dominato il pianeta per migliaia di anni, basata sul potere dell’uomo sull’uomo, sul possesso dei figli e della terra, sul nazionalismo e sull’identificazione con il proprio gruppo, razza e religione. Questa cultura dualista basata sulla divisione dell’esistenza in sacro e profano, in bene e male, in materia e coscienza, ha diviso il pianeta in stati, religioni, classi e partiti, ha separato l’uomo in psiche e soma, ha diviso la scienza, l’arte e la religiosità, allontanando la conoscenza scientifica dalla conoscenza spirituale. Cultura rigida, settoriale, prepotente e fanatica, che tende al condizionamento totale della società sulle direttive di una certa ideologia, fede o principio divino, e che lo impone agli altri popoli.

Dall’altro la giovane cultura olistica che sta nascendo da una nuova consapevolezza, da un’esperienza unitaria di se stessi e da una presa di coscienza globale del pianeta. Nuova cultura umana, transculturale, rispettosa della natura e delle minoranze, colorata, trasgressiva, basata sulla bellezza, sui diritti, sull’unità tra corpo, mente e anima, sulla sacralità della vita in ogni suo aspetto: una cultura flessibile e femminile (...). Da queste due profonde correnti di tendenza che si stanno variamente intrecciando e scontrandosi si sviluppano cambiamenti sociali, culturali e individuali di enorme portata ma dal futuro incerto" (N. Montecucco, in "Cyber", n. 46, Federico Ceratti ed., 1993).

Molti valori stanno crollando perché non più rispondenti alle nuove esigenze e al nuovo spirito del tempo, in quanto vecchi di millenni, nati in realtà culturali e storiche del tutto diverse da quelle attuali; altri valori sono sempre stati falsi, creati in passato dalle classi dominanti, politiche e religiose, per tenere sotto controllo le masse, e si rivelano incompatibili con l'attuale spirito democratico. Ne deriva un vuoto di valori che genera insicurezza e confusione nelle persone ma che è anche condizione indispensabile per un rinnovamento.

 

Valori tradizionali e nuovi valori

La cultura della nuova era non si limita a mettere in discussione i vecchi valori ma propone anche delle alternative. I valori dell'autorità e del potere, ad esempio, caratterizzati nella cultura tradizionale da una impostazione verticale, gerarchica, unidirezionale, assumono, nella cultura emergente, una connotazione più fluida, basata sul dialogo e sulla pariteticità. L'autorità viene sostituita dalla autorevolezza mentre la forma di potere più importante non è più quello esercitato sugli altri ma il potere su se stessi. La responsabilità, finora pressoché interamente delegata ad altri, viene assunta dall'individuo in prima persona: ognuno ha il diritto e il compito di divenire auto-responsabile in ogni sfera dell'esistenza. Anche i ruoli sociali assumono una diversa accezione, più fluida: il ruolo è considerato qualcosa che si fa, non qualcosa che si è (es: non "sono un medico", bensì "faccio il medico", non "sono un padre", ma "faccio il padre") e questa consapevolezza porta le persone a una minore identificazione nei propri ruoli e conseguentemente ad avere una immagine di se stessi più ampia e fluida.

 Fluidità è in effetti una delle parole chiave della cultura emergente, laddove quella tradizionale era impostata sul suo opposto, la rigidità, figlia delle gerarchie e delle certezze calate dall'alto. La nuova cultura non ha risposte preconfezionate, sa di dover cercare per trovare, e non si può cercare senza l'umiltà di ammettere di non sapere. Si lascia dunque il sicuro (ma anche opprimente) terreno del noto e ci si avventura nell'ignoto, il non ancora conosciuto. Naturalmente, non tutti i vecchi valori sono superati" e la nuova cultura è ben propensa a riconoscere quelli ancora validi, abbandonando però senza rimpianti tutti quelli che si rivelano di ostacolo all'evoluzione individuale e collettiva.

Non è facile definire con precisione i contorni del nuovo sistema di valori, sia per l'ecletticità della cultura emergente, sia perché essa si trova in uno stadio di continuo divenire, quello che il sociologo Alberoni chiama "statu nascendi". Inizieremo pertanto il discorso mettendo a confronto alcune delle principali differenze tra vecchi e nuovi valori avvalendoci di alcune tabelle.

Tabella 1. Valori tradizionali e nuovi valori (da E. Cheli, I valori della nuova era, "Armonia" n.2/1998)

VALORI TRADIZIONALI dolore

analisi settorialità

conflitto

durezza

dipendenza

aggressività razionalità

apparire

imparare (dagli altri) rifarsi al passato (la tradizione) autocontrollo repressione competere (dimostrare di essere più bravi degli altri)

io devo — ovvero agire in base al senso del dovere

diffidare del diverso

 

NUOVI VALORI

gioia

sintesi

globalità

collaborazione

delicatezza

autonomia

ricettività

intuizione

essere

sperimentare (in prima persona)

percorrere nuove strade

spontaneità

espansione

eccellere (esprimere al meglio le proprie potenzialità — primeggiare su se stessi)

io voglio — ovvero agire in base al senso del piacere

apprezzare le differenze

 

 

 Tabella 2 - Esempi dalla vecchia e dalla nuova cultura (da E. Cheli, I valori della nuova era, "Armonia" n.2/1998)

 

ESEMPI DEL VECCHIO MODO DI PENSARE, DI VALUTARE, DI ESSERE

Lei non sa chi sono IO!

 

Chi lascia la via vecchia per la nuova... sa cosa perde ma non cosa trova

E' già stato fatto in passato, e questo legittima il ripeterlo

Le risposte, la verità, Dio vanno cercate lontano da noi, negli altri, nei sacri antichi testi, nella società, nell'al di là.

Dio è ordine (Kosmos)

 

Essere un uomo tutto d'un pezzo

 

Io — e il mondo

Ha potere su molti uomini

Aspirare al posto fisso di lavoro, al matrimonio indissolubile, alla casa per sempre e ad altre certezze per il futuro.

ESEMPI DEL NUOVO MODO DI PENSARE, DI VALUTARE, DI ESSERE

Non posso dire chi sono, scopro sempre nuove cose di me e molte altre cessano di appartenermi

Per raggiungere il luogo che non conosci devi prendere la strada che non conosci

Non è stato ancora fatto, dunque perché non tentare

La ricerca fondamentale è quella interiore, dentro di noi. Noi siamo un frammento del tutto vivente

Dio è creatività, dunque anche disordine, caos (ovvero, dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori — Fabrizio De André)

Essere un individuo poliedrico, costituito da molteplici dimensioni tra loro dialoganti e in armonia

Io sono il mondo e il mondo è in me

E' padrone di sé stesso

Assaporare il gusto della esplorazione, della novità, della sorpresa.

 

 

 

Tabella 3 - Vecchia e nuova cultura: aspetti a confronto

(da G. Cerquetti, Il futuro della new age, Alba magica ed., 1999).

VECCHIA CULTURA

L’autorità è verticale e gerarchica e viene rigidamente imposta agli individui dall’esterno attraverso il controllo dei mezzi di comunicazione di massa.

Il potere è gestito da pochi ed è dominato dalla presenza maschile

 

I ruoli sociali sono rigidi e limitanti. Chi vuole emergere deve uniformarsi ad un determinato tipo di comportamento.

Esecuzione passiva di ordini e insegnamenti altrui senza implicazione della propria responsabilità (il prete detta la morale, il medico la cura, la polizia l’ordine, i militari stabiliscono e controllano i confini, i politici creano le leggi e gestiscono il potere)

Isolazionismo, intromissione. Le nazioni forti ignorano quelle più deboli. Avidità: le nazioni più forti si sviluppano e si arricchiscono sfruttando le altre.

 

Il potere politico è concentrato in poche mani. I politici sono dei professionisti ben retribuiti.

 

Pregiudizi etici e nazionalisti stabiliscono che il mescolamento delle diversità vada accuratamente evitato. Paura che ciò che è straniero possa minacciare il proprio standard di vita.

Aspettative sociali riposte nelle tradizioni accettate dal potere, rinuncia alle innovazioni e alla realizzazione personale.

 

 

Scelta del lavoro solo in base al salario più alto. Vivere per i soldi, il prestigio ed il potere.

Sensi di colpa, autonegazione, sacrificio per il bene altrui.

Amore condizionato da schemi mentali e legato ad aspettative morali e sociali.

 

L’essere umano è peccatore. Il male fa parte della natura umana.

CULTURA EMERGENTE

L’autorità è interiore ed implica dialogo e parità completa

 

Il potere è distribuito in modo equanime e investe anche la donna e le minoranze; tutti compartecipano ai profitti e alla gestione della leadership.

Ruoli paritari; accettazione ed apprezzamento delle differenze individuali e di gruppo

 

Decisioni collettive prese su base consensuale, ogni individuo assume la piena responsabilità di ogni sua azione

 

Interdipendenza universale, una rete internazionale di comunità responsabili; le nazioni potenti aiutano generosamente quelle meno ricche a svilupparsi in modo armonico e pacifico. mutuo aiuto di tutte le nazioni per raggiungere e mantenere la pace mondiale.

Politica di partecipazione, offrendo a tutti una voce, pari opportunità, diritto di libera espressione delle proprie idee.

 

Scoperta di valori nelle varietà etico-culturali; la comprensione delle diversità elimina la paura.

 

Aspettative sociali riposte nelle tradizioni accettate dal potere, rinuncia alle innovazioni e alla realizzazione personale.

autoregolamentazione, rafforzamento dei rapporti basati sulla crescita e l’evoluzione dell’individuo.

Lavorare per realizzarsi, per esprimere la propria creatività, indipendentemente dalla carriera e dal salario.

equilibrio emotivo, sano rispetto per i propri bisogni, condivisione volontaria della propria abbondanza con gli altri.

amore incondizionato non legato a contratti, vincoli e bisogni.

l’essere umano è divino ed il bene è la sua natura innata.

 

 

 

Dopo questo primo assaggio panoramico ci dedicheremo ad un esame più in dettaglio di alcuni dei valori promossi dalla nuova cultura, tenendo presente che non necessariamente nascono tutti al suo interno: come abbiamo visto, il suo spirito interculturale e sincretico la porta ad appropriarsi liberamente di idee e metodi di varia provenienza, integrandoli all'interno del nuovo paradigma unificante. Dobbiamo inoltre considerare ancora una volta l'eterogeneità di questo movimento culturale, nel senso che non tutti al suo interno condividono lo stesso sistema di valori e vi sono differenze, alcune anche rilevanti, tra gruppo e gruppo, tra network e network. Pertanto, i valori illustrati in questo capitolo non sono necessariamente rappresentativi di ogni singola realtà.

 

Il riequilibrio tra maschile e femminile

Iniziamo il nostro esame dettagliato dei nuovi valori partendo da quello che potremmo definire un tema fondamentale della cultura emergente: la pariteticità tra uomo e donna, e più in generale l'uguale dignità tra maschile e femminile. Un processo, come sappiamo, in corso da lungo tempo e che ha visto un picco negli anni '60 - '70; tuttavia oggi si va ben oltre gli aspetti sociali e politici, puntando ad una riabilitazione di tutti quei valori e atteggiamenti simbolicamente collegati alla sfera del femminile: l'irrazionalità, l'emozionalità, la corporeità, la vulnerabilità, l'affettività e via dicendo; valori che per millenni sono stati schiacciati dalla dominante cultura patriarcale e maschilista improntata sulla razionalità, sul controllo delle emozioni, sulla aggressività etc. L'obbiettivo da portare avanti non è quello femminista del potere alle donne, ma piuttosto la ricerca di un'armonia tra i due poli del maschile e del femminile, ritenendo che il predominio dell'uno sull'altro, quale che sia, non possa che portare sofferenza. Non solo, ma si ritiene anche che il femminile non riguardi solo le donne, così come il maschile non è di sola pertinenza degli uomini: ogni essere umano, quale che sia il suo sesso, ha in sé entrambi i lati, ha in sé aspetti maschili e aspetti femminili. Come già aveva evidenziato lo psicologo Carl Gustav Jung, l'uomo è consapevole dei suoi aspetti maschili mentre quelli femminili stanno in ombra, sono cioè inconsci; il viceversa accade nella donna, che si identifica nei suoi lati femminili e ignora quelli maschili. In quanto inconsci, questi lati tendono a generare paure, che poi danno luogo a dipendenza o ad aggressività. E' quindi fondamentale per ogni individuo diventare consapevole anche del suo lato inconscio; in tal modo non solo si libera dalle paure ma può addirittura trasformare in preziosa risorsa ciò che prima temeva.

Il riequilibrio tra maschile e femminile è una questione assai ampia che investe molteplici piani, pertanto vi ritorneremo più volte nel corso di questo capitolo affrontando tematiche apparentemente distinte ma che in realtà rappresentano sfaccettature diverse della dinamica tra maschile e femminile: talvolta questa dinamica è più esplicita, come nel caso del confronto tra una leadership autoritaria ad una compartecipativa, talaltra è più nascosta, come nel caso del dibattito scientifico tra il paradigma meccanicista e la visione olistica.

 

Per un sano egoismo

Una importante caratteristica di fondo del sistema di valori della cultura emergente è rappresentato dall'individualismo, valore assai in contrasto con le culture dominanti, specie in Italia.

Tutti certamente ricordiamo la famosa affermazione di Gesù: "Ama il prossimo tuo come te stesso"; ebbene, questa frase sarebbe stata per secoli male interpretata, sottolineando solo l'amore per il prossimo e dimenticando quello per se stessi. Come sostiene Osho Rajneesh, uno dei pensatori più al passo con la nuova era, "Ti è stato detto di amare gli altri, mai di amare te stesso. Ma come potrai mai amare gli altri, se non riesci ad amare te stesso? Medita sulla rivoluzionaria affermazione di Gesù. Il presupposto è amare se stessi — altrimenti non puoi amare nessun altro, perché l'amore deve affiorare dentro di te. Se odi te stesso, odierai il prossimo tuo. Non importa cosa dicono preti e politici: odierai i vicini, odierai l'umanità, odierai la terra, perché odi te stesso. Ama te stesso, e da quell'amore crescerà l'amore per gli altri. E la persona che ama veramente se stessa, che è in profondo amore con se stessa, non potrà fare del male a nessuno, perché non potrà farsi del male."

E' ben nota l'importanza che nelle culture tradizionali, specie cristiane, e cattoliche in particolare, rivestono valori come dovere, altruismo, spirito di servizio, sacrificio. E' su tali valori che fino ad oggi si è improntata la morale e di conseguenza gli atteggiamenti e i comportamenti sociali delle persone, senza curarsi del loro benessere personale, considerato anzi un disvalore, un peccato di egoismo.

Si tratta indubbiamente di valori assai nobili, in nome dei quali però è stato fatto forse più male che bene. Anteponendo al benessere personale il dovere e il sacrificio si sono mandati a morire in guerra moltitudini di uomini per soddisfare le brame di pochi; l'altruismo si è spesso trasformato, per quei pochi che ci hanno creduto, in una inutile e sterile mortificazione del proprio essere, mentre per i più è stato ed è solo un altruismo di facciata, dove lo spirito di servizio ha alimentato motivazioni assai meno nobili di quelle ostentate.

Per secoli è stato travisato il rapporto tra altruismo ed egoismo, dovere e piacere, vantaggi personali e vantaggi collettivi, considerandoli come antagonistici, antitetici. Oggi possiamo superare, secondo vari pensatori, questa erronea contrapposizione e renderci conto che è possibile comportarci in modi più utili agli altri e contemporaneamente utili a noi stessi.

In passato il benessere materiale, quando non la stessa sopravvivenza, era ritenuta raggiungibile solo a spese di altri popoli o individui. Da qui il processo continuo di competizione, di lotta per la sopravvivenza, di dominio del più forte, su cui molti studiosi si sono soffermati, spesso legittimandolo come giusto, "naturale", inevitabile. si pensi alla filosofia di Hobbes (la lotta di tutti contro tutti) o alla legge della selezione naturale e alle sue interpretazioni fin troppo estensive datene da un certo evoluzionismo. Il detto latino "mors tua vita mea" esprime forse nel modo più incisivo e sintetico tale concezione.

Tuttavia, oggi lo scenario è cambiato, almeno in occidente, non solo perché le risorse sono assai maggiori che in passato ma anche perché le scienze psicosociologiche hanno scoperto che non è necessario che tu stia male affinché io stia bene; anzi, non solo non è necessario ma non è neppure utile: se io sottraggo qualcosa a te (i tuoi beni, la tua libertà, il tuo potere) potrò forse accrescere i miei possedimenti materiali, ma certo non il mio benessere esistenziale, psicologico e spirituale, che anzi risentirà negativamente di un tale comportamento (ad esempio dando corpo a rimorsi, a sensi di colpa e di isolamento, ad ansie e paure di vario tipo) 31. Non solo, ma anche sul puro piano materiale otterrò di meno di quanto potrei avere se collaborassi con te invece di sfruttarti, come dimostrano vari interessanti esperimenti ed iniziative, come ad esempio il coinvolgere i dipendenti nella proprietà e gestione delle imprese facendoli entrare a far parte dell’azionariato. Quando si propone dunque di "perseguire il benessere personale" e di far leva su un "sano egoismo" non si intende affatto propugnare un orientamento materialistico e ottuso: il vecchio concetto di egoismo era sinonimo di avidità e prevaricazione; il nuovo concetto denota autorealizzazione e libertà. Il vecchio concetto si collocava in un contesto che è stato definito dalla "teoria dei giochi" (Cfr. J. von Neumann e O. Morgensten, 1944) come gioco a somma zero: un gioco, cioè, dove la posta in gioco è limitata e non è sufficiente per soddisfare tutti (ad es. due naufraghi che si contendono un unico giubbotto di salvataggio o due tribù che lottano per un unico lembo di terra fertile, insufficiente per i fabbisogni di entrambe). Ma vi sono altri giochi, definiti a somma positiva, dove non solo si può vincere entrambi, ma dove si vince di più se si vince in due. Il sistema relazionale della coppia o della famiglia, quello insegnanti-allievi, quello medico-paziente, quello imprenditore-lavoratore e molti altri seguono le leggi di questo secondo genere di gioco.

Il gioco a somma zero è caratterizzato da una accesa competizione, in quanto uno vince (+1) ciò che l’altro perde (-1), da cui +1 -1 = 0. Nei giochi a somma positiva invece al guadagno di uno non deve necessariamente corrispondere la perdita per l’altro, anzi, il guadagno è maggiore se l’altro guadagna a sua volta (es: +2, +5 = 7) . Si prenda ad esempio la relazione insegnante-allievo: è evidente che più l’allievo apprende con profitto, più l’insegnante è appagato, e viceversa, più l’insegnante è gratificato, meglio insegnerà e più positivamente si porrà nei confronti della classe, con conseguenze positive (guadagno) anche per l’allievo. Voler affrontare una relazione del genere secondo un modello del tipo "gioco a somma zero" rappresenta, come è ovvio, un'assurdità, comportando per entrambi i soggetti solo mancati guadagni. Se la cultura emergente propende per questa nuova e più ottimistica visione della realtà, la maggior parte delle persone ragiona ancora nei termini della vecchia cultura, e così si assiste spesso a conflitti e competizioni anche laddove non sarebbe per niente necessario, anzi del tutto negativo per ciascuno dei soggetti coinvolti. Secondo la nuova era è giunto il tempo di modificare questa mentalità di inutile competizione, di mancanza di collaborazione, di sospetto e paura nei confronti dell’altro (che chissà cosa sta tramando ai nostri danni). Dobbiamo prendere coscienza che perseguire un sano egoismo e collaborare non sono affatto obbiettivi antagonistici ma vanno anzi nella stessa direzione.

 

Il lavoro: una nuova visione.

Pochi amano il lavoro che fanno, e anche tra quelli che avrebbero un lavoro potenzialmente realizzante, molti non riescono a ricavarne una reale soddisfazione, tutti presi dalla competizione, dalla frenesia del successo, dagli obiettivi materiali e sociali. La sindrome del "lavoratore alienato" può essere fatta risalire all’inizio del capitalismo, ma è soltanto con le democrazie post-industriali che si è arrivati ad osare di postulare l’idea che qualsiasi essere umano potrebbe, anzi dovrebbe andare oltre la mera lotta per la sopravvivenza e aspirare a qualcosa di più elevato.

Nel corso del XX secolo il valore del lavoro è mutato consistentemente, attraversando due trasformazioni consecutive. La prima consiste nel passaggio dall'idea che si debba "vivere per lavorare", cioè che il lavoro sia tutto, o quasi, nella vita di una persona, ad una nuova concezione che ci ricorda che nella vita ci sono altre cose importanti oltre al lavoro e che è piacevole e utile avere del tempo libero per dedicarvisi. Il tempo libero è una conquista abbastanza recente per alcune classi sociali, non più di qualche decennio, specie da noi in Italia. Oggi si dispone di una settimana corta, di un orario di lavoro più ridotto e di ferie che consentono, almeno in teoria, di fare vacanze e viaggi e di coltivare interessi extra-lavorativi e extra-familiari. Per molte persone il tempo libero è divenuto l'indispensabile valvola di sfogo che compensa, almeno in parte, la frustrazione di fare un'attività poco o per niente appagante. Tuttavia, per quanto utile, il tempo libero da solo non può compensare più di tanto il peso di un lavoro meccanico e per niente creativo, l'insoddisfazione esistenziale prodotta da un lavoro che non piace, che non tiene conto delle aspirazioni e dei talenti della persona.

Dopo la conquista del tempo libero, la seconda, fondamentale trasformazione del concetto di "lavoro", da poco iniziata e ancora ai primi passi, è quella che vede il lavoro non solo come un mezzo per guadagnarsi il pane quotidiano, ma anche una via per realizzare se stessi, per esprimere la propria creatività, la propria originalità. Insomma, come dice Confucio, "Trova l'attività che ti piace e non dovrai mai lavorare."

I politici sembrano ancora non rendersi ben conto di questa seconda trasformazione in atto e insistono nel preoccuparsi unicamente di creare più posti di lavoro, senza guardare alla qualità di quei posti. Essere in grado di offrire un lavoro a tutti i membri della società non è un gran successo, se questo lavoro non ha un significato. Poteva andar bene in passato, quando le persone erano totalmente assorbite dal dramma della sopravvivenza, ma oggi, almeno in occidente, la situazione è assai diversa. Vi è, è vero, un alto livello di disoccupazione, specie in Italia, ma è anche vero che sempre più persone preferiscono rifiutare certi tipi di lavoro e restare disoccupate piuttosto che fare un lavoro che non si confà alle loro aspirazioni. Non a caso, per alcuni tipi di lavoro è necessario ricorrere a mano d'opera di provenienza extracomunitaria, perché non si trovano più italiani disponibili a svolgerli. Dunque il problema non è tanto la mancanza di posti di lavoro, quanto la mancanza di posti di lavoro qualificati e realizzanti. Gran parte dei disoccupati veri (esclusi cioè quelli che lavorano a nero — e non sono pochi) sono giovani diplomati e laureati, che aspirano ad un lavoro adeguato alla loro formazione e ai loro interessi. A queste persone i politici non sembrano per il momento saper dare alcuna risposta, anzi, non sembrano neppure cogliere l'entità del fenomeno.

Ma le responsabilità non sono solo dei politici; è necessario che anche i giovani amplino le loro idee sul lavoro, superando il vecchio mito del posto fisso, per assumere un ruolo più attivo e creativo. Chi ha coraggio e creatività dimostra che in realtà esistono ampie potenzialità di lavoro gratificante nella società attuale, solo che non piovono dall'alto, vanno ricercate e create individualmente. Vi sono spesso più possibilità di quanto si creda, purché si prenda in considerazione non solo il lavoro dipendente, ma anche quello autonomo, l'imprenditoria giovanile, le nuove professioni. Ciò che occorre oggi ai giovani — o almeno a quelli che aspirano ad un lavoro realizzante — non è più uno stato patriarcale che dispensa posti fissi ma di scarso pregio e reddito, bensì agenzie e contributi che li aiutino a orientarsi nel mercato del lavoro, in quello già esistente e definito e in quello che ancora non c'è ma potrebbe esserci. "Per entrare nel XXI secolo è indispensabile essere gli artisti della propria vita, creare delle vite autentiche invece di accettare o indossare dei modelli fatti in serie". (Cfr. R. Jarow, Crea il lavoro che ami, ed. Compagnia degli araldi, 1998)

Quello di cui abbiamo bisogno — sostiene Rick Jarow — è una anti-carriera, uno scrollarci di dosso le catene dell’obbligo, dell’approvazione e dell’attività irragionevole, per entrare profondamente nelle dinamiche della partecipazione alla creazione. "Rendere sacro il vostro lavoro significa credere in quello che fate, fare un buon lavoro al punto che svolgerlo diventi una ricompensa in se stessa e sentirsi orgogliosi del proprio lavoro non paragonandolo al lavoro degli altri, ma sentendosi bene dentro, pieni di integrità, non affaticati né svuotati delle proprie energie. È il lavoro che non distrugge la vita, che onora il piacere, che promuove la piena presenza e il pieno impegno e riflette il più profondo senso dell’essere." Questa è la sfida e la possibilità offerte dalla cultura della nuova era: crearsi un lavoro nella vita che rifletta la propria natura personale e sviluppare il coraggio e la saggezza per dargli forma. (...) Più di qualsiasi abilità o prodotto, sarà il modo in cui noi sintonizzeremo il nostro lavoro con le nostre più profonde intuizioni sulla vita, a rappresentare un contributo genuino alla comunità mondiale emergente. Creare questo allineamento — per trasformare la nostra vita in un’opera d’arte — costituisce uno scopo ambizioso, ma non irraggiungibile." (Rick Jarow, op. cit.)

Negli Stati Uniti d'America, dove questa trasformazione è di vari anni più avanti, esistono già numerosi casi di persone e di aziende che hanno concretizzato nella pratica una nuova visione del lavoro e possono ispirarci a fare altrettanto. Inoltre il successo del libro di Marcia Sinetar Do What You Love, the Money Will Follow , del libro di Rick Jarow Crea il lavoro che ami e di altri libri sul giusto modo di guadagnarsi da vivere che sono apparsi di recente, rivelano un risorgere generale dell’aspirazione a un impiego che abbia un significato più profondo.

 

Diventare qualcuno o realizzare se stessi?

Per molti realizzare se stessi significa "affermarsi socialmente", acquisire potere, prestigio, denaro, e infatti gran parte delle persone aspirano a diventare "qualcuno" nella vita, oppure, se non si reputano all'altezza, fanno la scelta opposta, rassegnandosi a rimanere dei "nessuno". Nella nuova cultura l'espressione "realizzarsi" si basa su una concezione dell'essere umano visto come un insieme di semi diversi — o talenti — ciascuno dei quali rappresenta una parte importante di quel meraviglioso microcosmo che è l'uomo. Se noi diamo spazio al nostro bagaglio interiore e dedichiamo tempo e attenzione a coltivare le nostre potenzialità siamo senz'altro sulla giusta strada, stiamo gradualmente realizzando noi stessi, e questo non può mancare di farci stare bene, di darci soddisfazioni e gratificazioni vere, cioè che ci nutrono nel profondo. Se, viceversa, rinneghiamo il nostro bagaglio autentico e tendiamo a sostituirlo con qualcos'altro che non ci appartiene, solo perché crediamo — o ci hanno fatto credere — che sia meglio così, allora ricaveremo solo soddisfazioni effimere, momentanee, che gratificano forse la nostra maschera sociale ma non la nostra essenza profonda, ciò che veramente siamo. In questo caso possiamo stare certi che prima o poi il nostro essere autentico si ribellerà, facendoci provare sempre più spesso sensazioni del tipo Il punto di partenza è senza dubbio conoscere se stessi, scoprire cioè di quali "semi" — o talenti — è composta la nostra dotazione interiore. Quali sono le cose per cui siamo più portati? In che cosa possiamo eccellere? Qual'è il percorso che più si confà alle nostre aspirazioni e caratteristiche?

Man mano che prendiamo coscienza dei nostri talenti dobbiamo poi coltivarli, non solo quelli che presentano una qualche utilità sul piano lavorativo ma anche quelli che riguardano la sfera del tempo libero.

Nel mio saggio Realizzare se stessi, -- in questa stessa Enciclopedia, campo V, vengono approfondite le tematiche qui appena accennate.

 

Eccellere, non competere

 Come abbiamo visto in precedenza, i giochi a somma zero tendono ad essere sostituiti, nella nuova cultura, da giochi a somma positiva in cui si vince o si perde insieme. Ciò comporta lo smettere di combattere e di competere per primeggiare sugli altri: siamo tutti sulla stessa barca, necessari ed utili gli uni agli altri, e sulla barca può esserci cibo e gloria per tutti, non c'è bisogno del "vinco io - perdi tu". Possiamo vincere tutti, collaborando a rendere migliore questo mondo.

Uno dei motti della nuova cultura è appunto: ECCELLERE, NON COMPETERE. Competere è un affermarsi a scapito dell'altro, un confrontarsi solo con gli altri, con modelli di riferimento esterni a noi; eccellere è un confrontarsi con se stessi, un tendere a migliorarsi continuamente che non va a scapito di nessuno e permette di ottenere una vincita collettiva. Eccellere è il diritto/dovere di ogni essere umano: impegnarsi a sviluppare al meglio i propri talenti, a far fiorire il proprio essere, e col fiorire di molti individui si apre la strada ad un effettivo miglioramento del mondo, uscendo da ideologie basate sulla carestia (non c'è spazio per tutti, cibo per tutti, dunque competere, combattere per quel poco che c'è) per entrare in un era di abbondanza.

Il punto, per la nuova cultura, non è abolire la performance, ma trovare un giusto equilibrio tra il traguardo finale di una prestazione e il piacere di effettuarla; insomma, non concentrarsi solo sul risultato ma anche sul piacere, sul divertimento, sul gioco, come esprime la seguente testimonianza.

Per me il canto è esplorazione, gioia, divertimento, contatto con me stesso; so bene che non diventerò un Pavarotti, né mi interessa diventarlo, tant'è che dopo qualche anno smetterò perfino di frequentare il coro, a causa di una eccessiva finalizzazione alle performances, ai concerti, che rende le prove troppo tecniche, troppo professionali, togliendogli ogni aspetto di svago, di spontaneità, di espressività. Potrei ammettere una impostazione del genere per dei professionisti pagati, ma in un coro amatoriale, per quanto di alto livello, la trovo del tutto fuori luogo; eppure so che è la norma, non solo nel mondo della musica ma anche in quello dello sport, che conosco perfino meglio: sembra che fare le cose per il puro piacere di farle sia un grave peccato e quel che davvero conti sia vincere, affermarsi, primeggiare. Il livello della prestazione e la soddisfazione che se ne può trarre divengono così tra loro inversamente proporzionali: più alta la prestazione, minore il godimento. (...) Così facendo si perde il meglio di ciò che si fa.

 

La scelta vegetariana

Tendenzialmente la nuova cultura tende a una alimentazione sana e naturale, a base di cibi integrali, provenienti da coltivazioni biologiche senza uso di antiparassitari e concimi di sintesi. La maggior parte propende per una alimentazione fondamentalmente vegetariana, anche se sul valore del vegetarianesimo non vi è unanimità di vedute: si tratta comunque di un nuovo vegetarianesimo, non fideistico, non calato dall'alto come quelli che contraddistinguono alcune culture e religioni orientali, ma basato su scelte ragionate e consapevoli, con motivazioni plurime, di carattere fisiologico, affettivo e spirituale.

Sul piano fisiologico si mette in risalto la maggior digeribilità dei vegetali rispetto alle carni, l'assenza di grassi nocivi (colesterolo in primis), l'assenza di ormoni e antibiotici (assai utilizzati negli allevamenti); la maggiore ricchezza di vitamine e principi attivi; la maggior presenza di energia vitale (prana, chi) rispetto alla carne che è un alimento "morto".

Un motivo ancora più determinante per molti di quelli che hanno scelto di non mangiare carne è l'amore nei confronti degli animali: perché privare della vita un essere vivente se è possibile nutrirsi senza fare del male a nessuno? Non siamo forse tutti pronti ad intenerirci di fronte ad un coniglietto, un pulcino, un agnellino? E allora perché poi ucciderlo e mangiarlo una volta cresciuto? La nostra sopravvivenza non dipende più dalla caccia, oggi vi sono risorse agricole a sufficienza, senza che vi sia bisogno di ricorrere agli animali. Vi sono vegetali in grado di dare un apporto in grassi e proteine nobili più che adeguato al fabbisogno umano, e poi vi sono i latticini, che, senza eccedere, rappresentano una buona integrazione alla dieta vegetariana.

Il vegetarianesimo è molto seguito in oriente, ed è dalla spiritualità orientale che derivano alcune ulteriori motivazioni. Mangiando carne, si sostiene, ci si carica del karma dell'animale, si assorbono, assieme alla sua carne, anche le sue memorie cellulari, le sofferenze che ha subito durante il suo allevamento (spesso forzato e in condizioni pessime) e poi durante la sua uccisione. Se proprio non si può fare a meno di mangiare carne, allora meglio i volatili dei mammiferi e ancora meglio i pesci. I mammiferi infatti sono gli esseri più vicini all'uomo nella scala evolutiva, i biscugini potremmo dire, e il loro karma è più influente, anche perché hanno una capacità maggiore di provare emozioni, che possono poi trasmetterci.

 

Scienza con coscienza

Nel capitolo I si sono evidenziate alcune analogie tra la nuova cultura e il rinascimento, durante il quale si ebbe non solo un grande fiorire delle arti ma anche un'enorme espansione degli orizzonti, dovuta alla scoperta di nuovi mondi e alla caduta di alcuni connessi pregiudizi, che fece da preludio alla nascita della scienza moderna. Da allora la nostra conoscenza e padronanza della realtà esterna — di ciò che è attorno e fuori di noi — è enormemente aumentata, non sempre però con esiti positivi per il benessere e l'evoluzione umana, perché l'uomo si è trovato a maneggiare forze assai potenti e potenzialmente pericolose, senza che la sua consapevolezza e responsabilità si siano accresciute di pari passo. Si è dunque creata una disarmonia tra il grado di evoluzione esteriore e il grado di evoluzione interiore che è adesso il momento di riequilibrare.

La scienza è il grande potere della nostra epoca, nel bene e nel male, nell'avanzamento tecnologico e nella distruzione ambientale; nel corso degli ultimi tre, quattro secoli essa ha gradualmente soppiantato la religione assumendosi l'incarico di esprimere una nuova verità, alternativa a quella delle scritture e delle dottrine, al punto che la verità scientifica è divenuta l'unica oggi universalmente riconosciuta su questo pianeta, per altro diviso da mille ideologie, poteri, culture e teologie. La scienza moderna ha indubbiamente molti meriti, non ultimo quello di aver gettato le basi per una visione oggettiva e condivisa della realtà, ma non è scevra da limiti, i principali dei quali sono, secondo la nuova cultura: la mancanza di una visione globale, olistica; il trascurare l'importanza della coscienza, che rappresenta l'aspetto centrale dell'uomo; l'essere troppo piena di sé, al punto da aver talvolta creato atteggiamenti dogmatici e chiusi.

La scienza ha diretto finora la sua ricerca prevalentemente sulla realtà esteriore, senza studiare la natura del conoscitore stesso, la dimensione essenziale e interiore della coscienza che anima lo scienziato come ogni altro essere umano. Ne deriva una scienza priva di coscienza che mette in pericolo la sopravvivenza della specie umana e dello stesso pianeta che la ospita.

Come ben sappiamo dalla storia, anche recente, l'impatto di scoperte scientifiche e invenzioni tecnologiche dipende non solo dalle loro caratteristiche intrinseche, ma anche e soprattutto dall'uso che ne viene fatto. Così come nel campo della chimica si producono energia e medicinali ma anche bombe e sostanze inquinanti, nel campo delle comunicazioni di massa possiamo avere formidabili strumenti di evoluzione, di crescita individuale e sociale ma anche di manipolazione e di condizionamento. Se è vero che poi l'uso viene deciso in sede politica o economica, è anche vero che gli scienziati non sono privi di responsabilità a riguardo. Chi si dedica a studiare nuovi virus, armi atomiche sempre più distruttive, processi chimici inevitabilmente inquinanti, non può ripararsi dietro il facile alibi della neutralità della scienza. Il mito positivista che lo scienziato svolga un asettico ruolo super partes di mero osservatore obiettivo della realtà è ormai ampiamente sfatato. Ogni scienziato deve assumersi le proprie responsabilità e accettare il fatto che tutto ciò che crea avrà una qualche influenza, positiva o negativa, sull'umanità e sul pianeta. Anche una semplice ipotesi o teoria è tutt'altro che neutra e lo studioso, e l'intellettuale in genere, in quanto creatore di idee, e per di più autorevole, diviene inevitabilmente co-sceneggiatore del continuo processo di costruzione sociale della realtà. Per questo gli esploratori del "nuovo rinascimento" non dovranno limitarsi a solcare gli oceani sostenuti dalle loro navi, ma anche nuotare nudi nel mare delle proprie emozioni; gli scienziati non dovranno soltanto usare il telescopio per scrutare i cieli, ma imparare a rivolgere la loro osservazione anche verso se stessi, per conoscere le costellazioni dell'animo umano, la luce della consapevolezza, le meravigliose potenzialità sensoriali e extrasensoriali del proprio corpo.

 

Spiriti liberi e libertà di scelta

Nessun movimento culturale o religioso tradizionale ama che i propri seguaci attingano più di tanto ad altre fonti, estranee alla propria tradizione. Ciò è anzi considerato spesso una grave colpa e in passato portava addirittura all'espulsione, se non a sanzioni più gravi. Liberi pensatori, ricercatori del vero, spiriti liberi non erano certo ben visti e non era affatto pensabile raccogliere idee e metodi qua e là senza legarsi all'una o all'altra ideologia, partito, dottrina, cultura. Valeva la legge del "tutto o niente" per cui era necessario "legarsi a vita" ad un certo sistema di idee, così come ci si legava a vita nel matrimonio. E guarda caso, nel primo come nel secondo caso, non era quasi mai l'individuo a scegliere quali valori o credenze adottare o quale persona "sposare", ma altri più in alto di lui: la famiglia, lo stato, la chiesa. Scegliere da solo — nella religione come in altri campi — era eresia, punita anche molto severamente (l'inquisizione insegna).

Oggi, almeno in occidente, si stanno affermando modelli più fluidi nei rapporti umani e lo stesso avviene nel campo delle scelte religiose, politiche e filosofiche; c'è ancora una parte conservatrice della società che non vede di buon occhio queste trasformazioni e questa libertà di scelta, ma il trend appare inarrestabile.

Il concetto di libertà di scelta or ora affrontato richiama alla mente quello di "spirito libero", una espressione assai bella e pregnante, molto in auge nel secolo dei lumi, e poi passata di moda. La cultura emergente della nuova era la riabilita di fatto, in una veste più attuale.

Spirito libero va inteso, prima di tutto, come "essere padroni della propria vita, liberi di seguire la propria strada e realizzare al meglio il prezioso potenziale che risiede in ogni essere umano". Vuol dire anche avere il coraggio e la disponibilità di esplorare con mente aperta e spirito di avventura le varie dimensioni dell'esistenza, imparare da esse, gioirne e condividere con altri i vissuti e le esperienze. E ancora, spirito libero è colui che intende vivere un esistenza il più possibile libera da dogmatismi e volta a scoprire il suo vero sé, spogliandosi dai condizionamenti che la società gli ha inoculato; incontrare gli altri senza più maschere e corazze, ipocrisie e strategie, riscoprendo il piacere di mostrarsi per ciò che si è, niente di più, ma neppure niente di meno:

Gli spiriti liberi sono sempre esistiti, ma al giorno d'oggi vi sono condizioni per cui possono sbocciarne più che in ogni altra epoca, ad iniziare dal fatto che è possibile uscire allo scoperto senza dover rischiare il rogo. Si tratta di individui che hanno deciso di vivere in modo più consapevole e responsabile la globalità corpo-mente-cuore-spirito. Gli spiriti liberi della nuova era non sono interessati a fare i ministri del culto, i leader politici, o i pastori in cerca di anime; essi desiderano semplicemente vivere la loro vita e condividere pariteticamente se stessi e le loro esperienze, imparando dagli altri non meno di quanto insegnano. da tutti abbiamo da imparare, a tutti possiamo insegnare qualcosa, la vita è un processo basato sugli scambi reciproci: di conoscenza, di amore, di energia, di denaro; non esistono scambi unilaterali, in cui solo uno dà e l'altro riceve, in realtà vi è sempre reciprocità. Quando si diviene consapevoli di ciò e si riesce a cogliere i messaggi che gli altri ci inviano, siamo pronti per fare a meno di organizzazioni, sette e guru e possiamo apprendere direttamente dalla vita, onorando chiunque incontriamo come un grande maestro (anche se talvolta può trattarsi di un maestro suo malgrado, cioè niente affatto consapevole che ci sta insegnando qualcosa).

Questo è il cuore della eutopia della nuova era: la piena fioritura della individualità (riscoprirsi responsabile e maestro di se stesso) parallelamente ad un pieno sviluppo e apertura dei rapporti con gli altri (essere aperti agli altri e trarre da ognuno insegnamento). Il tutto con armonia, procedendo cioè su entrambi i poli, senza ignorare gli altri, senza dimenticare noi stessi.

Gli spiriti liberi della nuova era non sono anarchici o solipsisti: credono all'utilità della vita sociale, non vogliono fare a meno delle istituzioni, ma auspicano una società in cui le istituzioni siano flessibili e al passo coi tempi, e soprattutto siano al servizio del cittadino, e non viceversa, come finora invece è avvenuto (e in Italia più che altrove).

La società dal suo canto non deve però limitare quelli che sono percepiti come diritti individuali fondamentali, e che sinteticamente esemplifichiamo di seguito:

Diritto di: 

- ESSERE ciò che si è, nel pieno rispetto della propria unicità;

- VIVERE la propria vita, seguire la propria strada e non quelle tracciate da altri;

- AMARE chi e come si vuole, senza vincoli né condizioni;

- ASSAPORARE al meglio il proprio soggiorno sul pianeta Terra;

- CRESCERE continuamente, senza alcun traguardo definitivo;

- RIDERE di se stessi e PRENDERE la vita con allegria;

- IMPARARE da ogni cosa e da ognuno;

- RIFIUTARE ciò che non ci piace, dire di no a chi vuole manipolarci;

- PENSARE con la propria testa;

- SBAGLIARE senza drammatizzare;

- APRIRSI al sentire, accettando le proprie sensazioni fisiche, le emozioni, i sentimenti;

- CREDERE nei sogni e impegnarsi a realizzarli;

- RAPPORTARSI alla pari con chiunque, considerando ogni essere umano dotato di pari dignità;

- COMUNICARE senza maschere, con spontaneità e apertura;

- GODERE del proprio corpo, amandolo, rispettandolo e onorandolo come un tempio dello spirito;

- AGIRE in base alla propria coscienza, senza naturalmente fare del male a nessuno;

- MANIFESTARE chiaramente ciò che si desidera, senza pudori, vergogne, paure;

- CONOSCERE a fondo se stessi, affrontando anche i lati oscuri della personalità;

- ECCELLERE senza competere;

- VIVERE LA SPIRITUALITA' senza intermediari, sette, organizzazioni.

 

Dal moralismo alla consapevolezza

 Un altro tema su cui i valori necessitano di una profonda revisione è quello della morale. Come hanno ben evidenziato la psicologia dell'età evolutiva e la pedagogia, il bambino ha bisogno, nell'infanzia, di regole semplici e ferme su ciò che è permesso o vietato fare; tuttavia, man mano che cresce è sempre più in grado di discriminare tra diverse gradazioni e sfumature e le regole possono — anzi debbono — farsi meno schematiche, meno rigide, mentre aumenta la possibilità per l'individuo di esercitare il suo libero arbitrio e la sua autonomia. Più si va verso l'età adulta più dovrebbe crescere l'autonomia, e ciò vale sia per l'individuo che per le società: l'umanità di oggi, almeno in occidente, è molto diversa da quella di mille o anche solo cento anni fa e non è pensabile utilizzare la stessa forma di morale che vigeva allora. Se per l'adulto si continua a far valere le stesse norme morali applicate al bambino, quell'adulto non crescerà mai, rimarrà in un costante stato di dipendenza e di immaturità, oppure sarà spinto alla ribellione, come difatti è avvenuto a livello di massa durante gli anni '60 e come continua ad avvenire nel rapporto genitori-figli in molte famiglie ancora rigidamente ancorate al passato.

Man mano che l'individuo e l'umanità evolvono, il retto agire nasce sempre più dalla consapevolezza, non dal moralismo. Consapevolezza significa evitare di far male a chicchessia, uomo o animale, non per paura di riprovazione sociale o di punizioni "divine" ma perché ci si sente collegati ad ogni essere e nuocergli sarebbe come far male a noi stessi: chiunque abbia il cuore aperto lo sa per esperienza, lo sente empaticamente dentro di sé. Dunque è questa la direzione verso cui propende la nuova cultura: sviluppare la consapevolezza e l'apertura del cuore — l'agire morale viene come conseguenza (qualcosa di molto simile al messaggio evangelico).

 

Bisogni umani e falsa morale

 Finora il comportamento umano è stato scisso dualisticamente in bene e male, in base a modelli ideologici e religiosi adottati per lo più dogmaticamente; ciò ha prodotto distorsioni e paradossi molto gravi nell'esistenza delle persone, che hanno dovuto accettare molte idee innaturali; ad esempio quella di considerare la sofferenza un valore e la gioia un disvalore; o ancora: il controllare e reprimere emozioni e sentimenti un valore e l'esprimerli apertamente un disvalore; o anche: l'identificare il lato femminile dell'essere umano con il male e il lato maschile con il bene etc.

Perfino i bisogni umani primari sono stati dualisticamente scissi in buoni e cattivi, creando così un grave conflitto interiore in ogni individuo, che da un lato avverte in sé certe esigenze e dall'altro si trova a doverle rinnegare, reprimere, nascondere. Ciò ha prodotto conseguenze disastrose, cento, mille volte peggiori di quanto sarebbe potuto avvenire lasciando libero corso ai cosiddetti "bisogni cattivi": a causa della repressione del bisogno sessuale, ad esempio, si sono create le condizioni per le nevrosi, le perversioni e le violenze; più in generale si può dire che ogni forma di violenza, da quella individuale o di gruppo fino alle guerre, derivano in buona parte da una aggressività che non viene agita e sfogata nel quotidiano e che quindi si accumula fino ad esplodere. Analogamente, le remore sociali che ostacolano la libera espressione delle emozioni, hanno prodotto e producono conseguenze assai nefaste che vanno dalla superficialità delle relazioni interpersonali fino alla manifestazione psicosomatica dei blocchi emozionali, sotto forma di malattie più o meno gravi.

Oggi, conoscendo gli errori del passato e avendo compreso meglio il funzionamento della psiche umana, appare evidente che i bisogni non si possono negare, perché fanno parte indissolubile dell'uomo, sono ciò che ci lega alla vita. Che si riferiscano al corpo, alla mente, alle emozioni o allo spirito, essi sono noi. Anche ammesso, per assurdo, che ve ne sia qualcuno negativo (e la cultura emergente lo esclude nel modo più assoluto), i bisogni — quelli veri, primari, non quelli indotti dalla pubblicità o dal condizionamento sociale in genere — sono indistruttibili; al massimo si possono deviare o alterare, mai annullare: uno dei principi base della scienza dice infatti "nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma", e questo è valido non solo per il mondo fisico ma anche per la realtà interiore. Ostinarsi a scindere i bisogni in buoni e cattivi e a reprimere una delle due metà è veramente sciocco e antiscientifico: nessuna forza può essere repressa per sempre, e prima o poi esploderà o troverà uno sfogo, magari peggiore di quello che si temeva. Infatti, secondo la psicoterapia moderna, la maggior parte dei comportamenti negativi — ad es. drogarsi o fare violenza ad altri, per non parlare di tutte la gamma delle perversioni sessuali — è il frutto di un bisogno distorto, di un bisogno che, allo stato "naturale" produrrebbe azioni di altro genere (ricerca di affetto, sfogo momentaneo di rabbia) ma che, a lungo represso, porta l'individuo a cercare inconsciamente soddisfazione lungo canali tortuosi, spesso antitetici a quelli naturali. La soluzione corretta, secondo la nuova cultura, è di fornire alternative positive, non di proibire tout court certi bisogni. La gran parte dei comportamenti "negativi" esistenti al mondo, sono stati creati dall'uomo stesso: il tentativo di sfuggire il male (ciò che si credeva male) ha finito per creare realmente il MALE.

Bisogna dunque riconsiderare attentamente la questione dei bisogni umani, depurandola da quei pregiudizi culturali, religiosi e ideologici che, lungi dal risolverla, l'hanno non poco complicata. E' la negazione dei bisogni naturali dell'uomo che ha portato, più di ogni altra cosa, a creare le maschere, a nascondere il vero Sé, come vedremo tra poco

 

Il nuovo gioco dei rapporti umani

Per quanto taluni accusino la nuova cultura di eccessivo individualismo e scarsa attenzione al sociale, essa mostra in realtà una grande attenzione al tema delle relazioni umane. Anche in questo campo, però, si assiste ad una profonda critica delle modalità tradizionali di relazione, basate sul bisogno, sul possesso, sulla dipendenza, sulla immutabilità, sugli schemi prefissati, puntando verso nuovi modelli, improntati alla sfera dell'essere, dei sentimenti, della libertà, della spontaneità. Si sottolinea inoltre l'importanza che le relazioni possono avere sul piano della autoconsapevolezza e della crescita personale, non solo in quanto forniscono occasioni di confronto e di scambio, ma anche e soprattutto perché ci permettono di scoprire tramite l'altro aspetti di luce e di ombra che ci appartengono ma di cui non siamo consapevoli, o perché li abbiamo rinnegati e rimossi, o perché ancora non abbiamo avuto la possibilità di scoprirli. Inizieremo dal primo ambito: il passaggio della relazione dalla sfera dell'avere a quella dell'essere.

Nella cultura tradizionale le relazioni sono state per millenni caratterizzate soprattutto dai seguenti quattro aspetti:

a) grande attenzione all'aspetto utilitaristico, cioè ai bisogni materiali che esse potevano soddisfare — si pensi al matrimonio, non solo come modo per creare le condizioni materiali per accudire la prole ma anche e soprattutto come strumento per alleanze politiche, militari o economiche;

b) ricerca della stabilità, una stabilità possibilmente "a vita", e questo non solo nel matrimonio, ma anche in altre relazioni, come ad esempio quelle lavorative (il lavoro fisso).

c) impostazione gerarchica a tutti i livelli, dalla famiglia al mondo del lavoro fino al rapporto tra cittadino e stato.

d) formalità nella comunicazione: si pensi alle famiglie di solo cinquant'anni fa in cui si dava del lei o del voi ai propri genitori o agli ambienti lavorativi che in molti casi mantengono tutt'oggi un codice di comportamento assai formale.

La cultura della nuova era ha un atteggiamento critico verso tutti i suddetti aspetti, derivanti dalla cultura patriarcale e dall'enfasi sull'avere, e propone un loro bilanciamento, dando adeguata considerazione anche alla sfera dell'essere: l'utilità deve lasciare spazio anche all'affettività, pena uno svuotamento di senso; la stabilità deve fare i conti con la fluidità, suo aspetto complementare, per non trasformarsi in rigidità, come di fatto finora è avvenuto; la gerarchia va manifestata come organizzazione e non come prevaricazione; la formalità deve aprirsi alla spontaneità.

Questi, in sintesi, i principi generali di quella che potremmo chiamare una rivoluzione della relazione. Entreremo adesso un po' più nel dettaglio e approfondiremo alcuni di questi aspetti, in particolare il terzo e il quarto, dato che i primi due sono già stati in qualche modo trattati nei precedenti paragrafi.

 

Elogio della spontaneità

Nella nuova concezione delle relazioni risulta centrale il ruolo della comunicazione, in particolare il passaggio dalla comunicazione tradizionale, incentrata sulla formalità e l'ipocrisia, ad una espressività più libera e spontanea.

Quando ci presentiamo a qualcuno, o qualcuno si presenta a noi, è prassi comune usare espressioni del tipo: "sono un medico, sono un avvocato, una casalinga, un cattolico, un progressista, un commerciante, uno studente; sono il figlio di... l'amico di... etc. etc. In effetti alla domanda "chi sei" ci si aspetta in genere che uno dichiari la propria qualifica professionale, il proprio status e ruolo, le proprie credenziali sociali insomma. In tal modo siamo incasellati in determinate categorie esteriori di facile comprensione, che però nulla esprimono della nostra essenza, degli aspetti più veri, più umani e profondi di noi. Anche quando ci troviamo coinvolti in relazioni più informali siamo spesso ben lontani dalla piena spontaneità: ci comportiamo cioè non tanto come ci sentiremmo di fare, ma nel modo che pensiamo ci garantisca maggiore considerazione e accettazione da parte degli altri, in una parola ci mascheriamo per sembrare migliori di quanto crediamo di essere.

La maggior parte delle persone comunica per tutta la vita da maschera a maschera, senza neppure sospettare che vi siano altre possibilità. Fin dall'infanzia abbiamo imparato — chi più chi meno — a comunicare in modo controllato perché in questo modo avevamo più possibilità di ottenere la considerazione che desideravamo: in fin dei conti, ciò che voleva la nostra famiglia, la scuola e la società in genere era che ci comportassimo in un certo modo, e se quel modo non corrispondeva al nostro essere e al sentire interiore del momento, non rimaneva che fingere per far contenti tutti e ricevere quell'approvazione che tanto desideravamo. Crescendo, la musica non è cambiata, perché anche da adulti la spontaneità, salvo rari casi, è assai poco apprezzata, quando non penalizzata severamente. Siamo quindi talmente abituati a fingere che non ci sembra più neppure di farlo, e diciamo a noi stessi: "questo sono io", mentre invece dovremmo dire: "questa è la maschera che indosso da così tanto tempo che ormai mi identifico con essa". Perfino nel rapporto di coppia, in cui più che altrove vorremmo e dovremmo "metterci a nudo", riusciamo al massimo a denudare i corpi, ma molto più difficile è mettere a nudo l'anima: dopo che per anni ci siamo nascosti dietro false apparenze non è possibile denudarsi a volontà da un momento all'altro.

L'uomo non è l'unico essere vivente in grado di alterare profondamente il rapporto fra l'essenza e l'apparenza: questo lo fanno anche alcune piante e animali; è però l'unico in grado di ingannare se stesso. Un camaleonte sa benissimo, in ogni momento, chi è: anche quando si trasforma e sembra una pietra, lui sa benissimo di essere un camaleonte, e lo stesso vale per una pianta carnivora; l'uomo invece, a forza di mentire agli altri, finisce per ingannare anche se stesso e scordarsi chi è, identificandosi con il personaggio che ha scelto di impersonare.

Il sociologo Ervin Goffman (1969), che ha dedicato la sua vita ad indagare questo campo, descrive la vita sociale dell'uomo come una sorta di continua rappresentazione teatrale e anche altri autori hanno evidenziato questo aspetto — basti pensare a Shakespeare o a Pirandello — considerandolo connaturato all'uomo. La cultura della nuova era non considera la maschera come qualcosa di connaturato, ma solo la conseguenza di una cultura basata sulle apparenze e sul non rispetto della natura interiore e unica di ogni individuo. Non viene negato che vi siano alcuni aspetti della natura di ogni individuo che debbano essere educati e anche controllati, affinché sia possibile la convivenza sociale; il punto è che tale controllo da parte della società è andato troppo oltre, dando vita in molti casi non ad un uomo sociale, ma ad una marionetta sociale. Il fatto che la parola "persona" nel suo significato originale volesse dire "maschera" la dice lunga sul come la società abbia finora apprezzato e premiato più l'apparire che non l'essere.

A forza di identificarci con personaggi esterni e ideali altrui finiamo per dimenticare chi siamo, per perdere il contatto con le nostre più intime aspirazioni, con quel nucleo dell'essere che ci distingue da tutti gli altri esseri umani e ci rende unici. Il punto nodale per poter essere davvero se stessi è quindi riuscire a fare a meno delle apparenze: solo quando ci si accetta così come siamo — la parte forte così come quella fragile di noi, quella brillante e quella opaca — è possibile essere onesti con se stessi e quindi aprirsi agli altri ed esprimersi con sincerità e spontaneità. E spontaneità significa accettare e poi esprimere apertamente ciò che si sente dentro: se gioia, gioia, se tristezza, tristezza, se rabbia, rabbia.

Comprendere che il proprio essere non è l'abito o la maschera, ma qualcosa di molto più ampio e complesso è, non a caso, uno dei punti su cui maggiormente insistono gran parte dei metodi di autoconoscenza e sviluppo del potenziale umano. A tal fine è necessario disimparare molto di ciò che ci è stato insegnato, smettere di mostrarci diversi, di non rivelare i nostri veri stati d'animo, i nostri pensieri, smettere di atteggiarci al sorriso quando invece vorremmo urlare di rabbia, di mostrarci indifferenti quando vorremmo saltare di gioia, di dire "non è niente" quando invece siamo stati feriti e via dicendo.

Naturalmente, accettarsi come siamo non vuol dire indulgere nei propri limiti e difetti, ma piuttosto riconoscerli ed ammetterli a se stessi invece di nasconderli, di camuffarli dietro lustrini e paramenti. Come si possono trasformare in luce le proprie ombre se neghiamo a priori la loro esistenza? E se anche ne siamo consapevoli, come possiamo avvicinarle se ce ne vergogniamo, se ci condanniamo e ci flagelliamo per ciò che siamo? Essere umani vuol dire essere imperfetti, dunque non rimane che accettarlo: solo così si può crescere, evolvere; è molto meglio un essere imperfetto che ammette ciò che è piuttosto di uno che ostenta una perfezione fasulla di plastica e cartapesta. Anche perché solo il primo si impegnerà a crescere: il secondo crede di non averne bisogno, in fin dei conti, grazie alla maschera, egli appare già realizzato.

Certo, se decidiamo di spogliarci dei nostri gusci scopriremo in noi non solo luce, bellezza e amore, ma anche qualche ferita non ben cicatrizzata, qualche ombra, alcuni aspetti del nostro essere forse un po' vulnerabili, immaturi, poiché li abbiamo segregati fin da piccoli dietro queste protezioni, non consentendogli così di fare esperienza e crescere, ma la posta in gioco val bene questo rischio. Per di più, se invece di condannarli con severità (e paura) accettiamo queste ferite e questi lati di noi con benevolenza, come accetteremmo la tenera, fresca immaturità di un bambino, avremo la piacevole sorpresa di scoprire che anch'essi assolvono ad uno scopo esistenziale e che siamo pienamente in tempo a farli crescere anche adesso, qualunque sia la nostra età. Non è mai troppo tardi per essere davvero se stessi e scoprire che dietro le maschere non ci sono mostri, ma esseri umani veri, assai più belli, proprio perché veri, di quelle false facciate che ci sforziamo di rappresentare sul palcoscenico dell'esistenza (cfr. per ulteriori approfondimenti: E. Cheli, Dietro le maschere alla scoperta di se stessi, ed. Compagnia degli araldi).

 

Dalla critica all'apprezzamento

Un altro aspetto su cui la cultura emergente insiste molto è quello dell'apprezzamento, al quale andrebbe dedicato più spazio nelle relazioni umane: dovremmo imparare a vedere il bello che c'è negli altri e anche in noi stessi e dovremmo avere la spontaneità di esprimerlo apertamente. Ma per farlo è necessario per prima cosa liberarsi di alcuni pesanti e antichi condizionamenti: siamo infatti figli di una cultura molto più attenta a ciò che va male piuttosto che a ciò che procede correttamente, pronta a sottolineare ogni più piccolo errore ma non altrettanto a riconoscere i meriti. Questo atteggiamento eccessivamente critico e severo è uno dei massimi responsabili della tendenza a nascondersi dietro maschere.

Fin da piccoli, la società ci abitua a dare e ricevere più critiche che apprezzamenti: ciò che è bello e lodevole, si dà spesso per scontato, dovuto, mentre si tende a condannare ciò che non va, che non piace, che si vorrebbe cambiare. Non a caso la parola "critica" è diventata sinonimo di "visione negativa", mentre dovrebbe significare semplicemente "commentare". E' molto facile sembrare intelligenti semplicemente attaccando, trovando il pelo nell'uovo. Chiunque è bravo a trovare il pelo nell'uovo, perché nessuno è perfetto, anche nel più bel quadro di Raffaello, nel più bel concerto di Mozart, nel più bel romanzo di Flaubert, si possono trovare uno o più "difetti". Evidenziare i difetti è considerato qualcosa di molto importante dalla nostra società, imperniata sulla stigmatizzazione dell'errore, del peccato; eppure la moderna psicologia ha dimostrato che le persone imparano meglio se vengono rinforzati e premiati i loro comportamenti positivi piuttosto che rimarcando e punendo quelli negativi.

Siamo fin troppo abituati a fare e ricevere critiche mentre assai più raramente riusciamo a vedere il positivo e a comunicare agli altri (se non per vacui complimenti di facciata) il nostro apprezzamento per ciò che essi sono o per ciò che fanno; analogamente, ci sentiamo in imbarazzo e ci scherniamo se qualcuno esprime apertamente il suo apprezzamento per noi o per il nostro operato. Questa abitudine culturale ha prodotto e produce un pericoloso disequilibrio, giacché entrambi i poli sono necessari allo sviluppo e al benessere dell'uomo: umiltà e autostima, critica e apprezzamento. Inoltre le critiche, oltre ad essere nettamente prevalenti, sono spesso distruttive anziché costruttive, nel senso che vengono espresse in modi che tendono più a drammatizzare, ferire e umiliare che non a aiutare l'altro a prendere consapevolezza e migliorare certi lati della sua personalità o del suo operato. Basti pensare al fatto che a scuola il punteggio va a scalare invece che a crescere o che si usa sottolineare solo gli errori, mentre nessuno ha mai pensato a sottolineare (magari con una matita verde invece che rossa) quelle parti del lavoro dello studente che si giudicano particolarmente belle, ben fatte, encomiabili.

La cultura della nuova era propende per una inversione di tendenza in questo pernicioso processo, sottolineando l'importanza di vedere e apprezzare il positivo negli altri come pure di imparare ad aprirsi al loro apprezzamento nei nostri confronti senza vergogna o inutile modestia. A tal fine vengono proposte, in alcuni seminari esperienziali, situazioni ed esercizi che invitano i partecipanti a provare nuovi e più positivi modi di vedere gli altri e di comunicare con loro.

Il "gioco dell'apprezzamento" è stato molto significativo (...) E' stato bello aprirsi agli altri e vedere il bello negli altri e nello stesso tempo vedere il bello anche dentro di me. Ho capito che ognuno di noi ha bisogno di conferme e che probabilmente, in percentuali diverse, ognuno di noi soffre un po' di quel senso debilitante di inadeguatezza che io non avevo mai accettato e che mi faceva nascondere in quella modesta ragazza che non eccelle in nulla ma non è neppure da buttare via. Non è facile accettare l'idea di non essere all'altezza del "sé ideale" e quindi è molto più semplice mantenere una determinata idea fissa di chi siamo, magari meglio se mediocre, che ci protegga dalle polemiche e dai giudizi. Fin quando un bel giorno sia apre uno squarcio, una lacerazione nel tessuto dell'illusione. Ed è proprio al momento della consapevolezza che dobbiamo agire.

Finalmente, grazie agli esercizi fatti, ho capito che le persone non sono sempre lì a criticarti, giudicarti in negativo, ma sono capaci anche di apprezzarti così come sei, semplicemente, senza dover dimostrare nulla.

Uno dei partecipanti, con cui ho sì e no scambiato due parole fino ad ora, viene verso di me e mi comunica senza troppi preamboli che mi stima ed ammira molto per ciò che sono e che riesco ad esprimere. Non sono abituato ai complimenti, specie se sinceri, ma stavolta sono abbastanza consapevole da non far scattare le chiusure automatiche e i giudizi della mente: semplicemente rimango aperto e respiro le sue parole e l'energia amorevole che mi comunica. Ci abbracciamo in silenzio. Non sento di dover dire niente, di rispondere alcunché al suo messaggio: non richiede alcuna risposta, solo accettazione. Non provo alcuna vanità, solo commozione, per la mia e la sua apertura e spontaneità. Ormai so, grazie a questi momenti di consapevolezza espansa, che in ognuno di noi c'è una gran luce, una gran bellezza, ognuno è luminoso e bello a modo suo; si tratta solo di riscoprirlo ed esprimerlo. Non solo inizio ad aprirmi agli apprezzamenti, ma man mano che vado avanti nel percorso e mi disidentifico dalle mie maschere anche le critiche che mi vengono, talora, mosse divengono più tollerabili, perfino bene accette, se motivate da un sincero spirito di condivisione e confronto.

 

Per una riscoperta del contatto corporeo

Parallelamente al recupero della spontaneità e dell'apprezzamento, va sottolineata anche un'altra importante dimensione della comunicazione: quella corporea. Le parole infatti non sono l'unico veicolo né il più incisivo all'interno di una relazione, e specialmente nell'esprimere le emozioni e i sentimenti è indispensabile fare ricorso anche al linguaggio del corpo. Nella cultura della nuova era il contatto corporeo e l'abbraccio non vanno circoscritti alla comunicazione tra amanti o tra genitori e figli ma estesi anche alle altre relazioni, per conoscere meglio l'altro e creare un clima di sintonia e fratellanza tra le persone. Tuttavia, il contatto corporeo e l'abbraccio sono assai poco frequenti, perfino tra amici e parenti, e anche quando ci si abbraccia lo si fa in modo frettoloso, sfuggente, con il minimo di contatto fisico e di durata, quasi a manifestare una paura della dimensione corporea.

Tutta colpa di alcuni tabù sociali, che limitano il contatto corporeo a poche intime, situazioni, riservando l'abbraccio al partner, a figli e genitori e a pochi altri soggetti. E' improbabile nella nostra società abbracciare una persona che incontriamo per la prima volta e se lo facessimo potremmo imbarazzare non poco l'altro e incuriosire gli eventuali osservatori (eppure, presso alcuni popoli è proprio l'abbraccio la forma appropriata di saluto). E non solo non si "devono" abbracciare gli estranei, ma spesso neppure i conoscenti, se non in particolari situazioni altamente emotive e ritualizzate quali ad esempio matrimoni, funerali, vittorie sportive. Ed anche laddove è consentito o tollerato, raramente ci si abbraccia con pienezza e spontaneità: l'abbraccio è il più delle volte frettoloso e con un contatto fisico limitato alla parte superiore del corpo, col bacino inarcato all'indietro, badando bene a non far toccare la pancia e tanto meno i genitali. Se poi coloro che si abbracciano sono due individui di sesso maschile, sia pure padre e figlio o due fratelli, si nota che l'abbraccio — peraltro raro — è spesso appena accennato, energico piuttosto che affettuoso, e non privo di imbarazzo.

Secoli e secoli di culture e religioni repressive nei confronti del corpo e della sessualità hanno portato la maggior parte delle persone a credere che tutto ciò che è contatto corporeo — abbraccio compreso — sia automaticamente sessuale, producendo così persone non solo sessualmente represse, ma anche "malnutrite" sul piano affettivo, è ciò è forse ancor più grave. A partire dagli anni '60 ha preso il via, come abbiamo visto, una profonda rivoluzione nei costumi, che ha in parte riabilitato e liberato la sfera sessuale; tuttavia è rimasta quasi intatta l'idea che l'abbraccio sia sempre associato in qualche misura al sesso. Ciò però non è necessariamente vero: tutto dipende dall'atteggiamento interiore di coloro che si abbracciano; certo, in passato la sessualità era talmente repressa che un qualsiasi contatto corporeo poteva suscitare eccitazione, ma ciò era una conseguenza, appunto, del clima repressivo, non certo una valenza intrinseca dell'abbraccio. Il corpo non esprime solo sesso, ma molto, molto di più, e con un abbraccio si possono comunicare e condividere emozioni, sentimenti, gioia di vivere, compassione, calore umano, amore filiale, amicizia, senso di fratellanza e tante altre cose che non hanno niente a che vedere col sesso e che rappresentano aspetti tra i più belli e nobili della natura umana.

Quanti figli e genitori sono stati privati e continuano a privarsi della bellezza e del potere benefico del contatto corporeo e dell'abbraccio in nome di anacronistici tabù. Quante persone evitano per analoghi motivi il contatto umano coi loro simili, contatto che pure è riconosciuto dagli studiosi come uno dei bisogni fondamentali dell'uomo.

Ad ogni modo non sono solo i tabù sessuali che ci precludono l'abbraccio: vi sono anche le nostre paure e diffidenze verso gli altri, che spesso immaginiamo potenzialmente ostili o comunque maldisposti nei nostri confronti. Molte persone hanno una visione del mondo come di un luogo ostile, pericoloso, dove è bene fidarsi di pochissime persone, tenendo le distanze da tutti gli altri; eppure, avvicinarsi con un abbraccio potrebbe far capire, meglio di qualunque discorso, che in realtà i tanto temuti "altri" sono esseri umani come noi, con gli stessi nostri timori e bisogni. La paura dello sconosciuto, dell'ignoto è sempre stata la paura numero uno, l'origine di tutte le paure e c'è un solo modo per vincerla: avventurarsi nell'ignoto e conoscerlo, così che esso diventi "noto" e quindi non più temibile. Per tutta l'antichità e fino al XV secolo, il massimo dell'ignoto era rappresentato da ciò che poteva trovarsi oltre lo stretto di Gibilterra (le fatidiche "colonne d'Ercole"). Si fantasticò di mostri terrificanti e di pericoli d'ogni sorta, e vi credettero uomini di studio e gente di mare. Finalmente, grazie al coraggio di alcuni navigatori, quell'ignoto cessò di essere tale e la paura si tramutò in desiderio di solcare quei mari divenuti improvvisamente amici. Lo stesso accade tra persone: finché ci teniamo a distanza possiamo proiettare sugli altri le nostre peggiori paure, ma se abbiamo il coraggio di avvicinarci e conoscerli, ci rendiamo conto che sono esseri umani come noi e allora le paure svaniscono e subentra anzi un senso di familiarità, di simpatia e magari anche di amicizia.

La cultura della nuova era ritiene che i tempi siano maturi per superare vecchi tabù e ataviche paure e riappropriarsi di una modalità di comunicazione tra le più belle, naturali e complete: l'arte del contatto corporeo che, secondo alcune scuole di psicoterapia, ha un grande potere di guarigione sul corpo e sulla psiche. Grazie al geniale e coraggioso lavoro iniziato da Wilhelm Reich (uno degli allievi diretti di Freud, poi distaccatosi dal maestro) è oggi ben chiaro che corpo e psiche sono strettamente interconnessi e che una disfunzione o una carenza dell'uno si riflette inevitabilmente sull'altra. E' però anche vero che si può curare l'una attraverso l'altro, ed è questo appunto che rende il contatto corporeo uno strumento di guarigione talvolta miracoloso.

La maggior parte delle persone tuttavia non sa come iniziare e portare avanti un contatto corporeo non sessuale, non sa come usare il proprio corpo quale strumento per comunicare e scambiare calore umano, compassione, accettazione dell'altro, fratellanza, amicizia etc. Ci è stato insegnato come usare le parole, ma nessuno ci ha mai insegnato come comunicare con l'abbraccio: come esprimersi attraverso di esso e come saper "ascoltare" e capire l'altro, entrando in risonanza e in empatia con lui o lei.

Per accrescere la propria capacità di comunicazione corporea e affettiva può essere molto utile e piacevole "tornare a scuola": in questi ultimi anni molti hanno riscoperto l'importanza del contatto corporeo e dell'abbraccio frequentando gruppi e seminari di crescita personale e autoconsapevolezza e grazie ad essi hanno arricchito notevolmente la qualità dei propri rapporti con gli altri e con se stessi. E si badi bene, non stiamo parlando di seminari a scopo terapeutico, di persone in cura dallo psicologo, ma di seminari per persone "normali", consapevoli però che la normalità non è il "non plus ultra", e che si può aspirare a qualcosa di meglio.

Nei seminari di autoconsapevolezza e crescita personale, pur avendo a che fare con persone mai viste prima, si raggiunge in poche ore un grado di intimità e fratellanza perfino più intenso che con amici anche stretti, che si conoscono da anni. E' perfettamente comune in quei contesti abbracciarsi con grande spontaneità e contatto umano, sia con uomini che con donne: non ha importanza il sesso, è una questione di cuore, un contatto di anime, come ci illustra la seguente testimonianza.

Una delle cose più belle che ho imparato è proprio l'abbracciarsi e respirare assieme, per qualche decina di secondi o più. E' un'esperienza davvero rivelatrice e estremamente piacevole. Ricordo che le prime volte avevo più facilità con le donne, ma poi ho superato il senso di comprensibile imbarazzo e ho abbracciato anche gli uomini, scoprendo che anche con loro potevo provare un analogo sentimento di amore; un amore del cuore, un senso di fratellanza e unione tra esseri umani.

 

Sesso, amore e spiritualità

La nuova cultura è molto attenta anche a migliorare la qualità della sessualità, non tanto in direzione di un aumento delle prestazioni o della frequenza dei rapporti, ma piuttosto in direzione di una maggiore sacralità, intimità, pienezza. La sessualità viene insomma vista non solo come fonte di piacere fisico ma anche di benessere dell'anima.

Come abbiamo detto in precedenza, la sessualità è stata per secoli repressa e distorta, confinata ad una mera funzione riproduttiva e solo nell'ambito del matrimonio. Parallelamente i modelli di rapporto uomo-donna sono stati improntati al dominio del primo e alla sottomissione della seconda. Ciò ha portato gli uomini ad enfatizzare gli aspetti maschili, rudi e forti, della loro personalità, reprimendo quelli femminili della sensualità, sensibilità, emotività, dolcezza; analogamente le donne hanno enfatizzato aspetti quali la seduzione e la remissività (gli unici che gli davano un minimo di riconoscimento sociale e di potere) e hanno represso la loro parte maschile: lo spirito di iniziativa, la capacità di chiedere, di manifestare il proprio piacere, di verbalizzare le proprie idee.

Anche se molti ritengono la donna l'unica vittima, questa situazione ha penalizzato profondamente entrambi, maschi e femmine: la donna è stata privata del rispetto, dell'espressività e del piacere fisico, ma all'uomo non è andata meglio perché ha perso la sensualità e l'amore — il piacere di aprirsi all'amore, di darlo alla propria compagna e di riceverlo. E quando parliamo di amore non ci si riferisce a quelle forme di pseudo-amore che mascherano dipendenza, lussuria, bisogno di sicurezza o altro, ma all'amore che scaturisce dal cuore, all'amore incondizionato.

Con la rivoluzione sessuale degli anni '60 questa situazione, cristallizzata da secoli, si è improvvisamente e rumorosamente sgretolata, almeno a livello dei tabù esteriori, ma molto resta ancora da fare a livello più profondo: condizionamenti vecchi di millenni non se ne vanno da un momento all'altro. La situazione attuale è di confusione: i vecchi schemi sono saltati, ma non sono ancora state trovate alternative realmente valide. Il rischio oggi è quello di una inversione di ruoli, con la donna in posizione di predominio: molte donne hanno infatti assunto non solo posizioni di potere nella società (il che è giusto) ma anche atteggiamenti e comportamenti esageratamente maschili (e questo non fa che perpetuare la disarmonia, seppure rovesciata).

Sia l'uomo che la donna hanno in sé entrambe le polarità: vi è il femminile nell'uomo così come vi è il maschile nella donna, solo che la polarità opposta è rimasta finora nell'ombra, allo stato latente, non riconosciuta né coltivata. L'uomo ha visto per secoli come un tabù il manifestare qualità femminili come la sensibilità, la sensualità, l'emotività, la dolcezza, era un mettere in dubbio la sua mascolinità, col rischio di gravi riprovazioni da parte della società. Lo stesso è avvenuto per la donna, inconsapevole del suo lato maschile, abituata fin da piccola a ritenere la forza, la determinazione, l'autonomia e il distacco come aspetti di esclusiva pertinenza dell'uomo.

Oggi si sta prendendo sempre più consapevolezza di questa compresenza del maschile e del femminile in ogni essere umano, a prescindere dal sesso. E' qualcosa che non ha niente a che vedere con l'omosessualità, e riguarda l'intera umanità. E' un fatto che ormai tutte le principali scuole di psicoterapia riconoscono e che sta entrando velocemente nell'immaginario collettivo, attraverso i mass media, le mode, la musica, i canali underground di comunicazione propri dell'universo giovanile. Tuttavia, queste vie — pur utili — sono per loro natura assai superficiali: divulgano solo il concetto generale, per di più spesso distorto, ventilano l'esistenza di una nuova possibile dimensione nel rapporto tra i sessi ma non dicono niente sul come poterlo realizzare

Ecco allora un importante contributo della nuova cultura che, nella sua instancabile ricerca di antichi metodi sapienziali, ha riscoperto lo shivaismo tantrico, noto comeTantra, una disciplina mistica orientale che concilia sessualità e spiritualità. Secondo questa disciplina, non c'è in effetti alcuna reale divisione tra sessualità e spiritualità, è solo la nostra cultura dualistica che le ha separate. Entrambe sono manifestazioni della stessa energia divina: quando, nell'essere umano, questa energia ristagna in basso, nei cosiddetti centri energetici (chakra) inferiori, si ha sessualità "animale" o sessualità come dominio, ma con opportuni metodi e adeguata consapevolezza l'energia può essere liberata e fatta salire verso il cuore e i centri energetici superiori ed allora essa manifesta i suoi caratteri spirituali più belli. Per il tantra il punto non è reprimere la sessualità, ma neppure enfatizzare la promiscuità, entrambe sono vie estreme e perciò foriere di malessere: reprimendo si crea un blocco, un ristagno che non solo non migliora la situazione ma anzi la fa imputridire, dando luogo ad una vera e propria ossessione per il sesso, come ha messo in evidenza anche la psicoterapia occidentale a partire dalle intuizioni di Sigmund Freud. Enfatizzando la promiscuità, come è avvenuto negli ultimi decenni, si perde la dimensione di intimità e di sacralità: il sesso diviene un bene di consumo e il partner lo strumento del proprio piacere. L'approccio tantrico dunque non è né per reprimere né per liberare ma piuttosto per trasformare, raffinare l'energia sessuale sino a congiungerla alla dimensione spirituale.

Seguendo i principi questo antico metodo si giunge a vivere la sessualità in modo molto diverso dal solito, più dolce, affettivo e morbido. Ma soprattutto si dischiudono alcune porte interiori di grande importanza: la piena sensualità, l'Amore con la A maiuscola e infine la coscienza dell'unione, in cui l'uomo e la donna si fondono non solo nel corpo ma anche nell'anima e divengono una cosa sola .

Tutto ciò non si ottiene ovviamente dalla mattina alla sera, ma con la volontà e la pratica. Il passo iniziale è rappresentato dall'assumere un atteggiamento di profonda sacralità e rispetto per se stessi, per il partner e per l'atto sessuale; ciò non vuol dire asetticità o pudore, al contrario, vi è piena libertà di sperimentare tutto ciò che si desidera, con l'unica, fondamentale accortezza di farlo in modo consapevole e amorevole, rispettoso di sé e dell'altro. Ciò che conta infatti non è tanto ciò che si fa ma l'atteggiamento interiore con cui lo si fa: fare sesso in modi considerati spinti ma con un atteggiamento di profonda sacralità e amore è molto meglio che farlo nella posizione del missionario a luce spenta ma con la testa piena di fantasie aggressive o pornografiche.

La meta ultima del tantra è quella di incanalare e sublimare l'energia sessuale, trasformandola attraverso apposite tecniche in energia spirituale . Quando ciò avviene si sperimenterebbe una sorta di fusione cosmica, non solo con l'amato o amata ma con l'intero universo — una vera e propria "illuminazione" (per approfondimenti in materia cfr. Osho Rajneesh, Tantra, spiritualità e sesso, Ed. Rajneesh Foundation; Elmar e Micaela Zadra, Tantra, Mondadori; S. Saraswati, B. Awinasha, Sessualità e spiritualità del tantra, ed. Gruppo Futura; Barry Long, Fare L'amore, ed. Gruppo Futura).

 

La politica del terzo millennio

La politica, così come è stata finora configurata, ragiona e agisce in base al principio di separazione; possiamo anzi dire che nasce dall'idea stessa di separazione. Essa si basa infatti sulla difesa egoistica degli interessi di alcuni in opposizione a quelli di altri, in un gioco a somma zero in cui le ridotte risorse sembrano giustificare il motto mors tua vita mea. Del resto "partito" significa appunto, "di parte", e il partito che vince governa tutelando gli interessi della parte che rappresenta a svantaggio degli interessi della parte perdente. Nei regimi monarchici del passato, la parte della società che governava e faceva leggi e regole secondo i propri interessi era assai ristretta rispetto alla parte "sfruttata"; oggi, nei sistemi democratici, è la maggioranza (almeno nominalmente) che decide a svantaggio di una minoranza. Tuttavia, ciò non cambia poi nella sostanza la natura del processo, che vede comunque, seppure con toni meno accesi che in passato, una sostanziale separazione e competizione tra classi sociali, gruppi etnici, modelli culturali e via dicendo. La parola "competizione" ci riporta alla teoria dei giochi esposta in un paragrafo precedente ed in effetti, se analizziamo la politica delle attuali democrazie alla luce di tale teoria appare evidente che il modello di gioco dominante è tuttora quello che abbiamo definito "a somma zero", un gioco cioè dove solo una delle due parti vince e l'altra perde: lo stesso modello in vigore anche secoli e millenni fa, con l'unica differenza che allora la parte vincente era composta da poche famiglie (aristocrazia) e oggi è la cosiddetta maggioranza a vincere la posta in gioco. Una maggioranza non fissa, almeno in teoria (e questo è un aspetto positivo importante) ma che comunque segue un modello di relazione obsoleto. Abbiamo visto come il modello di gioco a somma zero derivi da situazioni di povertà di risorse e divenga invece, nella realtà socioeconomica attuale dell'occidente, non solo superato ma addirittura nocivo.

La cultura della nuova era, con la sua visione olistica, propende per l'unione e non per la separazione, e pertanto respinge l'idea tradizionale di politica partitica, con le diverse "parti" in conflitto tra loro, auspicando una forma del tutto nuova di governo della società, che adotti modelli più collaborativi e equi come quelli del "gioco a somma positiva" dove tutti vincono. Ciò non solo per un discorso di equità ma anche perché, come abbiamo visto al paragrafo citato, una continua competizione a somma zero svantaggia alla lunga l'intero sistema, mentre un clima collaborativo innalza i vantaggi di tutti.

Oltre al predominio del modello competitivo a somma zero, si evidenziano tre ulteriori punti deboli della politica tradizionale, anch'essi connessi alla tematica della separazione:

a) una lettura della realtà e una azione su di essa eccessivamente frammentaria, settoriale (e per realtà si intende sia quella fisica sia quella socioeconomica e culturale);

b) un approccio troppo verticistico e impositivo al tema del cambiamento sociale;

c) una carente motivazione e preparazione dei rappresentanti politici, mossi spesso più da egoismi personali che dal pubblico interesse.

Approfondiremo singolarmente questi punti nei tre paragrafi seguenti.

 

Separazione e settorialità

Si tratta di un aspetto che emerge con chiarezza osservando la divisione delle competenze all'interno dello stato e degli enti locali, che prevede una serie di ministeri (o assessorati) ciascuno dei quali ha competenza su un dato ambito o settore della realtà, suddiviso in base a criteri geografici, tematici, o funzionali; l'esame e la gestione dei problemi avviene in modo altrettanto settoriale, spesso senza alcuna visione d'assieme, e con interventi svolti quasi esclusivamente all'interno del proprio settore di competenza, senza un minimo di concertazione e coordinamento neppure con i ministeri più affini. La concertazione, quand'anche prevista, è considerata alla stregua di un optional, in nome del quale nessuno — dal politico responsabile ai vari funzionari — vuol consentire intromissioni in quella che è sentita come la propria sfera di competenza. E quand'anche ci sia, la collaborazione si ispira ad obiettivi e prospettive pur sempre settoriali, che trascurano la natura globale e interdipendente della realtà.

I dissesti di questo modo di procedere (di cui la divisione a compartimenti stagni in ministeri, commissioni, dipartimenti etc. è solo l'aspetto organizzativo più esteriore) sono sotto gli occhi di tutti ed è quindi sufficiente riferirvisi per cenni: caso emblematico, per la nuova cultura, è il dissesto ambientale, frutto di una visione miope, che considera i vantaggi di uno sviluppo industriale ed economico continuo senza chiedersi quali sono gli svantaggi su altri piani, magari illudendosi di poterle dirottare lontano, in un altro continente, sottoterra o nello spazio. Tuttavia, segnali sempre più inequivocabili, dal buco dell'ozono all'effetto serra, dissolvono definitivamente la comoda illusione di vivere in sistemi chiusi, i cui settori siano isolati o isolabili.

Stanziamenti e interventi vengono predisposti quasi esclusivamente in funzione della loro presunta ricaduta in termini economici e di breve periodo, trascurando i loro possibili costi in termini sociali e ambientali; costi che, tra l'altro, nel medio e lungo periodo, diverranno inevitabilmente da sociali a economici, aggravando quelle stesse situazioni che con tali misure si intendevano migliorare.

L'organizzazione settoriale responsabile dei suddetti dissesti è a sua volta espressione di una diffusa mentalità settoriale, che predomina non solo in politica ma anche nella scienza (vedi cap. II e V): non solo i politici, ma anche i tecnici e gli scienziati si basano su modelli che mancano di visione d'assieme e non considerano il fatto che un problema, pur presentandosi da un certo punto di vista come economico, non dipende solo da variabili economiche, ma, in quanto inserito in un sistema complesso quale è la società, comprende anche altre dimensioni. E' molto frequente assistere a tentativi di soluzione di problemi cosiddetti "economici" che non risolvono affatto, e talora aggravano la situazione proprio perché tamponano una falla senza accorgersi di aver creato i presupposti per l'apertura di un'altra ancor più grande.

Le scienze olistiche sottolineano che la natura non ha confini, tutto è multidimensionale e interdipendente, per cui ogni intervento su una singola dimensione di certo fenomeno ha ripercussioni — più o meno avvertibili, differite, positive o negative — su altre dimensioni di quello stesso fenomeno e anche di altre realtà. Ciò è valido non solo nel mondo fisico ma anche in quello sociale, come ci sta insegnando il continuo espandersi delle conseguenze dei principali eventi internazionali di questi ultimi anni.

 

Dal mutamento unilaterale all'autoriorganizzazione

Il compito di "migliorare" il sistema sociale e l'individuo poggia, nella politica tradizionale, sul presupposto fondamentale di sapere quali siano le direzioni giuste verso cui indirizzare il cambiamento, e perfino di sapere quale sia il punto in cui fermarsi, il traguardo finale. Naturalmente, le direzioni sono diverse da partito a partito, ma è comune a tutti il modo autoritario e verticistico di perseguirle, attraverso leggi e interventi che tendono a controllare dall'alto il sistema sociale senza mai realmente coinvolgere in tale processo i cittadini, considerati oggetti più che soggetti. La cultura emergente evidenzia una stretta connessione tra tale atteggiamento e il paradigma meccanicista: entrambi negano all'individuo attributi quali coscienza, libertà, autorealizzazione, sostituendoli con altri ben più rigidi e palesemente "inanimati" quali razionalità, determinismo, funzione.

Nella visione olistica della nuova era, l'intervento politico dovrebbe muoversi in modo meno autoritario e più pedagogico e partecipativo, vale a dire non tentando di forzare il sistema al cambiamento in una direzione preordinata attraverso leggi e interventi calati dall'alto, ma stimolando le capacità autoregolative del sistema sociale ed innalzandone il grado di coscienza e responsabilità collettiva fino a giungere ad un autocambiamento.

La cultura emergente va alla radice del concetto stesso di "democrazia" e ridefinisce i ruoli di coloro che, ai diversi livelli, sono investiti di un potere di rappresentanza. Nella linea sopra indicata essi devono farsi chiarificatori e catalizzatori delle correnti di cambiamento in atto nella società, evitando, come invece finora è quasi sempre accaduto, di far calare dall'alto leggi, provvedimenti, interventi che rispondono solo ad interessi di parte o che discendono da ideologie di qualsivoglia genere, e che rivelano un atteggiamento di fondo arrogante e paternalistico. La figura del politico, del pubblico amministratore, dovrebbe essere insomma molto vicina a quello del terapeuta olistico: ampia visione sistemica e profondo rispetto (e umiltà) nei confronti delle capacità di autoorganizzazione del sistema sociale. Un bravo terapeuta, infatti, deve sapere dove e come introdurre e assecondare un fattore di cambiamento, ma non deve desiderare di orientare in anticipo la direzione del cambiamento. Sarà il sistema stesso, una volta sbloccato, a determinarla spontaneamente, ristrutturandosi in base alle potenzialità sociali e culturali in esso presenti ed al rapporto tra queste e le esigenze/aspirazioni dei componenti. E' necessario avere una profonda fiducia nelle capacità autoregolative che tutti i sistemi — e massimamente quelli umani — possiedono, affiancata ad una altrettanto profonda umiltà nei confronti della vita e delle sue leggi di ordine e disordine, kosmos e chaos. L'intervento politico-sociale, insomma dovrebbe — per esprimerci secondo una metafora assai ricorrente nel taoismo — assecondare la corrente del fiume, liberandolo da eventuali ostruzioni, senza però mai tentare di invertirne o comunque deviarne il corso naturale. Deve dunque avere un atteggiamento pragmatico, "laico", e non moralistico (cfr. E. Cheli, 1993; 1995).

Come è ovvio, non è difficile immaginare i timori e le resistenze che un tal modo di procedere può suscitare non solo nei politici ma in chiunque abbia finora operato all'interno delle tradizionali logiche di diagnosi e intervento — settorializzate, quando non lottizzate — per non parlare poi di coloro che, addirittura, non desiderano affatto che le cose cambino perché devono i loro privilegi e poteri alle contraddizioni e ai vuoti del vecchio modo di procedere.

 

La presa di distanza dalla politica

Abbiamo visto nel paragrafo sulla leadership come la cultura emergente sottolinei l'importanza di leaders che hanno a cuore il bene comune non meno del bene personale. E' quindi evidente che si auspichi un tale tipo di persone anche in campo politico. Tuttavia, vi è nella nuova cultura un profondo scetticismo a riguardo, perché si sa bene che i buoni propositi non bastano. Se non ci si è impegnati a conoscere se stessi, se non si è contattata la propria luce, se non si sono riconosciute e poi trasformate le proprie ombre, è inevitabile, prima o poi, uniformarsi a quel sistema che si voleva cambiare. Lo dimostra fin troppo bene la storia delle rivoluzioni, in cui i liberatori sono divenuti presto nuovi oppressori; oppure basta osservare gli effetti della istituzionalizzazione dei sindacati o anche la fine che hanno fatto, in Italia e all'estero, i movimenti ambientalisti che, una volta trasformatisi in partiti, hanno perso gran parte del loro slancio battagliero per conformarsi alle logiche del potere. La maggioranza di quelle persone — sindacalisti, ambientalisti — è partita da ideali sinceri, all'inizio avevano solo la forza delle loro idee e lottavano in modo trasparente, coerente; hanno vinto qualche battaglia e ciò è stato positivo per tutti coloro che si riconoscevano in quelle idee, ma una volta dentro al sistema molti hanno abbandonato la coerenza e si sono preoccupati soprattutto di mantenere ed accrescere il potere acquisito: briciole, ma più che sufficienti a inebriare, a distogliere ed infine a conformare.

"Il potere logora chi non ce l'ha", era solito dire il senatore Andreotti qualche anno fa. Forse è vero, ma è ancor più vero che il potere corrompe chi ce l'ha, o almeno, chiunque non si sia prima liberato dal desiderio di controllare gli altri, dall'illusione che il potere sia una delle chiavi della felicità. C'è un bel libro di Alexander Lowen intitolato Il piacere (ed. Astrolabio), in cui si mette in luce il carattere illusorio e surrogatorio del potere, la cui brama nascerebbe da insoddisfazioni affettive dell'infanzia, che tutti noi, in misura maggiore o minore, abbiamo sofferto: tanto più ci è mancato l'amore e la considerazione, tanto più grande è il potere che si ricerca, e non si tratta di una patologia circoscritta a pochi casi, ma una sorta di "epidemia socioculturale" che investe, chi più chi meno, pressoché tutte le persone. L'uomo politico non fa certo eccezione, anzi, la sua personalità è tra quelle più emblematiche in proposito. Ma anche chi alla politica non ha mai pensato deve confrontarsi con questo tema, poiché, che se ne renda conto o meno, il potere è una costante della vita: è presente nelle relazioni genitori-figli, nei rapporti di coppia, nel l'ambiente di lavoro, ovunque vi siano relazioni sociali.

Il potere, in sé, non è negativo, ma lo diviene facilmente se male interpretato, distorto, abusato, e la nostra, si è detto, è una società con una cultura tutt'altro che limpida in proposito. Dunque, stiamo vigili e impegniamoci a lavorare su noi stessi prima di pretendere di educare o guidare gli altri, siano essi i nostri figli, studenti o elettori. Conoscendo noi stessi, prendendo coscienza delle carenze e delle ferite affettive dentro di noi possiamo affrontarle e guarirle in maniera diretta, invece di ricercare l'effimera soddisfazione proveniente da surrogati quali, appunto, il potere. Dunque, solo ripulendosi e guarendosi dentro è possibile affrontare il sistema senza farsi corrompere dal potere. E non basta una piccola minoranza di politici illuminati che abbiano compiuto un tale lavoro interiore: è necessario che la luce della consapevolezza si diffonda anche tra la popolazione, poiché gli uomini politici sono l'espressione degli elettori, e se questi ultimi sono inconsapevoli o peggio interessati a mantenere in vita il vecchio sistema di potere, come potrebbero dei politici di nuovo stampo essere eletti?

In generale, coloro che hanno intrapreso un cammino di trasparenza e integrità ritengono inutile impegnarsi attivamente in politica, fin quando la società — o almeno una parte apprezzabile di essa — non ne richieda la presenza. Non che manchi loro la sensibilità sociale, ma sanno bene che è inutile fare il Don Chichotte, e se i cittadini ancora non avvertono l'esigenza di persone davvero nuove e integre, è meglio non scendere neppure in campo; vi sono molte altre vie, oltre la politica, attraverso cui si può rendersi utili all'evoluzione umana.