GLI STATI ALTERATI DELLA COSCIENZA


Questa sezione comprende i seguenti capitoli:

1) STATI ALTERATI DI COSCIENZA 

2) DROGHE E PSICHEDELICI

3) ESPERIENZE VICINO ALLA MORTE  

  1. PSICOLOGIA DELLA MORTE di Nitamo Federico Montecucco
  2. ESPERIENZE VICINO ALLA MORTE NEAR DEATH EXPERIENCES di Antonio Bianchi
  3. MISURAZIONE DELLE NEAR DEATH EXPERIENCES
  4. NDE E ALLUCINAZIONI: LA RISPOSTA AD UN PERICOLO CHE MINACCIA LA VITA
  5. PSICOLOGIA DELLA DISFUNZIONE DA STRESS DEL LOBO LIMBICO
  6. L'UNIVERSO AMNIOTICO
  7. LA PSICODINAMICA DELLE NDE
  8. JUNG PARAPSICOLOGIA E NDE
  9. LE NDE NELLA CULTURA INDIANA
  10. LE NDE DEI BAMBINl: 7 SU 11 RIPORTANO VISIONI
  11. MORTE ED EVOLUZIONE SPIRITUALE di Alice Bailey
  12. VISIONI DA UN CERVELLO MORENTE di Susan Blackmore
  13. TRA LA VITA E LA MORTE di Manuela Pompas
  14. IL DESTINO DEI MAGHI: INTRODUZIONE ALL'ARTE DEL PASSARE A MIGLIOR VITA di Luciano
  15. Marchino
  16. IMPARARE A MORIRE PER IMPARARE A VIVERE Ipnosi e meditazione possono aiutare a morire sereni Intervista al dott. Veetman Masshoefer
  17. IL FLUIRE DEL RESPIRO: DALLA MORTE ALLA VITA di Aurora Maggio Cooper.

4) PARAPSICOLOGIA


STATI ALTERATI DI COSCIENZA

Le onde e la coscienza
Un panorama della scoperta e delle ricerche di psiconeurofisiologia e delle ricerche sulle onde elettromagnetiche del cervello
di Marco Margnelli

Nel 1924, quasi casualmente, Hans Berger, un ricercatore di origine belga che si era trasferito in Germania "scoprì" ( sono tentato di scrivere "si accorse") che il cervello è un produttore di onde elettromagnetiche. Come prevedibile, il significato della sua scoperta assunse un adeguato spessore solo molti anni dopo la pubblicazione delle sue osservazioni sperimentali (circa una decina), allorché i codificatori delle scienze sperimentali (in questo caso i fisiologi), attivi nelle università, si applicarono alla ripetizione degli esperimenti di Berger e alla comprensione dei meccanismi che davano luogo a un "tanto inusitato" o "insospettabile" fenomeno. La cautela degli scienziati di allora (come quella di quelli di oggi) non era ingiustificata: Berger non era un fisiologo, la sua preparazione elettrofisiologica era praticamente nulla e anche di elettrologia ne sapeva molto poco. C'erano dunque tutte le premesse per agire con cautela. Dapprima Berger impiegò un galvanometro di Edelman, un strumento assai poco sensibile in confronto alle odierne apparecchiature; in seguito impiegò ovviamente degli amplificatori a valvole. Anche ammesso che quanto aveva registrato con questi strumenti molto primitivi avesse importanza, occorreva innanzitutto decidere se si trattasse di un vero fenomeno e non di "artefatti", magari dovuti alla primitività degli strumenti, ma comunque occorreva un lungo lavoro.

A distanza di più di mezzo secolo, sappiamo che Berger aveva scoperto un fenomeno genuino, e anche importante, e che la sua scoperta ha avuto sviluppi ampi e decisamente utili per l'umanità e il progresso delle scienze mediche.

Nel 1924 l'elettrofisiologia era agli albori: tanto quanto oggi si potrebbe immaginare tra la fisiologia e il magnetismo (quello vero, quello delle calamite, e non il "magnetismo animale" di Messmer), sicché la spiegazione di come il cervello potesse produrre elettricità appariva fantascienza piuttosto che solido cartesianesimo.

Non di meno molti credettero alla scoperta di Berger e si buttarono nello studio sperimentale della fenomenologia elettrica del cervello, dando luogo a una preziosa branca della semeiologia neurologica che oggi è correntemente usata: l'elettroencefalografia.

L'attività elettrica del cervello come quella di qualunque oggetto produttore di elettricità, può essere quantificata secondo la legge di Ohm: E = I x R, ovvero potenziale = intensità per resistenza.

Per varie ragioni che non sono state scoperte da Berger, si è scoperto che è più utile e significativo studiare le variazioni di potenziale piuttosto che le altre e queste vengono registrate solo dalla superficie corticale del cervello piuttosto che da altre regioni. In altre parole, l'elettroencefalogramma (EEG) è l'espressione delle variazioni di potenziale della corteccia del cervello in ogni istante di una registrazione. Naturalmente queste variazioni variano da un punto all'altro della superficie corticale (per es., dai poli frontali a quelli occipitali), ma si è scoperto che queste variazioni seguono una logica precisa, o meglio, seguono una precisa simmetria, che non è solo antero - posteriore ma è anche speculare tra un emisfero e l'altro, cosicché una volta studiate tutte le possibili variazioni in funzione di elementi relativamente banali, quali l'avere gli occhi chiusi o aperti, l'essere seduti o distesi, il non pensare a nulla o l'essere impegnati in un complicato calcolo mentale, l'aver assunto certe sostanze piuttosto che muovere una mano ritmicamente, si è venuti in possesso di uno strumento interpretativo decisamente utile: può essere usato per fare diagnosi di tumori cerebrali, di epilessia, di lesioni degenerative di varie strutture profonde, di insufficienze vascolari e così via.

Il principio fondamentale dell'EEG sembra essere la sincronizzazione o la desincronizzazione delle migliaia di neuroni la cui attività dà, appunto, luogo al tracciato elettrocorticale.

Per capire questo concetto, solitamente si ricorre a un paragone audiovisivo: immaginate un cinematografo o un teatro o, insomma, un luogo nel quale siano riunite moltissime persone. Immaginate che questo assieme di individui non sia altro che la corteccia cerebrale, e cioè un'assemblea di neuroni (di elementi modulari). Se tutti gli individui (tutti i neuroni) parlano tra loro, a voce alta o bassa, rivolgendosi a un solo altro individuo, oppure a tre o a quattro persone, il risultato sarà un chiacchiericcio indistinto e inintelligibile, sarà una "asincronia" d'attività dei singoli moduli. Se invece un coordinatore salisse sul palco del teatro e guidasse l'attività dei convenuti, dicendo, per es., "Al mio comando, urlate la parola Maria", l'attività dei singoli moduli verrebbe "sincronizzata" secondo precisi schemi spazio - temporali.

L'EEG funziona proprio così: nella veglia, tutti i neuroni scaricano capricciosamente a caso, uno: indipendentemente dall'altro, in modo asincrono, dando luogo a un ritmo, chiamato "beta", che è composto da onde di potenziale piccole, frequenti e diverse una dall'altra. In una condizione di sincronizzazione, invece, come per esempio nel ritmo alfa, la maggior parte dei neuroni della corteccia scarica nel medesimo istante in cui scaricano tutti gli altri e il risultato non può essere altro che una "ordinata" sequenza di onde ampie e regolari, così come verrebbe avvertita la voce del pubblico nel cinematografo dell'esempio fatto prima, quando il coordinatore desse il "via" alla pronuncia della parola "Maria". Sulla semplice base di queste due condizioni opposte, l'elettroencefalografia è in grado di diagnosticare un disturbo: è ovvio che se quando ci si aspetta del ritmo alfa in un determinato punto della superficie corticale si vede invece un altro ritmo, in quel punto c'è qualcosa che non va. Come se, nel nostro cinematografo, un gruppo di spettatori si fosse addormentato e non partecipasse più alla pronunzia collettiva del nome "Maria".

Il fatto è che in condizioni di normalità, in condizioni fisiologiche, esiste effettivamente un "coordinatore" dei ritmi e che quando esso stesso non funziona bene, tutta l'attività EEG ne risulta alterata.

Per la verità, esistono diversi coordinatori principali (che regolano I'EEG degli stati di coscienza; quali la veglia, il sonno o lo stato di sogno) e dei coordinatori secondari, che partecipano o contribuiscono all'attività generale, o meglio, finale, perché essendo l'EEG la registrazione dell'attività della corteccia è come l'espressione dello stato della superficie di un lago: se nelle profondità si manifestano delle turbolenze, in superficie si vedranno onde o gorghi in corrispondenza dei punti di turbolenza profondi.

E', per esempio, il caso dell'epilessia, che si manifesta proprio così: come una tempesta proveniente dalle profondità, che sconvolge l'ordine elettrico della corteccia (e non solo quello).

Fin dagli albori dell'elettroencefalografia (ma anche in epoca contemporanea) si era sperato che lo studio dell'attività elettrica del cervello potesse aiutarci a capire qualcosa del funzionamento della psiche, del pensiero o di altri fenomeni, magari straordinari. In realtà il rapporto tra onde EEG e stati psichici e/o mentali è molto grossolano, anche se, come si vedrà, tali relazioni possono essere sfruttate con ottimi risultati. La Convenzione Elettroencefalografica Internazionale codifica quattro ritmi principali, ai quali sono correlati altrettanti stati di coscienza più o meno riconoscibili. Il ritmo beta è quello compreso tra i 13 e i 32-45 Hertz (lo Hertz è l'unità di misura dei fenomeni oscillatori e cioè il numero di oscillazioni al secondo) Il beta è il ritmo caratteristico dello stato di veglia e tende alle alte frequenze in funzione dell'attività, mentale in corso (per es., sforzo attentivo, calcolo mentale, stato emozionale intenso, ecc.). Le frequenze si abbassano in situazioni inverse, che si avvicinano al rilassamento. Il beta è anche il ritmo che caratterizza lo stato di sogno: malgrado il corpo sia profondamente rilassato (addirittura contemporaneamente paralizzato), il cervello, o meglio la corteccia cerebrale, sono attivi come durante la veglia. Questa apparente contraddizione ha fatto sl che il sonno con sogno, negli anni sessanta, venisse anche chiamato "sonno paradosso".

Il ritmo alfa è quello compreso tra gli 8 e i 12 hertz. E' un ritmo che nasce spontaneamente nelle regioni posteriori del cervello, con la semplice chiusura degli occhi. Se dopo ciò, il soggetto si rilassa intenzionalmente, il ritmo si diffonde a tutto il mantello cerebrale e aumenta di ampiezza. Lo stato interno che i soggetti in alfa avvertono è generalmente di quiete e benessere, ma non mancano coloro che hanno un'esperienza sgradevole, di inquietudine e di lieve angoscia.

Un ritmo alfa stabile di grande voltaggio (con onde ampie) è certamente associato a un buon grado di "distacco dalla realtà", nel senso che, per mantenerlo, un soggetto deve essere in grado di non prestare attenzione agli stimoli ambientali e per riuscire in questo deve essere in grado di concentrare l'attenzione su "oggetti" interni, siano essi sensazioni, immagini, pensieri. Poiché una simile pratica è ciò che fanno da secoli i meditatori sia orientali che occidentali, il rimo alfa è stato considerato una specie di porta di passaggio verso l'autocontrollo interiore. Ciò è rigorosamente vero, come dimostrò un esperimento su maestri yoga che riuscivano a continuare a produrre alfa stabile e di grande ampiezza malgrado dovessero tenere una mano immersa nell'acqua ghiacciata. I non meditatori non sono in grado di fare ciò. Tuttavia, l'allenamento a produrre alfa non ha grandi effetti terapeutici, come dire che calma la mente, ma non raggiunge il livello somatico, a meno che non venga associato ad altre pratiche, quali per esempio visualizzazioni fisse o simboliche, visualizzazioni dinamiche, percezione ragionata di segnali somatici.

Nel 1958 un ricercatore californiano, Joe Kamyia, mise a punto la tecnica di addestramento per imparare a produrre ritmo alfa stabile e di grande ampiezza. Oggi questa tecnica fa parte delle tecniche note come Biofeedback e non è difficile diventare buoni produttori di alfa in dieci sedute. In pratica, si viene collegati a un encefalografo che registra l'attività di un intero emisfero. Mediante un sistema di filtri e di conversione dei segnali, tutte le volte che si entra nel ritmo alfa, lo strumento invia un segnale in modo che si è in grado di capire come fare e cosa fare per continuare a produrlo. L'addestramento viene solitamente fatto in posizione distesa e il segnale di feedback viene ricevuto in una cuffia stereofonica, in modo da poter tenere gli occhi chiusi e "l'attenzione dentro".

Come si è detto, questa pratica ha scarse virtù terapeutiche (mentre in un primo tempo si era pensato che potesse avere le stesse virtù di una qualunque tecnica di rilassamento come il training autogeno) ma può ben essere considerata come punto di partenza per un percorso di autocontrollo degli stati interni, la cui utilità va oltre la terapia dell'ansia e dello stress. Dopo l'alfa, la Convenzione Elettroencefalografica riconosce come individualizzabile un altro ritmo, il theta, che ha frequenze tra i 4 e gli 8 Hertz e che, in condizioni fisiologiche, viene prodotto in grande quantità (fino ad occupare il 90% del tracciato EEG) durante la fase dell'addormentamento, detta anche fase di presonno oppure stato ipnagogico.

Il theta è un ritmo molto interessante: allo stato di veglia, quando se ne produce un po' per qualche secondo, sembra essere associato all'emersione di ricordi remoti oppure a uno stato come di sospensione sognante tra due realtà. Queste sono anche le caratteristiche dello stato ipnagogico, stato che tutti viviamo prima di addormentarci: sappiamo pertanto che è uno stato molto piacevole, nel quale l'attività mentale è centrata sul ricordo della giornata o su fantasie di futuribili. Le ricerche hanno tuttavia dimostrato che lo stato ipnagogico è anche caratterizzato da altre fenomenologie che sfuggono a chi lo vive per quei pochi secondi che precedono il sonno, ma che si riescono ad avvertire se lo si vive più a lungo. Innanzitutto, la coscienza è come sdoppiata: la coscienza vigile, sebbene in uno stato crepuscolare, "assiste", per così dire, all'emersione nella scena percettiva di materiali intrusivi, estranei (non pensati) che sembrano talvolta veri e propri brani di sogni. E in effetti, la coscienza della veglia può osservare quella del sogno, perché per questi attimi le due coscienze coesistono. Il materiale intrusivo consiste in vere e proprie allucinazioni che possono essere visive, uditive, tattili, cinestesiche e che come tutte le allucinazioni possono essere talmente vivide da indurci a "controllare" la loro verità, nel senso che se si era udita una voce si aprono gli occhi per vedere chi c'è nella stanza, se si aveva avuto una sensazione di "presenza", si accende la luce per vedere chi si è introdotto in camera da letto, se si aveva avuto la sensazione di essere toccati, si ha lo spavento di pensare un estraneo tra le lenzuola. Le allucinazioni visive, molto piacevoli, vengono ricordate anche nei giorni successivi. Nello stato ipnagogico compare un tipo di pensiero, detto associativo, o primario, che è caratteristico del sogno e, quel più conta, la coscienza della veglia che è attiva, registra ciò che il pensiero associativo ha pensato, e lo ricorda. In pratica, la situazione assomiglia ad un assopirsi e ad un risvegliarsi continuamente, in modo dolce e sognante, perché non ci si addormenta come non ci si sveglia del tutto.

Il pensiero associativo sembra essere quello delle intuizioni geniali, dell'improvvisa risoluzione di problemi tormentosi, quello delle illuminazioni esistenziali e da ciò si capisce quali potrebbero essere i vantaggi di autoindursi lo stato ipnagogico a volontà. L'addestramento a produrre onde theta non è diverso da quello descritto per il biofeedback alfa: la strumentazione è la stessa, l'esercizio di concentrazione - rilassamento è uguale, le difficoltà solo un poco più impegnative.

Gli effetti di un training theta vanno oltre l'autogestione della creatività. Innanzitutto possono costituire l'inizio di un percorso di autocoscienza più incisivo di quello che può innestare un training alfa. E poi si ha la netta impressione di entrare in contatto con una realtà trascendente al tempo stesso affascinante e paurosa.

Per quel che riguarda le allucinazioni :visive, per es., si tratta di simboli, volti, occhi oppure di scene, vere e proprie, spesso provenienti da ricordi di vita vissuta, da sogni già fatti, da film o spettacoli televisivi, ma spesso anche di scene completamente aliene alla memoria del passato, che si accompagnano alla sensazione che si tratti di premonizioni, squarci nel velo del futuro, come se nello stato ipnagogico possano operare quelle mitiche possibilità extrasensoriali che molti riconoscono al nostro cervello. Più spesso, le allucinosi visive fanno vivere esperienze emblematiche che si ritrovano nella simbologia esoterica di varie tradizioni culturali, quale per es., l'esperienza del tunnel, ovvero l'esperienza di un - passaggio, difficile e pauroso, attraverso una cavità oscura, un cunicolo penoso al di là del quale brilla il sole, fioriscono gli alberi e regna la pace imperitura: quasi l'esperienza di una rinascita. Anche le allucinazioni uditive sono talvolta intrise di questo significato ultimativo: una voce sconosciuta, maschile o femminile, ma autorevole, detta regole, suggerisce cambiamenti, prescrive nuovi comportamenti.

Molti ricercatori sono giunti alla convinzione che coloro che praticano intensamente la meditazione, raggiungono inconsapevolmente lo "stato theta" e confondono i fenomeni allucinatori che vi si manifestano con avvenimenti sovrannaturali. La psichiatria chiama questa possibilità col nome di illusione. L'illuso è in buona fede, ma i fenomeni che vive sono percezioni devianti e non extraumane.

E' in questo senso che un training theta innesca un percorso autoconoscitivo più profondo di quello che intraprende un produttore di alfa: quando arriva ad incrociare "l'irrealtà della realtà", deve far fronte a dei dubbi che mettono in discussione non solo la realtà individuale, ma addirittura il mondo. Non a caso le filosofie orientali sostengono che la realtà è maya, illusione.

Il ritmo theta, dunque, sembra essere la regione elettroencefalografica più interessante di tutto lo spettro. Sembra essere quello che corrisponde a uno stato di coscienza molto connotato, facilmente riconoscibile e decisamente diverso dallo stato di coscienza ordinario. L'ultimo ritmo che la Convezione EEG Internazionale riconosce come autonomo, infatti, il ritmo delta (che ha frequenze comprese tra 0,5 e 4 Hertz) non corrisponde a vissuti particolarmente incisivi, anzi, corrisponde piuttosto a una sensazione di vuoto e di buio che ad un'esperienza con contenuti degni di memoria.

Grandi quantità di ritmo delta nell'EEG, in condizioni fisiologiche si trovano solo negli stadi più profondi del sonno senza sogni, mentre in condizioni patologiche il ritmo delta caratterizza l'EEG del coma.: Ambedue le situazioni a loro volta sembrano caratterizzate da un "riposo funzionale" dei cosiddetti centri nervosi superiori e una riduzione dell'attività in corrispondenza delle parti più profonde del cervello. Di fatto, sia il sonno profondo che il coma non hanno memoria. Il vissuto di chi si sottopone a un training delta è perlopiù sgradevole, caratterizzato da sensazioni di irrigidimento muscolare e senso di minaccia incombente.

Un tempo si pensava che il ritmo delta caratterizzasse certi tipi di trance, come quella medianica, durante la quale la tradizione pretende che uno spirito o comunque un'entità, si sostituisca temporaneamente alla personalità, alla mente e alla psiche dell'ospite, e cioè del medium. Le registrazioni EEG hanno smentito questa possibilità: la trance si accompagna a vari ritmi, praticamente tutti, eccetto il delta.

L'entusiasmo iniziale degli elettroencefalografisti (come quello attuale, di chi non ha molta familiarità con l'elettroencefalografia) sulla possibilità di correlare certi tipi di onde ad altrettanti fenomeni o stati di coscienza, ha dovuto ridimensionarsi notevolmente di fronte alla complessità della materia.

E' certamente possibile essere addestrati a produrre ritmi precisi per periodi di tempo anche lunghi, ma questa pratica non dà risultati entusiasmanti. E' un po' come se, sapendo che l'EEG del sogno è caratterizzato da ritmo beta, ci si addestrasse non solo a sognare (a entrare in stato onirico) ma si pretendesse di fare sempre lo stesso sogno.

L'EEG normale è una miscela di tutti i ritmi: il beta e l'alfa predominano, costituendo circa il 90/95 % delle frequenze. Il testo è theta (3/ 4%) e delta (addirittura 0,5/1%).

 

 

 

Quantum consciousness: l'osservatore dell'onda
di Fred Alan Wolf

Quasi vent'anni fa ho intrapreso la mia ricerca del nesso esistente in ultima analisi fra materia e coscienza. Era l'epoca in cui l'Era dell'Acquario era in piena fioritura, io ero professore di fisica all'Università statale di San Diego. C'erano le droghe, la voglia di cambiare vita, il Vietnam e la liberazione sessuale. Io aderii a tutto con entusiasmo. Nel 1970 ero disilluso, mi ritirai a vita privata e poi finii per interessarmi alla mistica orientale, ai gruppi per il risveglio della coscienza e ad altre attività che rientravano sotto il cappello cella cosiddetta New Age. Durante un soggiorno di un anno in Francia, dove avevo ricevuto l'incarico di professore associato di Fisica all'Università di Parigi, feci conoscenza con l'insegnante Carlo Suares, studioso della Bibbia e della Cabala. Avevo anche l'incarico di visiting professor al Bribeck College di Londra, e studiai con il fisico David Bohm, al quale mi univa l'affinità degli interessi.

La mia mente era protesa nello sforzo di comprendere, e nel 1974 ebbi l'intuizione che c'era un nesso tra la fisica quantistica e la coscienza. Cominciavo a capire che era possibile che il cervello soggiacesse alle stesse leggi della fisica quantistica, anziché a quelle della biologia o della neurofisiologia. Ne derivava che delle emozioni come l'amore e l'odio, comunemente ritenute un dono divino, o comunque qualcosa che sfuggiva alla comprensione della scienza, potevano invece essere tradotte nella lingua della fisica quantistica.

L'unico mistero della fisica quantistica risiede nella dualità tra natura ondulatoria e corpuscolare, descritto da Richard Feynman, il fisico cui è stato assegnato il Premio Nobel. Gli oggetti atomici (gli elettroni, i neutroni, i fotoni:, i quark, e via dicendo) si comportano talora come particelle e talora come onde. Quando accade che l'oggetto si comporta come un'onda, e quando come una particella? La risposta che danno molti fisici è che il comportamento varia a seconda che si osservi o meno l'oggetto. Quando non viene osservato, 1'oggetto atomico appare come un'onda che si propaga nello spazio, ma nell'istante in cui viene osservato esso collassa verso l'interno, riducendosi ad un punto.

Il semplice atto di osservare provoca il "collassamento" dell'onda, producendo una particella .Ma qual è dunque la natura di questo atto, apparentemente semplice di "osservare"? I premi Nobel Eugene Wigner e Brian Josephson, e molti altri fisici (tra cui io stesso) ritengono che possa trattarsi di un evento fondamentale, che va oltre i confini della fisica. .

Noi consideriamo infatti l"'osservare" come l'atto con cui interviene la scienza.

Io avanzo la tesi secondo cui la natura duale ondulatoria corpuscolare della fisica quantistica vale anche per il cervello umano, e governa il comportamento delle singole cellule nervose mentre queste "colloquiano" tra loro, scambiandosi messaggi codificati in un linguaggio chimico. La natura duale degli elettroni potrebbe per esempio essere alla base dei sentimenti di solitudine, di ego ferito e di odio. Nel mondo del quanti gli elettroni conducono un'esistenza paradossale. Data la loro natura corpuscolare e la presenza di una carica elettrica, due elettroni si respingono tra loro e non possono mai occupare lo stesso spazio. Sono in effetti condannati alla solitudine. Al contrario, gli elettroni in quanto onde sono alla ricerca continua della particella complementare di segno opposto, il positrone, anche se l'incontro tra le due particelle porta alla reciproca distruzione. La carica elettrica dell'elettrone è un richiamo che esprime l'aspirazione a tornare al vuoto. Esso spera e teme al tempo stesso di attirare il suo opposto, il positrone, suo partner dell'antimateria, in un corteggiamento danzante che porterà alla sua morte.

In modo analogo si può immaginare che sentimenti di amore e compassione siano provocati dai fotoni, unità elementari di luce, anche esse partecipi della natura duale della materia. Come le onde, i fotoni tendono a marciare assieme, cooperando ad un fine comune. I laser funzionano così, grazie alle onde fotoniche che costituiscono "un'onda d'amore reciproco".

Amore e odio, successo e fallimento, violenza e pace, potrebbero essere nient'altro che delle manifestazioni di energia, delle forze e degli oggetti che fluiscono attraverso i nostri corpi, i nostri cervelli e le nostre menti, sotto forma di particelle e di onde. Ciò che chiamiamo cervello è il comportamento corpuscolare delle nostre osservazioni. Ciò che chiamiamo la mente è il comportamento di tipo ondulatorio degli oggetti atomici, invisibili e non soggetti ad osservazione La mente è dunque il prodotto dell'azione delle leggi basilari della fisica quantistica e delle azioni dell'osservatore, che a mio parere non sono altro che gli atti della coscienza.

Per esempio un atto di coscienza porrebbe provocare un cambiamento delle onde quantiche superficiali che agiscono lungo le sottili membrane che ricoprono i nostri neuroni. Queste onde sono correlate ai movimenti delle molecole protein-gate inglobate nelle pareti dei neuroni. Un osservazione "corpuscolare" congelerebbe momentaneamente le posizioni delle molecole, dando luogo all'apparire del fenomeno del pensiero. Un'altra osservazione, questa volta di tipo ondulatorio, in cui le proteine non sono assoggettate all'osservazione, potrebbe modificare l'energia di queste onde, dando luogo all'insorgere di sentimenti. Questi sentimenti e questi pensieri mostrerebbero lo stesso tipo di dualità delle onde e delle particelle.

Comprendere le modalità di funzionamento dell'unità cervello/mente potrebbe essere un esclusivo appannaggio del linguaggio matematico della fisica quantistica. Le equazioni probabilistiche e il comportamento degli oggetti atomici possono basarsi sugli atti di conversione delle onde in particelle effettuate dalla coscienza. Senza tali atti mentali il mondo e tutti i suoi membri non sarebbero altro che filamentose e spettrali onde quantistiche, e non vi sarebbe nulla di materiale.

 

 

 

Mind mirror, lo specchio della mente
Un nuovo sistema inglese per l'identificazione degli stati di coscienza

Uno scienziato britannico ha usato un nuovo approccio nelle ricerche sugli stati di coscienza che potrebbe iniziare un nuovo campo di sperimentazioni da dove finisce la ricerca delle onde cerebrali con il biofeedback.

Usando una macchina inconsueta chiamata "mind mirror" (lo specchio della mente) , il fisico Maxwell Cade ha identificato delle complesse impronte EEG che descrivono una gerarchia di stati soggettivi, inclusi i livelli di coscienza profonda della meditazione, del rilassamento, e uno stato particolare in cui i soggetti mantengono dei ritmi alfa di grande ampiezza con delle bande delta e theta, mentre si muovono e compiono azioni complesse. Queste ricerche iniziate nel 1977, hanno ricevuto attenzione a livello nazionale con dei documentari televisivi che descrivevano che i risultati di Cade. Lo specchio della mente ha un nome appropriato.

Il suo schermo illuminato presenta 12 intervalli di frequenza dell'attività cerebrale per ogni emisfero e crea da questi delle forme in rapido cambiamento. 24 righe di 16 diodi luminosi per un totale di 384, riflettono delle frequenze che vanno dalla più lenta delta (1,5 cicli/sec), alle rapidissime beta (40 cicli/sec).

In questo modo la simmetria destra o sinistra, o la sua mancanza, vengono efficacemente evidenziate. Allo stesso modo sono evidenziati il relativo ammontare dei ritmi beta, alfa, theta e delta in ogni istante.

Fino ad oggi Cade ha addestrato almeno 3000 persone in tecniche per produrre stati alterati di coscienza con più di 40.000 ore di monitoraggio e analisi strumentali. Precedenti ricerche di biofeedback basate su misurazioni più semplici si erano rivelata ambigue. Dopo un certo entusiasmo iniziale per le onde alfa (8 - 13 cicli/sec) gli scienziati avevano trovato che lo stato alfa non è di per sé sintomatico di uno stato di benessere in quanto può comparire anche in stati patologici.

Studi recenti hanno riferito la comparsa di onde beta inconsuetamente rapide in alcuni meditatori e guaritori.

I ritmi theta, caratteristici dello stato immaginativo (reverie) e della meditazione avanzata sono stati osservati anche in soggetti impegnati a fare dei calcoli. I risultati di Cade possono aiutare anche a riconciliare queste anomalie. Dopo migliaia di ore di osservazione, Cade e Blundel hanno identificato 5 maggiori forme degli stati di coscienza:

1) Tracciato EEG sbilanciato di un soggetto non addestrato, con attività beta nell'emisfero sinistro. In questi casi i due ricercatori hanno dimostrato che sono sufficienti anche solo poche ore di meditazione per migliorare questa asimmetria.

2) Ritmi alfa su entrami gli emisferi: calma. Attenzione distaccata, nessun pensiero, nessuna immagine.

3) Blocco del ritmo alfa. Consapevolezza passiva, ritmi beta e Theta simmetrici.

4) Ritmi alfa simmetrico più onde theta: meditazione. Calma, distacco, consapevolezza esteriore ed interiore.

5) Ritmi alfa più ampi che in 4), con bande beta e theta simmetriche: consapevolezza lucida. Questo stato particolare è quasi sempre simmetrico. I soggetti possono aprire gli occhi, conversare, passeggiare, risolvere problemi matematici leggere e capire libri senza disturbare lo stato di consapevolezza lucida. Questo stato è stato riscontrato regolarmente nei guaritori quando dicono che stanno mandando "energia di guarigione".

I ricercatori sostengono che questi ritmi dominanti si modificano in modo riproducibile grazie all'addestramento alla meditazione. Lo stato di meditazione provoca il rallentamento della frequenza, aumenta l'ampiezza e la simmetria. Dallo stato 1 allo stato 5 progressivamente si osserva un aumento di consapevolezza e creatività, e una marcata diminuzione dell'eccitazione. Lo stato 5 è probabilmente presente in ogni individuo molto realizzato quando è impegnato nella sua specialità, sia questa la meditazione Zen o uno sport.

I ricercatori stanno anche studiando un 6° stato che ha il tracciato EEG ovale e sembra essere associato alla sensazione soggettiva di stare creando la propria realtà.

 

 

Psicocinesi, le nuove frontiere della ricerca psichica
di William Giroldini

 

Introduzione

Nell'ambito dei fenomeni studiati dalla moderna Ricerca Psichica, la psicocinesi occupa senz'altro una posizione di primaria importanza.

Col termine "psicocinesi" si definisce una classe di fenomeni che sembrano implicare una interazione diretta fra la mente ed un sistema fisico, sia esso un sistema inanimato oppure biologico.

La psicocinesi (comunemente indicata con la sigla PK) viola apparentemente il postulato secondo cui si può agire su di un sistema fisico solo applicando ad esso energie o forze note di tipo fisico.

Per il carattere "sovversivo" che tale fenomeno presenta rispetto ai postulati che sorreggono le attuali acquisizioni scientifiche, la PK, assieme agli altri fenomeni relativi alla percezione extrasensoriale, non è stata ancora pienamente accettata in ambito scientifico.

Ciò nonostante, una massa crescente di ricerche sperimentali depone a favore della realtà del fenomeno. Cercheremo di riassumere brevemente i risultati delle principali ricerche sulla PK e sistemi biologici, oppure sistemi fisici casuali, ed inoltre verranno esposte le premesse teoriche ed i primi risultati di una ricerca sperimentale sulla PK che stiamo conducendo a Milano da circa due anni.

 

 

La PK nei sistemi biologici: alcuni esempi

Molte ricerche di buon livello sono state condotte per verificare la possibilità di influenzare mentalmente la crescita di piante o semi o di modificare parametri elettrofisiologici nelle piante. Possiamo citare i lavori di Barros, Quevedo e Garulo (1977) che riportarono risultati positivi sulla crescita di un elevato numero di semi, su quali veniva esercitata a distanza un'azione PK intesa ad aumentare la velocità di crescita. Un uguale numero di semi di controllo erano tenuti nelle stesse condizioni di temperatura, umidità e luce, con scelta casuale dei lotti da considerare come "target" e come controllo.

In un altro tipo di esperimento, Brier (1969) collegò le foglie di varie piante con elettrodi per registrare le variazioni di resistività elettrica. Quindi vari soggetti, a distanza, cercavano di alterare questa variabile fisiologica per un tempo prefissato, ad esempio 5 minuti. I valori medi di resistività venivano quindi confrontati con quelli dei 5 minuti precedenti e seguenti, ed in tal modo fu possibile dimostrare che c'era stata una significativa variazione rispetto ai periodi di controllo.

Qualche anno fa (Giroldini, 1986) ho replicato con successo questo tipo di esperimento, con la sola variante di misurare i deboli segnali elettrici spontanei sulle foglie, anziché la resistenza elettrica. In questi test, l'azione PK era basata sulla visualizzazione mentale della pianta da parte del soggetto, il quale agiva a una distanza variabile fra 8 e 200 metri circa, mentre nessuno era presente nel laboratorio ed i dati erano raccolti in modo automatizzato.

Nel 1982, Nash ha realizzato esperimenti in cui 60 soggetti cercavano, mediante azione mentale, di aumentare o diminuire la crescita di colonie di batteri Escherichia coli. I risultati furono molto positivi ed i tassi medi di crescita nei tubi di cultura furono esattamente nell'ordine "promozione'' > controlli > "inibizione".

Recentemente, Braud e Schlitz (1989) hanno invece descritto esperimenti in cui 40 volontari tentarono con successo di influenzare mentalmente l'attività elettrodermica (EDA) di soggetti posti in stanze perfettamente isolate. I volontari tentarono sia di incrementare che diminuire la EDA in intervalli casuali, mentre i valori di EDA erano raccolti e analizzati automaticamente mediante un computer.

La scelta della EDA come variabile fisiologica fu dettata dal fatto ben noto che la EDA è fortemente correlata agli stati emotivi di una persona, e quindi può "rivelare" l'azione mentale (PK) esercitata da una persona su un'altra persona anche a livello inconscio.

In un ultimo lavoro, Braud (1990) ha studiato l'influenza menta1e sul tasso di emolisi e globuli rossi del sangue umano. Le cellule furono sottoposte a stress osmotico e il tasso di emolisi era misurato spettrofotometricamente. Ciascuno di 32 soggetti tentò di rallentare l'emolisi in 10 provette usando tecniche di visualizzazione, mentre altre 10 provette servivano come controllo. I soggetti e le provette erano posti in stanze separate, mentre altri aspetti critici del procedimento erano a "doppio cieco". I risultati hanno indicato una significativa differenza del tasso di emolisi fra le provette "protette" e quelle di controllo (P = 0,00002).

In altre ricerche è stato studiato l'influsso PK sul tasso di attività motoria di pesci e ratti, o su diverse variabili fisiologiche nell'uomo. Molte di queste ricerche hanno dato risultati positivi.

 

 

PK con Sistemi Fisici Casuali

Fra i vari metodi sviluppati dalla moderna ricerca psichica per lo studio sperimentale della psicocinesi, grande attenzione hanno ricevuto i metodi basati sull'uso di sistemi fisici casuali, per esempio generatori di numeri casuali (RNG), oppure di segnali casuali (RSG). Questi sistemi sono basati sul decadimento di atomi radioattivi, o sul rumore elettronico dei semiconduttori, tutti processi casuali. Il vantaggio di questi dispositivi è che il loro comportamento statistico può essere abbastanza facilmente stabilito empiricamente o teoricamente, in modo da avere un preciso quadro di riferimento rispetto a cui osservare una eventuale deviazione significativa. In un tipico esperimento, una persona cerca di distorcere la casualità del sistema in una direzione definita, utilizzando semplicemente la propria volontà cosciente, ed in condizioni che escludono azioni fisiche convenzionali. Negli ultimi 10 anni molte ricerche sono state realizzate anche in prestigiose sedi universitarie. Risultati positivi sono stati riportati da Bierman (1985), Varvoglis (1986), e Michels(1987). Questi autori hanno studiato in particolare l'influenza della condizione di biofeedback contro l'assenza di feedback e hanno trovato (come da studi precedenti) che il feedback, cioè la presentazione immediata del risultato del tentativo di influenzamento PK, favorisce sensibilmente il successo dell'esperimento. Due gruppi di ricerca, il primo diretto da Jahn (1987, 1988) e il secondo guidato da Lucadou (1981) hanno condotto gli studi sino a oggi più estesi e completi sulla psicocinesi con l'ausilio di tecniche computerizzate ottenendo entrambi risultati positivi.

Jahn ha condotto la sua ricerca per circa sei annoi presso la Princeton University con decine di soggetti e ha ottenuto risultati finali altamente significativi (dell'ordine di P = 0,000001), trovando che è possibile influenzare mentalmente un Random Event Generator (REG) secondo una precisa intenzionalità prestabilita, cioè nel senso di aumentare (PK+) o di abbassare (PK-) il tasso degli eventi casuali rispetto a una base stabilita in assenza di un operatore.

Un altro dispositivo era puramente meccanico, (Random Mechanical Cascade) ed utilizzava un gran numero di palline di polistirene come bersaglio dell'azione PK. Anche in questo caso sono stati ottenuti risultati altamente significativi, in accordo con l'intenzionalità del soggetto, confermando così i risultati di studi precedenti, condotti da parapsicologi, quali per es. Cox (1974) e Schmidt (1970).

Lucadou ha condotto invece uno studio estremamente complesso in cui l'effetto PK è stato correlato con diversi tipi di dispositivi RNG, e con molte variabili psicologiche.

La valutazione dei dati ottenuti ha mostrato che la variabile psicologica più importante (in relazione al successo PK) è la credenza o la non credenza del soggetto nelle possibilità paranormali.

Un'altra importante conclusione dello studio di Lucadou è che i soggetti sono in grado di migliorare e promuovere la loro abilità PK in base all'informazione di feedback ricevuta.

Lo stato di conoscenze attuali sulla micro - PK (cioè il tipo di psicocinesi studiata in queste ricerche) può essere riassunto nei seguenti punti:

1) Esiste una correlazione fra certi processi fisici di tipo casuale e alcune variabili psicologiche quali l'intenzionalità e la volizione. In altre parole, la mente cosciente sembra in grado di agire coscientemente sulla materia.

2) Si osserva una significativa differenza in questa correlazione tra una condizione di feedback e una di non feedback.

3)Il tipo di processo fisico casuale non sembra essere molto importante; la PK sembra in grado di agire sia su sistemi inanimati come su sistemi biologici.

4) Il miglior quadro teorico per interpretare questi dati sono al momento le cosiddette "Teorie Osservazionali" sviluppate per esempio da fisici quali Walker (1975), Mattuck (1982) e Bohm (1986), e basate su particolari interpretazioni della Meccanica Quantistica. Fra l'altro, la M.Q. è stata fin dagli inizi la sola teoria fisica, tuttora fondamentale, che abbia previsto esplicitamente la possibilità di interferire con i processi fisici elementari associati alle interazioni fra particelle.

 

 

La mente e il cervello.

E' ben noto che il riduzionismo scientifico attuale asserisce che, sotto ogni aspetto, la mente coincide con l'attività del cervello e tutte le funzioni mentali possono essere spiegate, in linea di principio, mediante

processi fisico - chimici (teoria dell'Identità). Contro questa concezione,

alcuni scienziati, tra cui Eccles, Pribram, Penfield, Wa1ker, Jahn e altri,

hanno avanzato l'idea che la mente e la coscienza non siano totalmente riconducibili a eventi fisici, ma che esista una qualche forma di dualismo (dualismo Cartesiano) che vede sostanzialmente la mente come un sistema non - fisico che utilizza il cervello per ottenere una efficace rappresentazione e interazione col mondo esterno ed interno da parte del singolo individuo.

Se fenomeni psichici come telepatia, precognizione o psicocinesi esistono realmente, allora ne consegue che uno stretto fisicalismo sottostante tutta la realtà, è strettamente limitato, e che la mente e la coscienza hanno un'estensione superiore all'ambito fisico.

Per questo motivo, la ricerca sulla psicocinesi può contribuire a risolvere in modo determinante il problema del rapporto mente - corpo. Nel 1951 Sir John Eccles, premio Nobel nel 1963 per i suoi studi sulla trasmissione degli impulsi nervosi, avanzò l'ipotesi che la volontà potesse influire psicocineticamente su pochi neuroni della corteccia cerebrale, determinando sostanziali cambiamenti nell'attività cerebrale. La PK potrebbe essere cioè il tramite che lega la mente al suo substrato fisico, cioè il cervello. Un'idea certamente ardita e rivoluzionaria, ma che merita di essere considerata.

Se, da un lato, la PK macroscopica (per esempio quella dei casi di Poltergeist appare come un fenomeno raro e non controllabile, d'altro lato la micro - PK sembra essere molto più comune, anche se di regola i suoi effetti non sono osservabili direttamente, ma solo per via strumentale - statistica.

 

 

Parte sperimentale

Partendo da queste premesse, verso la fine del 1989 misi a punto un progetto per una replica degli esperimenti di PK descritti in letteratura. L'intento del progetto era sia di verificare indipendentemente i risultati ottenuti, da altri ricercatori, sia di acquisire un grado sufficiente di esperienza per potere poi, in prospettiva, progettare e realizzare esperimenti nuovi e originali.

 

 

Apparecchiature e Metodo.

Gli esperimenti PK sono basati su uno speciale circuito elettronico denominato Generatore di Segnali Casuali. Questo generatore è collegato ad un computer IBM tramite una scheda di conversione analogico - digitale. Il computer è inoltre collegato anche con un elettroencefalografo che viene utilizzato per registrare le onde Alfa e Beta dai lobi frontali dei soggetto che effettua l'esperimento.

Gli esperimenti sono interamente gestiti dal computer, che provvede a raccogliere ed elaborare tutti i dati.

Sullo schermo del computer viene tracciato un grafico che può casualmente salire verso l'alto o scendere in basso a seconda del tasso degli impulsi casuali provenienti dal Generatore.

Il compito del soggetto è quello di tentare di influenzare mentalmente il grafico in modo da spingerlo preferenzialmente in una direzione (in alto o in basso) prescelta all'inizio dell'esperimento. Il grafico richiede un minuto di tempo (minuto PK) per essere completato, quindi segue un minuto di controllo privo di feedback, durante il quale il soggetto deve semplicemente rilassarsi aspettando il minuto PK successivo.

Oltre al feedback ottico, è presente anche un feedback acustico basato su una nota la cui frequenza è proporzionale al tasso degli impulsi casuali.

L'alternanza del minuto PK col minuto di controllo è essenziale in questo esperimento al fine di assicurare una elevata omogeneità delle condizioni ambientali fra periodo PK e periodo di controllo.

Inoltre, il minuto di controllo permette di rompere la tensione psicologica derivante dal tentativo di azione psicocinetica, assicurando una migliore performance del soggetto durante le prove.

Un esperimento completo comprende 10 minuti PK alternati a 10 minuti di controllo, quindi in tutto l'esperimento dura 20 minuti, durante i quali sono raccolti 4800 dati, inclusi quelli EEG.

 

 

Selezione dei soggetti

Le persone (circa una ventina) che hanno partecipato finora agli esperimenti (23) sono state selezionate solo sulla base della loro fiducia nella ESP/PK e dell'interesse mostrato per questa ricerca. Non sono state usate particolari procedure di rilassamento psicofisico come preparazione delle prove, ma ogni persona fu istruita di mettersi nelle condizioni mentali che soggettivamente riteneva più adatte al compito.

 

 

Analisi statistica dei dati

La valutazione di ogni esperimento è basata sulla ricerca di significative differenze nel tasso dei segnali casuali durante i minuti PK e i minuti di controllo. La significatività è calcolata applicando il t-test di Student, dopo avere calcolato le due medie e la deviazione standard.

 

 

Risultati e discussione

Sono stati realizzati finora 23 esperimenti di controllo, cioè in assenza di qualunque persona, ed il risultato finale è non significativo, in accordo con l'aspettativa propria di un sistema casuale.

Viceversa, 23 esperimenti condotti in presenza di persone, hanno mostrato globalmente una deviazione netta nella direzione prescelta dai soggetti. Questa deviazione è significativa a livello di P = 0,001, cioè con una probabilità su mille che questo risultato sia dovuto al caso.

Questi primi risultati positivi sono in accordo con quanto riportato da altri ricercatori, e contribuiscono a rafforzare l'evidenza sperimentale della realtà della psicocinesi.

Ho travato che circa una persona su tre riesce a ottenere risultati significativi o molto significativi, mostrando che la PK non è affatto una capacità rara, ma è presente normalmente come capacità latente in ciascuna persona. Altre osservazioni, infatti, suggeriscono che le capacità PK possano essere rafforzate mediante un opportuno training esattamente come tutte le altre capacità "normali" della mente umana.

I miglior risultati individuali sono stati ottenuti da alcuni soggetti che svolgono saltuariamente o professionalmente l'attività di "guaritore". Anche questo dato è molto interessante e prospetta 1a possibilità che possa esistere una forte correlazione fra capacità PK e capacità pranoterapeutiche. Questa ipotesi era stata proposta vari anni or sono da due valenti studiosi italiani, cioè Cassoli e Iannuzzo (vedi il loro libro "Ricerca sulla pranoterapia", Red Edizioni, 1983). I dati attuali, per quanto siano ancora pochi, rappresentano una prima conferma sperimentale di questa ipotesi, e sono in accordo coi risultati delle ricerche inerenti l'azione mentale su sistemi biologici, in condizioni che escludono ogni effetto placebo o suggestivo.

L'analisi dei dati elettroencefalografici ha riservato altri interessanti risultati. Per esempio è stato trovato che, in media, l'ampiezza delle onde Alfa e Beta aumenta in modo significativo durante il minuto di controllo, quando il compito del soggetto è solo quello di aspettate il prossimo minuto PK;

L'interpretazione più probabile di questo dato è la seguente:

Il tentativo di influenzare il Generatore Casuale durante il minuto PK, causa un incremento del livello di ansietà, che a sua volta deprime il livello Alfa. E' ben noto infatti che il ritmo Alfa è depresso dall'ansietà e dalla concentrazione in un generico compito mentale. Durante questo fenomeno, chiamato "desincronizzazione", le frequenze cerebrali aumentano di frequenza e diminuiscono di ampiezza.

Un altro risultato estremamente interessante è stato il seguente: i soggetti che hanno ottenuto buoni risultati nel test PK, mostravano in media un livello Alfa significativamente più alto di quelli che avevano fallito il test.

Fra l'altro, questo dato è in accordo con quanto trovato da altri ricercatori (Heseltine, 1978; Honorton e Tremmel, 1978) in esperimenti analoghi. Qual è la possibile causa? Ci sono almeno due possibilità:

a) Un livello Alfa intrinsecamente più alto favorisce il successo nel test PK

b) Poiché il soggetto si rende conto, grazie al feedback, di come sta andando il suo test PK, un risultato buono crea una "attivazione emozionale" positiva, che incrementa il livello Alfa; se, al contrario, il test sta andando male, ciò causa un aumento globale dell'ansia e quindi una diminuzione del livello Alfa.

La prima possibilità è più interessante in quanto permetterebbe di selezionare a priori dei soggetti per esperimenti PK solo in base a una misura EEG, oppure lascia intravedere la possibilità che opportune tecniche di Rilassamento o Meditazione (che aumentano il livello Alfa) siano in grado di migliorare anche le capacita PK. I dati disponibili al momento non permettono ancora di decidere fra queste ipotesi.

 

 

La ricerca continua

Molti problemi e domande sono ancora senza risposta, ma possiamo già elencare alcuni degli argomenti che saranno approfonditi nelle ricerche future:

1) Stati alterati di coscienza e capacità PK.

2) Tecniche di Rilassamento/Meditazione e capacità PK.

3) Capacità pranoterapeutiche e capacità PK.

 

 

 

Teoria delle informazioni e fenomeni extracorporei
di Francesco Di Noto

Nella percezione sensoriale un'informazione arriva dall'ambiente spazio - temporale circostante (qui e ed ora) al cervello, (o mente) tramite un segnale energetico (suono, luce) modulato, o tattile, o chimico (olfatto, gusto) attraverso uno dei cinque sensi; e giunta ai cervello, viene immagazzinata ed elaborata assieme a tutte le altre informazioni contenute nelle continue percezioni sensoriali.

Vi è quindi un continuo veicolo energetico o materiale che contiene, in una sua particolare modifica (=Codifica) un'informazione, che dall'ambiente circostante arriva al cervello tramite un senso.

Nell'E.S.P., (Percezione Extra Sensoriale), invece l'informazione proviene da lontano nello spazio e/o nel tempo (passato o futuro), senza un apparente veicolo energetico, e senza passare attraverso uno dei sensi noti: direttamente, in apparenza, da un oggetto (o ambiente) alla mente, o da mente a mente; queste quindi le principali differenze tra percezione sensoria ed extrasensoria: mancanza, nella seconda, di limiti spazio temporali, di un veicolo energetico per le informazioni acquisite e della mediazione di uno dei sensi noti.

Per quanto riguarda il veicolo energetico delle informazioni, i casi sono due: a) o esso non è necessario, come pensano certi fisici relativistici (Costa de Beauregard, ecc.) che pensano all'effetto E.P.R per lo spostamento istantaneo tra due punti dell'Universo; b) o non è stato ancora trovato, nonostante la caccia che gli si è data, denominandolo energia psi, ma mai catturato né in laboratorio né altrove, né come veicolo di informazioni per l'E.S.P., né come forza responsabile dei fenomeni PK (PsicoKinesi = La mente che muove la materia) spontanei o sperimentali. Più possibile è questo secondo caso, essendo la parapsicologia una scienza giovane e che ancora deve esprimere in pieno le sue possibilità sperimentali: ed essendo finora fatta essenzialmente di chiacchiere (raccolta di casi spontanei ed infinite discussioni sulle loro possibili cause). Un'informazione, in ultima analisi, non sarebbe che una modifica (nota come codifica, quando è artificiale) di un'energia fisica o di un corpo materiale; un suono, un'immagine, una scritta, un'alterazione qualsiasi su uno sfondo uniforme. Forse esistono energie o materie extrafisiche in grado di contenere informazioni e di trasportarle da un posto all'altro senza incontrare i limiti delle energie fisiche (distanze, ecc.), poiché allo stato attuale delle conoscenze non possiamo ipotizzare l'esistenza di informazioni prive di un supporto materiale o energetico, sia fisico che eventualmente extrafisico. Nella moderna teoria delle informazioni, elaborata da Claude Shannon, l'informazione è definita come una grandezza fisica, con una propria unità di misura (bit, da binary digit), e abbinata ad un supporto fisico, che viene emesso come segnale modulato da una sorgente, si propaga in un mezzo adatto (canale di trasmissione), e giunto a destinazione (per esempio un telegrafo, un televisore, un telefono) viene codificato da un decodificatore in modo da essere intelligibile al destinatario. A queste 1eggi naturali o artificiali di origine, spostamento e veicolazione delle informazioni, non dovrebbero sfuggire nemmeno le informazioni E.S.P., anche se non conosciamo ancora l'energia (o le energie) di natura fisica o più probabilmente semifisica, in grado di fungere da loro veicolo. La paranormalità è, com'è noto, un campo molto vasto, e oltre all'E. S. P. e alla P.K., comprende altri fenomeni, che potrebbero dare qualche utile indicazione sull'energia - materia responsabile della loro manifestazione.

Alcuni di questi sono i cosiddetti fenomeni extracorporei, di viventi e morenti, cioè le O.O.B.E. (Esperienze Fuori Dal Corpo) e la N. D. E. (Esperienze vicino alla morte). In questi fenomeni, il soggetto si sente talvolta separato dal corpo fisico, ma in un altro corpo, con caratteristiche sue proprie; leggerezza, invisibilità, velocità, capacità di attraversare la materia fisica, forma umana o diversa (simile ad un foglio di carta, ad un occhio, ad un punto nello spazio, ad un globo di energia). La casistica è piena di descrizioni. Questo secondo corpo, comunque, di qualcosa è fatto. E siccome la mente si sente, durante la O.O.B.E. e la N.D.E., in questo secondo corpo, ed essendo la mente fatta di informazioni, questo corpo, o la materia energia, fisica o extrafisica che lo compone, può veicolare informazioni psichiche, in questi casi l'intera mente cosciente. Quindi, tali fenomeni sono possibili secondo la teoria delle informazioni applicata alla psi, argomento ancora tutto da sviluppare, e quindi le ipotesi che riducono la O.O.B.E. - N.D.E. a semplici allucinazioni o a chiaroveggenza "viaggiante" sarebbero da scartare.

Tale corpo di altra materia -energia semi o extrafisica è stato indagato in laboratorio (PRF) con risultati parziali, ed un mio progetto sperimentale con una moderna telecamera R.C.A. ai raggi infrarossi deve ancora essere verificato, e in caso positivo sarebbe il primo risultato sperimentale della teoria delle informazioni applicata alla psi. Anche le apparizioni, di viventi, morenti e defunti, possono essere spiegati con tale teoria, tramite interazione, visibile al percipiente, tra materia energia extrafisica e materia fisica (parziale materializzazione). Mentre per le esperienze cosmiche (peak experiences), quando la coscienza, invece di separarsi come nelle O.O.B.E., si espande e percepisce senza alcun limite, non può ipotizzarsi alcuna forma di supporto energetico (pur essendo in qualche modo ancorata al cervello, al quale ritorna dopo l'esperienza). Concludendo, la teoria delle informazioni applicata alla psi potrebbe dare qualche contributo alla sua comprensione, e a qualche problema connesso (alludo alla sopravvivenza della psiche dopo la morte, finora inimmaginabile senza il corpo fisico, mentre le O.O.B.E. e la N.D.E. indicano l'esistenza dì un corpo extrafisico in grado di portare con sé le informazioni psichiche organizzate nella stessa individualità cosciente del vivente). La teoria delle informazioni potrebbe avere applicazioni nello studio dell'origine della vita (essere vivente = materia + energia + informazioni), della sua evoluzione in senso favorevole all'evoluzione delle informazioni (livello vegetale - animale -umano, e forse super umano futuro con possibile "normalizzazione" della psi, cioè divenuta cosciente e volontaria). Anche Sagan (autore di "I draghi dell'Eden") scienziato della NASA, è di questo parere: "1'evoluzione si realizza nel senso di un'informazione sempre più ricca ed articolata; questa informazione si presenta nel mondo vegetale ed animale sotto forma di informazione genetica, nel mondo animale anche di informazione cerebrale e nell'uomo anche di informazione extrasomatica (libri, computer, ecc.). La superiorità del cervello umano si spiega in termini puramente quantitativi. Esposto ad ambienti più ricchi, l'uomo ha sviluppato un maggior numero di sinapsi rispetto agli altri animali. Il cervello umano può contenere 1013 bit di informazione in un volume di l03 cm cubi, ossia l010 bit per cm cubo.

L'informazione è perciò immagazzinata in esso in modo 10.000 volte più compatto che in un calcolatore (che però ha una velocità di elaborazione dieci miliardi di volte maggiore)... Analogia, quindi, tra cervello e computer. Così come nel computer ci sono un hardware (componente materiale; circuiti, transistors, ecc.) e un software (informazioni e programmi per elaborare le informazioni), nel cervello ci sono pure un hardware (neuroni, sinapsi, molecole mnemoniche, ecc.) e un software, (informazioni sensoriali ed ... extrasensoriali, e programmi per elaborarle, ricordarle, comunicarle, ecc.). Il corpo organico sarebbe la fonte di energia, come nel computer la presa di corrente. L'uomo, quindi, ed il suo cervello, come computer naturale e biologico in continua evoluzione, forse anche verso una psi normale come passo avanti nella globale evoluzione delle informazioni a livello cosmico.

L'uomo, con i suoi computer e la sua teoria delle informazioni, non ha inventato o scoperto proprio nulla, ma ha adeguato alle sua esigenze di calcolo o memoria, le stesse leggi "informatiche" che la natura ha usato con lui, strumento inconscio di un'evoluzione naturale e cosmica delle informazioni verso uno stadio finale ancora sconosciuto; e durante tale evoluzione nel futuro, la psi potrebbe essere ancora un altro "senso", ancora in fase di perfezionamento e di sperimentazione naturale, e per cui è ancora instabile e ribelle ad ogni tentativo di controllo umano. Solo con le droghe o le tecniche yoga, o con l'ipnosi, si può ottenere qualche fenomeno psi, ma senza ancora una padronanza totale delle variabili in gioco, biochimiche e psicologiche. Teoria delle informazioni, quindi, promettente per la comprensione della vita, del suo posto nel cosmo come probabile strumento di evoluzione delle informazioni, e della psi come futuro mezzo di perfezionamento in questo processo evolutivo, processo che potrebbe continuare in dimensioni extrafisiche, dando ragione alle ipotesi su una possibile sopravvivenza fisica dopo la morte, suggerita dai fenomeni psi in generale, dalle O.O.B.E. e N. D. E. in particolare; le quali dimostrano, in termini informatici, che il software specifico (mente cosciente) può fare a meno dell'hardware biologico (cervello - corpo), disponendo di un hardware extrafisico, in grado di mantenere intatte tutte le informazioni di solito ritenute "inseparabili" dall'abituale contenitore cerebrale.

 

 

 

La ghiandola pineale - sincronizzatore dei ritmi
Un approccio olistico al rapporto mente/corpo
di G. Francesetti, M.Gecele, A.Meluzzi

Secondo gli studi storici eseguiti dal neutoanatomista J. Ariens Kappers, (l979), la ghiandola pineale fu scoperta più di 2300 anni fa da Herophilus (325-280 a.C.) un anatomico alessandrino, il quale riteneva che essa controllasse il flusso della memoria.

La letteratura indiana antica presenta numerosi riferimenti alla pineale come organo di chiaroveggenza o di meditazione, che permetteva all'uomo di ricordare le sue vite precedenti. Per i buddisti, quest'organo costituisce il "terzo occhio" che, se aperto, penetra nelle dimore di cose ineffabili. Finché il terzo occhio dorme l'adepto rimane inconsapevole dell'ineffabile. Sono tuttavia descritte molte tecniche per permettere agli aspiranti di "aprirlo", una di queste è la meditazione.

Questo terzo occhio è stato anche ampiamente rappresentato nelle opere di arte sacra orientale dove accade frequentemente di incontrare delle figure umane dotate di un occhio che si apre al centro della fronte. Il segno indù delle caste si trova in un punto scelto comunemente per simbolizzare l'"occhio", e anche il colore utilizzato rappresenta lo spazio di sviluppo spirituale.

L'epifisi assume un ruolo importante anche nella visione energetica dei sette chakra dell'uomo. Gli studi classici della medicina greco - romana considerano l'epifisi una struttura capace di materializzare e guidare il fluido del pensiero dal terzo al quarto ventricolo cerebrale, attraverso, cioè, quel sistema di canalicoli e cisterne nei quali fluisce il liquido cefalo - rachidiano. Galeno, medico del II secolo a.C., considerò la pineale come una struttura simile alle ghiandole linfatiche. Questa interpretazione venne accettata nella cultura occidentale per molti secoli, finché in epoca rinascimentale, qualcuno non tornò ad occuparsi di ghiandola pineale. Nel 1640, Descartes definisce l'epifisi come "la sede dell'anima" e anello di congiunzione tra res cogitans e res extensa, postulando anche l'esistenza di una connessione occhio - epifisi - muscolo e attribuendo così, intuitivamente, un significato funzionale all'epifisi come mediatore degli effetti della luce sull'apparato muscolare. Questa piccola struttura cerebrale era quindi in grado di trasformare un immateriale pensiero in un'azione e di risolvere in questo modo, molti problemi alla costruzione filosofica cartesiana.

In seguito, sotto l'influenza del pensiero cartesiano, molti studiosi del XVII e XVIII secolo associano la pineale e le sue calcificazioni alla pazzia e alla patologia psichiatrica in genere.

Da allora la pineale resta sostanzialmente nell'oblio e l'aggettivo "vestigiale" è quello più frequentemente applicato a questa ghiandola.

Tuttavia recenti ricerche psiconeuroendocrinoimmunologiche hanno riportato l'attenzione sull'epifisi.

Le attuali conoscenze neurofisiologiche evidenziano come la pineale non sia semplicemente una ghiandola, ma, come la midollare del surrene, un trasduttore neuroendocrino: converte infatti un input nervoso, u~n neurotrasmettitore, in un output ormonale che va in circolo. L'input nervoso è la noradrenalina, rilasciata dai nervi ortosimpatici postgangliari, l'output ormonale è in primo luogo la melatonina. la sua sintesi della serotonina è catalizzata da due enzimi (n - acetil - transferasi , SNAT, e idrossindol - O - metil transferasi o HIOMT) che sono caratteristici della pineale. I pinealociti sintetizzano esso stessi la serotonina dal triptofano aminoacido essenziale, tramite la stessa via utilizzata nei neuroni.

La sintesi e la secrezione di melatonina sono regolate dalla percezione della luce: è interessante osservare che la pineale deriva da un organo fotorecettoriale, funzionalmente "un terzo occhio", presente in alcune specie di rettili ed anfibi. La pineale dei mammiferi non risponde però direttamente alla luce, ma l'impulso luminoso, raccolto dalla retina, giunge al nucleo sporachiasmatico, regione coinvolta nella genesi dei ritmi biologici; di qui l'informazione passa all'ipotalamo laterale da cui si dipartono le fibre efferenti dirette al midollo toracico dove originano le fibre che terminano nei neuroni pregangliari del nucleo cervicale superiore che proiettano alla pineale. La luce quindi determina il ritmo circadiano e circannuale della melatonina, la cui secrezione è massima di notte e minima di giorno (il picco massimo si situa intorno alle 02,00 di notte).

La pineale riceve però anche informazioni direttamente dal SNC tramite fibre nervose che collegano l'abenula, la commisura posteriore, i nuclei paraventricolari con il peduncolo e il parenchima epifisario. D'altra parte esistono dei recettori specifici per la melatonina nel SNC, in particolare nel nucleo soprachiasmatico ipotalamico che rappresenta un centro di primaria importanza cronobiologica.

Anche le influenze ormonali sembrano giocare un ruolo importante nella fisiologia epifisaria, ed esistono sicure relazioni tra pinea1e e altri sistemi endocrini, in particolare le gonadi.

Oltre alla luce, anche i campi elettromagnetici influenzano l'attività della pineale, la quale sembra essere un mediatore fondamentale degli effetti sistemici di questi campi sui sistemi biologici. La pineale si presenta quindi come un fondamentale detector di alcune variabili ambientali, in grado di trasferire le informazioni dall'ecosistema esterno a quello interno, permettendo così la sincronizzazione fra ritmi ambientali e ritmi biologici dell'organismo. Quest'organo ricopre infatti un ruolo centrale nell'organizzazione cronobiologica del nostro organismo, consentendo ad esso di adattarsi in modo ottimale alle variazioni temporali ambientali.

L'azione dei secreti pineali, in gran parte ancora ignota, si esplica sul sistema endocrino immunitario e nervoso in modo estremamente complesso. I prodotti epifisari meglio conosciuti (melatonina e betacarboline) sono delle molecole a struttura chimica indolica, come la serotonina. Questo tipo di anello strutturale è presente in tutte quelle molecole che a livello animale e vegetale mediano il rapporto esterno - interno in modo sincronizzato. La melatonina, oltre ad un effetto antigonadotropo, evidente soprattutto negli animali, presenta una attività immunostimolante e antagonizzante gli effetti immunodepressivi di stress. Tratteremo a questo proposito soprattutto della melatonina, ma sarebbe un errore identificare la pineale con questo ormone. Infatti, l'epifisi è sede di produzione di molte altre molecole, come le beta-carboline, la cui funzione è attualmente in gran parte sconosciuta.

Recenti osservazioni depongono per un ruolo immunomodulatore della pineale in senso stimolante e antagonista nei confronti dello stress, tramite l'azione della melatonina su cellule immunocompetenti e con la mediazione degli oppioidi endogeni.

Oltre ad un'azione immunomodulatrice, gli indoli (in particolare le beta-carboline e i serotoninergici) influenzano gli stati di coscienza, controllando in particolare il ritmo veglia/sonno e l'attività onirica. Le beta-carboline, in modo specifico, sono implicate nella produzione dei sogni notturni e possono forse spiegare il fisiologico ritmo di alternanza della dominanza emisferica cerebrale della durata di circa 20 minuti. Durante la predominanza dell'emisfero destro si attiva la sfera affettiva, emozionale e creativa con una più o meno spiccata estraniazione dall'ambiente esterno. In questi momenti ci sorprendiamo a sognare ad occhi aperti o a commettere lapsus verbali o errori nel nostro lavoro. Nella fase di predominanza emisferica sinistra è invece la nostra parte logico - razionale e analitica ad essere più attiva.

L'andamento bilanciato e armonicamente fasico di questi diversi stati di coscienza è alla base di un buon equilibrio psicosomatico, perché ì meccanismi che controllano questa altalena della coscienza sono gli stessi che modulano l'attività neuroendocrinoimmunitaria del soggetto.

Non deve quindi stupire che uno degli strumenti terapeutici più utilizzati in diverse medicine tradizionali, sia costituito proprio da sostanze contenenti indoli. E' per esempio il caso dello sciamano dell'Amazzonia che usa l'ayahuasca, una liana ricca di beta-carboline e con proprietà allucinogene, per indurre uno stato di coscienza fortemente alterato e condurre cosi alla catarsi e alla guarigione. Ciò che fa lo sciamano è indurre, con tecniche comunicative che creano lo specifico contesto emozionale e con l'assunzione e la somministrazione di indoli, una "tempesta psicobiologica" riomeostatizzante per un meccanismo di tipo psiconeuroendocrinoimmunologico. L'azione dell'allucinogeno, per un meccanismo serotoninergico, si esplica inoltre a livello del rafe mesencefalico e dell'attività epifisaria, con una conseguente modulazione cronobiologica dell'orologio endogeno.

In questo senso la pineale rappresenta un fondamentale centro di sincronizzazione dei ritmi dell'organismo ai ritmi ambientali, tramite un'azione su diversi sistemi, fra cui come abbiamo detto, quello immunitario.

La regolare cadenza dei singoli bioritmi e il loro sincronismo rappresentano una delle condizioni essenziali per un adeguato funzionamento dell'essere vivente. Infatti, la caratteristica essenziale dei ritmi biologici di alternare periodi di riposo a periodi di attività funzionale permette di mantenere i vari distretti a un livello ottimale di funzionamento.

E' dunque evidente che ogni fattore che interferisce col normale svolgersi dei complessi cicli bioritmici dell'organismo, non solo altera una normale sequenza adattativa e difensiva, ma favorisce la formazione dei precursori della malattia somatica.

E' un dato di fatto che vari bioritmi fondamentali risultano alterati in numerose malattie considerate come psicosomatiche quali l'asma .bronchiale, l'ipertensione essenziale, l'ulcera gastroduodenale, le malattie coronariche, ed altre.

Inoltre, alcuni importanti bioritmi psiconeuroendrocrini, fra cui lo stesso ritmo della melatonina, sono profondamente modificati nei disturbi dell'umore (per intenderci: nelle sindromi depressive).

In queste situazioni l'alterazione cronobiologica è qualcosa di più di un mero epifenomeno, sembra cioè rivestire un ruolo causale nell'insorgenza del quadro psicopatologico; a conferma di ciò stanno le recenti acquisizioni terapeutiche che svolgono la loro azione proprio agendo sui bioritmi (la fototerapia). Inoltre, anche molti farmaci antidepressivi, dal litio alla clorgilina e imipramina, hanno dei rilevanti effetti sull'andamento dei bioritmi. E' quindi evidente come la modificazione della normale oscillazione ritmica dei diversi parametri fisiologici si associ all'insorgenza di situazioni patologiche.

Ma quali sono le principali cause di disorganizzazione bioritmica?

In primo luogo la causa della desincronizzazione può essere endogena, e sembra essere il caso, ad esempio, di alcuni disturbi psichiatrici come la depressione endogena.

In secondo luogo, possono essere causa di alterazioni cronobiologiche gli eventi psicosociali, lo stress, le alterazioni di parametri ambientali.

Mentre nelle società contadine ad economia agricola i ritmi del lavoro, dell'alimentazione e del riposo attività tendevano ad essere sincroni con i ritmi biologici e con il variare periodico degli eventi naturali, la rivoluzione industriale ha progressivamente modificato questa situazione. La moderna società urbana industriale ha infatti sempre più imposto i propri ritmi, legati a esigenze di tipo economico e tecnologico, sui ritmi biologici individuali e di gruppo. Così il progressivo aumento di attività lavorative legate ai turni notturni, i rapidi spostamenti attraverso i fusi orari che avvengono nei viaggi aerei, ma soprattutto l'induzione di ritmi comportamentali uguali per tutti e vincolati a necessità produttive ha portato a sincronismi artificiali con serie conseguenze sul piano psicosomatico infatti i ritmi comportamentali e i ritmi biologici sono fra loro armonicamente collegati per un migliore adattamento dell'individuo alle richieste dell'ambiente.

La situazione ottimale di minor rischio psicosomatico viene dunque raggiunta quando due serie di ritmi sono in fase perfetta fra di loro e il comportamento riceve esattamente il supporto biologico di cui ha bisogno in quel momento. Però quando per l'azione di determinanti psicosociali, i bioritmi comportamentali - emozionali vengono forzati in direzioni diverse da quelle dei loro ritmi biologici di supporto, si crea una dissociazione fra programmi biologici e comportamenti che è una delle principali condizioni per la formazione dei precursori della malattia.

Nella attuale organizzazione urbano - industriale inoltre i ritmi comportamentali dell'attività, della sessualità e riproduzione, dell'alimentazione sono scarsamente sincronizzati con i ritmi biologici che ad essi sottendono e sono per lo più fissi nel tempo in contrasto con il variare ciclico delle determinanti fisiche ambientali quali il variare delle stagioni. E' come se vivessimo a livello emozionale - comportamentale in un limbo metacronologico, dissociato di ritmi ambientali.

Per quanto riguarda lo stress, 1'organizzazione cronobiologica sembra essere molto protetta da alterazioni indotte dallo stress. Ciò conferma come quest'ultimo sia una reazione biologico - comportamentale utile e necessaria per la vita e, d'altra parte, comunque la stabilità e la regolarità dei bioritmi sia importante per la sopravvivenza dell'individuo, e della specie.

Tuttavia le situazioni di stress acuto strettamente intenso oppure cronico producono nell'individuo delle alterazioni cronobiologiche associate all'insorgenza di disturbi psicopatologici e psicosomatici.

Quale ruolo ha la pineale in questo processo di insorgenza della malattia da desincronizzazione? La ricerca in questo settore è tutt'altro che conclusa, tuttavia se pensiamo da un lato alla funzione cronobiologica della pineale e dall'altro all'attività che la melatonina e le beta-carboline svolgono sul sistema neuroendocrino e sul sistema immunitario, la pineale diventa in modo evidente un possibile mediatore degli effetti patologici della desincronizzazione.

A questo proposito si sta aprendo strada il concetto che la pineale possa svolgere un ruolo di "regolatore dei regolatori" nell'organismo animale, venendo a configurarsi come mediatore ambiente - individuo e come modulatore teso a mantenere l'omeostasi contrastando tutto ciò che minaccia di comprometterlo.

Non solo, quindi, un "ormone antistress", ma più generalmente un modulatore omeostatico che antagonizza gli effetti dello stress quando questo Si presenta come una "inhibiction de l'action" (inibizione dell'azione) in senso laboritiano ed è quindi pericoloso per la sopravvivenza dell'individuo.

Occorre infine ricordare che la pineale è sensibile alle variazioni dei campi elettromagnetici ambientali e possiede quindi le. caratteristiche di "terzo occhio" che nel passato alcuni pensatori gli hanno intuitivamente attribuito; é, quindi affascinante utilizzare come ipotesi di lavoro la possibilità che questo organo funga da antenna per le cosiddette energie "sottili" che ci giungono dall'ecosistema esterno.

Lo studio della ghiandola pineale e dei suoi secreti è quindi un chiaro esempio di ricerca olistica, in quanto deve considerare l'oggetto di ricerca non più isolatamente e non soltanto come facente parte di un organismo più complesso, ma deve tenere conto anche dell'ecosistema in cui questo organismo. si trova. D'altra parte per questo studio è necessario un approccio transdisciplinare che si arricchisca dell'interazione tra i diversi approcci al problema, e che deve saper comprendere e parlare sia il linguaggio del biochimico che quello dell'antropologo, sia quello del fisico che quello dello sciamano.

Questa prospettiva transdisciplinare, interattiva e complessa, è quella che nell'attuale paradigma scientifico può farsi crogiolo di nuove conoscenze, in quanto capace di utilizzare, oltre al microscopio, anche il macroscopio e percepire così non solo le cose, ma anche le relazioni fra le cose.

 

 

 

Ritmi dei tamburi e onde cerebrali nelle esperienze sciamaniche
di Piergiorgio Pietrobon

Oltre alle guarigioni individuali e "sociali", per lo sciamano, svolgono un ruolo importante le ascensioni in mondi non accessibili alle persone comuni.

Per fare ciò egli utilizza degli oggetti e dei simboli di potere che fungono da agganci, ponti o intermediari, con il mondo dell'aldilà. Nel tempo lo sciamano si costruisce o si procura un materiale di potere, come per un medico lo sono i suoi strumenti e questo materiale sarà strettamente personale, procurato o fabbricato da lui, ricevuto dalle mani di un sant'uomo, o da un altro sciamano.

Oggetti come il tamburo, il costume, la pipa, sono conosciuti unanimemente in tutto il mondo sciamanico, come oggetti di potere che stimolano a penetrare nel mondo sovrannaturale. Simboli invece come l'albero, la scala, il ponte, anch'essi universalmente riconosciuti, molto spesso, ma non sempre, presenti, rappresentano nell'inconscio archetipico degli sciamani rispettivamente l'asse del mondo, l'oggetto di ascensione e il passaggio che permette di comunicare con ognuna delle tre zone cosmiche. Essi determinano in sé lo spazio sacro e centrale, a partire dal quale l'uomo apre una finestra sull'infinito.

L'ascensione o la discesa sciamanica per eccellenza, consiste nel passaggio da una regione cosmica all'altra: dalla Terra al Cielo e dalla Terra agli Inferni. Lo sciamano conosce il mistero delle rotture di livello perché esse sono collegate da un asse centrale che passa per una "apertura" o per un "foro".

 

Simboli del passaggio

L'Albero: simbolo di vita in continua evoluzione, l'albero esprime l'ascensione e la crescita; è la vita. L'albero mette in comunicazione i tre livelli del cosmo: quello sotterraneo con le radici che scavano le profondità, la superficie della terra con il tronco e i primi rami, e i cieli, con i rami superiori e la cima attirata dalla luce del sole. Esso in questo senso ha un carattere centrale, al punto che l'albero del mondo è sinonimo dell'asse del mondo.

La Scala: anch'essa si ricollega alla simbologia della verticalità; tuttavia essa indica un'ascensione graduale, per gradi, in cui lo spirito dello sciamano deve riequilibrarsi per poi procedere verso nuove "salite". La scala appare nell'arte come il supporto immaginario dell'ascensione spirituale. Lo stesso Dante nel "Paradiso" (XXI, 28-34), scrive:

 "...di color d'oro in che raggio traluce
vid'io uno scaleo eretto in suso
tanto che nol seguiva la mia luce
Vidi anche per li gradi scender giuso
tali splendor, ch'io pensai ch'ogni lume
che par nel ciel quindi fosse diffuso".

Il Ponte: anch'esso viene vissuto simbolicamente come mezzo che unisce il mondo ai Piani Infernali e Celesti. Al pari della morte, l'estasi implica un passaggio, un "mutamento" dato figurativamente dal mito, nella forma di un attraversamento pericoloso.

Mircea Eliade spiega: "Si tratta di un complesso mitologico, i principali elementi costitutivi del quale sarebbero i seguenti:

a) in illo tempore, nell'era paradisiaca dell'umanità, un ponte collegava la Terra e il Cielo e si posava dall'una all'altra regione senza ostacoli perché non esisteva la morte

b) una volta interrottisi le comunicazioni facili tra Cielo e Terra, il ponte lo si attraversa solo "in ispirito", cioè come morti o in estasi. Da un certo punto di vista, tutti i riti iniziatici tendono alla ricostruzione di un passaggio verso l'aldilà e, pertanto, all'abolizione della rottura di livello che caratterizza la condizione umana dopo la caduta. Nei miti questo passaggio "paradossale" va appunto a sottolineare il fatto che chi riesce a realizzarlo ha superato la condizione umana: è uno sciamano, un mistico o un eroe".

 

Il potere del tamburo

Al pari dei simboli precedenti, gli oggetti di potere figurano nella realtà sciamanica come agganci energetici a trance ascensionali. Il tamburo, per esempio, oltre a possedere un potere generazionale se trasmesso ereditariamente, emette delle onde vibratorie che influiscono a livello cerebro - corporeo, stimolando particolari aree del sistema nervoso centrale.

Infatti sembra che le basse frequenze emesse dal rullio del tamburo trasmettano al cervello un'energia massima, perché possono essere sopportate per lungo tempo e a grande amplitudine. Non è così per le alte frequenze che "saziano" rapidamente.

Inoltre si ritiene che la zona di frequenza d'onda su cui vibra il tamburo sia particolarmente efficace per far scattare una modificazione dello stato di coscienza. Stessa "suggestione di frequenza" assumono i canti sacri per gli Orientali e il mantra "OM" dei Tibetani, il quale deve vibrare a livello addominale.

Con un semplice parallelismo, si configura nel quadro vibrazionale una tendenza delle basse frequenze a stimolare campi fisico - emotivi, che si avvicinano sempre a esperienze meditative, di trance o di estasi.

E' come se le onde emoto-somatiche dello sciamano o del mistico vibrassero, per raggiungere un livello di conoscenza profondo, a frequenze più basse del normale. Tutto ciò accade similmente nel cervello umano, in cui si é riscontrato che, negli stati meditativi, le onde cerebrali scendono da 45-13 cicli/sec. delle onde beta, ai 12-8 cicli/sec. delle onde alfa, toccando la soglia delle onde theta 8-4 cicli/sec. ed a volte anche a livelli inferiori delle onde delta 4-0,5 cicli/sec. Sconcertante allora è pensare che il livello theta, posseduto da un soggetto dormiente, viene raggiunto consciamente dal meditativo in esercizio. Si potrebbe affermare cioè: "Sta sognando con coscienza!".

Esistono infatti numerosi casi di persone che, durante il sogno, si rendono consapevoli di essere stesi sul proprio letto, e vivono la "favola onirica" percettivamente con tutti cinque i sensi: essi odono, toccano, annusano, vedono il sogno e sanno nello stesso tempo, di essere sdraiati nel letto.

 

L'Io integrato e fluido

Si può chiamare effettivamente allucinazione, ma la differenza sostanziale di queste persone dagli psicotici o schizofrenici è che i primi possiedono degli Io integri, i secondi no.

Per quanto perplessi possano risvegliarsi e, successivamente, approfondire o accantonare l'esperienza casuale, essi continueranno a vivere una propria vita normale.

Gli psicotici invece, possiedono purtroppo un Io diviso, meglio definirlo disintegrato e, rappresentandolo come un cerchio spezzettato, non possono impedire al contenuto (cioè l'inconscio), di fuoriuscire.

Il concetto fondamentale a cui sono giunto nel mio studio è che il lavoro degli sciamani dei monaci, su sé stessi agisca assottigliando la struttura psichica dell'Io, e rendendola fluida. La volontà, ossia la "presenza energetica", cardine e caratteristica primaria per l'applicazione e la continuazione di queste tecniche, si sovrapporrà come una patina o alone trasparente, a quelle solidificazioni egoiche che mantenevano in vita inutili difese dell'Io, strutturate in seguito a shock infantili o ad esperienze sociali negative.

Con la prima legge di termodinamica la scienza giunse alla conclusione che "Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma"; effettivamente l'apprendistato sciamanico consiste in una trasformazione personale in cui le difese e gli inutili desideri vengono sostituiti da qualità potenziali, poche volte sviluppate.

 

"Un guerriero" disse una volta Don Juan a Castaneda, "deve usare la volontà e la sua pazienza per dimenticare. Di fatto un guerriero ha solo la sua volontà e la sua pazienza e con esse costruisce tutto quello che vuole. La volontà è qualcosa di molto speciale, che capita misteriosamente.

Non c'è un vero modo per dire come la si usa, tranne che i risultati della volontà sono stupefacenti. Forse per prima cosa si dovrebbe sapere che si può sviluppare la volontà; il guerriero lo sa e aspetta. La volontà è qualcosa che l'uomo usa, per esempio, per vincere una battaglia che, secondo ogni calcolo, dovrebbe perdere. Quella che tu chiami volontà è carattere e temperamento forte, quello che uno stregone chiama volontà è una forza che viene dall'interno e che si attacca al mondo esterno. La volontà è come una forza, il vero legame tra gli uomini e il mondo".

 

 

Una spiegazione fisica della coscienza
L'unificazione della fisica e la questione della mente
di Fabrizio Coppola

La scienza si propone di comprendere la realtà in cui viviamo; e la fisica è la scienza fondamentale. Oggi i fisici tendono allo sviluppo di una "teoria unificata" da cui dedurre tutte le manifestazioni dell'universo in funzione di un'unica entità, il "campo unificato". Si tratta di un atteggiamento che risale ad Einstein, che però non disponeva ancora di sufficienti conoscenze per riuscire nell'intento.

Dal campo unificato si spiegherebbe ogni manifestazione in natura. E poiché anche la mente dell'uomo fa parte della realtà, è naturale ricercare la sua relazione col campo unificato, e chiedersi come nasca la coscienza nell'universo.

Generalmente si pensa che la mente sia un fenomeno secondario rispetto alle entità fondamentali della fisica, che si riscontra solo in quegli organismi complessi che sono gli animali e l'uomo e come tale di esclusiva pertinenza delle scienze biologiche. Forse però la coscienza è più importante di quanto crediamo; esaminiamo se non sia una manifestazione diretta del campo unificato. A primo acchito questo può sembrare poco credibile, anche perché le conseguenze filosofiche sarebbero enormi, la coscienza riacquisterebbe un ruolo di prim'ordine nell'universo, e molti scienziati sono apertamente contrari ad idee del genere. Ma è facile dimostrare che il loro rifiuto derivi da un giudizio superficiale e forse anche da pregiudizi materialistici e meccanicistici ancora radicati, nonostante i progressi della fisica verso stadi più avanzati.

 

La fine del meccanicismo

La scienza non ragiona più in termini di un mondo - macchina come in passato.

La relatività di Einstein ha evidenziato che a livelli profondi di analisi la materia si riduce ad una forma di energia. La fisica quantistica sviluppata da Bohr, Heisenberg, Schrodinger ed altri fisici ha poi dimostrato che tale energia manifesta proprietà ondulatorie, che le catene di causa/effetto che determinano l'evoluzione temporale dell'universo non sono rigide ma offrono un piccolo margine per una "1ibera scelta" della natura (indeterminazione), e che l'atto di osservazione modifica leggermente ma inevitabilmente il sistema osservato: osservatore ed osservato costituiscono un sistema unico ed indivisibile.

Oggi la realtà viene descritta dalla fisica come un tessuto di informazioni che emergono dal "vuoto quantistico", che è un vuoto "dinamico", "creativo", contenente in forma potenziale tutte le entità fisiche: queste sono prodotte da perturbazioni o vibrazioni nel vuoto, simili ad onde in un oceano, che a livello grossolano appaiono come particelle materiali o come forze. Ma al livello fondamentale della realtà esistono solo "campi" che agiscono sul vuoto. Con la teoria della superstring si sta riuscendo a dimostrare che i diversi campi (gravitazionale, elettromagnetico, nucleari) sono diversi aspetti di un medesimo "campo unificato", di cui il vuoto quantistico è la sede (e si può dire che i due concetti coincidono).

 

Le convinzioni dei grandi fisici quantistici

Heisenberg affermò esplicitamente che materialismo e meccanicismo non sono più accettabili e che la fisica moderna ci ha riportato verso l'idealismo, secondo cui la realtà si fonda sul pensiero, sull'informazione. Egli addirittura capovolse La visione tradizionale, nata nei secoli passati, ma purtroppo ancora dominante nella nostra cultura; e definì "ingenua" la visione materialistica (1). Schrodinger si spinse ancora oltre in direzione dell'idealismo. Egli notò che la scienza, basandosi sull'oggettivazione, tende a dimenticare la figura del soggetto cosciente, che resta (forse inconsapevolmente) al di fuori del quadro oggettivo della natura costruito intellettualmente dallo scienziato. Ma di fatto il soggetto è l'anima che pervade tale quadro, anche se paradossalmente la scienza non lo scorge (cosi come in una fotografia non si vede la macchina fotografica che l'ha scattata). La coscienza, secondo Schrodinger, è l'essenza dell'universo, in quanto il soggetto ed il mondo da questo percepito sono la stessa cosa (cosi come in ultima analisi la pellicola e l'immagine che contiene sono la stessa cosa). Affermando che la consapevolezza è la condizione necessaria a priori affinché il mondo possa esistere, egli giunse ad accettare dichiaratamente la concezione filosofica indiana [2]. E' con queste semplici riflessioni preliminari rispetto alla fisica, egli precorse di decenni e andò persino oltre quello che oggi in cosmologia viene chiamato "principio antropico": dedotto da inizi fisici non banali, questo sostiene che l'universo potrebbe essere nato allo scopo specifico di sviluppare essere coscienti, come l'uomo.

Bohr notò un'evidente affinità tra i fenomeni psichici e i fenomeni fisici a livello quantistico e capi che la mente doveva trovare spiegazione fisica a livello della nuova fisica quantistica e non della vecchia fisica meccanicistica [3] (sebbene la psicologia continui a seguire quest'ultima). Effettivarnente oggi l'attività mentale va interpretata come prodotto di processi fisico - chimici che avvengono a livello quantistico, ovvero ad un livello prossimo al campo unificato.

 

Il campo unificato è cosciente?

La fisica quantistica evidenzia che il soggetto cosciente contribuisce (sia pure in misura limitata) a determinare le priorità della realtà: per esempio un elettrone si manifesta come particella se vogliamo rivelarla come particella, o come onda se vogliamo rivelarla come onda, il che pone dei limiti al concetto di "oggettività" dell'universo e mette in discussione il concetto stesso di "realtà".

Considerando tutto quanto detto, è senza dubbio ragionevole e legittimo chiedersi se la coscienza non sia una proprietà diretta del campo unificato, ovvero se questo non contenga sintomi di coscienza. In tale prospettiva, si può supporre che la coscienza divenga praticamente irrilevante negli oggetti macroscopici inerti, ma emerga decisamente negli organismi viventi e particolarmente nell'uomo: il cervello non servirebbe più á Produrre la coscienza, ma solo ad "amplificarla" e valorizzarla. Si tratterebbe di una spiegazione olistica, in grado di spiegare da un unico principio ogni cosa nell'universo osservato (e... osservante!).

Purtroppo i pregiudizi contrari sono fortissimi, anche perché si tratta di una visione finalistica, in cui la natura è intelligente e tende a fini specifici, mentre la mentalità con cui è nata la scienza moderna esclude il finalismo a favore del meccanicismo e vede il mondo con caratteristiche impersonali. Ma Schrodinger ha già spiegato che questo è dovuto solo al nostro atteggiamento (oggettivazione) e non le reali caratteristiche della natura. Ed infatti tale quadro arido non spiega in maniera convincente come nel mondo possa nascere la vita dalla materia inerte, ovvero l'ordine dal disordine, l'intelligenza dal caos. Nella nuova concezione si ha invece un piccolo margine per una volontà cosciente della natura, nonostante il dominio quasi assoluto della causalità.

Ovviamente le obiezioni a tale idea possono essere molteplici e per rispondere a tutte occorrerebbe un'analisi dettagliata e compiuta con molta cautela, sorretta da considerazioni sulla storia della scienza e della filosofia ed integrata da concetti di biologia e psicologia, come ho tentato di fare nel 1ibro 'Ipotesi sulla realtà" (4)

Ricerche simili vengono tentate da vari scienziati "non allineati" alle interpretazioni tradizionali (le quali obiettivamente non riescono a chiarire in modo coerente il mistero della mente e della vita?).

 

Una teoria fisica fondata sulla coscienza

Personalmente ritengo scientificamente molto valida la teoria di Maharishi Mahesh Yogi [5], Maestro di filosofia indiana laureato in fisica. Egli propone una concezione basata sul campo unificato interpretato esplicitamente come campo di pura coscienza, il che capovolge la tradizionale visione materialistica e considera la materia una condensazione grossolana della coscienza. Questo è comprensibile se interpretiamo una parola come "bit" (quanto minimo indivisibile) di informazione e quindi di coscienza. Si tratta di una teoria completa e coerente, e può costituire il ponte già auspicato da Jung (6) tra scienza oggettiva e psicologia; purché questa si adegui ad acquisire concetti di fisica moderna e, dal lato pratico, tecniche che si rifanno alla tradizione orientale (quelle proposte da Maharishi si sono dimostrate molto efficaci, come dimostrato da centinaia di ricerche scientifiche (7). A questa concezione particolare, che apre prospettive ottimistiche per l'umanità, aderiscono fisici illustri, come Josephson, premio Nobel, e Hagelin, uno dei pochi "eletti" che studiano la superstring.

 

Note bibliografiche

1. Heisenberg, Fisica, e filosofia, Il Saggiatore

 2. Schrodinger, L'immagine del mondo, Boringhieri

3. Bohr, I quanti e la vita, Boringhieri

4. Coppola, Ipotesi sulla realtà, Lalli

5. Pubblicazioni della Maharishi International University, Fairfield, Iowa, USA

6. Jung, Aion, Boringhieri

7 Uno dei primi articoli fu Fisiologia della meditazione di Benson e Wallace, Le Scienze n. 45

 


 

DROGHE E PSICHEDELICI

 

 

Droghe e psichedelici
Neurofisiologia degli stati alterati dl coscienza
di Nitamo Federico Montecucco

Interessandoci degli psichedelici (le sostanze che manifestano la mente) iniziamo uno studio, che diventerà sempre più approfondito, sugli stati alterati di coscienza.

Di fronte al dilagare culturale e legislativo dell'incompetenza e della generalizzazione abbiamo sentito utile un dossier che desse un differente punto di vista sull'argomento "droga". Che cos'è una droga? È legittimo accomunare a pericolose sostanze come l'eroina e la cocaina qualsiasi altra sostanza che abbia un'attività sulla coscienza? Che differenza esiste tra droghe e psichedelici? E perché mai dalla categoria droghe vengono costantemente omesse sostanze alquanto più dannose a livello di salute pubblica come il tabacco, l'alcool e molti psicofarmaci?

Non desideriamo, per la linea che la rivista ha preso dal suo inizio, prendere nessuna posizione politica ne tanto meno prendere le difese di una attualmente improbabile liberalizzazione; il nostro apporto è, come di consueto, quello di fornire informazioni e punti di vista differenti e non mediocri. La nostra posizione è fondamentalmente basata sul rispetto per ogni etnia, forma di religiosità o di esperienza di ricerca umana, per quanto poco conosciuta e poco popolare essa sia. Rispetto che talvolta richiede coraggio.

Che cos'è realmente una droga? Come devono essere lette le alterazioni degli stati di coscienza?

Nel nostro cervello le informazioni in arrivo e quelle già presenti in memoria possono essere elaborate in differenti modi; queste diverse modalità, vere e proprie "vie nervose" che collegano differenti parti del cervello, dipendono in gran parte dai mediatori chimici. L'effetto pratico di queste differenti vie di elaborazione è un diverso modo di vedere "la realtà", una diversa "percezione del mondo". Quindi variando la quantità relativa di questi mediatori chimici avremo, come risultato automatico una nuova esperienza di come il mondo può essere visto e pensato. Alcune sostanze, delle innumerevoli che alterano i meccanismi biochimici del cervello, creano una dipendenza, un bisogno di continuare ad ingerire quella sostanza per attivare quella via di percezione.

Questa è la 'meccanica' delle vere droghe come l'eroina, la morfina, il tabacco, la cocaina, l'alcool, molti psicofarmaci, ma non dobbiamo scordare che l'identico effetto di alterazione della coscienza e di dipendenza lo possiamo ottenere anche con il fanatismo sportivo o religioso, l'esaltazione politica e ideologica, il sesso ecc.

È necessario tuttavia sottolineare che, per una corretta impostazione scientifica del problema, su questa rivista quando parleremo di stati alterati di coscienza, ci riferiremo a stati psichici modificati da sostanze o da tecniche particolari come la deprivazione sensoriale, la ripetizione di suoni (preghiere o mantra), respirazioni modificate, ecc. Parleremo invece semplicemente di stati di coscienza per indicare tutte le possibili variazioni della coscienza sperimentabili senza sostanze o tecniche particolari come la veglia cosciente, gli stati più "bassi" come, il sonno, il sogno fino al coma, e gli stati più "alti" o "espansi" quali la lucidità, le "peak experiences", la meditazione, i satori e i samadhi. Certo stati non comuni ma, come sottolineano i maestri, la "Buddhità", lo stato di illuminazione, sono la nostra vera natura a cui si accede 'semplicemente' riconoscendola come tale, senza agire (Wu Wei).

Ritornando agli stati alterati ritengo estremamente attuale e corretta sia dal punto di vista etnologico che psicologico la posizione di Shiva, "autore" ancora poco conosciuto in occidente ma con un numeroso e affezionato pubblico in tutto il subcontinente indiano.

Gli Shivaiti, al pari di numerosissimi altri ordini religiosi e sciamanici che da millenni si ritrovano in ogni autentica cultura, fanno uso di tecniche e sostanze per fini di sviluppo ed evoluzione interiore. La posizione del divino Shiva è accorta e prudente, egli, al pari di Don Juan, maestro di Castaneda, ritiene che l'uso di sostanze psichedeliche possa, al massimo, rappresentare un inizio, una prima intuizione di apertura che andrà poi continuata con tecniche di consapevolezza, trasformazione personale ed evoluzione spirituale attraverso la meditazione e l'attenzione. Sicuramente esistono altre posizioni e altre vie di ricerca, che in parte ospitiamo in questo dossier.

Il centro di gravità sembra comunque sempre essere la coscienza e i suoi stati, per noi di Cyber la necessità di intravedere in questi vasti mondi di esperienze, delle linee di comprensione e di ricerca sia sul piano scientifico ed epistemologico che sul piano dell'esperienza interiore per fonderle in un'unica comprensione unitaria.

 

Estasi e sostanze allucinogene
di Antonio Bianchi

Parlare oggi di sostanze allucinogene e di estasi può dar luogo a numerosi equivoci. Innanzitutto perché gli allucinogeni facendo parte della non meglio precisata categoria delle droghe sono sostanze che hanno acquisito un'aura negativa e qualcosa di demoniaco e riprovevole. La realtà è che probabilmente sull'argomento droga esiste oggi parecchia confusione e tale termine è diventato una fatiscente categoria a cui ricondurre fenomeni e sostanze estremamente diverse fra loro in virtù di un sensazionalismo che colpisce la fantasia di chi legge o ascolta, che corre subito ad immagini di morte, desolazione ecc. Ma come noi si può parlare genericamente di farmaci mettendo sullo stesso piano antibiotici, cardiotonici e tranquillanti così ogni tentativo di parlare dell'argomento droghe è destinato ad implicare un grave errore di fondo qualora non si premettano delle importanti distinzioni: oggi come oggi infatti con tale termine vengono indicate sostanze che sono per struttura, farmacocinetica, tossicità, effetti comportamentali e fasce di consumo estremamente diverse tra di loro e che, come tali, richiedono un approccio differenziato l'una dall'altra. Non si tratta di essere pro o contro una eventuale liberalizzazione di alcune di tali sostanze, quanto di sostenere un approccio basato innanzitutto sulla chiarezza e su un'ampia documentazione che per altro, su alcune di tali sostanze, già esiste. Fatta questa importante premessa ci accingiamo ora ad affrontare l'argomento "allucinogeni" ed in particolare i loro effetti sulla coscienza di chi li consuma, in relazione ad eventuali alterazioni che questi sarebbero in grado di indurre. Anche tralasciando le implicazioni sociali che tali argomenti comportano, e che sono importantissime per i problemi etici che esse sollevano, lo studioso che affronti tali argomenti si trova fin dall'inizio a considerare un problema di definizione. Che cos'è in realtà un allucinogeno e perciò quali sostanze naturali o di sintesi possono essere ricondotte sotto tale termine? La risposta è tutto altro che facile e lo testimonia il vasto numero di termini che di volta in volta hanno goduto della predilezione dei vari esperti. Un termine molto popolare negli anni 50 ed usato ancora da parte di certi ricercatori è "psicomimetico" che implica che l'effetto della sostanza ricorda varie forme di psicosi di cui può rappresentarne un fattore scatenante. Ovviamente tale termine implica una visione estremamente riduttiva dei vari stati di coscienza per cui una volta stabilite le caratteristiche di uno stato di consapevolezza che possa essere definito "normale" o "ordinario" qualsiasi deviazione da tale parametro viene identificata come patologica o abnorme.

Su tale presupposto si, aprì negli anni 60 una lunga discussione da parte di intellettuali fortemente politicizzati come T. Leary, ulteriormente alimentata dalla tesi di R. Laing secondo cui i fenomeni schizofrenici possono in realtà riferirsi ad un viaggio mentale del paziente terribile e doloroso ma potenzialmente illuminante ed evolutivo verso un'integrazione più avanzata della propria personalità. La relazione tra schizofrenia, stati indotti da allucinogeni ed altre inusuali forme di coscienza è ancora un problema aperto ma anche quelli che continuano ad usare il termine psicomimetico sono generalmente d'accordo che l'effetto di queste sostanze è profondamente diverso dalla schizofrenia. Tale termine è stato ben presto soppiantato dalla parola allucinogeni che è la designazione usata attualmente anche in sede legale. Essa pone l'accento sulla distorsione sensoriale e sull'incremento visivo che è uno degli effetti più rilevanti di alcune di queste droghe anche a bassi dosaggi e fin dalle prime fasi dell'intossicazione. Vi sono comunque obiezioni anche per questo termine. Riferendosi solo agli effetti percettivi si finisce con il sottostimare l'importanza dei cambiamenti comportamentali e di pensiero. Inoltre la parola allucinazione ha un significato piuttosto ristretto: essa viene usata per indicare la percezione di oggetti immaginari come reali, fenomeno questo piuttosto raro con o senza droghe. Il termine in ogni caso è piuttosto "crudo" e non rende certo la complessità della percezione, l'aumento di "significato" attribuito agli oggetti familiari, l'immaginazione ad occhi chiusi, le visioni in uno spazio soggettivo e le distorsioni cinestetiche indotte da una sostanza come l'LSD. Inoltre se le allucinazioni vengono definite come fallimenti del senso della realtà piuttosto che come vivide e bizzarre impressioni sensoriali, queste droghe sono raramente allucinogene. In uno studio sperimentale ad alcuni soggetti sotto l'effetto dell'LSD venne somministrata una scelta di diciotto termini per descrivere la propria esperienza: allucinazioni risultò l'ultimo nella lista delle preferenze.

Un altro termine introdotto nel 59 è stato "psicodislettici" che significa sostanze "che distorgono la mente": esso è stato molto popolare in Europa e in America Latina. Sebbene sia più comprensivo ma anche più vago degli altri più o meno si presta alle stesse critiche. Infine va citato uno dei termini più diffusi: "psichedelici" dal greco "psyche" (mente) e "delos" (chiaro o visibile). Inventato dallo psichiatra Humprey Osmond in una lettera a Aldous Huxley nel 1956. Esso significa letteralmente sostanze che "rivelano o manifestano la mente" e fu usato con entusiasmo negli anni 60 dai sostenitori di queste droghe che sottolinearono l'importanza religiosa di termini come rivelazione e manifestazione. Da ciò ovviamente derivarono varie obiezioni all'uso del termine: che era un mezzo di propaganda da parte dei sostenitori dell'uso delle droghe, che fraintendeva alcuni aspetti dell'esperienza, che sovrastimava il significato delle droghe stesse. Insomma che era l'idea centrale di un assurdo sistema intellettuale o comunque di una offensiva visione del mondo. Per altri ora semplicemente il termine sbagliato usato dalle persone sbagliate per lo scopo sbagliato. Dopo questa breve panoramica terminologica risulta chiaro che se esistono tali problemi di definizione per quelle molecole che sono allucinogene in senso stretto (tipo LSD per intenderci) ben maggiori saranno i problemi nel parlare di molecole il cui significato è molto diverso. Forse una prima differenziazione può essere fatta a livello di struttura chimica: derivati indolici (LSD, armala e armalina, ibogaina e triptamine come psilocina, psilocibina, DMT etc.) fenilalichlmine che si dividono in feniletilamine (il cui unico rappresentante è la mescalina) e in fenilisopropilamine o anfetamine (MDA, MDMA, DOM etc.), deliranti anticolinergici (atropina e scopolamina), anestetici dissociativi (PCP, chetamina), e molecola che per la struttura chimica fanno gruppo a sé come il muscimolo ed il THC.

Tutto ciò poco dice comunque su ciò che a noi maggiormente interessa e cioè gli effetti di tali sostanze sullo stato di coscienza. Forse a tal ragione è molto più utile la classificazione di Naranjo in: Visual -enhancers, (valorizzazione della visione) Feeling - enhancers (valorizzazione della sensazione) Fantasy - enhancers (valorizzatori della fantasia). Tale classificazione si basa sull'esperienza clinica dell'autore riassunta nel libro "The healing journey" e maturata sull'uso in psicoterapia di diverse sostanze psicoattive di sintesi. Diversamente per quanto riguarda le sostanze naturali e l'uso di piante allucinogene la cosa si complica notevolmente. I "Visual enhancers" cioè le sostanze del tipo LSD o allucinogeni propriamente detti sono caratterizzati da fenomeni preminentemente percettivi. Tali sostanze provocano la cosiddetta "esperienza psichedelica" caratterizzata nei casi migliori da una combinazione di esperienza contemplativa, estasi ed intuizione spirituale di varia profondità. L'aspetto contemplativo dell'uso dell'LSD è un sentimento di distacco di tipo onirico nei confronti dell'oggetto delle proprie visioni. La parola onirico rende male comunque il senso di tale esperienza in quanto si tratta di uno stato di iperlucidità più che di obnubilamento (come invece avviene con l'Amanita muscaria). Si tratta per così dire di "paesaggi mentali" in qualche modo associati con ricordi e/o fantastiche ricostruzioni del passato. L'effetto di tali sostanze è infatti legato a fenomeni di regressione di età, che sono stati studiati approfonditamente dallo psichiatra Stanislav Grof. La passività stessa che caratterizza gli stati indotti da allucinogeni è in realtà un'esperienza-picco, uno stato mentale privo di direzione che può essere interpretato come una de-differenziazione della mente analoga, secondo alcuni autori, allo stato mentale proprio del feto. Nella sua forma più profonda si tratta di un'estasi per così dire "oceanica" in cui il contenuto visionario è astratto piuttosto che figurativo. Tale esperienze mistiche sono distinte da altre esperienze "religiose" in cui il pensiero non è del tutto assente e le immagini ed i concetti dotati di un'esaltata, mistica o superumana qualità vengono manifestati nelle visioni. In questo caso io parlerei di esperienze "religioso-archetipali" che rappresentano in genere una forma parziale o comunque più limitata dell'esperienza psichedelica. La controparte negativa di tale esperienze giace secondo Grof in forme di "viaggi" definibili come "infernali" la cui caratteristica di base è un senso di deficienza o inadeguatezza, in cui ogni particolare oggetto o l'intero mondo diventano grotteschi, artificiali, oppressivi, orrendi ecc. Al di là comunque della classificazione di Grof in inferno, paradiso e purgatorio già Kluver nel 1966 aveva tentato di fornire uno schema interpretativo dell'esperienza psichedelica basandola su alcune "forme costanti" delle visioni sperimentate con l'uso della mescalina. La prima di tali forme veniva indicata con termini come grata, (lattice, rete, filigrana favo). La ragnatela, io penso, può essere vista, per dirla alla Jung, come mandala. La seconda forma costante scelta da Kluver è quella definita tunnel, (imbuto, vicolo a cono, vaso). È chiaro che si tratta di una rappresentazione formale di un'esperienza: il muoversi lungo un cammino esperienziale.

Il tunnel può essere visto come la struttura mandalica di un campo di esperienze, con il sé al centro, che si schiude nel tempo.

La terza forma di Kluver è la spirale, che evoca immediatamente il serpente, simbolo universale della "forza della vita" o "kundalini". Concluderei questa breve panoramica sugli allucinogeni percettivi riproponendo le nove caratteristiche psicologiche dell'esperienza psichedelica proposte in un celebre studio da W. Pankhe. Unità (coscienza e ricordo non sono perdute: invece la persona diviene molto consapevole di essere parte di una dimensione più vasta e più grande), Trascendenza di tempo e di spazio, Sentimenti positivi, Senso del sacro, Qualità noetica (un sentimento di intuizione o illuminazione con una tremenda sensazione di certezza), Senso del paradosso, Ineffabilita, Transitorietà e Cambiamenti persistenti negli atteggiamenti e nel comportamento. Ovviamente tali caratteristiche potrebbero benissimo essere adatte per descrivere un'esperienza mistica spontanea risoltasi positivamente. E del resto gli autori in un celebre esperimento (Good Friday 1962) a doppio cieco somministrarono 30 mg. di psilocibina a venti studenti in teologia di un college americano. I1 risultato fu che tali studenti riportarono fenomeni, per lo meno apparentemente, indistinguibili, se non identici, a certe categorie della tipologia della coscienza mistica.

La seconda categoria di droghe sintetiche analizzate da Naranjo sono i "Feeling -Enhancers" il cui prototipo sono l'MDA e 1'MDMA che condividono con gli psichedelici del tipo LSD l'effetto di indurre "esperienze spontanee di autoanalisi" ma nello stesso tempo differiscono da questi in quanto comportano fenomeni percettivi molto più modesti senza viaggi in regni angelici o demoniaci. Essi si limitano a provocare delle "peak experiences" che rimangono all'interno dei confini del mondo umano L'MDMA ad es., di cui si sente oggi molto parlare come "estasi", è una sostanza con modica attività stimolante e parzialmente allucinogeno, in quanto si ha un incremento di immaginazione ad occhi chiusi. La natura di questa immaginazione riflette comunque la tipica atmosfera interiore di un feeling-enhancer, per cui non è né astratta né mitica bensì piuttosto realistica e relazionata a persone più che ad immagini e ad oggetti. Sotto l'effetto di droghe come l'MDMA è stato detto che "è più facile sentire ciò che uno sente e vedere le cose come sono" I'insight in questo caso, che può influenzare profondamente l'intera vita dell'individuo, non consiste nella scoperta di alcunché di remoto ma semplicemente in un emergere di una capacità, non influenzata dalla volontà, di vedere ciò che è ovvio. Rappresenta cioè la scoperta di qualcosa che c'è sempre stato ma non è mai stato riconosciuto. Sono ovvie le implicazioni di quanto andiamo dicendo sia da un punto di vista terapeutico, sia da quello dello studioso di fenomeni estatici: più che di estasi in questo caso io parlerei di "enstasi" ed il parallelo più che con le esperienze mistiche andrebbe fatto con il satori del buddismo zen. L'ultima categoria nella classificazione di Naranjo riguarda i "fantasy-enhancers" termine con cui l'autore indica soprattutto sostanze come l'armalina e l'ibogaina. Già W. Turner nel 1964 coniò il termine "oneirofrenico" per lo yagè, una mistura di piante allucinogene usate nella selva amazzonica in quanto tale bevanda avrebbe il potere di "indurre dei sogni" (nel senso che acquisisce la parola sogno presso l'ideologia sciamanica degli indiani amazzonici e cioè di "sogni senza sogni" - termine da intendersi in senso lato come visioni, sogni lucidi ed immagini ipnagogiche). La principale differenza tra questi alcaloidi e gli allucinogeni, a parte la preminenza di immagini oniroidi con contenuti archetipici, consiste nella assenza delle distorsioni percettive, scarsa stimolazione delle emozioni ed assenza di effetti psico o misticomimetici. Tali effetti sono comunque presenti nell'uso della bevanda chiamata yagè o ayahuasca in Amazzonia in quanto essa contiene tra i suoi componenti piante ad elevato contenuto di DMT, un allucinogeno di tipo percettivo. La differenza tra l'uso di questa mistura e quello dell'LSD giace caso mai nella preminenza di effetti oneirofrenici e nel tipico contenuto delle visioni stesse. Inoltre l'interesse di questi alcaloidi consiste nel fatto che è stato dimostrato da Axelcod e Coll. che è possibile nel tessuto della ghiandola pineale ottenere 6-metossiarmala (un composto a spiccata attività psicoattiva) dalla melatonina grazie ad un enzima denominato HIOMT, la cui attività aumenta enormemente nell'epifisi stando in costante oscurità per sei giorni. Questo ovviamente getta nuova luce sui cambiamenti fisiologici che si possono avere in cervelli posti in situazioni di deprivazione sensoriale come in numerose pratiche ascetiche. Il complesso di immagini che si ha nell'esperienza di yagè è tra l'altro estremamente suggestivo di animalità, primitività, fisicità. Probabilmente ciò deriva da una stimolazione del cervello rettiliano e suggestive di tali tesi sarebbero gli esperimenti condotti dallo stesso Naranjo all'Università del Cile.

Tra le immagini di animali sarebbero predominanti quelle di grossi gatti, serpenti ed uccelli da preda. Presenti in tali visioni sono anche numerose immagini di morte e rinascita quasi che l'esperienza di una morte interiore sia in realtà la possibilità di una nuova vita: un distacco dalla propria condizione oggettiva che conduce, non all'indifferenza, bensì ad una identificazione del proprio sé con il corpo fisico verso immagini e sensazioni di fluttuare, di levitazione ed in fondo di volo magico tanto importante nelle culture arcaiche. La parola ayahuasca infatti non a caso significa "liana della morte" o "liana dell'anima" quasi che la morte del corpo rappresenti una possibilità di liberare l'anima. Questo discorso ci porta comunque molto più in là nel campo delle piante allucinogene, ove subentrano variabili più importanti di quelle legate alla chimica ed alla storia personale di chi le usa. Entriamo nella sfera della antropologia e dell'etnofarmacologia ove una classificazione come quella sinora proposta perde significato. Mentre cioè da noi il back-ground culturale si è limitato a fornire il mezzo interpretativo dell'esperienza allucinatoria nelle culture ove l'uso delle piante allucinogene ha assunto significati di culto esso diventa strutturante dell'esperienza stessa. Ed infatti nel nostro mondo si è sviluppata una cultura psichedelica non un culto: le esperienze psichedeliche potevano al massimo essere interpretate o servire da mezzi interpretativi nei confronti del mondo che ci circondava. Ma mai nessuno dei profeti della rivoluzione psichedelica ha messo in discussione la realtà di tale mondo. Essi hanno creato una controcultura che ha cercato di cambiare il mondo accettando tuttavia la sua realtà assoluta ed univoca.

 Nelle culture sciamaniche del Sud America il back-ground culturale intorno a tali esperienze è invece strutturante. Nella misura in cui la visione di una luce viene definita come uno spirito si fornisce all'apprendista il mezzo per strutturare tutte le successive visioni nel corso della sua vita. L'attribuzione di un significato ontologico e metafisico all'esperienza visionaria, il contatto con il mondo degli spiriti, serve infatti a strutturare l'interpretazione della realtà per cui questo mondo non è più il solo mondo esistente. Nasce cioè una visione del mondo basato sull'assioma, comune a tutti i culti, che non esiste la sola realtà fisica, assioma comprovato e verificato dal fatto che ogni realtà altra può essere contattata ogni volta che lo sciamano ingerisce l'allucinogeno. Tale concetto è definito dal fatto che presso queste culture la "vera vita" è quella del mondo percepito sotto l'effetto del mondo delle droghe ed il cammino dello sciamano è in fondo un progressivo allontanarsi dal mondo ordinario degli uomini ed un assumere lentamente l'identità del mondo degli spiriti quasi che sia possibile una transizione ontologica fra le due realtà.

 

 

Ricerche scientifiche sugli stati alterati
3° Conference of european college for the study of conscionsuess di Antonio Bianchi

Si è tenuto a Freiburg, in Germania, dal 8.12 al 10.12.1989 il 3° Convegno dell'European College for the Study of Consciousness (ECSC). La ECSC è una associazione scientifica che si dedica esclusivamente a ricerche nel campo degli Stati Alterati di Consapevolezza (ASC) e dell'uso di sostanze psicoattive a scopo terapeutico. Gli attuali presidenti sono A. Hofmann, l'uomo che ha scoperto l'LSD, l'Ergotamina, l'Hydergina e numerosi altri ergot derivati, il Prof. H. Leuner dell'Università di Gottingen, un'autorità nel campo delle psicoterapie con sostanze cosiddette "psichedeliche" e il Dott. Dittrich dell'Università di Zurigo che ha dedicato la sua vita allo studio degli Stati di Deprivazione Sensoriale (SDS). Il convegno è stato preceduto da un simposio sull'uso terapeutico dell'MDMA e sulla sua possibile tossicità (recenti pubblicazioni hanno infatti sottolineato una possibile deplezione di serotonina a livello centrale negli animali da esperimento anche se a dosaggi estremamente superiori a quelli impiegati normalmente e per vie di somministrazione insolite (endovena o intraperitoneale). I partecipanti hanno voluto comunque sottolineare che non esiste alcuna documentazione di alcuna sintomatologia clinica in qualche modo legata ad un deficit di serotonina anche in consumatori abituali da lungo tempo. Nel pomeriggio del venerdì 8 il convegno è iniziato con una lettura magistrale di A. Hofmann, l'uomo che nel 1943 nei laboratori della Sandoz in Svizzera sintetizzò per primo l'LSD. A. Hofmann è stato forse uno degli studiosi che più di ogni altro ha saputo riflettere in sé la figura del brillante farmacologo, del filosofo speculatore e dell'entusiasta ricercatore che viaggia tra gli stregoni del Messico per svelare il mistero dei funghi magici (sarà lui ad isolare per primo la psilocibina dai funghi psicotropi usati dai Mazatechi nello stato di Oaxaca).

Oggi, dopo essere stato il punto di riferimento per l'area più seria di un'intera generazione di ricercatori, si è ritirato in un paesino vicino a Basilea ove si dedica alla rielaborazione editoriale di una vita così intensa: vedasi gli ultimi libri ('LSD: My Problem Child' e 'Insight/Outlook' disponibili entrambi presso l'Albert Hofmann Foundation). Successivamente ha preso la parola il Prof. H. Leuner, uno dei primi pionieri delle ricerche sull'LSD in Europa. Egli ha lavorato sull'LSD come potente mezzo facilitatore del processo terapeutico dal 1955 al 1985, ed è stato uno dei più convinti assertori della scuola cosiddetta Psicolitica (le psicoterapie con uso di allucinogeni si dividono in due scuole principali: da un lato quella Psichedelica statunitense i cui portavoce più famosi sono S. Grof, C. Naranjo e R. Yensen che impiegavano dosi piuttosto alte di sostanze psichedeliche molto distanziate nel tempo tra di loro, dall'altro quella Piscolitica europea che preferiva invece usare dosi molto basse di sostanze - V4 o V3 della dose normale - in tempi rawicinati). Attualmente Leuner sta esplorando a Gottingen le potenzialità psicoterapeutiche della Chetamina, un farmaco finora impiegato esclusivamente come anestetico ma spesso associato con fenomeni allucinatori o di veri e propri ASC, secondo una nuova modalità di somministrazione che ne esalterebbe le proprietà catartiche.

Le sessioni, nella clinica di Gottingen iniziano al mattino e la Chetamina viene somministrata in tre successive iniezioni intramuscolari alla distanza di circa 90 minuti. La prima dose è piuttosto moderata, la seconda decisamente più alta mentre l'ultima di nuovo bassa ha solo il compito di chiudere il processo. Ogni paziente viene seguito da una guida per tutto il processo e viene controllato periodicamente durante la giornata dallo stesso Leuner mentre al termine della seduta tutti si incontrano in una seduta di gruppo per discutere la loro esperienza. Un allievo del Prof. Leuner, Michael Schlichting, sta invece conducendo uno studio pilota sull'uso di un nuovo empatogeno del gruppo delle fenetilamine i cui effetti sono simili all'MDMA.

Gli empatogeni sono molecole prive di effetti allucinogeni o nelle quali tali effetti sono comunque secondari e molto relativi, ma dotati di una marcata azione disinibente nei confronti di emozioni represse 0 "bloccate". Lo studio di Schlichting oltre ad essere molto promettente da un punto di vista terapeutico ha evidenziato come il nuovo composto presenti notevoli vantaggi tossicologici per quanto riguarda l'azione sul sistema serotoninergico. Sabato 9 dicembre la sessione è iniziata con un'interessante relazione del Dr. Ditrich dell'Università di Zurigo sui fenomeni di deprivazione sensoriale, in cui ha riportato i risultati di uno studio su oltre 500 soggetti sottoposti ad esperienze prolungate in particolari vasche di deprivazione.

Gli stati sperimentati sono stati divisi in tre principali categorie: le "oceanic self deprivation" o esperienze mistiche, le "fearful dissolution of self-awarness', o minacce di perdita di controllo e le "visionary structuring" o allucinazioni ottiche riferibili a ASC. Successivamente hanno preso la parola C. Ratsh di Amburgo, con una relazione sull'uso della Claviceps Purpurea un fungo che contiene LSD, nello Yocatan ed il Dott. Andritzky dell'University di Colonia, con una brillante relazione sull'uso dell'Ayahuasca tra i curanderos peruviani. Particolarmente interessante è stato il confronto tra le esperienze raccolte tra gli sciamani amazzonici e quelle riportate nelle scuole contemporanee di Psicologia Transpersonale quasi a voler stabilire un percorso ideale tra le tradizioni di questi popoli e le esperienze degli esploratori contemporanei degli stati di consapevolezza. Altri interventi degni di nota non stati quelli del Dr.Gatz di Dresda sulla composizione di funghi psicotropi europei del genere Psilocibe, e del Prof. Hausner, direttore del Sadska Hospital di Praga. Egli ha esposto il programma terapeutico elaborato dalla scuola cecoslovacca. Il primo stage consiste in una farmacoterapia tradizionale combinata con una psicoterapia di appoggio. Quindi si passa al secondo stage con una terapia intensiva di gruppo, infine nel caso il paziente non abbia risposto a tali metodi si arriva alla terza fase in cui si somministra LSD. Il programma del Prof. Hausner prevede dosaggi che oscillano tra i 100-150 micro ed i 400-500 micro, ripetuti per 10-13 sessioni. La sua esperienza copre oltre 20 anni di attività in cui ha visionato più di 3000 sessioni per un totale di circa 350 pazienti. Particolarmente toccante è stata la rassegna dei dipinti prodotti dai pazienti nel corso di tali terapie.

 

LSD e l'esperienza dell'universo
Una profonda trasformazione della coscienza percettiva
a cura di Cyber Ricerche Olistiche

I testi che seguono costituiscono un breve saggio sull'LSD, la più conosciuta, pericolosa, affascinante e usata tra le sostanze psichedeliche, e sul suo scopritore il chimico Albert Hofmann.

Nel passato tutte le varie sostanze psichedeliche di origine vegetale erano utilizzate esclusivamente come supporto iniziale all'esperienza mistica e richiedevano un appropriato rituale sia nella preparazione all'esperienza, con purificazioni e canti, che nelle dosi e nelle modalità di assunzione e, soprattutto, nel periodo dell'esperienza psichedelica.

Con l'LSD questa ritualità purtroppo in gran parte si è persa per le strade del mondo, creando gravi disagi, paranoie e problemi psicofisici a coloro che senza precauzione e senza conoscenze assumevano questa sostanza. L'LSD tuttavia è stato sperimentato da moltissimi intellettuali, pensatori e scienziati del nostro tempo, da Aldous Huxley a Fritjof Capra. L'esperienza con l'LSD ha creato, con la "cultura acida", una profonda trasformazione della cultura contemporanea permettendo di aprire ed espandere le porte della percezione e della coscienza.

Una breve panoramica su questa sostanza, definita da Hofmann il suo "figlio problematico", che, come tutti i bambini che creano problemi, a volte riservano anche grandi soddisfazioni.

Albert Hofmann, nato l'11 gennaio 1906 a Baden in Svizzera si laurea in chimica (PhD) presso l'Università di Zurigo nel 1929.

Nella primavera dello stesso anno entra a far parte dei laboratori di ricerca chimica farmacologica della Sandoz a Basilea, diretti dal prof. Arthur Stoll. Hofmann è, all'inizio, assistente di Stoll, e, negli ultimi decenni, assume la direzione della ricerca del dipartimento dei prodotti naturali. Tutta la sua carriera è dedicata all'indagine sui principi attivi di alcune piante medicinali, quali l'Ergot, la Rauwolfia, la Scilla Marittima, la Digitalis, etc, da cui sono stati creati alcuni validi rimedi farmacologici (Methergin, Hidergina, Didergot). Successivamente ha compiuto ricerche sulle piante magiche degli indiani del Messico, Teonanactl e Ololiuqui e scoprì l'LSD.

Ha pubblicato più di cento articoli su riviste scientifiche, soprattutto su Helvetica Chimica Acta.

 

La prima esperienza psichedelica

Hofmann abita in bilico su tre confini europei, in una villa solitaria sulle colline sopra Burg, vicino a Basilea in Svizzera, a pochi passi dal confine francese e a pochi chilometri dalla Germania. Dalle sue finestre si vede l'Alsazia e i Volsgi... in un pomeriggio nel 1943 Hofmann sperimenta per la prima volta al mondo la sostanza poi nota come LSD. Questo è il racconto della prima esperienza di un "viaggio acido".

'Bevo e aspetto. Guardo fuori. Sale piano qualcosa di strano, un soffio, una vibrazione. Di colpo mi cambia il quadro ottico. Vedo per la prima volta: gli oggetti hanno colori abbaglianti. Sento per la prima volta: è come se ogni più piccolo rumore avesse trovato la strada segreta per arrivare sino a me, con precisione. E' a quel punto che succede.'

Hofmann chiude gli occhi, rallenta il racconto, sceglie le parole: 'Improvvisamente ho paura. Sento che mi sto staccando. Si è creata una distanza tra me e il mio corpo. La paura diventa terrore. Mi alzo, ho solo un idea: voglio andare a casa. Salgo in bicicletta e tutto quello che vedo intorno è diverso. Ho la precisa sensazione di essere immobile. Sto pedalando sempre più velocemente, lo spazio intorno a me si allarga, mi inghiotte. Non ho vie di scampo, non riesco a muovermi. I rumori intorno diventano colori, lampi di blu, strisce di rosso.

Non so come mi ritrovo a casa, da solo. Sono seduto sulla poltrona, gli oggetti sono animati, si muovono, il mondo è completamente diverso, eppure io penso: è così che deve essere. Penso: sono pazzo, voglio tornare indietro. Panico, Panico. Lontano da me, molto lontano, nel mondo delle cose, vedo comparire il mio assistente poi mia moglie. Sento parole, c'è un medico. Sono nel mio letto. Sento che dentro di me si sta fermando il cuore, si sta fermando il tempo. Sto morendo e nessuno se ne accorge. Il cuore è fermo. Dico al medico che ha la faccia sfigurata: sto morendo. Ma lui mi sta misurando la pressione, mi ascolta il battito, dice: è tutto perfetto, non si preoccupi.

D'improvviso la paura rallenta. Sono nel mio letto, non mi può succedere niente di terribile. Ecco, piano piano, cado nel torpore. I pensieri rallentano, smetto di resistere. Il tempo ricomincia a fluire, è notte fonda, ho sonno. Dormo benissimo e alla mattina, quando mi sveglio, provo una sensazione bellissima. Intorno a me tutto è nuovo, tutto fresco, tutto piacevole. Mi guardo intorno e ho la netta sensazione di essere in un mondo nuovo.'

 

 Un paio di giorni con Hofmann
di Matteo Guarnaccia

E' stato straordinario passare un paio di giorni con Albert Hofmann, in occasione della presentazione del suo libro a Milano. Godere della sua calda e conciliante umanità, scambiare serenamente chiacchiere e informazioni, dolcemente travolti dalla sue esperienze e ricordi. Rendersi conto che il sereno e vivace vecchietto che ti sta davanti è realmente un protagonista di questo secolo. Dall'ultimo Kaiser ai Grateful Dead, da Aldous Huxley al comitato per l'assegnazione del Premio Nobel, dal lavoro alla Sandoz all'imbarazzante investitura di padre degli hippies come inventore dell'acido ...la sua tranquilla vita d,i scienziato svizzero si è trasformata in maniera magica. Hofmann è stato il pioniere lungo i sentieri degli stati alterati di coscienza, sentieri impervi e desueti al mondo scientifico.

Un uomo che ascolta, curioso, paziente sino all'inverosimile, un 86enne felice di vivere su questo pianeta e ben conscio della stupidità umana ...la competizione, il potere, la diga di Assuan, la follia de proibizionismo, gli americani che fanno sempre spettacolo e dell'LDS che è una sostanza basica, e l'hanno pubblicizzata col nome di acido'. Con un sorriso di sufficienza sistema tutto il can can delle realtà virtuali. Cos'ha a che fare un giochino con l'esperienza interiore?

Parliamo con entusiasmo dei legami tra antichi culti misterici pagani e le sostanze allucinogene .. Prima di tornare alla sua amata Basilea, si congeda con un motto latino 'Finis vitae beatitudo est', scopo della vita è la beatitudine Siamo su questa terra per godere dello straordinario spettacolo delle vita, basterebbe poco per goderselo. L'amore è la forma più alta di percezione.'

 

 

Hofmann parla di dio e dell'evoluzione della coscienza
Intervista al padre della cultura psichedelica

Domanda: Si conosce molto poco sull'LSD, si sa solo che ha un effetto estremamente forte. Può raccontarci che cosa accadde la prima volta che provò l'LSD e che cosa si aspettava da questa ricerca e da questa scoperta?

Hofmann: Quando scoprii i profondi effetti di questa sostanza, ritenni che potesse essere estremamente interessante da un punto di vista psichiatrico, per la biologia e le ricerche sul cervello, ma non avrei mai pensato che in seguito avrebbe avuto un uso così ampio al di fuori di questi ambiti. Il suo effetto sembrava molto particolare e potente. Infatti la prima deduzione è stata di essere di fronte ad un forte stimolante, poi mi resi conto che lo era soprattutto a livello psichico e che creava stati di coscienza alterata. Questa è stata una sorpresa. Intorno ad argomenti di questo tipo si crea sempre un forte interesse, perché essi sollecitano il tema della ricerca individuale. A questo punto mi trovai di fronte alla voglia di scoprire le potenzialità di questa sostanza per l'evoluzione della mente umana.

Anni fa, con lo psichiatra Ronald Laing, ne parlammo a lungo e concordammo sul fatto che, se usata nel modo giusto e con consapevolezza può essere un'esperienza molto importante per lo sviluppo dell'individuo.

Domanda: Ha conosciuto il fisico Fritjof Capra?

Hofmann: Sì, lo incontrai una volta e gli posi delle domande in merito all'LSD. Mi disse che ne aveva fatto 1'esperienza, che ebbe una grande influenza per lui e per i suoi studi.

Domanda: E che cosa ne pensa della relazione tra la scoperta dell'acido lisergico e dell'energia atomica?

Hofmann: Le due scoperte sono accadute nello stesso periodo, ed hanno comportato una nuova dimensione nel campo della fisica, e una nuova dimensione nel campo della ricerca psichica. Nessuna altra sostanza a un effetto eguale a quello dell'LSD, perché tale sostanza altera proprio i 1ivello energetico dei singoli atomi, passando appunto ad una differente dimensione, ad un differente piano energetico. Entrambi sono di estrema potenza.

Domanda: Può spiegare meglio il concetto di "nuova dimensione"?

Hofmann: Per nuova dimensione intendo che ad esempio altre droghe, siano esse eccitanti o calmanti, non avevano comunque mai cambiato la mia coscienza, questo intendo, che l'LSD cambia completamente la percezione della realtà interna ed esterna.

Domanda: Ricorda un episodio particolare dove, sotto l'effetto di questa sostanza, successe qualcosa di veramente straordinario?

Hofmann: Sai, la prima volta non fu molto bella, anche perché non ero assolutamente preparato ad un simile cambiamento, ma più avanti, quando mi capitò di prenderla in un ambiente piacevole in mezzo alla natura e in una giusta dose, mi capitò di sperimentare le stesse sensazioni di fusione e armonia con la natura quando ero bambino. Molto di più di sentirsi semplicemente felici. Senza l'impiego di alcuna sostanza è un tipo di sensazione che di solito si ha da bambini.

Domanda: All'interno quindi della sua vita, questo che cosa significa? Cioè qual è l'insegnamento che si può trarre da queste esperienze?

Hofmann: Dobbiamo diventare consapevoli che non c'è nulla di evidente e definitivo, la vita è veramente un mistero continuo. Essenziale è imparare a sentire il miracolo della vita dentro di sé, senza stare ad assillarsi su come "svelare il mistero". Ecco, se veramente si va in profondità, ecco che allora si comprende che siamo su questa terra per essere felici e grati alla nostra stessa esistenza.

Domanda: L'esperienza dell'LSD come può aiutare l'evoluzione della specie umana?

Hofmann: Direi che potrebbe aiutare ad aprire gli occhi, a vedere la realtà come è, nella sua essenza. Aiutare quindi a vedere e a sentire il suo senso più profondo, la sua "religiosità", imparare a vederne la grandezza e la meraviglia in ogni cosa della nostra vita, anche nei piccoli frangenti del nostro quotidiano.

In un certo senso vedere il mondo come lo vede un bambino. Vederlo, veramente, con occhi e cuore aperto, liberandolo da proiezioni e razionalizzazioni inutili e devianti.

Domanda: Vuole dire che l'LSD potrebbe aiutare un processo di "de" condizionamento" della mente e armonia dell'umanità, rendere la gente più armonica e simile in tutto il mondo?

Hofmann: Beh, tutti gli esseri umani hanno gli stessi problemi, in quanto, appunto, appartenenti alla stessa specie. Oggi come oggi abbiamo tutti bisogno di ritornare a vedere il mistero delle cose semplici, nel cielo, nelle stelle, nella nostra stessa vita, senza pensare a come usare tutto questo, ma semplicemente vederlo, esserne parte, essere molto più presenti in ogni cosa che si fa, essere più vicino alla natura, agli animali, insomma avere la reale consapevolezza dell'essere parte della creazione.

Domanda: L'esperienza dell'LSD è molto simile a quella che si ha con la meditazione. Queste due esperienze sono in contraddizione fra di loro?

Hofmann: No, anzi, spesso si medita prima di prendere l'LSD. E' un aiuto farmacologico alla meditazione. Può aiutare ad entrare più profondamente in meditazione. Gli indiani la usano nelle cerimonie religiose. Certo non è necessaria alla meditazione, si può anche raggiungere certe profondità senza il suo aiuto, ma il punto è che tutti abbiamo un profondo bisogno di liberarci da tutte quelle visioni razionali e materiali per avvicinarci alla grandezza dell'universo, e l'LSD può comunque essere uno strumento su questo cammino.

Domanda: Dopo tutti questi anni di ricerche, qual è la sua definizione di Dio?

Hofmann: (Si ferma, guarda dentro di sé, resta in silenzio per un po' e poi risponde). Lo definirei lo spirito creativo di tutto ciò che esiste Io sono uno scienziato, un chimico, ma la stessa scienza non può arrivare a spiegare e a comprendere con processi razionali cosa c'è al di là della materia, e contemporaneamente la sua stessa essenza, la forza spirituale che esiste al di là del mistero, che è il mistero e non si può spiegare, e non si tratta neanche di avere fede, è proprio un'esperienza da "sentire".

Domanda: L'LSD ci può quindi connettere con questa "coscienza creativa?"

Hofmann: Ad esempio così è usata dagli indiani. Dovremo far diventare la ricerca scientifica più finalizzata proprio alla comprensione di questa profonda universalità, meno cerebrale, più esperienziale.

Domanda: Continua a fare il ricercatore? Cosa ricerca?

Hofmann: Cerco semplicemente di continuare ad aprire sempre di più i miei occhi e diventare sempre più consapevole e cosciente del mistero della vita.

Domanda: Nella nostra società, nella situazione attuale del mondo, qual è la cosa che più la incuriosisce e che dà una direzione alla sua ricerca?

Hofmann: Io noto che la gente diventa sempre più sensibile al rapporto con la natura e questo mi dà speranza, perché significa che cominciamo a sentire di essere parte del ciclo della vita, parlo quindi del problema ecologico. E' molto più importante dello sviluppo politico comprendere che l'uomo ha la sua precisa funzione all'interno dell'universo e non può abusare della natura senza danneggiare prima di tutto se stesso. Ecco perché è importante essere in armonia con l'intero universo che è come un organismo vivente.

Domanda: Che cosa pensa dell'LSD a livello terapeutico?

Hofmann: Ad esempio si è visto che per certi malati (di AIDS ad esempio), arrivando a eliminare il dolore, permetteva loro di dare un senso alla propria vita, senza sofferenza. Ma anche qui, non si può sapere esattamente, io definisco l'LSD il mio bambino problematico.

Domanda: In che senso?

Hofmann: Beh, io ritengo che i bambini problematici siano in genere molto dotati e con un talento straordinario. Così l'LSD ha una potenzialità incredibile ma altrettanto pericolosa, se non usata nel modo giusto, in relazione e armonia con la sua natura e il suo carattere.

Domanda: Può parlarci del rapporto di sua moglie e dei suoi figli con l'LSD?

Hofmann: Nessuno dei miei figli ha mai preso l'LSD. Mia moglie sì, abbiamo fatto l'esperienza insieme. Nessuno dei miei figli mi ha mai chiesto di provarla. Io veramente non ho mai detto a nessuno: "Prova, prendila". Se qualcuno veniva da me, io cercavo semplicemente di avvisarlo di ciò a cui andava incontro, cercavo di renderlo consapevole che non si trattava di un gioco, e poi la responsabilità era comunque sua, ma con i miei figli non mi è mai capitato.

Domanda: E' a favore della liberalizzazione delle droghe?

Hofmann: Assolutamente sì. Ho anche militato all'interno di una di quelle organizzazioni che lottano per la liberalizzazione delle droghe. Molti Paesi hanno come principali problemi quello ridurre il crimine e combattere la mafia ed io penso che proprio per questo bisognerebbe liberalizzare le droghe. E' necessario. Non voglio dire una libertà totale, ma almeno stabilire delle norme anche per controllare la produzione, la qualità e il prezzo giusto. La mafia infatti è figlia del proibizionismo. Guardiamo cosa è successo negli Stati Uniti con il proibizionismo sull'alcool. Sì, la mafia ha iniziato ad acquisire sempre più potere proprio in quella circostanza. Avremmo dovuto imparare la lezione.

 

 

LSD, il mio bambino difficile
Riflessioni su sostanze sacre e misticismo
di Albert Hofmann

 Ci sono esperienze di cui la maggior parte delle persone evita di parlare perché non si conformano alla realtà quotidiana e sfidano ogni spiegazione razionale. Non sono eventi esterni particolari, bensì accadimenti delle nostre vite interiori, che vengono generalmente respinti come creazioni della nostra fantasia ed esclusi dalla memoria. L'immagine familiare del nostro mondo subisce d'improvviso una trasformazione insolita, stupefacente o allarmante; la realtà ci appare in una nuova luce, assume un significato particolare. Esperienze del genere possono essere leggere e fugaci come un soffio d'aria, oppure fissarsi profondamente nelle nostre coscienze. Albert Hofmann

 Albert Hofmann, nato a Baden in Svizzera l'11gennaio 1906, studiò chimica all'Università di Zurigo. Dal 1929 al 1971 ha lavorato come ricercatore chimico presso l'azienda farmaceutica Sandoz di Basilea, dove ha sintetizzato nel 1943 la dietilamide dell'acido lisergico (LSD) e ha diretto in seguito il dipartimento di Prodotti naturali. E' autore di libri e di numerose pubblicazioni scientifiche. Il brano che segue è tratto dall'intervento di Albert Hofmann, tenuto il 6 maggio scorso a Milano, in occasione della presentazione dell'edizione italiana del suo libro "LSD, il mio bambino difficile" (LSD, mein Sorgenkind), edizioni Apogeo.

Il titolo tedesco del mio libro - Sorgenkind - ha due significati: un bambino che ci dà pensiero, perché non si comporta come si deve; ma sorgenkind può essere anche un bambino che ci dà pensiero a causa di troppo ingegno risultante in una condotta straordinaria, originale. Io penso che la traduzione italiana - bambino difficile - abbia lo stesso significato, e spero che si impari a far uso di tutto l'ingegno di questo bambino difficile. In questo mio discorso vorrei concentrarmi su un aspetto della LSD che mi sembra particolarmente interessante ed importante: l'ipotesi che sostanze del tipo LSD siano state i principi psicoattivi della bevanda sacra Kykeon nei Misteri di Eleusi. Se questa relazione tra la bevanda eleusina e LSD esiste, si può concludere che il messaggio di Eleusi ha un valore anche per il mondo contemporaneo. Questo problema è stato il soggetto di una conferenza che ho presentato alla riunione annuale del Europaisches Collegium fur Bewusstseinsstudien (Collegio Europeo per gli Studi della Coscienza). Presento qui un estratto della traduzione di quella conferenza, eseguita da Roberto Fedeli, che è stata pubblicata, nella serie Mille Lire, da Stampa Alternativa.

I Misteri di Eleusi erano i più importanti Misteri dell'antichità, che per circa 2000 anni, approssimativamente dal 1500 a.C. al quarto secolo d.C., venivano festeggiati ad Eleusi, in Grecia, in onore della dea Demetra e di sua figlia Persefone. La storia che ha condotto alla fondazione del santuario di Eleusi è narrata in un inno di Omero: il rapimento di Persefone ad opera di Ade, dio degli inferi, la ricerca drammatica di Demetra di sua figlia, la liberazione di Persefone, il ritorno di madre e figlia all'Olimpo. In ringraziamento dell'ospitalità che aveva trovato, presso il palazzo del re di Eleusi, durante la ricerca di Persefone, Demetra fondò un tempio ad Eleusi. A causa della severa regola di segretezza, non si conosce in dettaglio il messaggio annunciato ad Eleusi, messaggio che fece di questo culto il più importante ed influente mistero spirituale dell'antichità. Ad Eleusi non veniva annunciata una vera e propria nuova religione. Doveva trattarsi piuttosto di rivelazioni circa la natura dell'esistenza umana, circa il significato della vita e della morte, che gli iniziati là ricevevano. Ciò traspare dalle testimonianze di celebri iniziati.

Così si esprime Pindaro a proposito della visione Eleusina: "Felice chi entra sotto la terra dopo aver visto quelle cose. Conosce la fine della vita, conosce anche il principio dato da Zeus".

Cicerone descrive allo stesso modo lo splendore che illuminò la sua vita dopo l'esperienza di Eleusi confessando: "Abbiamo conosciuto i principi della vita, e abbiamo ricevuto la dottrina del vivere non solo con letizia, ma anche con una speranza migliore della morte".

L'imperatore Marco Aurelio indica tra i doni con cui gli dei assistono gli uomini, anche i misteri di Eleusi. Non si conoscono i dettagli delle cerimonie all'interno del santuario centrale di Eleusi, il telesterion. La regola di segretezza non è stata mai infranta. Quello che sappiamo tuttavia è che prima dell'apogeo della consacrazione, prima della visione illuminante, agli inizianti veniva somministrata una bevanda sacra, il Kykeon. Di recente alcuni scienziati hanno formulato l'ipotesi che il Kykeon doveva contenere una sostanza psichedelica. Con ciò il problema del Kykeon diverrebbe un aspetto essenziale del segreto di Eleusi. Poteva la visione essere provocata soltanto attraverso rituali a noi sconosciuti, oppure al Kykeon veniva aggiunta una sostanza psichedelica che induceva l'estasi mistica? Ma con ciò è chiamato in causa un problema attuale del nostro tempo. Si tratta del dilemma, oggi molto dibattuto, se in determinate circostanze sia sostenibile, dal punto di vista etico e religioso, l'impiego di sostanze che modificano la coscienza, per il conseguimento di nuove visioni all'interno della realtà spirituale.

L'indagine sulle eventuali sostanze psichedeliche presenti nel Kykeon, che condussi insieme all'etnomicologo Gordon Wasson e a Carl Ruck, professore di etnobotanica della mitologia greca, presso l'università diHarvard, rivelò interessanti parallelismi tra i culti misterici di Eleusi e le tuttora esistenti cerimonie magiche degli indiani messicani. Nei siti mazatechi e zapotechi, ancor oggi, gli sciamani impiegano nelle loro cerimonie magico - religiose, una bevanda psichedelica, che chiamano Ololiuqui, preparata dai semi di due specie di convolvolo, la turbina corymbosa e l'ipomea violacea. Nel mio laboratorio di ricerca chimico-farmacologica abbiamo isolato i principi psicoattivi del Ololiuqui. Si tratta di alcaloidi già conosciuti come costituenti della segale cornuta, l'amide dell'acido lisergico e l'idrossietilamide dell'acido lisergico, che vuol dire di parenti molto stretti della dietilamide dell'acido lisergico, cioè della LSD. Questo sorprendente risultato mostra come la LSD non è un prodotto da laboratorio, ma piuttosto appartiene al gruppo di antiche droghe sacre degli indiani messicani. Ma ancora più interessante e più importante era che avevamo trovato gli identici principi attivi psichedelici anche nella segale cornuta, che cresce con ampia diffusione nel Mediterraneo, e precisamente nell'erba selvatica Paspalum distichum. Da questi risultati venne derivata l'ipotesi che gli stessi principi psichedelici fossero utilizzati nella preparazione del Kykeon, identici a quelli che vengono utilizzati nella bevanda sacra Ololiuqui. I sacerdoti di Eleusi dovevano soltanto raccogliere la segale cornuta dell'erba Paspalum, che di sicuro esisteva in abbondanza nei pressi del santuario, farne una polvere e aggiungerla al Kykeon per conferirgli il potere di modificare lo stato di coscienza.

Un ulteriore collegamento della segale cornuta con Eleusi, potrebbe essere visto anche nel fatto che uno dei riti eleusini consisteva nel mostrare una spiga di grano per mano dei sacerdoti. Questo rituale è stato messo in relazione al ciclo del chicco d'orzo, che immerso dentro la terra muore per dare vita a una nuova pianta, che in primavera si erge di nuovo verso la luce, simbolo dell'alternarsi annuale di Persefone, tra l'oscurità degli inferi e la luce dell'Olimpo, e simbolo anche della continuità della vita con la morte e con la rinascita.

La grande importanza e la lunga durata dei Misteri palesano il fatto che essi venivano incontro ad un profondo bisogno psichico e ad un forte desiderio spirituale. Nietzsche sosteneva che ciò che caratterizzava la mente greca, sin dalle sue origini, era una coscienza scissa della realtà. La Grecia fu la culla di una visione del mondo in cui l'Io si sentiva separato dall'ambiente esterno Qui, ben prima che in altre aree culturali, venne a formarsi il distacco tra individuo e mondo Questo dualismo ha caratterizzato poi in maniera decisiva la storia intellettuale europea e tutt'oggi svolge un ruolo decisivo. Un Io che vede il mondo come esterno a sé, come oggetto, una coscienza che fa della realtà un dato esterno, fu il presupposto della nascita delle scienze naturali occidentali. Già nelle prime opere del pensiero scientifico, nelle teorie cosmologiche dei filosofi presocratici, era all'opera questa visione oggettivante della realtà. La posizione dell'uomo di fronte alla natura, che rese possibile un forte dominio su se stessa, fu poi formulata chiaramente e fondata filosoficamente per la prima volta da Cartesio nel diciassettesimo secolo. Da allora in Europa si è diffuso un tipo di indagine sulla natura tendente all'oggettivazione e alla misurazione, che ha permesso di formulare le leggi fisiche e chimiche della struttura del mondo materiale. Queste conoscenze hanno reso possibile uno sfruttamento, precedentemente non immaginabile, della natura e delle sue forze. Da ciò ne è conseguito l'attuale sviluppo mondiale della tecnologia e dell'industrializzazione, in quasi tutti gli aspetti dell'esistenza, offrendo a una parte dell'umanità comodità e benessere inaspettati. Allo stesso tempo però si dava l'avvio alla distruzione sistematica dell'ambiente naturale, che oggi ha condotto a una crisi ecologica mondiale.

Ancora più gravi di quelli materiali, sono i danni spirituali dello sviluppo della visione materialistica del mondo. L'individuo ha perduto il nesso con il fondamento spirituale e divino di tutti gli esseri. Non protetto, insicuro e isolato, l'uomo fronteggia da solo un ambiente esanime, materiale caotico e minaccioso.

I Misteri di Eleusi erano intimamente legati ai festeggiamenti e alle celebrazioni in onore di Dioniso. Essi conducevano in modo decisivo alla guarigione e al superamento della scissione tra uomo e natura e, possiamo anche dire, all'annullamento della separazione tra creatore e creatura. Era questo il grande compito dei Misteri eleusini: la loro importanza storica e culturale e la loro influenza sulla storia della civiltà europea, può essere difficilmente sopravvalutata.

Qui, l'uomo separato e sofferente a causa del suo spirito razionale e oggettivante, trovava la guarigione nell'esperienza mistica della totalità, e questo era per lui motivo di credenza nell'immortalità di un essere eterno Questa convinzione ha continuato a vivere nel primo Cristianesimo, anche se con altri simboli. La si trova come promessa persino in alcuni passi significativi dei Vangeli, soprattutto nel Vangelo secondo Giovanni, per esempio nel capitolo 14,16 - 20: Gesù dice ai suoi discepoli, mentre si congeda loro: "Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro avvocato, che starà sempre con voi "Lo Spirito della Verità " in quel giorno conoscerete che lo sono nel Padre e voi siete in me e lo in voi".

Il cristianesimo chiesastico, sorto dal dualismo creatore/creature, ha tuttavia cancellato, con la sua religiosità estranea alla natura, il legato eleusinico - dionisiaco dell'antichità. Nell'ambiente della fede cristiana soltanto singoli individui, dalle doti eccelse, possono pervenire, durante esperienze visionarie spontanee, ad una verità appresa eterna e consolante: mentre nell'antichità ad essa aveva accesso un numero levato di individui attraverso l'iniziazione eleusina. L'unio mystica dei santi cattolici e le visioni sublimi, che gli esponenti della mistica cristiana come Jacob Bohme, Meister Echart, Angelo Silesio, Teresa d'Avila, William Blake e altri, descrivono nelle loro opere, sono evidentemente affini, nella loro essenza, all'ispirazione ricevuta dagli iniziati ai Misteri eleusini. Il valore fondamentale dell'esperienza mistica dell'unità, per la guarigione di un'umanità ammalata di visione dualistica razionale/materialistica del mondo, non viene affermato solo dai seguaci dei movimenti religiosi orientali, come il Buddhismo Zen, ma anche da alcuni esponenti di primo piano della psicologia e della psichiatria. La chiesa ufficiale cristiana, i cui dogmi rispondono a un dichiarato concetto dualistico di realtà, non è in grado di offrire alcun contributo per un siffatto rinnovamento. Attualmente solo associazioni e gruppi privati cercano di rispondere al bisogno e alla nostalgia di una conoscenza e di una consapevolezza piena e totale del mondo. Seminari di tutti i tipi, dallo yoga alla meditazione, alle tecniche di introspezione, vengono offerti in gran numero allo scopo di modificare o espandere gli stati di coscienza. Dalla psichiatria e psicologia accademiche, che tuttora operano ampiamente sulla base di un concetto dualistico della realtà, è nata, come nuovo indirizzo, la psicologia transpersonale. Con questa si cerca, impiegando diverse metodologie, di sollecitare l'individuo a percepire la realtà in modo totale e diretto. Ci sono poi anche coloro che, in piena solitudine, si inoltrano attraverso la meditazione verso i livelli profondi della propria coscienza, per ricercare sicurezza e protezione. Non è un caso che all'interno di alcuni di questi gruppi, ed anche in circoli ristretti di individui, vengano utilizzate alcune droghe, in funzione di aiuto farmacologico, per produrre stati alterati di coscienza, e sicuramente si tratta degli stessi tipi di sostanze che abbiamo ipotizzato) essere stati impiegati ad Eleusi e di cui tuttora fanno uso alcune popolazioni indiane. Si tratta di psicofarmaci della classe degli psichedelici, di cui la LSD rappresenta il più importante affiliato. Questo genere di principi attivi psicotropi si differenzia dal gruppo degli oppiacei, come la morfina e l'eroina, e dagli stimolanti come la cocaina; a differenza di questi, gli psichedelici non danno dipendenza ed agiscono in modo peculiare sulla coscienza.

Tra tutte queste sostanze, la LSD ha svolto un ruolo importante all'interno del movimento hippy, un movimento che si rivolgeva contro la guerra e il materialismo, ed i cui membri aspiravano ad allargare la propria coscienza. Questa classe di droghe può realmente provocare, date certe condizioni esterne ed interne, una totale esperienza mistica, simile all'unio mystica. Questo effetto fu utilizzato anche dalla psichiatria accademica, allo scopo di sostenere il trattamento psicanalitico e psicoterapeutico dal lato farmacologico, prima che l'impiego di queste sostanze venisse proibito in tutto il mondo. Presupposto per un uso sensato e uno svolgimento proficuo di queste sostanze psicoattive, è l'ambiente esterno e la preparazione spirituale dello sperimentatore. Gli indiani credono che, se l'Ololiuqui viene usato da un individuo non purificato, cioè da uno che non si sia preparato alla cerimonia con il digiuno e le invocazioni, la droga lo renderà pazzo o addirittura lo ucciderà. Questo impiego saggio che si basa su una pratica millenaria, non è stato purtroppo sempre osservato nella nostra società, e di conseguenza, si sono verificati casi di crollo psicotico e incidenti gravi. Tutto ciò ha provocato negli anni sessanta il divieto di usare questa classe di sostanze anche nella psichiatria accademica.

Ad Eleusi, dove la preparazione e le cerimonie preliminari erano ottimali, e altrettanto presso gli indiani, dove l'uso viene regolato e controllato dallo sciamano, le sostanze psichedeliche hanno avuto un impiego sensato e ricco di benefici. Anche sotto questo aspetto Eleusi e gli stessi indiani, potrebbero fungere da modello per la nostra società.

Per concludere dobbiamo ancora porci la domanda fondamentale: perché a Eleusi veniva molto probabilmente impiegato, come tutt'oggi avviene presso determinati gruppi indiani, in ambito religioso - cerimoniale, questo tipo di droghe? E perché una simile applicazione è difficilmente pensabile nella nostre cerimonie religiose? La risposta è: durante la messa cristiana viene venerata una potenza divina che troneggia in cielo, cioè una potenza esterna all'individuo. Ad Eleusi, al contrario, si aspirava ad una visione profonda del fondamento dell'essere, ad una trasformazione dall'interno del singolo individuo che faceva di questo un iniziato. Ancora oggi si pone lo stesso problema della trasformazione di ciascun individuo. Il cambiamento necessario in direzione di una consapevolezza totale, come condizione per il superamento del materialismo e per un nuovo rapporto con la natura, non può essere delegato alla società o allo stato; il cambiamento deve e può aver luogo soltanto dentro ciascun essere umano. Una siffatta trasformazione può, senza dubbio, avvenire anche senza impiego di droghe, spontaneamente nel caso di individui particolarmente privilegiati, oppure in conseguenza di determinati tipi di meditazione. La facoltà di avere esperienze mistiche risiede in ogni individuo. Essa fa parte della natura spirituale degli esseri umani. E' indipendente dai ruoli sociali e dalle caratteristiche esterne individuali. E' per questo che ad Eleusi potevano essere iniziati uomini e donne, liberi e schiavi, indistintamente. Sul modello eleusino si potrebbe istituire centri, in grado di riunire e rafforzare le molteplici correnti spirituali del nostro tempo, che mirano allo stesso traguardo, consistente nel creare i presupposti, tramite una trasformazione della coscienza in ogni singolo individuo, per un mondo migliore, senza guerre né catastrofi ambientali, per un mondo abitato da uomini più felici.

  

Le droghe trascendentali
L’insegnamento del dio Shiva alla dea Parvati
di Nik Donglas e Penny Slinger

da 'Shiva Puranat tradotto da 'Les secrets de l'extase'

Sulla sommità del sacro Monte Meru, al centro dell'universo, Shiva, il supremo Yogi, e Shakti, la sua sensuale controparte femminile, contemplano il mondo e i suoi abitanti.

Sorridendo interiormente la dea domanda: 'Quali sono le differenti maniere di acquisire i poteri magici? Parlami anche, per favore, della giusta utilizzazione delle droghe. Tante domande e le loro segrete risposte si agitano nel mio cuore pensieroso!'

Sporgendosi per accarezzarle i capelli, e guardandola negli occhi, il Signore Shiva disse alla sua sposa Parvati: 'Mia adorata, nonostante i pensieri siano numerosi, rare sono le vere risposte! Benché i poteri magici facciano parte del Tantra, non sono in sé stessi un fine. I poteri magici, chiamati Siddhis, sono stati la causa di dispute, di gelosie, di karma e di vite senza fine. E' persino accaduto che degli Yogi rompessero i loro voti. Per amore dei poteri magici numerosi sono coloro che si sono allontanati dal buon senso e dalla ragione. Certe forme di poteri magici sono naturalmente presenti alla nascita poiché provengono da vite precedenti, da influenze astrologiche, dai genitori o dagli antenati. Altri sono acquisiti attraverso pratiche di austerità, ritirando i sensi dal contatto con il mondo esterno e trasformando il modo di agire. I Siddhis possono anche essere acquisiti vivendo lunghi periodi in un assortimento meditativo intensamente concentrato, con la costante ripetizione di potenti mantra e con la corretta utilizzazione di droghe.

Questi cinque metodi sono quelli attraverso i quali i mortali possono ottenere dei Siddhis. Una persona che ha il controllo sui poteri magici si chiama Siddha. Sono molti i Siddha che sono giunti aldilà delle limitazioni mondane diventando l'incarnazione del potere magico. Le droghe hanno il potere di trasportarci aldilà della dimensione mondana. Dai tempi più antichi molte droghe sono state utilizzate nei riti magici. Tuttavia le droghe tendono ad essere così imprevedibili come le persone, e come il sesso, possono liberare o asservire. Alcuni dicono che il sesso è la più grande delle droghe e che non c'è sostanza inebriante più potente che l'amore di un uomo per una donna.

Certo è vero che le droghe e il sesso hanno molte cose in comune. Entrambi possono portare all'acquisizione di poteri magici ed entrambi hanno una natura in sè stessa illusoria, una capacità di alterare la percezione della realtà. In questo senso, le droghe e il sesso sono entrambi trascendentali.

Ci sono molti tipi di droghe dagli innumerevoli effetti. Le droghe trascendentali tendono a far affiorare ciò che giace appena sotto la soglia normale della coscienza. Esse elevano o provocano l'espansione, intensificando l'attenzione, e possono risvegliare e far salire l'energia Kundalini. Appartengono a questa categoria la Marijuana, il Charas, I'Hashish, il Bhang e altre sostanze naturali e organiche attive sulla coscienza. Tuttavia se una persona prende queste droghe in uno stato d'animo negativo o di instabilità emotiva, è possibile che la negatività e l'instabilità vengano fortemente intensificate. L'esperienza della droga diviene allora spiacevole, persino terrificante, e ne risulta di solito un sentimento di profonda paura. D'altra parte, se una persona prende queste droghe naturali con un'attitudine mentale positiva ed una certa preparazione yogica, ne risulteranno delle esperienze trascendentali ed estatiche.

Ci sono anche delle droghe che tendono a contrarre o restringere il campo della coscienza, a bloccare la percezione e a portare infine verso l'oblio. Non sono delle droghe trascendentali e il loro uso non è mai stato approvato da nessun Maestro. Fanno parte di questa categoria i derivati dell'Oppio e le numerose sostanze che alterano la coscienza. Tali droghe producono un effetto negativo sia sul corpo che sullo spirito, qualunque sia lo stato mentale nel quale ci si trova. Esse tendono a bloccare le emozioni e a provocare disarmonia all'interno del corpo sottile. Esse inoltre attirano le influenze e le entità negative, e creano degli ostacoli karmici che sono difficili da superare.

Le droghe naturalmente elevatrici hanno un effetto spirituale sicuro quando sono correttamente utilizzate come dei sacramenti. Quando sono presi sotto la direzione di una guida spirituale o di un Maestro. esse servono ad iniziare all'esperienza della trascendenza, liberando l'individuo dai limiti che si è creato.

Le droghe trascendentali possono fornire una scorciatoia verso l'illuminazione, liberando l'ego e il sé e favorendo nello stesso tempo l'accrescimento della ricettività e della comunione mistica. Queste droghe dovrebbero essere prese solamente con uno spirito di iniziazione e un'attitudine mentale positiva.

Quelli che non dimenticano di invocare le qualità trascendentali di Shiva, mentre prendono queste droghe, non hanno nulla da temere.

Le droghe sono delle entità in sé. L'anima della Marijuana, per esempio, è femminile, essa è attraente e molto seducente. In sua presenza il tempo passa senza che quasi ci si accorga. Il suo dolce profumo inebria i sensi ed eleva lo spirito. Essa è gratificata dagli uomini eroici e dalle donne sensuali.

Quando una copia fuma insieme la Marijuana le permette di partecipare alla loro relazione. Accettando il loro invito, l'anima della Marijuana aggiunge spontaneità e humour, agendo nel contempo come potente iniziatrice. Trasportando la coppia nella sua dimensione, l'anima della Marijuana esalta e intensifica nello stesso tempo l'amore e la sensibilità.

 

Anatomia dell'allucinazione: profeti del vuoto
di Judith Hoper e Dick Teresi
da: 'L'universo della mente'

Il quarantunenne Siegel è probabilmente l'esperto mondiale sulle allucinazioni prodotte scientificamente. Si dà anche il caso che sia stato l'unico scienziato americano a continuare a fare ricerche sull'LSD nell'epoca postpsichedelica. (Ai fini scientifici, l'epoca dell'LSD terminò nel 1966, l'anno in cui il composto divenne una "sostanza controllata", circondata da più burocrazia di una visita ufficiale nelle province sovietiche). Ma, senza violare una sola legge, Siegel ha somministrato LSD, mescalina, marijuana, anfetamina, cocaina, psilocibina, polvere degli angeli, barbiturici e altre sostanze psicoattive a centinaia di volontari all'Istituto neuropsichiatrico dell'UCLA. E nessuno, egli dice, ha mai fatto un cattivo viaggio nel suo laboratorio.

La storia del primo dizionario scientifico dello spazio interno è contrassegnata da un certo interessante karma psicofarmacologico. Per esempio, Ron Siegel è nato nello stesso anno (1943) in cui Albert Hofmann, un chimico che lavorava ai laboratori Sandoz in Svizzera, ingerì per errore un oscuro composto dell'acido lisergico e fece il primo viaggio al mondo causato da quest'acido. La storia si ripeté un quarto di secolo dopo quando Ron Siegel, nel corso di esperimenti sulla chimica della memoria a Dalhousie, stava pesando della fine polvere bianca che era puro LSD-25 della Sandoz - il Ding-an-sich (la cosa-in-sé), il Pouilly-Fuissé dell'acido. Un po' della polverina aderì presumibilmente alle sue dita ed entrò nel suo circolo sanguigno, poiché il ricercatore si trovò ben presto in uno stato decisamente alterato.

Piuttosto che abbandonarsi all'esperienza mistica, Siegel cercò un modo per applicare il suo abituale sangue freddo behavioristico al mondo soggettivo. Ciò avvenne non molto tempo prima che si affacciasse sulla scena una nuova scienza dell"'introspezione sperimentale" (un altro ossimoro di Siegel).

"Nei primi anni della ricerca psichedelica", ricorda Siegel, "l'esperienza della droga era considerata troppo complicata per poterla descrivere. L'affermazione più circostanziata che si poteva avere da un protagonista di un viaggio era "Uau!".

Poiché per Siegel "Uau" era un'espressione troppo soggettiva, egli continuò a lavorare a un codice standardizzato dell'allucinazione. Attraverso inserzioni pubblicitarie in quotidiani diffusi nei bassifondi, egli reclutò nel suo laboratorio all'UCLA un gruppo pionieristico di esploratori dello spazio interno. Prima di somministrare loro una singola droga, egli usava diapositive colorate per insegnare loro un nuovo vocabolario visivo. "Essi non dicevano solo: 'È un verde chiaro, o un verde pisello..."' spiega Siegel, "ma dicevano: 'È una lunghezza d'onda di 540 milioni', e avevano un margine di errore di un paio di millimicron". Gli altri punti di riferimento nel paesaggio mentale erano forme geometriche e tipi di moto. Se ai soggetti di Siegel veniva proiettata un'immagine per otto millisecondi (V125 di secondo), essi erano in grado di classificarne il colore, la forma e le dimensioni di movimento con la stessa precisione con cui gli zoologi etichettano generi e specie.

In seguito, mentre una certa dose di un certo farmaco psicoattivo circolava nel loro flusso sanguigno (sostanza e dosaggio venivano cambiati ogni settimana), gli "psiconauti" entravano nelle camere buie, isolate acusticamente, del laboratorio. (A noi non fu consentito di avvicinarci alla zona delle allucinazioni, poiché Siegel è abbastanza attento a evitare la pubblicità che inquinò gli esperimenti di Timothy Leary a Harvard all'inizio degli anni sessanta). Qui i soggetti comunicavano circa venti volte al minuto le loro visioni, nel codice precostituito, attraverso un citofono. "Registravamo queste relazioni da tutti i nostri soggetti e facevamo un'analisi statistica per ottenere un'immagine prototipo media", racconta Siegel. "Poi chiedevamo a un artista di disegnarla. Le immagini venivano riproiettate in seguito ai soggetti, i quali sceglievano quelle che si avvicinavano di più alle allucinazioni da loro sperimentate".

Dopo vari anni di minuziosi rilevamenti di questi paesaggi immaginari, Siegel scoprì una cosa straordinaria: la mente dell'uomo contiene solo un certo numero di visioni.

Quando gli psiconauti chiudevano gli occhi e guardavano dentro di sé senza aver preso droghe, vedevano tonalità nere, bianche e violette.

Sotto l'influenza di sostanze psichedeliche i colori predominanti erano invece il rosso, l'arancione e il giallo, mentre il THC (tetraidrocannabinolo), il principio attivo della marijuana, produceva un azzurro freddo. Assumendo placebo, sedativi e anfetamina, i volontari di Siegel vedevano principalmente tediose forme bianche e nere che si muovevano a caso; sotto gli effetti dell'LSD e della mescalina vedevano forme geometriche che diventavano sempre più complesse col procedere del viaggio. Man mano che l'esperienza si faceva più intensa, queste forme ruotavano, pulsavano ed esplodevano, cedendo poi il posto a immagini più personali (su questo argomento ci soffermeremo più a lungo in seguito).

Ma la cosa che interessò di più a Siegel era la seguente: qualsiasi allucinogeno prendessero, gli psiconauti continuarono a vedere quattro forme geometriche fondamentali ricorrenti: le stesse quattro forme, o "costanti geometriche", che uno scienziato dell'Università di Chicago, Heinrich Kluver, aveva decifrato nelle allucinazioni da mescalina già negli anni venti. Fu Kluver a dar loro i nomi: la spirale, la galleria o l'imbuto, la ragnatela e la grata (o griglia o favo).

La lezione è che un cervello umano, appartenga esso a uno studente del secondo anno dell'Università di California a Los Angeles o a uno sciamano huichol, è costruito nello stesso modo e ha allucinazioni lungo le stesse linee.

Tutte le visioni possibili sono predeterminate dal nostro cablaggio elettrochimico.

Le allucinazioni hanno una proprietà simile, se si crede a Ron Siegel. I1 nostro cervello immagazzina informazioni nella Porma di immagini, e queste vecchie immagini sono soggette ad attivarsi ogni volta che noi volgiamo i nostri sensi verso l'interno. "Quando fuori è 'buio', quando i nostri sensi non ci danno accesso al mondo reale - come per esempio nella deprivazione sensoriale, nell'arresto cardiaco o nel sonno - noi vediamo l'arredo della nostra mente, le immagini memorizzate in essa. L'altro modo per avere allucinazioni è quello di attizzare il fuoco', di stimolare in misura eccessiva il cervello con una quantità di LSD o con qualcos'altro e di vedere le proprie immagini interne sovrapposte al mondo esterno".

Per essere precisi, nell'allucinazione ci sono due fasi. La fase uno è quella geometrica cui abbiamo già accennato. La fase due è complessa e le sue immagini sono strettamente personali: conigli bianchi, omini verdi, serpenti tricipiti, angeli, demoni, "Lucy in the Sky with Diamonds" (LSD), viaggi fuori del corpo, la faccia della nonna morta.

Quella che nella fase uno è stata una similitudine ("Mi sento come se volassi"), nella fase due diventa una realtà letterale ("Sto volando").

La fase due non si presta ovviamente ancora - a un sistema di classificazione scientifica. Ma, dice Siegel, nascoste in tutta questa stranezza ci sono ancora certe regole del moto nascoste (per esempio le cose tendono a pulsare e poi a ruotare). Ci sono leggi che governano la metamorfosi delle immagini: gli uccelli si trasformano di solito in pipistrelli, i pipistrelli in scope e poi in streghe. I particolari tendono ad accalcarsi nel campo visuale periferico, e le luci brillanti in centro.

E queste regole sono veramente regole neurali, dice Siegel.

"La forma suggerisce che una colonna di cellule corticali, che archiviano certi ricordi sotto forma di immagini, è eccitata, cosa che evoca una fila di immagini. Il maestro dell'allucinazione ha applicato la sua cartografia anche a una grande varietà di stati alterati non indotti da farmaci. Iperventilazione, ipoglicemia, corse su lunghe distanze e la demenza della neurosifilide, per menzionarne solo alcuni. Stati di timore estremo, sogno, fantasticherie, e le "aure" surreali che precedono gli attacchi di emicrania; fiutare la colla, osservare cristalli, bombardamento sensoriale, deprivazione sensoriale, danze ritmiche e luci intermittenti.

Per non menzionare i marinai di navi che hanno fatto naufragio e gli speleologi rimasti intrappolati in caverne, che a volte hanno visioni simili a quelle dei santi.

Una settimana dopo la nostra visita a Siegel, telefonammo a Jack Cowan a Chicago e gli chiedemmo di parlarci dei meccanismi di un cervello in preda ad allucinazioni.

Cowan è un biofisico-matematico che progetta modelli matematici del cervello. "Assieme a un mio allievo determinai ciò che accade realmente nel cervello di un individuo quando ha delle allucinazioni," ci dice. "Questo fatto la dice lunga su come sono i circuiti nella corteccia cerebrale".

Ed ecco gli imbuti, le ragnatele, le spirali e le grate/favi - le quattro costanti geometriche di Kluver - realizzati nel regno astratto delle simulazioni al computer di Cowan, esattamente come lo erano nelle camere visionarie di Siegel. Le equazioni di Cowan dimostrarono che, ogni volta che l'eccitazione elettrica supera una soglia critica, la corteccia genera le forme allucinatorie che ci sono familiari. Che queste geometrie assomiglino ad altre strutture in natura, e in particolare alle correnti di convenzione ascendenti e discendenti in liquidi scaldati, non è un caso, secondo Cowan, poiché ai cervelli e ai liquidi turbolenti si applicano le stesse leggi matematiche "Se riscaldate un liquido in una pentola, vedrete formarsi in esso dei favi", spiega. "Le strutture sono le stesse che si vedono nelle allucinazioni. La matematica di questi fenomeni è nota come rottura di simmetria. Ogni volta che si ha un sistema fisico con simmetrie come lo stato di quiete di un fluido, in cui tutte le molecole si muovono in modo casuale e sono distribuite in modo più o meno uniforme - e che vi si introducono perturbazioni, le simmetrie si rompono. Allora si formano delle strutture". Nel cervello l'equivalente della fiamma accesa sotto la pentola potrebbe essere l'LSD, un attacco di petit mal, uno stato psicotico o qualsiasi cosa che sottoponga la corteccia a una stimolazione eccessiva.


 

LA MORTE E LE ESPERIENZE VICINO ALLA MORTE  

a cura di Antonio Bianchi e Nitamo Federico Montecucco

 

1 - Psicologia della morte

Il fenomeno delle esperienze vicino alla morte meglio note come NDE dall'inglese near death experiences, è estesissimo e studiato ormai da vari gruppi di ricercatori in tutto il mondo.

Jane Brody, già nel 1988 sul New York Time Service riportava che "il sondaggio su scala nazionale condotto da Gallup indica che ben 8 milioni di americani adulti e un imprecisato numero di bambini hanno avuto delle NDE".

E' un segno della massima importanza, in una cultura come la nostra che tende a rimuovere la morte, che la stampa prenda in considerazione questo tema con un'ottica meno oscurantista e che la scienza e la psicologia indaghino per comprendere la reale natura del morire.

E' peraltro indubbio che qualche cosa si stia muovendo, a giudicare dall'interesse che la morte (e la rinascita) suscitano nella cultura degli ultimi anni, interesse che si manifesta non solo con la pubblicazione di libri sull'argomento, ma anche con il proliferare di seminari, di articoli e di gruppi terapeutici sulla morte.

Una particolare attenzione dovrebbe essere posta sull'opera dell'artista che ha maggiormente personificato la trasformazione di costumi e di coscienza di questi ultimi anni: Jean Giraud, meglio noto come Moebius. Questo fantastico artista, lodato da Fellini e i cui disegni sono stati imitati nelle scenografie dalla maggior parte dei film di fantascienza, è riuscito a rappresentare graficamente e psicologicamente questo passaggio di coscienza dalla vita al sogno, alla morte e di nuovo alla vita. Le sue storie e i suoi personaggi sono profondamente veri e archetipici.

Cercheremo di approfondire le nostre conoscenze su questo affascinante fenomeno, riportando racconti dai "sopravvissuti" e le teorie più valide.

Si apre così una porta verso una dimensione sconosciuta. Alcuni di noi sembra abbiano varcato questo confine e, invece di perdersi in quel misterioso "aldilà", sono ritornati raccontando di visioni molto simili e coerenti con le antiche idee di paradiso.

In equilibrio tra aldiquà e aldilà, queste persone raccontano di esperienze in cui paura e dolore sono assenti e le emozioni sono stupore e piacere: immagini di giardini, farfalle, amici angeli, luce abbagliante, al di là di un lungo tunnel.

La ricerca statistica dice che queste persone perdono il timore di morire che ci accomuna.

Molti ricercatori ritengono che le NDE potrebbero essere immagini residue del cervello che muore, l'effetto della disattivazione dell'attività neuronale, il "blink" del televisore che si spegne.

A questa ipotesi riduttiva si contrappongono altre interpretazioni che sono aperte a considerare questi fenomeni come la dimostrazione dell'esistenza di una dimensione "altra", parallela alla nostra. La dimensione tempo/psiche si rispecchia nella dimensione spazio/materia, come la psiche si rispecchia nel soma.

Le NDE sarebbero i primi resoconti del viaggio nell'altro livello di coscienza, in quello che negli USA è stato chiamato Looking Glass Universe, ovvero "l'Universo dello specchio".

L'altra parte dello specchio, quella dove i bambini e i cani vogliono sempre entrare, è solo oltre lo specchio e le creature non ancora condizionate non ne hanno paura.

 

2 - Near Death Experiences

di Antonio Bianchi

l sintomo, vissuta come colpa. Allo stato di depressione psichica, però, si accompagna una effettiva rivisitazione del corpo psichico e biologico che ha precisamente la caratteristica di un movimento verso il basso (depressione) che finisce quando la persona torna a essere con 'i piedi per terra', cioè con un buon contatto con la realtà, consapevole di se stessa e quindi più obbiettiva verso il mondo esterno.

Accettazione: eccoci alla remissione dei peccati, al perdono, alla purificazione. ~ il compito che nella chiesa cattolica viene svolto dal sacerdote attraverso l'estrema unzione che, se possibile, segue l'ultima confessione. Il morente 'rivede la propria vita' in modo spassionato, si pente e perdona. Ciò che avviene in questa fase è lo scioglimento di tutte le tensioni residue che ancoravano il paziente al passato impedendogli un contatto fermo e positivo con la realtà attuale: il perdonare equivale ad assolvere, a sciogliere le tensioni psicocorporee, i nodi che ci legano alla visione passata e "pat nde alterazioni alla consapevolezza di chi vive tale esperienza. Coloro che sono sopravvissuti hanno riportato di aver ottenuto, sulla soglia che separa la vita dalla morte, intuizioni di incomparabile valore. Filosofi, come Platone, scrittori come Melville e Tolstoi e mistici come S. Teresa d'Avila hanno riportato straordinarie esperienze vicino alla morte, ma è con l'avvento delle recenti ricerche sugli stati di coscienza che le esperienze di uno stato di morte apparente o imminente sono state oggetto di una vera e propria investigazione scientifica. L'insieme di dati e teorie costituiscono il campo dei "Near Death Studies" e i fenomeni di cui si occupano sono denominati "Near Death Experience" o NDE. I1 prototipo di NDE è stato delineato da Raymond Moody nel suo famoso La vita oltre la vita (Mondadori edizioni). Le sue ricerche hanno evidenziato un comune modello di esperienze che include elementi costanti, schematizzati nel modo seguente: "Un uomo sta morendo e nel momento di maggior angoscia a livello fisico, può udire la diagnosi di morte pronunciata dal medico. Egli inizia a sentire un rumore spiacevole, un tintinno sordo o ronzio, nello stesso tempo avverte di muoversi molto rapidamente fuori dal corpo fisico, ma ancora nell'ambiente fisico immediato, e vede il proprio corpo, da una certa distanza, come se fosse uno spettatore. Egli guarda i tentativi di rianimazione con intenso interesse ma in uno stato di superiore distacco emotivo.

Dopo un certo tempo si riprende e inizia ad abituarsi alla nuova condizione. Si rende conto di aver ancora un corpo ma di una natura molto diversa e con diverse possibilità rispetto a quello che ha appena lasciato. Altre cose iniziano ad accadere. Altri vengono a incontrarlo per aiutarlo. Egli intravede gli spiriti di parenti e amici deceduti e il dolce spirito di un essere che non ha mai incontrato prima un essere di luce appare davanti a lui. Questo essere pone questioni, in maniera non verbale, alfine di valutare la propria vita e lo aiuta mostrandogli una visione panoramica, istantanea dei maggiori avvenimenti. A un certo punto si trova vicino a una specie di confine o di barriera, che apparentemente rappresenta il limite tra vita terrena e prossima vita. Quindi avverte che deve tornare alla terra e che il tempo per la sua morte non è ancora arrivato. in questo momento tenta di resistere, poiché è cosi assorbito nella nuova esperienza che non desidera ritorna re: è infatti sopraffatto dagli intensi sentimenti di gioia, amore e pace. Nonostante tutto c'è qualcosa ancora che lo lega al corpo fisico ed egli ritorna a vivere nel nostro mondo."

(R. Moody pagg. 23,24).

 

Ovviamente non tutti coloro che hanno un fugace contatto con la morte presentano una classica NDE o un'esperienza parziale caratterizzata dalla presenza di solo qualcuna delle componenti esposte.

Ring ha elaborato un modello delle NDE come un continuum separabile in cinque fasi principali.

- La prima fase implica il sentimento di una straordinaria pace e pienezza;

- la seconda fase è caratterizzata da un senso di distacco dal proprio corpo fisico fino a realizzare una vera e propria OBE (Out of Body Experience);

- la terza fase è descritta come l'entrata in un mondo di transizione dominato dall'oscurità;

- la caratteristica della quarta fase è una luce brillante di eccezionale beatitudine;

- ultima fase è quella in cui il soggetto sperimenta il momento in cui egli stesso "entra nella luce". Sebbene più del 60% dei soggetti che sperimentano una NDE si fermano alla fase uno, un numero decisamente inferiore sperimenta le fasi seguenti fino a circa un 10% che sperimenta la fase cinque. Nello studio di Ring l'esperienza di essere "fuori dal corpo" non è necessariamente un punto cardinale di NDE. Greyson e Stevenson in un celebre articolo su American Journal of Psychiatry (n. 137, pagg. 1193, 1196) riportano un'analisi retrospettiva di 78 casi di NDE. L'impressione di essere fuori dal corpo fisico era riportato dal 70% dei soggetti, il 71% affermava di poter vedere o sentire persone fisicamente presenti e il 31% avevano l'impressione di passare attraverso un tunnel durante la NDE, mentre al 72% di essi sembrava di entrare in regni non terreni dell'esistenza. Un confine o "punto di non ritorno" come descritto nel 1ibro di Moody veniva riportato dal 57% dei soggetti mentre il 49% riportava 1'incontro con una persona non fisicamente presente e il 27% identificava tale persona come un "essere di luce", ma al di là di questa ricerca statistica forse il dato più importante, emerso dal lavoro di Greyson e Stevenson, è il profondo cambiamento della personalità che accompagna una NDR: il 75% dei soggetti infatti riportavano significativi cambiamenti nel loro atteggiamento verso Dio, il 74% verso se stessi, il 73% verso la morte. Ma forse il dato più impressionante lo ha riportato George Gallup nel suo best seller Avventure nell'immortalità dove nel corso di un'indagine è stato evidenziato che il 15% degli americani, pari a 23.000.000 di persone sono stati nella loro vita in qualche modo, almeno una volta, vicino alla morte: di questi, il 35% ha riportato di aver avuto una NDE. In altre parole ciò significa che circa il 5% degli americani, cioè 8.000.000 di individui, ha avuto una NDE! Ovviamente una fenomenologia del genere sfugge a facili spiegazioni o ipotesi. Attualmente esistono almeno cinque modelli proposti come spiegazione delle NDE.

Il primo chiama in causa direttamente il background religioso o culturale del soggetto. In base a tale modello gli individui che sperimentano una NDE dovrebbero avere forti inclinazioni in senso religioso: le NDE sarebbero allora spiegabili come vivide immaginazioni con una forte componente fantastica, originate direttamente dalle credenze religiose del soggetto. Tali ipotesi è stata comunque invalidata dal lavoro di Osis e Haraldsson, Ring e Gallup che hanno dimostrato come le preesistenti credenze religiose non influenzano il contenuto fenomenologico dell'esperienza e inoltre hanno evidenziato una marcata invariabilità attraverso differenti parametri culturali, demografici e personali.

Il secondo è il modello della "nascita" popolarizzato dal famoso astronomo Carl Sagan nel suo celebre volume Broca's Brain (1977). Basandosi sul lavoro di Stanislav Grof, che aveva notato la somiglianza delle NDE con stati mistici, particolarmente quelli sotto effetto di LSD, riduce le NDE a un semplice rivivere l'esperienza della nascita: la sensazione di volare fuori dal corpo è l'uscita dall'utero, l'effetto tunnel è una ripetizione del passaggio del bambino attraverso il canale della vagina, l'emergere dall'oscurità nella luce è ovviamente la luce della sala parto e l'eroica figura connessa con la luce è semplicemente l'ostetrica. Becker ha elegantemente dimostrato l'insostenibilità di tale modello sia in base alle ovvie disuguaglianze tra NDE e nascita sia soprattutto in base alle diversità di vissuto psicologico.

Il terzo modello è quello neurofisiologico cui si riferiscono sia le ipotesi che implicano come eziologia delle NDE l'anossia cerebrale (Rodin 1980) o una disfunzione del lobo limbico (Carr 1982), sia gli studi di Siegel sulla similarità tra NDE e allucinazioni indotte da sostanze psicotrope. Tali ipotesi suonano comunque piuttosto riduzionistiche come vedremo più avanti.

Quarto è il modello psicologico che invoca un meccanismo di difesa psicologica di tipo depersonalizzante quale spiegazione per le NDE. L'imminente minaccia di distruzione fisica dell'organismo provoca una scissione difensiva tra il sé che osserva e il sé che funziona. Il sé che osserva può osservare ciò che accade da una distanza di sicurezza e negare che la minaccia lo riguardi direttamente. Attualmente questo è forse il modello che gode più consensi per lo meno in ambiente psichiatrico, anche se probabilmente è più adatto a spiegare alcune singole componenti più che l'intera complessità di una NDE.

Infine, il quinto è il modello paranormale che vede una NDE come prova di una "realtà" diversa da quella fisica e come tale, testimonianza della sopravvivenza alla morte. La critica maggiore a tale modello è che la NDE sono esperienze "vicino alla morte" piuttosto che "vere morti", e perciò difficilmente apporteranno dati definitivi sulla questione della sopravvivenza dopo la morte. Forse la posizione più equilibrata è quella di Gabbard e Twemlow, due psichiatri della Menninger Foundation, che nel loro lavoro sulle OBE sono arrivati a concludere che difficilmente un solo modello può spiegare un fenomeno cosi complesso come una NDE: solo un approccio interdisciplinare potrebbe condurre a risultati fruttuosi. Da tale dibattito è chiaro che le attuali ricerche sulle NDE siano riconducibili a tendenze che cercano di indirizzare gli studi in corso su alcuni punti salienti:

1) lavori transculturali che evidenziano 1'invalicabilità o le differenze delle NDE nelle differenti culture;

2) ricerche su gruppi specifici di popolazione come bambini, ciechi e prigionieri per determinare i limiti dell'invariabilità della NDE;

3) ricerche neurofisiologiche per valutare il possibile ruolo di fattori come le endorfine nelle NDE;

4) studi sugli effetti post  NDE.

Tale quadro di ricerche è il programma della IANDS (International Association for the Study of Near Death Experience) un'associazione con sede presso l'Università del Connecticut, concepita come un servizio per ricercatori e non ricercatori. Proprio per ciò, essa sviluppa programmi non solo per ulteriori ricerche scientifiche ma promuove anche nuove applicazioni delle conoscenze derivate dalle NDE, incoraggia la formazione di gruppi locali, per esplorare e discutere NDE in maniera informale, sponsorizza seminari, workshop e conferenze con l'intenzione di portare le ricerche sulle NDE all'attenzione di gruppi professionali. Oltre a tale attività la IANDS pubblica un giornale semestrale Revitalized Signs, che riporta ciò che accade nel mondo sull'argomento.

 

MISURAZIONE DELLE NEAR DEATH EXPERIENCES

Kenneth Ring ha elaborato una di­stinzione della NDE in cinque sta­di basandosi sulla profondità della stes­=a. Il primo stadio che è il meno profondo ma anche quello sperimentato dal maggior numero di persone (60%), è ca­ratterizzato da un sentimento di profon­da pace e soddisfazione. Il secondo sta­dio con il 37% dei soggetti è quello del distacco dal corpo fisico con la tipica esperienza di osservare il proprio corpo dall'alto. Lo stadio successivo, cui corri­Sponde i123% dei soggetti, è invece quel­lo dell`entrata nell'oscurità". Questa esperienza solitamente è caratterizzata da un senso di grande pace e dalla man­canza di qualsiasi dimensione. A volte, ma non sempre, alcuni la descrivono co­me un tunnel e più persone hanno la sen­sazione di fluttuare o di essere traspor­tati attraverso esso. A volte può accade­re qualcosa di straordinario: è avvertita in questo stadio una presenza, non vi­sta, che comunica con la persona. La co­municazione è in genere volta ad aiuta­re a valutare la propria vita e spesso sembra venga offerta la possibilità di continuare l'esperienza o interromperla. Circa il 20% delle persone studiate ar­rivano al quarto stadio riportando di aver visto una luce. È per lo più descrit­ta come una brillante luce dorata asso­ciata ad una straordinaria beatitudine. L'ultimo stadio può essere chiamato 1`entrata nella luce" e riguarda solo il 10% dei soggetti. La persona si trova in uno spazio che sembra essere un altro mondo, un mondo di sovrannaturale beatitudine. I colori vengono riferiti co­me indimenticabili, e 1'individuo può tro­varsi a vedere strutture "fisiche" inu­suali che, in ogni caso, non hanno corri­spondenza nella realtà quotidiana. In questo stadio possono essere viste entità precedentemente solo avvertite. Alcuni riportano di aver incontrato fa­miliari deceduti, di aver visto meravi­gliosi fiori o sentito una musica delizio­sa. Proprio per offrire ai vari ricercato­ri uno strumento per valutare la profondità di una NDE, Ring ha elabo­rato una scala di componenti e di peso: la WCEI (Weight Core Experience In­dex):

Componenti:

Senso soggettivo di essere morto 1 Sensazione di pace, piacere, cessazione del dolore, 2

Senso di separazione dal corpo 2 Sensazione di entrare in una regione oscura 2

Incontro con una presenza o percezione di una voce 3

Fare il punto della propria vita 3 Visione di splendidi colori 1 Entrata nella luce 4

Incontro con entità visibili 3

In base a tale scala un punteggio da 0­6 è indicativo di non sufficienza perché l'esperienza possa essere classificata co­me una "core experience"; tra 6-9 sarà definita come una "esperienza modera­ta" e sopra i110 verrà riferita come una "esperienza profonda".

Per contatti: Kenneth Ring, Psychology Dept., Università of Connecticut, Storrs 06268.

 

3 - NDE e Allucinazioni

R.K. Siegel, considerato da sempre uno dei maggiori esperti in allucinazioni e fenomeni correlati, nell'ormai celebre articolo The Psychology of Life Alter Death, apparso su American Psychologist, ha dettagliatamente analizzato le similitudini tra NDE e allucinazioni, proponendo per entrambi la medesima spiegazione. Egli ha in particolare considerato i seguenti elementi: il senso di ineffabilità, tipico delle NDE, è caratteristico anche di numerose esperienze mistiche, tra cui quelle indotte da droghe psichedeliche. L'ascolto di voci o altri suoni ricorda l'esperienza del risveglio dall'anestesia nel postoperatorio ed è particolarmente comune con l'uso di mitrossido d'azoto, etere e ketamina. La "chiara luce" è caratteristica di molti tipi di immaginazione mentale ed è il risultato di una stimolazione del SNC che mima gli effetti della luce sulla retina. Può avvenire inoltre, quando l'attività elettrica del cervello è alterata in modo che la soglia per la percezione dei "fosfeni" è abbassata e luci brillanti sono viste in un ambiente buio. Tali luci sono state riportate in condizioni di isolamento sensoriale come in molte varietà di allucinazioni non da droghe e possono inoltre creare una prospettiva tipo tunnel che molti individui riportano di aver visto in tal modo molto di più di quanto potessero immaginare. Le immagini di paesaggi luminosi e di forme geometriche spesso viste da una prospettiva aerea, ricordano quelle che dominano le intossicazioni da allucinogeni. Come le luci brillanti e il tunnel, queste forme geometriche sono parzialmente prodotte da fenomeni entropici (strutture all'interno dell'occhio) e dall'attività elettrica del sistema visivo. L'incontro con altri nell'aldilà, spesso riportato nelle NDE, è simile all'incontro con guide in stati allucinatori che sembrano condurre l'individuo attraverso nuove esperienze. Certi incontri sono simili agli incontri con "compagni immaginari" che hanno guidato certi esploratori solitari o superstiti di naufragi e con "immaginari compagni di gioco" che divertono giovani e bambini soli. Tali esperienze fanno da supporto alla tesi secondo cui le visioni nelle NDE sono immagini recuperate dal magazzino della memoria. Questa spiegazione potrebbe giustificare la presenza di ricordi immaginari sia nelle NDE che nelle allucinazioni. Un rivedere la propria vita o parte di essa in maniera panoramica è comunemente riportato da vittime di incidenti minacciate dalla morte. Ma questo "flash of life", cosi vivido, spontaneo, colorato, tridimensionale, cinetico è un elemento comune con allucinazioni prodotte da stati di ipereccitazione del SNC. Siegel è dunque del parere di una sostanziale identità tra NDE e allucinazioni: sarebbero entrambe dovute a una combinazione di immagini semplici e complesse. Le immagini semplici consistono in tunnel, luci brillanti, colori e forme geometriche, che sarebbero probabilmente causate da fosfeni o sensazioni visuali risu1tanti dalla scarica di neuroni nelle strutture dell'occhio o dall'eccitazione elettrica delle cellule della corteccia visiva del cervello. Le immagini complesse sarebbero invece il risultato di un'eccitazione cerebrale in cui pensieri e ricordi immagazzinati vengano trasformati in impressioni sensoriali. Ciò sarebbe confermato da recenti ricerche elettrofisiologiche secondo cui le allucinazioni sono direttamente correlabili a stati di eccitazione e risveglio del SNC, associate a una disorganizzazione funzionale di quella parte del cervello che regola l'ingresso degli stimoli. Da un punto di vista comportamentale ciò risulta in una diminuzione delle percezioni normalmente basate su stimoli esterni e in un aumento di immagini dal mondo interiore.

 

4 - La risposta a un pericolo che minaccia la vita

R. Noyes, uno psichiatra dell'Università dello Iowa, ha dimostrato in un esteso studio su 205 soggetti, che erano stati ospedalizzati in conseguenza di incidenti automobilistici, che la reazione di una persona improvvisamente esposta a pericoli che mettono a repentaglio la sopravvivenza include comunemente: depersonalizzazione, ipereccitazione e stati di consapevolezza mistici.

Ha distribuito al soggetti dei questionari in cui i singoli punti potevano essere raggruppati in tre grandi gruppi: esperienze mistiche, fenomeni di depersonalizzazione e stati di ipereccitazione. Per quanto riguarda i soggetti vittime di incidenti stradali la frequenza delle risposte rivelavano condizioni di ipereccitazione nel 59% dei soggetti, risposte di depersonalizzazione nel 39% e risposte riferibili a esperienze mistiche (sentimenti di gioia e di grande comprensione, immagini, visioni, senso di armonia e unità) nel 26%.

Gli autori quindi confrontavano tale studio con altri studi fatti, usando il medesimo questionario con soggetti portatori di gravi malattie terminali vittime di annegamenti e di cadute con perdita di coscienza. La differenza maggiore riguardava proprio il parallelo tra vittime di gravi incidenti automobilistici e i portatori di gravi patologie terminali: questi ultimi, infatti, presentavano una predominanza di stati mistici due volte maggiore degli altri. La variabile più importante tra quelle considerate (sesso, età, professione, stato sociale e così via) risultava essere l'età: i soggetti di età più giovane riportavano effetti più spesso appartenenti a stati mistici: ciò conferma quello che finora è stato riconosciuto e cioè che i soggetti più giovani sono più suscettibili a  fenomeni di depersonalizzazione e a esperienze mistiche.

 

5 - Psicologia della disfunzione da stress del lobo limbico

D. Carr, un endocrinologo del Massachusetts Generai Hospital di Boston, ha ipotizzato che una NDE può esser l'espressione di una disfunzione del lobo limbico, in quanto molte componenti presenti in una NDE sono presenti anche in casi di iperattività del lobo limbico. L'iperattività del lobo limbico dà origine a una sintomatologia clinica che ricorda il quadro di una NDE, sia spontaneamente come nell'epilessia del lobo temporale sia iatrogenicamente, come nel caso di una stimolazione elettrica di certe aree cerebrali. Alcuni dati indicano che l'iperattività del lobo limbico sarebbe connessa a un'azione locale indotta da peptidi endogeni, durante periodi di stress fisici. E' noto infatti che il lobo limbico è ricco in peptidi ad attività centrale e  nei recettori. che il metabolismo di determinati peptidi è abnorme sotto stress grave e che la liberazione locale di queste sostanze, all'interno del lobo limbico, può scatenare scariche abnormi dei neuroni di tale lobo. L'azione è stata ben studiata elettrofisiologicamente. L'encefalina e le endorfine, quando applicate a numerose aree cerebrali sopprimono la scarica neuronale, ma all'interno dell'ippocampo sembra che inibiscano la scarica degli interneuroni inibitori: infatti microiniezioni di encefalina o analoghi induce una iperattività di scarica localizzata nell'ippocampo, senza arrivare a un quadro convulsivo generale. Preliminari osservazioni sui ratti hanno suggerito che iniezioni intracerebrali di B endorfine rendevano questi animali catatonici, con posizioni di marcata rigidità, prive di movimento. L'EEG di tali animali mostrava una intensa attività dei neuroni del lobo limbico senza gli ovvi segni di convulsioni. Altri studi hanno inoltre rilevato che farmaci anticonvulsivanti usati normalmente per trattare il piccolo male epilettico, erano efficaci nel bloccare attacchi indotti dall'applicazione di encefalina nel cervello di ratti ma non lo erano farmaci usati nel grande male epilettico suggerendo un ruolo specifico della encefalina nella patogenesi del piccolo male epilettico. Tutti questi dati hanno condotto D. Carr a ipotizzare che la vulnerabilità dei neuroni del lobo limbico alle alterazioni del metabolismo delle endorfine, e delle encefaline insieme ad alterazioni nella secrezione centrale di questi composti durante stati agonici, può provvedere una nuova, unificata e verificabile base per spiegare l'attivazione del lobo limbico che sembra essere una componente costante delle NDE. In poche parole certi peptidi comportamentalmente attivi svolgerebbero negli stati agonici un ruolo operativo simile ad "allucinogeni endogeni".

 

6 - Universo Amniotico

L'astronomo Carl Sagan, famoso per i suoi studi su Venere, è il portavoce di una teoria che afferma di avere la soluzione dell'universalità delle NDE. Egli asserisce che nelle NDE noi abbiamo delle immagini comuni di tunnel e luci poiché noi tutti siamo passati attraverso tunnel fino ad arrivare alla luce: nell'esperienza della nascita. Questo lascia un marchio indelebile nei nostri cervelli che viene rivissuto durante i momenti traumatici in cui affrontiamo la morte. Nelle parole di Sagan: "La sola alternativa, per quanto ne possa sapere io, è che. ogni essere umano senza eccezione ha già condiviso un'esperienza come quella di chi ritorna dal regno della morte: la sensazione di volare, l'emergere dal buio alla luce, un'esperienza in cui a volte una figura eroica può esser percepita indistintamente, ammantata di radiosità e gloria. C'è una sola esperienza comune che combacia con questa descrizione: la nascita".

Sagan arriva a ridurre tutte le religioni e le scienze speculative a un analogo dell'esperienza della nascita. Egli vede il "satori" o "nirvana" delle religioni orientali come nient'altro che il desiderio di ritornare a un caldo, indifferenziato e autosufficiente stato dentro l'utero: "Se le religioni sono fondamentalmente ridicole, perché tanta gente crede in esse? Il tratto comune è la nascita, la religione è fondamentalmente mistica e gli dei sono imperscrutabili poi ché percezioni oscure e vaghe premonizioni sono al massimo ciò che può sperimentare un infante. Essa è fondamentalmente un tentativo di entrare in contatto con le prime e più profonde esperienze della vita." Sagan propone un analogia tra le teorie dell'universo e l'esperienza della nascita: la teoria dello stato continuo è analoga alla vita intrauterina; le teorie dell'universo oscillante sono analoghe alla fase delle contrazioni uterine e le teorie del Big Bang sono analoghe alla nascita come evento grandioso. Egli conclude che le nostre esperienze perinatali possono determinare non solo le nostre NDE ma anche la predisposizione psicologiche verso la cosmologie scientifiche. La sorgente di tali considerazioni è ovviamente il lavoro di Stanislav Grof che ha trovato alcune analogie tra stati di consapevolezza mistici e psichedelici e NDE, particolarmente nelle "visioni di luci". Grof comunque, mentre da un lato cerca spiegazioni causali all'interno del cervello, dall'altro è ben attento a non ridurre le NDE a generiche allucinazioni. Al contrario, egli lascia aperta la possibilità che cambiamenti nella neurochimica cerebrale possano portare a stati alterati di consapevolezza che diano accesso a realtà alternative non riconosciute dal nostro stato ordinario di veglia. Grof cioè permette che le NDE come altri ASC ci possano dire qualcosa su altre realtà, mentre Sagan riduce crudamente tutte le esperienze visionarie a tentativi di ricordare la propria nascita. Ovviamente tale tesi radicale ha suscitato forti critiche sintetizzate da Carl Becker in due punti principali: da un lato le nostre conoscenze scientifiche ci dicono che il sistema sensoriale dell'infante non può arrivare a percezioni così sviluppate da sostenere la teoria di Sagan. Il neonato infatti non può distinguere figure a significativa profondità, non vi è stabilità nelle percezioni delle immagini né d'altra parte vi è capacità di inserire tali immagini in una struttura percettiva codificata e infine non vi è alcuna memoria visuale delle forme e dei modelli percepiti. In ogni caso, quando anche l'infante fosse in grado di percepire il proprio ambiente uniformemente fin dalla nascita vi sarebbero evidenti incongruenze nelle spiegazioni fornite da Sagan. Egli suggerisce che il canale della nascita sarebbe paragonabile a un lungo tunnel oscuro con una luce alla fine, probabilmente prendendo troppo alla lettera la parola canale. La testa del bambino spinta violentemente contro le pareti dell'utero non permette infatti il filtraggio di alcuna luce: la nascita diventa allora più simile all'irrompere attraverso una membrana da una camera oscura a una luminosa. Sagan inoltre suggerisce che le figure di luce, percepite spesso durante una NDE, possano essere riferite al ginecologo o all'ostetrica, ma in questo caso dovrebbero assomigliare più a un torturatore che a un'immagine protettiva. in ogni caso l'ipotesi di Sagan è per lo più indicata a spiegare solo tre componenti di una NDE: il tunnel, la sensazione di volo e di figura di luce. Restano prive di riferimento le altre componenti di una NDE come l'immagine di parenti decaduti, di figure religiose, di scenari paradisiaci e cosl via

 

LA PSICODINAMICA DELLE NDE

B. Greyson,segretario della IANDS è uno psicologo della Università del Michigan che si è dedicato alle NDE. In un brillante articolo comparso sul Jour­nal of Nervous and Mental Disease (171, pagg. 376-381) B. Greyson ha considera­to le NDE da un punto di vista psicodi­namico: da tale ottica sono possibili in pratica tre spiegazioni. L'NDE può es­sere infatti considerata come una difesa contro la minaccia della morte con la conseguente reazione di depersonalizza­zione; come riattivazione stato-dipen­dente di memoria della nascita (un con­cetto elaborato undici anni fa da Grof e Halifax-v. "Incontri con la morte" - ed. Sugar) ed infine come un tipo di regres­sione al servizio dell'ego, come tante al­tre esperienze mistiche. L'autore quin­di individua alcune componenti di una NDE che deporrebbero per l'ipotesi psi­codinamica: innanzitutto il sentimento fortemente positivo che pervade una NDE. Tale sentimento può essere inter­pretato sia come il noto senso di pace e di euforia che sostituisce per ragioni di­fensive le realtà spiacevoli sia, nell'inter­pretazione di Grof, come il rivivere il sentimento di pace ed unità cosmica del­la vita intrauterina. Un secondo tratto considerato sono le Out of Body Expe­rience; esse possono essere viste come un'estensione del distacco che caratte­rizza la depersonalizzazione. Durante una NDE infatti da un lato si verificano meccanismi di difesa che portano il pa­ziente ad una vantaggiosa posizione di calma e distaccata osservazione, protet­ta dalla dolorosa e disorganizzante espe­rienza del trauma fisico, dall'altro la progressiva disfunzione del sistema nervoso porta il cervello ad una drastica di­minuzione della capacità percettiva, con l'attuarsi di una situazione di progressi­va deprivazione sensoriale che può a sua volta indurre un'OBE come meccanismo per mantenere 1'input verso il cervello. Un terzo parametro considerato è l'e­sperienza del tunnel che può esser spie­gata sia sulla base dell'ipotesi di Grof come un rivivere l'esperienza del cana­le uterino sia come una metafora psico­logica del passaggio da un livello di con­sapevolezza ordinario (buio) ad uno al­terato percepito come superiore (luce). Greyson considera anche l'incontro con esseri o regni non terreni, essi verreb­bero spiegati come allucinazioni frutto di forti desideri e aspettative. Infine egli prende in esame la "visione degli even­ti passati" della propria vita o "memo­ria panoramica" interpretata come un ritiro dalla presente realtà terrificante. Il restauro del passato in un'esperienza interiore servirebbe a distanziare l'indi­viduo dalla morte reale provvedendo ad un senso di eternità in aggiunta alle pia­cevoli o come minimo non colpevolizzan­ti memoria panoramiche. Esse potreb­bero essere viste anche come esperien­ze passate, originariamente associate ad intense eccitazioni che diventano dispo­nibili alla mente conscia in stati di inten­sa iperattività indotti dall'evento trau­matico. Per contatti: B. Greyson, Uni­versity of Connecticut Health Center, Dept. of Psychiatry, Farmington, CT 060302.

JUNG, PARAPSICOLOGIA E NDE

 M. Grosso ha considerato le NDE alla luce della teoria junghiana degli archetipi. Tale interpretazione offre secondo l'autore alcuni vantaggi: innanzitutto considera le NDE in tutta la loro intrinseca realtà (è infatti comune il senso di essere entrati in contatto con una realtà diversa, considerata superiore). Tale modello è compatibile con numerosi altri modelli più riduzionistici come quello di Greyson, Carr, Siegel o numerose spiegazioni paranormali avanzate di volta in volta per i vari fenomeni correlati. Infine, proprio l'universalità e la costanza delle NDE indipendentemente da cultura, educazione e credo religioso, deporrebbero, per l'autore, per un'evidenza empirica in supporto all'ipotesi degli archetipi. Secondo Grosso è ipotizzabile l'esistenza di una pervasiva funzione psichica associata alla morte. Questo modello ricorrente di immagini primordiali, affetti e disposizioni viene chiamato "archetype of death and enlight ment" (ADL): archetipo della morte e della illuminazione. Le NDE possono infatti essere considerate come una costellazione" di motivi che fanno parte di un processo di illuminazione, un passaggio verso una consapevolezza più grande del sé. Le NDL possono infatti essere definite se ovviamente esistono altre circostanze in cui questo può manifestarsi come nel caso di esperienze mistiche, sogni, iniziazioni rituali o uso di sostanze psichedeliche. L'autore individua alcuni tratti tipici di questo archetipo: il passaggio dal buio alla luce, il passaggio attraverso buchi, caverne, tunnels o qualsiasi altra forma di apertura, I'esperienza delI'out of body etc. Tutto ciò altro non è che l'esperienza di un viaggio della coscienza verso una condizione di luminosità e quindi di maggior autoconsapevolezza. In termini junghiani questo altro non è che un tipico processo di individuazione nel senso di una maggior integrazione conscia inconscia delle nostre energie psichiche.   Come diceva Mircea Eliade: "L'esperienza della luce significa essenzialmente un incontro con l'ul tima realtà: questo è il motivo per cui uno scopre la luce interiore quando diventa consapevole del sé, o quando penetra nella vera essenza della vita, o alla fine di tutto, della propria morte".

 

LE NDE NELLA CULTURA INDIANA

In che modo le diverse culture influenzano le NDE? E' interessante notare che in India, i175% delle persone intervistate dopo aver vissuto delle esperienze di premorte o morte apparente, ha riportato di essere stata trasportata nell’altra dimensione da messaggeri o guide che, successivamente, li hanno portati davanti a un uomo o a una donna che custodivano le informazioni della loro vita. Nel 62% dei casi veniva scoperto che la loro morte era stata un errore quindi, venivano riportati indietro dagli stessi messaggeri. I racconti evidenziano che spesso la morte era dovuta a una confusione con un'altra persona con lo stesso nome che viveva nella stessa zona. Sette dei sopravvissuti riportarono che qualcun altro doveva mo­rire e sei di essi raccontarono come quest' altra persona morì realmente, poco dopo il loro ritorno alla vita.

Uno di questi casi riguardava un ragazzo di 10 anni di nome Vasudev, considerato morto e portato al luogo di cremazione, di qui, avendo mostrato segni di vita, venne trasportato al vicino ospedale. Vasudev quando riprese conoscenza disse che, l'uomo che deteneva le informazioni della vita aveva detto alla sua guida: `Portami Vasudev, il giardiniere.' Il giardiniere di nome Vasudev era presente quando il ragazzo raccontò la sua storia. I familiari presero in giro il giar­diniere, un uomo sano e di bell'aspetto, dicendogli: `ora è il tuo turno': Vasudev morì la mattina successiva.

Nessuno degli indiani ha riportato di aver visto il proprio corpo fisico dall'alto o dall'esterno e nemmeno di avere avuto una visione a flash-back della propria vita, come invece hanno riportato il 27% degli occidentali. Per contro i1 25% degli indiani ha riportato segni residui sul corpo fisico, dopo le NDE mentre nessun occidentale ha riportato di aver­ne avuto.

La psicologa Satwant Pasricha e lo psichiatra Ian Stevenson hanno richiamato l'attenzione su quello che loro chiamano: i tentativi di interpretazione riduttiva delle NDE. `Dobbiamo ricordare che se davvero sopravviviamo alla morte e viviamo in una dimensione oltre la morte, dobbiamo aspettarci delle differenze in quella dimensione, proprio come le troviamo nei modi di vivere nelle diverse parti del mondo a noi più familiare.

Queste informazioni sono state riportate sul Journal of Nervous and Mental Disease 174: 165-170. Stevenson: U-Vir­ginia Medical Center, Box 152, Charlot­tesville 22908.  

 

 

LE NDE DEI BAMBINl: 7 SU 11 RIPORTANO VISIONI

Le`esperienze vicino alla morte' dei bambini appaiono simili a quelle de­gli adulti ma meno dettagliate e prive di quella drammaticità che porta a profon­di mutamenti di vita. Cinque medici del­ la University of Washington, School of Medicine, hanno analizzato le esperien­ze di 40 bambini, 29 dei quali avevano avuto gravi malattie e Il erano pratica­mente morti e poi salvati.

Sette dei bambini che erano stati in pe­ricolo di vita hanno riportato esperien­ze di tipo NDE, mentre nessuno dei bambini del gruppo a minore pericolosi­tà ha avuto esperienze particolari. Que­sto dato suggerisce che il fenomeno è associato con l'esperienza della morte piuttosto che con l'immaginazione o eventi patologici.

Sei dei bambini sopravvissuti alla mor­te hanno riportato di essersi sentiti fuo­ri dal corpo fisico, cinque hanno detto di essere entrati nel buio, quattro hanno descritto il passaggio in un tunnel e tre hanno ricordato di aver deciso di ritor­nare al corpo fisico. Melvin Morse ha di­chiarato di essersi sentito `affascinato dal fenomeno' quando un suo piccolo pa­ziente gli aveva descritto una NDE. Contrariamente agli adulti che normal­mente riportano dettagliate esperienze, tutti i bambini, eccetto uno, hanno rife­rito solo piccoli frammenti di ricordi, senza nessun flash della propria vita, senza distorsioni temporali e senza il senso di distacco e di missione caratte­ristico delle NDE degli adulti.

Di solito gli adulti riportano di aver in­contrato parenti e amici morti mentre i bambini riportano incontri con i loro compagni di classe e insegnanti. I dati analizzati dai ricercatori dell' Universi­tà di Washington sostengono gli analo­ghi studi sugli adulti ed evidenzano il `cuore' delle NDE nei bambini riassun­to come sensazione di lasciare il corpo fisico, osservare il proprio corpo dall'al­to, percezione di oscurità, muoversi in un tunnel e un brusco ritorno al corpo. I ricercatori ricordano che nel laborato­rio del neurochirurgo scomparso Wilder Penfield alcuni avevano sperimentato esperienze `fuori dal corpo', durante la stimolazione del lobo temporale del cer­vello. Sostanze chimiche che inducono stati alterati di coscienza spesso produ­cono esperienze analoghe e operano sul­la neurochimica del lobo temporale.

Se le NDE sono correlate con ciò che viene vissuto sul letto di morte, sono un evento fondamentale che può avere del­le profonde implicazioni nel nostro mo­do di trattare i pazienti moribondi'. Morse e i suoi colleghi hanno riportato le loro ricerche sull' American Journal of Desease of Children 140: 1110-1114.

 

 

 

MORTE ED EVOLUZIONE SPIRITUALE

di Alice Bailey

estrratto da Guarigione esoterica. Ed. Nuova Era (pagg. 393-395)

La paura di morire si basa su questi elementi:  

a.      timore della separazione finale insita morte stessa

b.      orrore dell'ignoto e dell'indefinito.

c.      Gravi  incertezze a proposito della  sopravvivenza .

d.      dolore di lasciare le persone care, o esserne lasciati.

e.      Antiche reazioni a morti violente già sperimentate, e profondamente radicate nella coscienza.

 

f_ attaccamento alla forma, in quanto im­medisimati con essa.

g vecchi ed errati insegnamenti sul pa­radiso o e l'inferno, entrambi ugualmente spiacevoli, secondo i casi.

Nel prossimo futuro la morte sarà inte­sa come non esistente, almeno nel sen­so attuale. La continuità di coscienza sa­rà così diffusa e sviluppata, e saranno tanti gli uomini di levatura, capaci di vi­vere simultaneamente nei due mondi, che l'antica paura della morte sparirà, e i rapporti fra piano fisico e astrale sa­ranno accertati e controllati scientifica­mente. II regno della paura della morte è prossimo alla fine presto inizierà un periodo di conoscenza e certezza che lo scalzerà dalle radici. Per eliminare la paura della morte basta elevare l'argo­mento su un piano più scientifico, e in­segnare come si muore. C'è una tecnica del morire, come c'è una tecnica del vi­vere, ma in Occidente è in gran parte

perduta, e anche in Oriente non è ora­mai conosciuta che da pochi saggi.

La paura della morte, del futuro, del do­lore, dell'insuccesso, e altre minori, cui 1'umanintà soccombe, e la depressione, sono, per l'uomo di quest'epoca, il guar­diano della soglia, sono sintomo di una reazione senziente a fattori psicologici e non si possono curare con altri fattori dello stesso genere, come il coraggio. Tramite la mente, si possono invece vin­cere con l'onniscienza dell'anima. Que­ste parole contengono un cenno occulto. L'istinto di autoconservazione è radica­to nella paura innata della morte: per questo l'umanità ha raggiunto, lottando, l'attuale livello di resistenza e longevità. Si dimentica che ogni notte, nel sonno, si muore al corpo fisico per vivere altro­ve. Si dimentica che facilmente si sa co­me lasciare il fisico, dato che non si sa ancora registrare nel cervello la memo­ria di quel passaggio e del successivo pe­riodo di attività vivente, non si scorge il nesso fra sonno e morte. Ma questa, do­po tutto, non è che un interludio mag­giore fra due operazioni fisiche: si è «via» per un periodo più lungo.

In effet­ti, il processo quotidiano del sonno e quello meno frequente della morte sono identici, con una sola differenza: nel pri­mo, il filo conduttore della forza vitale resta intatto e costituisce la via per

rien­trare nel corpo, nel secondo, si spezza. L'entità cosciente non può reinserirsi nel corpo che, mancando il principio di coesione, si disgrega.

I processi di astrazione sono connessi con l'aspetto vita, avviati dalla volontà spirituale e sono il «principio di rinasci­ta implicito nell'opera del distruttore», secondo una vecchia espressione esote­rica. La manifestazione inferiore di tale principio è appunto la morte - che è in realtà un mezzo per ritrarre la vita che la coscienza racchiude nella forma - cor­po dell'uomo.

In una grande sintesi, distruzione, mor­te e dissolvimento sono intesi come un solo processo vitale. L'astrazione è sin­tomo di progresso e sviluppo: è un aspetto della legge della vita (o della sin­tesi, come è chiamata in senso più lato) con cui l'iniziato opera in modo specifi­co.

Si considera la vita in qualità di osser­vatore, non come chi sperimenta nei tre mondi (fisico, emotivo, mentale)... se si è discepolo o iniziato si è sempre meno consapevole delle attività e reazioni per­sonali, poiché certi aspetti della natura inferiore sono oramai così purificati e re­golati che scendono sotto in livello del­la coscienza, nell'istinto; non se ne ha notizia, come nulla si sa del respiro quando si dorme. È una grande verità, poco conosciuta, in rapporto al proces­so della morte, e può essere considera­ta come una sua definizione, è la chiave per capire la frase «riserva di vita», che è assai misteriosa. Morte, in realtà, è non aver coscienza di una certa attività vitale, la riserva di vita è il luogo della morte, e questa è la prima lezione per il discepolo.

Finalità della morte

...Mediante la morte si attua un grande processo di unificazione. La «caduta di una foglia», che poi s'identifica col ter­reno che l'accoglie, è un pallido esempio di questo processo grande ed eterno, che si svolge attraverso il divenire, e il morire effetto del divenire.

Io parlo della morte in quanto la cono­sco sia dal punto di vista del mondo esterno che da quello della vita inte­riore, dove essa non esiste. Si entra sem­plicemente in una vita più vasta, liberi dai ceppi del corpo terreno. Il tanto te­muto processo di distacco non esiste, salvo nel caso della morte violenta e im­provvisa, e anche allora ciò che è vera­mente penoso si riduce a un istante, al senso angoscioso della distruzione e del pericolo incombenti, a qualcosa che so­miglia molto a una scossa elettrica. Nient'altro. Per gli uomini di scarsa evo­luzione, la morte è letteralmente un son­no, un oblio, poiché la mente non è de­sta quanto basta per reagire, e la me­moria è praticamente vuota di ricordi. Per l'uomo di medio livello, buon citta­dino, dopo la morte, il processo vitale, gli interessi e le tendenze proseguono nella sua coscienza. Questa e la consa­pevolezza restano uguali e inalterate. Egli non nota una gran differenza, tro­va aiuto e sovente non s'accorge neppu­re di aver subìto l'esperienza della mor­te. I malvagi, gli egoisti crudeli, i crimi­nali, e quelli che vivono solo per la materia, sperimentano invece una con­dizione chiamata «attaccamento alla terra». I legami che essi stessi hanno forgiato con la terra, e la tendenza ma­terialistica di tutti i loro desideri li co­stringono nei pressi della terra e nei pa­raggi della loro ultima vicenda terrena. Essi cercano con disperazione e con ogni possibile mezzo di riprendere quei con­tatti e ritornare in quell'ambiente. In po­chi casi, anche individui buoni ed eleva­ti, per il grande amore personale verso i rimasti, o per desiderio di eseguire qualche dovere urgente rimasto ina­dempiuto, si ritrovano in una condizio­ne simile. Per il ricercatore spirituale la morte segna l'ingresso immediato in una sfera di servizio e di espressione cui è assuefatto, e che subito riconosce. II sonno, infatti, era stato per lui un cam­po di servizio attivo di apprendimento. Ora vi dimora ventiquattro ore anziché per poche ore di sonno.

 

 

VISIONI DA UN CERVELLO MORENTE

  Estratto da 'Niew Scientist" 5 maggio 1988 da un articolo di Susan Blackmore

Le NDE possono dirci di più a proposito  della  coscienza e del cervello che sull’esperienza oltre la tomba.

D

 opo 15 anni di ricerca, una cosa è chiara: quando la gente arriva vici­no alla morte e poi si ristabilisce, tende descrivere un insieme di esperienze strutturate.

1975 Raymond Moody ha pubblicato per  la prima volta la sua raccolta di NDE "Le vite oltre la vita" (op. cit.). Il suo resoconto include esperienze di flut­tuazioni lungo un tunnel scuro, esperienze di abbondino del corpo e la capacità di osservare processi in atto con di­staccata lontananza, incontri con `esseri di luce’ che li aiutavano a riesaminare la vita trascorsa, la sensazione di essere _passati in un altro mondo, il cui limite estremo segnava il ritorno dalla gioia, dall’amore e dalla pace alla sofferenza, alla paura o alla malattia.

Moodv non ha fatto nient'altro che raccogliere i casi, e pochi credevano che la sua descrizione piuttosto idealizzata avrebbe retto a una ricerca approfondi­ta. In realtà resse benissimo. Kenneth Ring, dell'Università del Connecticut, -a intervistato 102 persone che si erano Tavate vicine alla morte a causa di ma­lattie, incidenti e tentati suicidi. Di questi almeno la metà hanno riferito espe­rienze che erano conformi alla descrizio­ne di Moody (Life after Death, New York, Coward, McCann and Geoghegan 1980). Ring sistematizza in cinque stadi l’esperienza vicina alla morte: pace se­parazione del corpo, ingresso nell'oscu­rità (o nel tunnel), vedere la luce ed en­trare nella luce. Non solo questi cinque stadi tendevano a presentarsi in ordine, il primo stadio era il più comune, i160% delle persone intervistate ha riferito lo stadio della pace e il meno comune è sta­to riportato al 10%. Tutto ciò sembrava implicare una sorta di esperienza già prestabilita che era in procinto di evol­versi negli stadi più lontani e più pro­fondi mano a mano che una persona si avvicinano di più alla morte. Più recen­temente Bruce Greyson, uno psichiatra dell'Università del Michigan, ha conte­stato l'ipotesi di invarianza sull'Ameri­can Journal of Psychiatry (Vo1.142, pag. 967, 1985). Bruce Greyson ha constata­to che le esperienze vicine alla morte non sono totalmente `invarianti'.

Tali esperienze tenderebbero a prende­re forme diverse in culture diverse. Il tunnel è così convincente che la gente pensa sia una sorta di passaggio `reale' verso la prossima vita. L'esperienza fuo­ri dal corpo è così realistica che le per­sone sono convinte che il loro spirito ha lasciato il corpo e possa vedere e muo­versi senza di esso. Le emozioni positi­ve sono così forti che molti non voglio­no tornare indietro. Per coloro che rag­giungono gli stadi finali, sembra essere presa una decisione conscia di tornare indietro alla vita e alle responsabilità, piuttosto che rimanere nella beatitudi­ne e nella pace. Per molte persone, la vita successivamente è molto diversa, dicono di essere meno materialisti, mol­to più riconoscenti verso la vita e più at­tenti al benessere altrui.

Come possiamo spiegare i tunnel, le esperienze fuori dal corpo e le trasfor­mazioni nella vita successiva?

 Nella cul­tura esoterica, il corpo astrale è il vei­colo della coscienza, che si separa   permanentemente dal corpo fisico dopo la morte, ma può anche separarsi temporaneamente, durante la vita.

Pertanto l'esperienza fuori dal corpo è realmente una `proiezione astrale'. Il tunnel è una transizione fra il mondo astrale e quello esoterico; l'oscurità ac­cade quando la coscienza è trasferita da uno all'altro.

I problemi che nascono da tale spiega­zione sono numerosi. C'è la questione di sapere di cosa è composto l'astrale e co­me l'astrale e il fisico interagiscono (in effetti si tratta del riflesso di tutti i pro­blemi corpo/mente).

C'è sempre stata la speranza che nuovi strumenti potessero finalmente rivelare il corpo astrale. Ma l'accresciuta sensi­bilità degli strumenti ha dimostrato sol­tanto una riduzione in misura di qualsia­si preteso risultato. Ho sostenuto che queste teorie non hanno progredito (Be­yond The Body, Londra, Heinemann 1982). Nonostante ciò, esse hanno una grossa attrattiva: se dobbiamo fornire teorie migliori, dobbiamo non solo criti­care le teorie esoteriche nella sostanza, ma produrre alternative che si inseri­scano nel contesto della scienza e forni­scano ipotesi verificabili e che abbiano un senso che le persone che hanno fat­to esperienze vicino alla morte. È un compito molto complesso, ma non im­possibile.

L'astronomo Carl Sagan ha precisato, con molto incoraggiamento popolare, che possiamo fondare la universalità delle esperienze vicino alla morte solo facendo riferimento alla sola esperienza che noi tutti abbiamo in comune: la na­scita. Così il tunnel è realmente il cana­le della nascita e l'esperienza del tunnel e l'esperienza fuori dal corpo sono un re­play della nascita. Le capacità cognitive di un nuovo nato non sono però tali da poter ricordare l'esperienza in un modo che possa avere senso per un adulto, 20 0 50 anni più tardi.

Un aspetto positivo di tale teoria è che è verificabile. Se i tunnel e le esperien­ze fuori dal corpo sono un replay della nascita, le persone che hanno avuto il parto cesareo non dovrebbero averle. Ho distribuito un questionario a 254 persone di cui 36 erano nate con il ta­glio cesareo. Entrambi i gruppi riporta­no la stessa proporzione di esperienze fuori dal corpo e di tunnel. Potrebbe es­sere che queste esperienze si basino sul­l'idea della nascita in genere, ma questo indebolisce drasticamente la teoria.

La teria più debole di tutte è l'asserzio­ne superificiale che queste esperienze sono `mere allucinazioni', sebbene que­sta è stata spesso la `risposta scientifi­ca', che conduce però ad un'altra doman­da: perché proprio queste allucinazioni? Perché la luce alla fine? Perché le espe­rienze fuori dal corpo sul soffitto e non sull'alluce? Perché sembrano così reali? Un approccio effettivo deve essere in grado di rispondere a queste domande. Il tunnel sembra avere un'origine piut­tosto interessante nella struttura del si­stema visivo. Non accade solo nelle esperienze vicino alla morte, ma nell'e­pilessia o in certi casi di forte mal di te­sta, quando ci si addormenta, quando si medita, o solo ci si rilassa facendo pres­sione su entrambi gli occhi, o con certe droghe quali LSD, psilocibina o mesca­lina. Negli anno '30, Heinrich HIuver, presso l'Università di Chicago, notò questo fenomeno come una delle forme costanti, nelle allucinazioni indotte da droghe... altre forme riportate erano la rete, la spirale e la ragnatela. Perché queste condizioni diverse producono le stesse allucinazioni?

La corteccia visiva del cervello, che elabora sia la -visione che l'immaginazione visiva, è abitualmente in uno stato stabile  mantenuta in questo stato essenzialmente da alcuni neuroni che ne inibiscono altri. Molte delle condizioni che producono le allucinazioni riducono o interferiscono con l'inibizione. L'LSD, per esempio, sopprime l'azione delle cel­lule raphe, che regolano l'attività della corteccia visiva. Qualsiasi interferenza con l’inibizione può determinare uno stato di grande eccitazione. Jack Cowan,un neurobiologo dell'Università di Chicago, ha precisato sei anni fa, usando un analogia con la meccanica dei fluidi, che l’eccitabilità corticale in aumento avrebbe destabilizzato lo stato uniforme e indotto onde di attività che si propa­gavano attraverso la corteccia visiva. Che tipo di percezione avrebbero prodotto queste onde? Lo spazio visivo è innanzitutto rappresentato nella retina e in diverse aree della corteccia visiva. Il centro del campo visivo utilizza molti più neuroni che la periferia, e l'immagine completa è strutturata dalla mappa della retina verso il cervello, per mezzo una complessa funzione matematica. Cowan mostra che a causa di questa struttura a mappa, le onde di attività nella cortec­cia apparirebbero come se ci fossero de­gli anelli concentrici, dei tunnel o delle spirali nel mondo esterno. Il movimento ­delle onde produrrebbe un'espansione di riduzione. Sembra così che il tunnel sia la naturale conseguenza del modo in cui la cor­teccia visiva rappresenta il mondo visi­vo. E la luce alla fine? Poiché il numero di neuroni preposti ad ogni unità di area = più elevata al centro del campo visivo, n si aspetterebbe un effetto più intenso ai centro, se tutti i neuroni fossero toc­~ati dall'allentamento dell'inibizione. Presumibilmente, più il sistema è distri­buito, più grande è la luce, sebbene nes­suno abbia mai provato sperimental­mente quest'idea.

Rimangono molte domande: come e per­ché nelle esperienze vicino alla morte sembra che ci si muova sempre in avan­ti attraverso il tunnel, e non necessaria­mente in altre esperienze. La domanda più presente, comunque, è perché, se è un'allucinazione, sembra così reale.

La risposta a questa domanda sta nel chiedersi che cosa rende le cose reali. La distinzione `là fuori' e `nella mia men­te' non è facile per quanto concerne il sistema nervoso. Appena inizia 1'elabo­raizone visiva o uditiva, l'informazione proveniente dalla memoria si mescola con 1'input sensoriale. Non appena l'in­formazione passa attraverso i differen­ti stadi di elabrazione, linee, confini; spa­zi ed oggetti vengono rappresentati in diversi modi. È del tutto improbabile che una semplice etichetta possa essere applicata con la definizione `questo pro­viente dall'esterno' e `questa è un'alluci­nazione'. Proporrei invece che la deci­sione venga fatta ad un livello molto più elevato: il sistema prende semplicemen­te il modello più stabile del mondo che si presenta in un dato momento e lo chiamo `realtà'.

Nella vita normale c'è un solo `modello di realtà' che è decisamente più stabi­le, coerente e complesso: è quello strut­turato per mezzo degli input sensoria­li. È il modello `io, qui e ora' Sto sug­gerendo che questo modello sembra più reale solo perché è il migliore che il si­stema ha a disposizione in un dato mo­mento.

Ma cosa succede a un sistema morente? Cosa succede a un cervello in cui opera una disinibizione estensiva, disturbato da fragori, in condizioni di pericolo, di incapacità a produrre un modello fun-zionante di realtà? Potrebbe darsi che le onde di attività nella corteccia visiva siano il modello più stabile che il siste­ma ha a disposizione, ecco che natural­mente esso sembra reale, d'altra parte è reale tanto quanto ogni altro modello che sia stato, in dato momento, reale, perché è il miglior modello del momen­to. Dato che l'elaborazione delle imma­gini avviene anche a livello della cortec­cia visiva, ha senso che altre immagini, e persino altri mondi complessivi siano incorporati nel tunnel di prospettiva. Nessun sistema sensibile lascerebbe perdere, giunto a questo punto. Cosa do­vrebbe fare? L'obbiettivo ovvio sarebbe quello di ritornare al modello prodotto dagli input sensoriali - rappresentazio­ne stabile del mondo fuori - al più pre­sto possibile. Un modo per farlo è di ba­sarsi sulla memoria: domandarsi "Chi sono?" "Dove sono?" "Cosa sto facen­do?" Le risposte saranno presenti nella memoria se rimane sufficiente capacità di elaborare. Sappiamo, però, cose inte­ressanti sui modelli della memoria. Spesso sono visioni a volo d'uccello. Sup­poniamo che il sistema di una donna mo­rente costruisca un modello di quello che lei sa sta succedendo: il suo corpo sul ta­volo operatorio, i chirurghi attorno, le luci sopra e tutto l'apparato. Questa po­trebbe essere una visione a volo d'uccel­lo dal soffitto. Potrebbe essere un buon modello. Abbiamo solo da pensare qua­le è il potere della radio nell'evocare det­tagliate immagini visive per renderci conto quanto questa ipotesi potrebbe es­sere valida. Questo modello potrebbe persino incorporare alcuni input, come i rumori fatti dalle persone che parlano attorno, o il rumore dei ferri sul carrel­lo, per non menzionare le scosse dei ten­tativi di rianimazione. In tal modo il mo­dello mentale che si produce, non solo sarebbe convincente ma conterebbe persino alcuni dati corretti circa gli eventi che stanno accadendo in quel mo­mento - e questo a volto di uccello. Se questo modello è il migliore che il siste­ma ha in quel momento esso apparirà come perfettamente reale. Ancora una volta è `reale' nello stesso senso in cui qualsiasi altra cosa è reale. Questo è, secondo me, quello che accade nell'espe­rienza fuori dal corpo.

A partire da questo approccio sono pos­sibili molte ipotesi verificabili. Per esem­pio, le persone che hanno sperimentato esperienze fuori dal corpo potrebbero esser quelle stesse che più facilmente sono in grado di immaginare scene a vo­lo di uccello, o che possono cambiare più facilmente punti di vista nella loro im­maginazione. Ho avuto conferma di quanto sopra in molti esperimenti (Jour­nal of Mental

Imaginary, vol. ll, pag. 53, 1987): queste persone potrebbero esse­re le stesse che sanno richiamare cose con una visione a volo di uccello. Sia io che Harvey Irwin dell'Università del New South Wales, in Australia, abbia­mo scoperto che le persone che hanno avuto esperienze fuori dal corpo tendo­no ad assimilarsi alle persone che ri­cordano i sogni a volo di uccello, sebbe­ne non abbiano le stesse capacità per gli eventi avvenuti nello stato di veglia. La ragione di ciò non è chiara, ma questo approccio sembra produrre maggiori progressi che quello basato sulla nozio­ne secondo cui `qualcosa' lascia il corpo. Esiste però una piccola prova che rap­presenta una grande sfida al punto di vista che ho esposto. Michael Sabom, un cardiologo di Atlanta, Georgia, ha riven­dicato che alcuni pazienti hanno visto, durante le esperienze vicino alla morte, cose che non avrebbero potuto inventa­re attraverso l'udito o per mezzo di   quanto essi stessi sapevano sulle tecni­.che  rianimazione (Recollections of Corgi, 1982). Questo ricercatore non ha soltanto raccolto alcuni racconti come, per esempio, il caso di una scarpa vista in un angolo inaccessibile della finestra, ha chiesto anche ai soggetti di immaginare di andare attra­verso la procedura di rianimazione e di­ che cosa vedessero.

Ci sono alcuni problemi sul lavoro di Sabom. ­Dovrebbe essere svolto un control­lo più accurato sui soggetti che effetti­vamente sono passati attraverso 1'intero processo ed hanno sperimentato le azioni e le conversazioni dello staff. Il  comportamento degli aghi dovrebbe essere registrato con precisione in modo da confrontarlo con i resoconti dei pazienti sull'esperienza vicino alla morte. Questo è l’oggetto della futura ricerca.

Solo allora saremo in grado di sapere se i dati di Sabom costituiscono una reale sfida al punto di vista che ho esposto qui e se gli stessi dati contengano una spe­ranza per coloro che guardano per 'qual­cosa di più' dopo la morte.

È, in ogni caso, un'esperienza straordi­naria essere buttati fuori dai limiti nor­mali del mondo sensoriale e dover af­frontare i limiti dei propri modelli men­tali. È devastante scoprire che altri mondi, tunnel o uscite dal corpo possa­no sembrare reali. Se sosteniamo l'ipo­tesi che la coscienza dipende dai model­li mentali strutturati in un dato momen­to, la coscienza della gente che ha fatto tali esperienze deve ovviamente uscirne trasformata. Anche quando si ritorna al normale e il mondo `reale' riprende il so­pravvento, non si può dimenticare che a un certo momento altri mondi sono sem­brati `reali', che il corpo era inutile e che non esisteva più nemmeno il sé. È uno scontro diretto con la natura costruita del sé e del mondo: non possono sem­brare più così solidi e importanti come prima.

Le esperienze vicino alla morte, dopo tutto, sono trascendenti e trasformanti, ma non così misteriose. Possono dirci molto sulla coscienza e sul cervello che non su quanto accade oltre la tomba

Le molteplici componenti possono esse­re osservate come cambiamenti nei mo­delli mentali, derivanti dalla disinibizio­ne della corteccia e della caduta del nor­male modello mentale di realtà che nasce dagli input sensoriali, non posso­no essere tralasciate come mere alluci­nazioni: sono allucinazioni importanti e di trasformazione che dovremmo com­prendere meglio.

Per contatti: Sue Blackmore, Brain and Perception Laboratory, University of Bristol, Bristol B 58 LTD, England.

 

 

TRA LA VITA E LA MORTE di Manuela Pompas dal libro "Vivere. E poi?"

Di boschi, prati e fiori visti - nell' al­dilà' ne parla spesso anche chi rie­merge dal coma. "Mentre ero in stato di inconscienza", racconta Massimo Picca­gli, di Verona "ho visto un solo albero in mezzo a un prato pieno di fiori bianchi, forse margherite, poi mi è venuta incon­tro mia nonna, che mi ha preparato la cioccolata, come quando ero piccolo". Questa costante dei prati verdi, fioriti, o dei lunghi pieni di luce visti durante il coma viene confermata da molti studio­si che si occupano di questo fenomeno. "Almeno il cinquanta per cento di colo­ro che tornano dall'aldilà hanno visioni di questo genere", afferma la psicologa veronese Gemma Zampini, che da mol­ti anni sta raccogliendo materiale su questo argomento con altri studiosi, in Italia e in Sudamerica (soprattutto in Venezuela e in Brasile): "Io stessa da piccola ho avuto un'esperienza simile; a tre anni ho battuto la testa contro uno spigolo e dopo aver ripreso conoscenza ho incominciato ad avere fenomeni psi­chici: per esempio descrivevo persone per me reali, ma che solo io vedevo, la cui immagine corrispondeva a parenti defunti."

"In età adulta ho avuto un grave inci­dente e sono entrata in coma: mi sono vista precipitare in un grande vortice blu, in fondo al quale vedevo una luce abbagliante, incandescente, e al di là un prato verde. Poi mi sono sentita risuc­chiare e sono rientrata bruscamente nel corpo, con una sensazione molto sgra­devole. In un'altra occasione sono cadu­ta in un simile stato d'incoscienza: in ospedale mentre i medici cercavano di rianimarmi, sentivo perfettamente ciò che accadeva intorno a me e i loro di­scorsi. Proprio per questo negli ospeda­li non si dovrebbe mai parlare sconside­ratamente accanto ai pazienti, pensan­do che non sentano". Una conferma di questo ci viene anche da un ragazzo di Padova, Federico Ballan, che nell' 85, a tredici anni, è rimasto in coma dopo un incidente di macchina per trentacinque giorni: in seguito ha raccontato che in questo periodo di "incoscienza" sentiva perfettamente i discorsi intorno a lui, a cui tentava di rispondere, ma nessuno lo sentiva, tanto che si metteva a piange­re per la disperazione.

"Spesso cerco di aiutare con le mie fa­coltà chi si trova in coma, con risultati a volte incredibili", prosegue Gemma Zampini, che spesso entra in incognito anche tra le corsie ospedaliere, per cer­care di aiutare chi soffre. "Così è acca­duto con Maddalena, una ragazza che non avevo mai visto alla quale ho cerca­to di dare energia, concentrandomi sul­la sua foto mentre ascoltavo l'adagio di Albinoni. Quando, dopo alcuni giorni è uscita dal coma, ha chiesto insistente­mente di ascoltare musica classica, per­ché voleva ritrovare quella musica che aveva percepito in un'altra dimensione: proprio l'adagio di Albinoni. Quando ci siamo incontrate per la prima volta due anni dopo, mi ha immediatamente rico­nosciuta e abbracciata, confermandomi di aver visto me e la mia casa mentre era in coma. Questa dinamica delle per­sone che vedono me e la mia casa, an­che se non mi hanno mai incontrata, si è ripetuta più volte".

Ed ecco l'esperienza, quasi identica, di una diciannovenne di Caserta, Simona Gibino: "Il 26 ottobre ' 88, in seguito a

 

 

 

Un incidente d’auto, sono entrata in coma ci ha  raccontato. "Mia zia ha telefonato a Gemma che io non conoscevo e non avevo mai visto, pregandola di in­tervenire a distanza, sulla mia fotogra­fia per provare a tirarmi fuori da questo stato. Mentre ero in coma, ero con­sapevole di ciò che mi accadeva e continuavo a vedere due occhi molto particolari, intensi, che mi fissavano e che in seguito ho scoperto essere quelli di Gemma, sentivo le sue incitazioni a ritornare alla vita e anche una musica che cercava di trasmettermi. Solo che a questa situazione se ne è sovrapposta un'al­tra più bella: sono passata attraverso galleria buia, oltre la quale intrave­devo una luce immensa, e al di là ho trovato un fiume  d'argento, in cui avrei vo­luto tuffarmi. Intanto sentivo una voce stupenda che continuava a parlarmi, senza sosta, infondendomi una grande pace che mi faceva rinascere: ricordo solo poche parole. Mi diceva che sulla terra c’era troppo odio, che non sapevamo più vivere in pace, in amore e che io dovevo ritornare per insegnare che esiste un amore diverso da quello che l'uomo insegue. Mentre mi parlava vedevo una schiera di anime sofferenti, che guarda­vano con ansia verso il basso, verso la Ter ­ra senza vedermi e poi un gruppo di bambini stupendi, che mi tendevano le mani. Poi di colpo mi sono ritrovata in ospe­dale sopra il mio corpo che mi sembra­: inutile, ho visto i medici che si affaticavano tentando di riportarmi in vita.improvvisamente sono passata in un ca­re immenso e ho sentito il mio corpo che sudava e i medici che parlavano. "Se suda allora è viva", hanno detto. Poi ho perso conoscenza. Ma quando sono rie­mersa, non mi riconoscevo più, ho dovu­to far fatica ad accettare la realtà che mi circondava".

Ed ecco la testimonianza di Giuseppina N., di Milano: "Nel ' 61, in seguito a un incidente, ho avuto un arresto cardio­circolatorio: improvvisamente ho visto il mio corpo dall'alto, dall'altezza del sof­fitto. In questo stato ho provato un grande benessere e una sensazione di leggerezza. Osservavo tutto con grande distacco, senza avere la coscienza della mia identità, finché ho visto entrare nel­la stanza mio marito e mia madre e al­lora mi sono ricordata chi ero. In quel momento ho sentito i medici che mi in­citavano a respirare: con grande fatica ho fatto un respiro e sono rientrata su­bito. Io non so giudicare questa espe­rienza, che ho sempre attribuito all'ane­stesia: però l'ho avuta".

 

 

  IL DESTINO DEI MAGHI: INTRODUZIONE ALL'ARTE DEL PASSARE A MIGLIOR VITA 

Luciano Marchino

Quando, verso la metà degli anni '70, scelsi un simbolo grafico da asso­ciare alla mia attività professionale il ca­so e il mio inconscio mi indirizzarono a decidere per un geroglifico egizio ripre­so dall'anello mortuario di un faraone. Esso rappresenta simbolicamente il passaggio dalla vita nota alla vita igno­ta, immaginata migliore, dell'aldilà. L"omino del labirinto', come familiar­mente lo chiamammo, mi è sempre ap­parso come la sintesi più efficace del pensiero reichiano e come la metafora più lampante di ogni processo di evolu­zione personale.

Dovettero passare alcuni anni prima che gli eventi del mio processo di sviluppo personale e professionale mi portassero ad un pieno contatto con la tematica del­la morte e del morire.

Accadde verso la fine del primo anno del training intensivo in terapia bioenerge­tica diretto dal Prof. Jules Grossman, per conto della San Francisco State University e dell'Istituto di Bioenerge­tica W. Reich, di cui a quei tempi diri­gevo la sede di Milano. Eravamo nel 1979. Jules introdusse la tematica con poche semplici istruzioni che eravamo tenuti ad assumer per vere e riferite a noi stessi:

"Siete andati dal vostro medico per co­noscere i risultati del vostro chek-up an­nuale. Vi sentivate bene e di ottimo uomo­

re, ma una sfumatura inquietante nel suo comportamento vi ha reso subito an­siosi. Vi ha invitati a sedere e rivolgen­dosi a voi con un'espressione di profon­do rammarico vi ha comunicato che vi sono rimasti tre mesi di vita. Voi avete fatto un balzo dalla sedia e avete insisti­to che di certo si trattava di un errore. Ma il medico, senza cambiare la propria espressione, vi ha confermato che le analisi erano state ripetute una seconda volta e che escludeva, con dispiacere, ogni possibilità d'errore. Siete rimasti senza parole e ringraziandolo per la franchezza ve ne siete andati".

Noi, io ed alcuni amici e colleghi, ci ad­dentrammo in modo totale nell'espe­rienza della prossimità della nostra morte. E vi rimanemmo, ciascuno a mo­do suo, per tre mesi.

Jules Grosman aveva collaborato negli Stati Uniti con la dottoressa Elisabeth Kúbler-Ross, il cui lavoro con malati ter­minali l'aveva portata a stretto contat­to con la realtà delle loro reazioni emo­tive, da lei divise in cinque fasi:

- rifiuto e isolamento: "No, io no, non può essere vero". In questo stadio il ma­lato si chiude in se stesso e rifiuta di ac­cettare la propria condizione.

- collera: quando ogni negazione dell'e­videnza diviene impossibile sorge spon­tanea una seconda domanda: "Perché proprio io?". Pronunciata spesso come un'imprecazione.

- venire a patti: in questa fase il mala­to cerca di venire a patti con la realtà o se è religioso con la divinità, cercando un alleviamento o una dilazione: "Se Dio ha deciso di togliermi da questo mondo e non si lascia smuovere dalla mia col­lera forse sarà meglio disposto se glie­lo chiedo con delicatezza".

- depressione: associata ad un grave vis­suto di perdita e spesso ad una sensazione realistica di colpa e di vergogna. Può essere divisa in depressione reatti­va correlata al blocco della collera e depressione preparatoria che prelude 1'ac­cettazione. "Proprio a me!"

accettazione: questa fase non deve es­sere confusa con un momento di sereni­tà, rappresenta piuttosto una resa all'i­nevitabile ed è contraddistinta da un relativo vuoto di emozioni. "Non mi resta che attendere la fine".

Ci tr,ovammo ad attraversare queste cinque fasi, ciascuno con i propri vissu­ti. Nel corso delle settimane Jules ci istruì prima a considerare cosa avrem­mo sempre voluto fare nella nostra vita e no,n avevamo mai fatto. Ci indusse a indagare il perché non l'avessimo mai e cosa sarebbe cambiato nelle no­stre vite facendolo.

Poi ci invitò a scrivere alcune lettere al­le persone che stavamo per lasciare. Ci comunicò quindi che era giunto il mo­mento di fare testamento. Un testamento­_spirituale che comprendesse però gli aspetti pratici della divisione dei nostri beni.

Infine ci istruì a definire le disposizioni per il nostro funerale: gli invitati, il luo­go, 1'ora, il tipo di cerimonia. Nel corso di una visualizzazione orgonismica, in stato di rilassamento profondo, vivem­mo il  nostro stesso funerale: fu uno dei pianti chiave nel mio processo di evolu­mone personale, in seguito sarei morto ancora molte volte.

Ciò che avviene nel corso di una psico­-_erapia organismica è la morte del falso lo, sostituito da un nuovo senso del sé più integrato, più vero e maturo. Anche nel processo di "dissoluzione creativa" del falso Io, come di fronte alla esperien­za della morte, il soggetto non ha alcu­na consapevolezza e nessuna certezza del dopo. La falsa immagine di sé, che ha sposato totalmente e che mostra al mondo, è l'unica realtà che conosce, è colui o colei che chiama Io. Per questo motivo Jules, per fare di noi dei buoni terapeuti ci somministrò la dura lezione della nostra `morte personale'.

Cercherò ora di descrivere, anche se sommariamente, le corrispondenti fasi emotive che, con la rinascita del sé au­tentico diventano sei, dal punto di vista della psicoterapia corporea:

- rifiuto e isolamento: quando una per­sona decide di intraprendere una psico­terapia è mossa generalmente dal rifiu­to per un sintomo, che non vuole o non riesce a vedere come parte integrante della sua personalità attuale: vorrebbe liberarsene mantenendo intatta la sua au­to immagine e la visione del mondo in­torno a sé. Per questo motivo egli ha isolato il sintomo e lo presenta al tera­peuta chiedendo il suo aiuto per elimi­narlo.

- collera: una volta stabilizzata la rela­zione tra paziente e terapeuta ha inizio l'analisi del carattere, condotta alla luce delle relazioni formative, all'interno del­la famiglia di origine. Emergono allora gli stereotipi comportamentali e menta­li (cognitivi) del paziente. Egli diviene consapevole delle ferite ricevute nella sua infanzia e delle carenze affettive e comportamentali dei suoi genitori. Il pa­ziente comincia a farsi carico del proprio sintomo. Ciò che suscita la sua collera è ora il comportamento passato, e spesso ancora attivo dei suoi genitori. "Perché proprio io!" "Perché ho avuto proprio questi genitori!"

- venire a patti: in questa fase il pazien­te si mostra disposto ad ammettere al­cuni problemi personali ed a rinunciare ad alcune idee preconcette e atteggia­menti stereotipati. Egli è disposto a ri­nunciare alla parte pur di salvare il tutto. Tale atteggiamento è inconsciamen­te insincero. Infatti ciò che abbiamo chiamato `parte' partecipa al tutto in modo essenziale e rinunciarvi significa in realtà rinunciare al tutto `così come si presenta'. È una fase di passaggio in cui il conscio e l'inconscio si informano reciprocamente in modo serrato nel di­sperato tentativo di trovare una soluzio­ne di compromesso, una via d'uscita il più possibile indolore.

- depressione: Mano a mano che la per­sona entra nel proprio corpo avviene la depressione, intesa non secondo la psi­chiatria classica ma con la quale ha, in ogni caso, alcuni punti in comune: a) un generico talvolta profondo scoraggia­mento di fronte al compito impegnativo di rivisitare la propria vita in tutti i suoi aspetti e b) una diffusa consapevolezza di essere responsabile del mantinemen­to del sintomo, vissuta come colpa. Allo stato di depressione psichica, però, si ac­compagna una effettiva rivisitazione del corpo psichico e biologico che ha preci­samente la caratteristica di un movi­mento verso il basso (de-pressione) che finisce quando la persona torna ad es­sere con `i piedi per terra', cioè con un buon contatto con la realtà, consapevo­le di se stessa e quindi più obbiettiva verso il mondo esterno.

- accettazione: eccoci alla remissione dei peccati, al perdono, alla purificazione. È il compito che nella chiesa cattolica vie­ne svolto dal sacerdote attraverso 1'e­strema unzione che, se possibile, segue l'ultima confessione. Il morente `rivede la propria vita' in modo spassionato, si pente e perdona. Ciò che avviene in que­sta fase è lo scioglimento di tutte le ten­sioni residue che ancoravano il paziente al passato impedendogli un contatto fer­mo e positivo con la realtà attuale: il per­donare equivale ad assolvere, a scioglie­re le tensioni psicocorporee, i nodi che ci legano alla visione passata e "patolo­gica" della realtà.

- passaggio a miglior vita: alcune reli­gioni indicano l'aldilà come il luogo in cui gli sforzi saranno premiati, in cui ogni desiderio sarà esaudito, a patto, be­ninteso, di aver condotto la propria vita in modo irreprensibile.

Promettere il paradiso alla fine di un'a­nalisi o di una psicoterapia corporea è un'ovvia esagerazione. È realistico inve­ce aspettarsi un miglior contatto con se stessi e con il mondo. Una migliore sin­tonia col flusso della vita, cogliendo op­portunità di crescita laddove in passato vedevamo solo problemi, partecipando alla vita quotidiana come ad una ricer­ca personale (piuttosto che come ad una lotta sotto i vessilli di un falso Io, nella speranza di assicurarci una precaria so­pravivenza in suo nome).

Il modello presentato necessita ovvia­mente maggiori approfondimenti, con riferimenti clinici più precisi che per mo­tivi di spazio e di opportunità riservo ad una prossima pubblicazione.

 

 

IL FLUIRE DEL RESPIRO: DALLA MORTE ALLA VITA

di Aurora Maggio Cooper

L

 cultura in cui ci muoviamo, vive muovendo la morte, avendone In passate civiltà in cui la

conoscenza ­del corpo era cultura vivente, co­me, presso la civiltà mongola, i guerrie­ri, che prima di un combattimento dove­ purificare il corpo da tutte le tensioni usando il potere del respiro,

riconoscevano le tensioni alle ginocchia quale effetto della paura della morte. Nello Zazen, meditazione buddhista, ol­tre alla ricerca dell'immobilità del cor­po una determinata postura per

acquietare la mente, la ricerca della natu­rale respirazione viene perseguita attraverso l'attenzione distaccata all’espirazione ed alla sua profondità: l’attimo di sospensione dopo l'espirazione assomiglierebbe alla morte, come l'attimo di sospensione dopo l'inspirazione sa­rebbe il punto culminante della vita. Secondo i maestri di meditazione (`Zen e psicosomatica', maestro Taisen

Deshimaru, note raccolte da Annie Marie Fabbro, 1979, Parigi): "Bisogna pratica­re la respirazione con lunghe espirazioni: il più spesso possibile ed ogni volta che si può". La "Vigyana Bhairava Tan­tra", antica scrittura tantrica, contiene  più di 112 tecniche di meditazione e dal sanscrito significa "Tecniche per anda­re oltre la coscienza ordinaria" (Vigya­_a coscienza, Bhairava, stato oltre la

coscienza ordinaria, Tantra, tecnica).

La scuola tantrica indiana, al contrario dello yoga, non tende a sistematizzare, controllare il respiro per un migliora­mento della vita, ma pratica la consape­volezza del respiro, nel suo flusso natu­rale, come accesso al mondo interiore. Respiriamo, continuiamo a respirare, dalla nascita alla morte, ma il respiro procede senza di noi... ci sono punti, spa­zi nel respiro che non osserviamo mai, eppure il respiro è assai vicino... Una delle tecniche tantriche suggerisce per­ciò: "L'esperienza albeggia, emerge nel­lo spazio fra due respiri, sii consapevo­le del momento in cui il respiro entra, proprio prima che vada di nuovo fuori. Per un attimo o la miglionesima parte di un attimo, non c'è respiro. In quel mo­mento qualcosa può accadere, perché quando non c'è respiro non c'è la realtà mentale quotidiana". È un momento co­sì piccolo che ci sfugge. Per il tantra in­vece, ogni respiro che entra è una rina­scita e ogni respiro che esce è la morte. Con ciascun respiro moriamo e rinascia­mo. Non è necessario controllare il re­spiro, basta osservarlo nel suo fluire na­turale, nel suo ritmo e nelle sospensioni di quiete: questa semplice tecnica po­trebbe condurre, secondo l'insegnamen­to tantrico, alla verità. Conoscere la ve­rità sarebbe conoscere la condizione in­teriore in cui non c'è nascita né morte, ma solo armonia con l'universale che permea il tutto e di cui, in quanto esse­riviventi, siamo partecipi. Così, attra­verso il respiro, si toccherebbe tutto l'arco dell'esperienza umana: dalla vita alla morte, dalla morte alla vita. D'altra parte tutti abbiamo almeno una volta nella vita, fatto il gioco di distenderci e restare immobili sospendendo il respiro e immaginando di essere morti, lascian­do che questa sensazione ci trasportas­se nel sonno... Lo scrittore francese Daumal usava sperimentare gli attimi di sospensione del respiro, allungandoli al limite delle possibilità, alla ricerca di sensazioni ignote al limite della vita...

 

 

IMPARARE A MORIRE PER IMPARARE A VIVERE

Ipnosi e meditazione possono aiutare a morire sereni

Intervista al dott. Veetman Masshoefer

 

Tutte le paure si radicano nella paura di morire. Aiutare il processo del morire con serena consapevolezza diventa terapia di vita e sostegno a chi deve effettivamente affrontare l'esperienza della morte. Il processo di cura proposto dal dott. Masshoefer comprende tecniche di ipnosi ed esperienze di meditazione, l'obbiettivo è aiutare a riconoscere il proprio sé profondo che trascende la morte e distaccarci dall'identificazione con il corpo e la mente che tra breve o tra lungo tempo si dissolveranno. Inoltre il gruppo di ricerca diretto dal dott. Masshoefer utilizza e sta rielaborando l'antica conoscenza tibetana del Bardo, riconoscendole valore universale comprovato dalle esperienze contemporanee riportate da persone vicine alla morte che hanno fatto ritorno alla vita.

Masshoefer ha una formazione in psicologia e sociologia. E' da molti anni discepolo di Osho Rajneesh ed ha approfondito la propria formazione psicologica attraverso l'ipnosi e molte tecniche corporee. Pratica da molti anni in Germania e altrove, per dare aiuto nel processo del morire con gruppi e individualmente, sta organizzando un centro rivolto a persone vicine alla morte e che vogliano essere condotte in quest'esperienza con serena consapevolezza e rispetto. Masshoefer svolge anche un lavoro di formazione professionale per persone interessate a sostenere ed aiutare chi sta per morire.

Domanda: Quali studi hai compiuto?

Masshoefer: Ho studiato In Germania psicologia e sociologia, poi sono diventato musicista!

Domanda: Quindi all'inizio non lavoravi come psicologo?

Masshoefer: No, ho preso la laurea e poi mi sono fermato per fare altre esperienze. Sono diventato discepolo di Osho Rajneesh e per alcuni anni la terapia l'ho fatta su me stesso... molto intensamente.

Domanda: E poi in che direzione hai cominciato a lavorare?

Masshoefer: Prima lavoravo con le terapie corporee: massaggi, shatstu, T'ai Chi, insegnavo T'ai Chi. Diciamo che avevo un indirizzo Zen. In Germania verso il 1980 questo tipo di lavoro terapeutico era ancora abbastanza nuovo. Conducevo anche gruppi di "encounter", poi per otto anni ho fatto gruppi e sessioni di de‑ipnosi. Alcuni anni fa ho partecipato a un training professionale di ipnosi con Elisabeth Michaels di Seattle (Washington, Usa).

 

Meditare è un po' morire

Domanda: Come ti sei orientato verso la morte e il processo del morire?

Masshoefer: Sono sempre stato molto toccato dalla morte perché già molto presto sono morte persone che mi erano vicine, e più tardi quando facevo il musicista anche alcuni miei cari amici sono morti. Mi sono sempre confrontato con la morte e quando ho iniziato ad sperimentare il processo di meditazione ho scoperto che è un esperienza simile alla morte. Una vecchia parte di me doveva morire, era piuttosto doloroso, ogni persona che medita conosce quest'esperienza. Non sapevo veramente cosa fare! Ho iniziato in qualche modo e subito tutto accadeva in modo molto naturale. E' come lavorare con l'ipnosi quando emergono molte cose dal tuo inconscio e scopri la profondità della mente inconscia. Sentivo che esisteva un legame molto forte fra il lavoro sull'inconscio e la morte.

Una volta un bravo astrologo ha studiato il mio tema natale e mi ha detto che questo era il mio lavoro, che dovevo lavorare con l'inconscio, con la morte e con persone che stanno morendo. Mi disse che questo lo sapevo già e che era il mio lavoro in questa vita.

Sentivo di dover aiutare le persone che stavano morendo, stare con loro, all'inizio non avevo veramente alcuna idea di come farlo. Non avevo avuto nessun tipo di insegnamento quindi ero lì solo con il mio intuito e con la mia presenza, poi ho trovato modi diversi per aiutare queste persone a rilassarsi, a lasciare andare certe paure e arrivare ad una comprensione diversa della morte. Ho imparato alcune cose presso il centro con cui collaboravo in Olanda dove si aiutava a morire. Ma in pratica ho dovuto veramente scoprire quasi tutto da solo. Ho iniziato a tenere gruppi sul processo del morire ed ho sviluppato un mio procedimento perché nessun altro teneva gruppi sulla morte a quei tempi.

 

Concludere vicende non finite

Domanda: Usavi tecniche che aiutano a sviluppare una consapevolezza particolare?

Masshoefer: Sì. Innanzitutto era un lavoro sulle vicende della vita rimaste incompiute nella vita...noi li chiamiamo "unfinished business", le situazioni non concluse della nostra vita, per le quali sentiamo un forte attaccamento e un grande dolore nel cuore, nel centro del cuore. Questo è il primo lavoro, completare quello che è possibile completare

Domanda: Come viene facilitata quest'esperienza?

Masshoefer: Esistono metodi meditativi con cui si possono completare le situazioni con persone della nostra vita o con se stessi esprimendoci, scrivendo, trasformando qualsiasi emozione incompiuta. Sono meditazioni di trasformazione per esempio la meditazione di Atisha. Esiste poi la meditazione del perdono che agisce attraverso il cuore, accettando tutto semplicemente come è.

Domanda: E le persone riescono ad arrivare ad un punto in cui si sentono libere?

Masshoefer: Molto dipende da quanta esperienza di meditazione hanno avuto in precedenza. Il processo evidentemente ha bisogno di un po' di meditazione, di una preparazione durante la vita per comprendere che il centro del cuore ha il potere di trasformare. Ci sono state alcune persone talmente vicine alla morte da arrivare a questa comprensione...era così evidente che stavano morendo che hanno realmente potuto accettare. Non riesco a spiegare più specificamente come funziona questo processo, forse la persona si rende conto che non c'è futuro e di avere veramente la scelta di abbandonare tutti i risentimenti e le paure, sentire amore, aprire il cuore e perdonare anche se stessa, che è un evento molto forte e importante.

 

Gli attaccamenti

Domanda: E pensi che l'ipnoterapia possa aiutare a rivedere certe cose?

Masshoefer: Ci sono metodi particolari per agire sulla tristezza, completare storie incomplete, perdonare. Il lavoro sta nel guidare le persone in uno stato ipnotico cosciente attraverso l'esperienza della morte, sino al momento prima di morire e attraverso l'esperienza stessa del morire.

L'immagine e le sensazioni della morte diventano meno paurose, perché se si è rilassati ci si rende conto che è possibile attraversarla e sentire che una parte di noi continua a vivere.

Domanda: Questo è veramente il lavoro principale.

Masshoefer: E' il primo passo: lasciare andare il passato ed essere presenti. Lasciare andare gli attaccamenti... le persone che stanno morendo dicono che la  cosa più dolorosa è la sensazione di attaccamento a persone e a situazioni che rende la morte così dolorosa.

La paura inconscia della morte

Domanda: E il passo successivo?

Masshoefer: Il passo successivo in genere consiste nel riequilibrare la paura di morire, abbiamo molta paura conscia ed inconscia sulla morte perché non sappiamo cosa sia. Abbiamo imparato ad avere paura della morte. C'è molto da fare per ripulirci consapevolmente dalle vecchie idee sulla morte. E' possibile comprendere, quando si è molto vicini alla morte, che il corpo muore ma c'è qualcos'altro. Il corpo muore, la mente muore o cambia, ma c'è qualcos'altro che continua ad esistere. Abbiamo solo idee acquisite ma in realtà noi non sappiamo che cosa sia la morte.

Domanda: Ci sono delle paure tipiche o più comuni come la paura dell'inferno o la paura di scomparire?

Masshoefer: Sì. In questo lavoro abbiamo scoperto che c'è la paura del dolore, prima di morire e mentre si muore, abbiamo molta paura del dolore fisico e la paura della solitudine, moriremo da soli, saremo totalmente soli, questa è una paura molto forte.

Domanda: La paura di essere veramente soli quando si muore?

Masshoefer: Ecco, nel momento di morire c'è la paura di trovarsi veramente soli, nessuno può venire con noi. Non si sa veramente cosa vuol dire essere veramente soli, non se ne ha l'esperienza e questa solitudine spaventa terribilmente. Un'altra paura molto forte è la paura di perdere tutto, il nome, la posizione sociale, la famiglia, gli amici. Di solito ci si rende conto di ciò poco prima di morire. Se non si trova qualcosa di più profondo nel proprio essere la vita è senza significato perché tutto semplicemente scompare.

Domanda: E cosa fare di questo senso di inutilità?

Masshoefer: Se la persona ha avuto qualche esperienza di meditazione è possibile darle un aiuto per essere pienamente consapevole del sé o dell'anima, comunque la vuoi chiamare. Ma per le persone che non hanno alcuna esperienza di meditazione questo punto è molto difficile perché conoscono solo il corpo e la mente e sentono che stanno veramente morendo, scomparendo, senza alcuna idea di cos'altro ci possa essere. Questo è il motivo per cui è bene andare in profondità attraverso la meditazione prima di morire, ed è questo lo scopo principale di questo istituto. E poi c'è la quarta grande paura, la paura dell'ignoto, non sappiamo cosa voglia dire morire e ci fa paura ciò che non conosciamo, è una paura che più o meno tutti conosciamo. Anche questa paura può essere ridimensionata con l'aiuto della meditazione e dell'ipnosi. Di fatto è la paura della nostra parte inconscia e ci si può rendere conto che non c'è solo buio e dolore e paura ma che c'è qualcos'altro e questo ci consente di rilassarci.

 

Il dolore fisico nella morte

Domanda: Quindi queste paure sono dovute alla mente inconscia, lasciando emergere queste idee inconsce si può morire senza paura?

Masshoefer: Sono stato con alcune persone che appena prima di morire non provavano grande dolore fisico oppure a cui erano stati somministrati farmaci contro il dolore, negli ultimi momenti mi dicevano di sentire una profonda pace 

Domanda: Quante persone hai aiutato a morire?

Masshoefer: Sono stato presente alla morte di una decina di persone, ma ho lavorato con molte altre persone, sia individualmente che in gruppo, che sapevano che sarebbero morte in alcuni mesi o entro un anno e ho potuto essere d'aiuto con una buona preparazione.

Domanda: Prima parlavi delle persone che non hanno mai fatto meditazione. Quanto tempo è necessario per imparare a lasciar andare il dolore, la paura, per permettersi di essere presenti e consapevoli al momento della morte?

Masshoefer: Se la persona è aperta e vuole veramente ricercare e scoprire, alcune settimane possono bastare perché l'intensità di queste settimane può essere molto forte. Una volta entrati nella fase in cui si accetta di star morendo, l'ultima o la penultima fase prima di morire, allora 1' intensità di quelle settimane può essere tale da portare a una rapida comprensione profonda. Ma se c'è ancora lotta con l'idea di morire, o se c'è una negazione del fatto, allora non c'è molto da fare. Noi possiamo aiutare le persone ad attraversare le varie fasi di preparazione alla morte e a volte poche settimane o addirittura pochi giorni possono essere tanti.

Domanda: E per quanto riguarda il dolore fisico... Immagino che la maggior parte delle persone con cui hai lavorato erano malati di cancro e quindi generalmente i malati di cancro verso la fine devono sopportare tantissimo dolore fisico. Cosa ci puoi dire di questo?

Masshoefer: Nella maggioranza dei casi con cui ho lavorato io, le persone ricevevano cure con farmaci per alleviare una gran parte del dolore. Sono d'accordo con l'uso di farmaci antidolorifici se questi non inducono uno stato di incoscienza.

Domanda: L'ipnosi aiuta?

Masshoefer: Sì, è un'altra possibilità. Con l'ipnosi è possibile ridurre o addirittura rimuovere il dolore per qualche tempo. Per questo motivo insegniamo l'auto ‑ ipnosi. In alcuni paesi viene già usata, forse anche in Italia, per esempio nelle operazioni ai denti. Le persone vengono ipnotizzate e la parte del corpo interessata viene anestetizzata totalmente ed è possibile fare anche intere operazioni senza alcun dolore.

Domanda: C'è qualche farmaco che andrebbe evitato per permettere alla coscienza di essere più chiara e più presente? La morfina per esempio rende più o meno inconsci.

Masshoefer: Non conosco i nomi di tutti i farmaci perché non sono un medico ma generalmente consiglio di evitare tutti i farmaci che abbassano la soglia della coscienza, se è possibile. Se il dolore è troppo forte è comunque meglio usare farmaci anche se la persona è meno cosciente: se il dolore è troppo forte è impossibile qualsiasi tipo di rilassamento: Comunque anche qui la chiave è meditazione. Perché se la persona ha meditato riesce a distaccarsi almeno un po' dal dolore.

Domanda: E se la persona sta soffrendo veramente tanto, qual è la tua opinione sull'eutanasia? Io generalmente sono favorevole all'eutanasia nel caso di persone che stanno soffrendo moltissimo e che non hanno futuro oltre ad una morte tremenda in ospedale. Ma nelle situazioni in cui lavori tu la questione è forse diversa.

Masshoefer: Se una persona decide che vuole terminare la sua vita perché è diventata troppo dolorosa, allora io sono totalmente d'accordo. Se c'è una possibilità che la persona possa essere così cosciente ed ha ancora la possibilità di sviluppare consapevolezza, allora direi "cerca di continuare il più possibile".

Domanda: Sai se esiste una sostanza, un veleno, che porta velocemente alla morte senza la perdita della coscienza?

Masshoefer: Non lo so.

 

La consapevolezza nel morire

Domanda: Hai degli esempi di persone che sono morte in piena consapevolezza?

Masshoefer: Pienamente coscienti? E' difficile dire quando una persona muore effettivamente. Sono stato con due persone ancora abbastanza consce quando il cuore si è rallentato e fermato. Credo che se si ha un po' di esperienza di meditazione la consapevolezza sembra veramente ritrarsi all'interno, rimane lì e testimonia ciò che accade intorno. Non possiamo sapere tutto effettivamente perché possiamo solo osservare dall'esterno.

Domanda: Hai avuto delle sensazioni in proposito?

Masshoefer: Con persone rilassate e che non provavano molto dolore fisico ho sentito un grande senso di pace percepito da tutti coloro che erano nella stanza, le altre persone vicine, sia prima che dopo il decesso. Di solito si può restare con il corpo per almeno 36 ore dopo la morte, se le leggi dello stato ed il clima lo permettono. I casi che ho seguito erano in Europa dove questo è possibile. La maggior parte delle persone nella stanza raccontano di aver avuto una sensazione di profonda pace come se tutto l'amore dal cuore della persona potesse espandersi molto di più di quanto non avesse mai fatto durante la vita. Sono sensazioni molto molto belle. Mi ricordo una persona che è morta mentre la sua fidanzata gli teneva la mano sulla sua testa, sulla corona. Teneva lì la mano come se volesse veramente tenere qualcosa, lo fece inconsapevolmente nel suo dolore. Ad un certo punto sentì che c'era qualcosa di strano, come se il corpo fosse ancora vivo anche se era già morto. Anch'io ho toccato quel punto in cima alla testa ed era ancora molto caldo. Quando ha tolto la mano...in quel momento qualcosa...tutti lo hanno sentito, come se in quel momento l'energia o l'anima di quella persona uscisse dalla testa, è il punto in cui generalmente esce. Alcuni di noi lo hanno sentito ed è stata una bellissima esperienza. Non mi era mai accaduto prima. Ho toccato quel punto ed era veramente caldo anche se il corpo era morto ormai da 20 minuti o più. Prima c'era tensione nella stanza e non si sentiva quella sensazione di pace, ma dopo aver lasciato andare la testa si poteva veramente sentire una grande pace.

Il Libro Tibetano dei Morti e il Bardo

Domanda: Passiamo ad un discorso più esoterico. Cos'è la tua comprensione del "Bardo" e della visione della morte contenuta nel Libro Tibetano dei Morti?

Masshoefer: Usiamo questo processo con chi medita da tempo. I1 Bardo è una tecnica antichissima usata in molte culture oltre quella tibetana. Studiamo questo testo come una mappa che percorre i livelli di transizione dalla morte del corpo fisico fino alla rinascita o alla dissolvenza nell'esistenza. Esso descrive tutti i passi percorsi dalla coscienza. Alcune persone che hanno avuto esperienze vicine alla morte e poi sono ritornate in vita, hanno vissuto la prima parte del Bardo. Raccontano di aver visto colori e luci brillanti e di aver provato uno stato di immensa beatitudine che corrispondono al primo passo del Bardo. Chi ha vissuto questa esperienza ed è poi ritornato in vita racconta di aver provato uno stato di grande estasi e beatitudine, la maggioranza non voleva più tornare perché aveva scoperto una dimensione molto più bella di quanto avevano conosciuto in vita. Questa è la prima parte del Bardo e i Tibetani l'hanno descritto nello stesso modo in cui lo descrivono le persone oggigiorno. Questo ci prova che quella conoscenza è universale. Usiamo il Bardo quando la persona è ancora in vita. Si ascolta e riascolta il testo ancora e ancora e nel momento della morte qualcosa resta con noi nella memoria, come parte della nostra consapevolezza e non muore. Questa memoria nel processo di morire è nove volte più forte che durante la vita. Dopo la morte passiamo molti stadi e transizioni e incontriamo tutte le ombre della nostra esistenza, tutte le nostre parti inconsce non del tutto chiare, se sappiamo incontrarle, fluiamo da una fase all'altra mentre se le rifuggiamo dovremo ripercorrere il cammino e rinascere. Se affrontiamo tutti gli stadi senza paura, ad un certo punto ci dissolviamo nel tutto. Lo scopo del Bardo è aiutare ad essere pronti a riconoscere qualsiasi esperienza dopo la morte come frutto della mente, dell'esperienza passata. Aiuta a prendersi totale responsabilità per qualsiasi cosa si incontri e a non averne paura perché è una nostra creazione. Possiamo scegliere se voltare le spalle o affrontarla e passarci attraverso. Si tratta di un processo che aiuta anche ì rinascere consapevolmente. Questa è l'ultima fase del Bardo in cui si impara a scegliere il luogo, i genitori, l'ambiente ed il corpo in cui rinascere, e a rinascere consapevolmente. Questa è l'ultima fase del Bardo, prima della successiva reincarnazione. E' un processo di apprendimento dal momento in cui si muore al momento della rinascita. Se una persona riesce a concludere tutto questo "karma", si illumina e non rinasce più.

Oppure si può scegliere di rinascere comunque per svolgere un compito sulla Terra ed anche questo è questione di apprendimento.

Domanda: E' il caso dei maestri, come i Dalai Lama, che prima di morire annunciano ai loro discepoli il luogo, la data e la situazione in cui rinasceranno.

Masshoefer: Certo, questo richiede una morte cosciente. Questo brevemente è l'insegnamento del Bardo. Stiamo lavorando per renderlo il più scientifico e attuale possibile, tutte le fasi possano essere esplorate prima di morire effettivamente. L'unica cosa che ci rende inconsci è la nostra paura. Se non abbiamo paura possiamo restare coscienti. E' necessaria una guida, una guida interiore. Se sei stato discepolo di un maestro come Osho sentirai la sua presenza realmente, durante tutto il processo. Se sei stato con un maestro buddista o se sei veramente e profondamente connesso con la presenza di Gesù per esempio. Se qualcuno o qualche esperienza ha un significato profondo e reale dentro di te può farti da guida. Può essere anche la natura. Ma abbiamo bisogno di un punto focale a cui rivolgerci per chiedere consiglio. A volte non lo chiamiamo neanche Bardo con persone che non ne hanno mai sentito parlare. Possiamo riferirlo a Gesù Cristo o Buddha, possiamo chiamarlo in una maniera totalmente diversa. Non ha importanza come lo chiamiamo.

Morire con amore e serenità

Domanda: Il progetto su cui state lavorando è creare un centro?

Masshoefer: Sì. Sarà un centro dove la gente potrà venire e restare prima di morire se non vuole morire a casa o vuole semplicemente morire in un ambiente sereno e amorevole. Un centro dove si possa morire con le cure mediche e il dovuto rispetto. Vogliamo anche insegnare anche il modo per aiutare le persone morenti senza necessità di venire da noi, oppure per i casi in cui la persona sia costretta in ospedale.

Domanda: Quindi sarà anche una scuola di formazione?

Masshoefer: Sì, si potrà venire per apprendere il processo di sostegno dal punto di vista professionale o solo per la propria esperienza personale, per prepararsi alla morte, si può venire a prepararsi attraverso un lavoro individuale o di gruppo. E' meglio farlo prima quando si ha ancora la possibilità di muoversi, quando hai più energia e più consapevolezza anche un paio di giorni o un paio di settimane prima di morire.

Domanda: Tu hai fatto molti gruppi in giro per il mondo sulla morte. Puoi raccontarci qualcosa di questa esperienza?

Masshoefer: In effetti anche questi gruppi sono di preparazione alla morte. Ci sono spesso persone di età avanzata che non hanno mai sperimentato la meditazione. Normalmente i gruppi non sono così lunghi da attraversare l'intero processo ma almeno riusciamo a rendere l'idea di quanto sia importante prepararsi a morire. L'attenzione è su come usare la consapevolezza della morte per aiutarle a vedere ciò che si deve fare e si può fare mentre si è ancora in vita.

Domanda: Puoi approfondire di più questo concetto?

Masshoefer: Se affronti veramente il fatto che prima o poi devi morire, certamente ti chiederai "perché ho vissuto?" e la maggior parte delle persone che muoiono con una sensazione di frustrazione, di paura, di non‑senso perché si rendono conto che in verità la loro vita è andata sprecata, che non hanno veramente vissuto totalmente. Una persona che veramente accetta di dover morire, non ha importanza che questo avvenga ora o fra dieci anni o quindici anni, automaticamente cambia stile di vita. Comincia a ricercare le cose veramente importanti, comincia a chiedersi "Perché vivo? Non sono solo qui per fare il mio lavoro giornaliero, per mangiare e dormire. Ci deve essere qualcos'altro". E se si è sinceri la vita è felice e appagata. Se non lo si è la vita sembra sprecata. Il confronto con la morte rende questo concetto acutamente chiaro.

Domanda: E nei gruppi lavori attraverso il corpo, le emozioni, la mente. Di fatto quello che dicevi prima è che tutti i blocchi, gli ostacoli nella nostra vita possono diventare problemi quando moriamo. Sono tutti processi non conclusi o attaccamenti. In pratica quindi lavorate con un raggio complessivo di problematiche.

Masshoefer: Sì. La prima parte è sempre di lavoro sui nostri problemi perlomeno per rendere molto chiaro e dare un'idea di quello che si può fare per risolverli. E sicuramente la chiave è sempre la meditazione ma anche la terapia può aiutare molto a ripulire problemi fisici, di personalità...poi la seconda parte è sempre iniziare, già nell'ambito del gruppo, a penetrare la morte stessa. La prima parte è solo preparazione, ma in ogni gruppo facciamo esperienza di ambedue parti: ripulendo il passato e acquistando più chiarezza su "cosa voglio veramente nella mia vita? Cosa mi appaga? Cosa manca". Ognuno sa profondamente dentro di sé se è appagato o meno, se i propri rapporti sono aperti e danno nutrimento o se sono frustrati, e questo spesso può creare un grande cambiamento nel giro di pochi giorni. Nella seconda parte si attraversa proprio il processo di morte tramite l'ipnosi e la meditazione, andando dentro l'inconscio per attraversare il buio e riemergere dall'altra parte. Nei gruppi più lunghi entriamo in questo territorio della morte talmente tante volte in ipnosi, volta dopo volta, finché ci si rende conto che sì, il corpo potrà morire e la mente potrà scomparire ma comunque "io ci sono". E questa comprensione porta via la paura. Se lasci andare la paura di morire tutte le altre paure scompaiono. Certo non accade in pochi giorni. Richiede del tempo.

 

Senza paure si diventa più vivi

Domanda: Uno dei grandi problemi che incontra anche la psicoterapia è proprio la paura. Siamo d'accordo sul fatto che le persone che hanno troppa paura di morire o altre paure in effetti non vivono mai. Hai avuto l'esperienza nei gruppi che quando si lascia andare la paura si diventa più vivi?

Masshoefer: Sì, sì. Questa è la prima cosa di cui le persone si rendono conto già durante il gruppo: la paura di morire e di vivere sono la stessa cosa, sono paure connesse totalmente. Alcuni dicono "non ho paura della morte ma ho totalmente paura di vivere". Altri dicono "non ho paura di vivere ma ho paura di morire", ma è la stessa cosa. La radice è la stessa. La paura.

Domanda: Il corpo cambia quando le persone si staccano dalla paura? Vedi dei cambiamenti nel fisico o nelle emozioni?

Masshoefer: Molte volte lo si vede, altre volte non è così evidente e avviene più a livello di rilassamento profondo e questo a volte richiede del tempo. Ma anche nei gruppi molto corti la maggior parte delle persone si rende conto immediatamente di star diventando più viva nel corpo e nella espressione e nel modo di relazionarsi. Ci sono molti legami fra l'esperienza energetica di una persona e la paura: più l'energia è presente più c'è vitalità e meno c'è paura. Più c'è rilassamento e meno c'è paura. Quindi lavoriamo per imparare a rilassarci molto, molto profondamente...se una persona è veramente rilassata non esiste la paura.

Domanda: Sappiamo che usate nei gruppi le vostre registrazioni del Bardo.

Masshoefer: La maggior parte delle persone che fanno i gruppi vuole poi anche la registrazione perché desidera riascoltarla. La raccomanderei solamente alle persone che hanno un po' di esperienza di meditazione perché porta in uno stato di coscienza molto profondo e alterato ed è come incontrare tutte le nostre parti di ombra. Una persona che non ha esperienza di meditazione potrebbe essere un po' terrificata, perciò sulla copertina è raccomandato solo se si conosce un po' sulla meditazione.

Domanda: C'è qualcos'altro che vorresti dire?

Masshoefer: Quello che possiamo fare per aiutare a morire consapevolmente è ritrovare spazi più lunghi e più profondi di meditazione solo così non avremo più paura della morte. Questa è l'unica cosa che aiuta veramente. E parlo anche dell'uso dell'ipnosi e anche di come usare i momenti prima di addormentarsi per entrare in uno spazio meditativo così che la meditazione possa continuare tutta la notte e l'inconscio possa lavorare per lasciare andare e meditare tutta la notte. Specificamente ricordo due cose: spazi di silenzio più profondi e più lunghi durante le meditazioni e approfondire la meditazione anche a livelli inconsci, per esempio entrando nel sonno coscientemente. Sento che questo è molto importante ed è su questo che mi concentro principalmente nel mio lavoro.

   

 

 

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