LO STATO DEL PIANETA


Questa sezione comprende i seguenti capitoli:

  1. LO STATO DEL PIANETA

  2. MILLENNIUM ECOSYSTEM ASSESSMENT


LO STATO DEL PIANETA

(Sintesi del libro Stato del Pianeta (1999) a cura del World Watch Institute)

 

UNA NUOVA ECONOMIA PER IL NUOVO SECOLO

La moderna civilizzazione, al pari di quelle che la hanno preceduta, è totalmente dipendente dalle sue basi ecologiche.

Il numero degli esseri umani è quattro quello di un secolo fa e l’economia mondiale è 17 volte più grande. Questa crescita ha danneggiato gli ecosistemi ben al di là di ogni loro possibile previsioni.

La concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera ha raggiunto il livello più alto degli ultimi 160.000 anni.

 

L’economia globale non può espandersi all’infinito se gli ecosistemi da cui dipende continuano a deteriorarsi. Le basi su cui un’economia ecologicamente sostenibile.

 

 

L’accelerazione della storia

Se la crescita urbana continuerà al ritmo previsto, nel 2010 più della metà di noi uomini vivrà in una città e per la prima volta nella storia la popolazione urbana supererà quella rurale.

Le perdite subite nel Novecento superano quelle avvenute dall’inizio della civiltà fino alla fine del XIX secolo.

Il commercio mondiale è passato da 380 miliardi di dollari nel 1950 a 5680 miliardi di dollari nel 1997, cioè 15 volte tanto.

Dall’accelerazione della storia sono derivate sempre maggiori pressioni sul mondo della natura. La diminuzione dell’ozono stratosferico e il riscaldamento da effetto serra hanno alterato gli ecosistemi naturali, provocando danni alle barriere coralline e colpendo specie animali e vegetali. Si è avuto anche la diminuzione delle foreste, il prosciugamento delle falde acquifere e il collasso delle specie ittiche.

 

 

Il secolo della crescita

Nel 1999 la popolazione mondiale supererà i sei miliardi. Se la crescita seguirà le stime prudenziali delle Nazioni Unite, nel prossimo aumenteranno di altri 4,6 miliardi. Nel XX secolo la crescita avverrà prevalentemente nel Terzo Mondo.

Nello Zimbabwe il 26% della popolazione adulta è siero positiva, in Botswana il 25% e in Namibia, in Swaziland e Zambia il 18-20%.

 

Mentre un quinto dell’umanità vive meglio dei re del passato, un altro quinto vive ancora al margine estremo dell’esistenza e lotta per sopravvivere.

Il nostro modello economico sta sopraffacendo gli ecosistemi della Terra.

 

 

La sopraffazione della terra

I limiti chiave di oggi sono l’acqua, le foreste, i pascoli, le risorse ittiche oceaniche, la biodiversità e l’atmosfera. L’uso dell’acqua, triplicato dalla metà del secolo, ha comportato l’impoverimento delle falde acquifere di tutti i continenti.

La Cina e l’India, i due paesi più popolosi del mondo, dipendono dalle colture irrigue per almeno metà del loro fabbisogno alimentare.

L’estrazione di acqua in India supera di almeno 2 volte il riformarsi della falda: ovunque quindi le falde acquifere si abbassano di 1-3 metri l’anno.

 

Il legno è stato un fattore fondamentale per al nascita di numerose civiltà e l’incapacità di gestire le foreste in modo sostenibile ha spesso contribuito a indebolire o addirittura a distruggerle.

Taglio del legname e dissodamento del terreno per agricoltura e allevamento hanno indebolito le foreste al punto che in molte zone sono diventate vulnerabili al fuoco.

 

La pesca, nell’ultimo mezzo secolo, è cresciuta di cinque volte e il 70% delle maggiori specie di pesci sono decisamente sovrasfruttate.

L’inizio del nuovo millennio segna il punto di svolta nella pesca oceanica, il passaggio dall’abbondanza alla scarsità delle specie migliori: un periodo in cui i prezzi del pesce saliranno e i conflitti tra gli Stati per i diritti di pesca si moltiplicheranno.

 

 

Circa 33.000 (il 14%) delle 242.000 specie vegetali analizzate dalla World Conservation Union (IUCN) nel 1997 sono a rischio di estinzione. Per circa 7000 di esse il pericolo è immediato, per le altre 8000 la minaccia è appena meno incombente. La causa principale di estinzione delle specie vegetali è la distruzione degli habitat (a causa dei dissodamenti per l’agricoltura e l ’ allevamenti). Un’altra causa sono i cambiamenti climatici che nei prossimi decenni potrebbero distruggere interi ecosistemi.

La situazione delle specie animali è ugualmente preoccupante. Due terzi delle 9600 specie di uccelli che popolano la Terra stanno calando di numero, mentre l’11% è a rischio di estinzione. La prima causa del fenomeno è la distruzione e trasformazione degli habitat. E’ in pericolo di estinzione anche un terzo delle 24.000 specie di pesci che popolano gli oceani, i laghi e i fiumi.

 

La presenza di sostanze chimiche nell’ambiente ha notevoli effetti sul futuro di alcune specie animali.

 

Anche l’atmosfera terrestre si trova a fronteggiare uno stress sempre più grave. Nella nostra economia basata sui combustibili fossili, le emissioni di carbonio hanno superato la capacità dei sistemi naturali di fissare l’anidride carbonica. L’aumento di CO2 e di altri gas serra è responsabile, secondo i maggiori scienziati, dell’aumento della temperatura nell’ultimo secolo.

 

 

Il profilo di una nuova economia

La grande sfida dell’industria è quella di seguire nuovi schemi e nuove filosofie di progettazione, che pongano al centro dell’attenzione i servizi anziché i prodotti.

In tutto il mondo, le aziende si pongono il problema dell’ ecoefficienza, con l’obiettivo di massimizzare la produzione minimizzando gli sprechi.

 

Qua e là cominciano ad affiorare i primi segni di queste nuove scelte economiche da parte dei governi e delle aziende.

 

 

Ripensare il progresso

Non possiamo più separare gli sforzi della costruzione di un’economia ecosostenibile da quelli della soddisfazione dei bisogni dei poveri del mondo: le stime ci dicono che circa 841 milioni di persone sono malnutrite e 1200 milioni non hanno accesso ad acqua potabile, che 1600 milioni di uomini sono analfabeti e 2 miliardi non dispongono dell’elettricità.

In assenza di uno sforzo concentrato per risolvere i problemi della povertà e della privazione, costruire un futuro sostenibile potrebbe non essere possibile.

 

 

 

LA REINVENZIONE DEL SISTEMA ENERGETICO

Le risorse energetiche primarie per questo sistema potrebbero essere quelle più abbondanti sulla Terra: il sole, il vento e altre fonti energetiche rinnovabili; e il combustibile principale per questa economia del XXI secolo potrebbe diventare l’idrogeno, l’elemento più leggero e più abbondante nell’universo.

 

 

I primi segnali

I limiti delle risorse potrebbero costituire un a delle forze in grado di allontanarci dai combustibili fossili nei decenni a venire.

 

Ancor prima di ritrovarci completamente privi di combustibili fossili, potrebbe accadere che i gravi fardelli ambientali e sanitari derivanti dal loro consumo ci spingano verso un sistema energetico più pulito. L’impiego dei combustibili fossili costituisce la fonte principale di inquinamento atmosferico ed è una delle cause principali del degrado dell’acqua e del suolo.

 

Secondo le più favorevoli stime degli scienziati, per stabilizzare le concentrazioni atmosferiche di CO2 a livelli di sicurezza sarà necessario un taglio del 60-80% nelle emissioni di carbonio rispetto ai livelli attuali.

 

 

Il cambiamento sistematico

Oggi i settori tipici del tardo ventesimo secolo – ossia quelli dell’elettronica, materiali sintetici, delle biotecnologie e dei software – stanno preparando un nuovo sistema energetico. La tecnologia del chip di silicio prospetta grandi aumenti della capacità di elaborazione e miniaturizzazione delle apparecchiature elettroniche e consente dunque di adeguare meglio il consumo energetico alle necessità reali. L’elettronica consente miglioramenti nell’efficienza degli elettrodomestici, nell’edilizia, nell’industria e nei trasporti.

 

Anche le nuove scoperte della chimica e della scienza dei materiali svolgono un ruolo cruciale in campo energetico, fornendo materiali sofisticati e leggeri che eliminano il problema del logorio. Le più recenti celle a combustione utilizzano membrane sintetiche in goretex e il nuovo "super-isolamento" negli edifici, che riduce le necessità energetiche, si basa sullo stesso metodo di avvolgimento in alluminio sotto vuoto che ora conserva la freschezza del caffè.

 

Un settore particolarmente promettente è quello dell’illuminazione, dove la ricerca di nuovi sostituti per la lampadina a incandescenza ha dato buoni risultati. I progressi delle microstrutture elettroniche hanno dato origine alla lampadina fluorescente compatta (CFL), che richiede un quarto dell’energia elettrica rispetto alla lampadina a incandescenza e dura dieci volte di più. Ci sono poi i LED (ligth-emitting diode, diodi a emissione luminosa), semi-conduttori allo stato solido in grado di emettere una luce molto intensa quando vengono attraversati dalla corrente: essi presentano un’efficienza doppia e una durata dieci volte superiore rispetto alle CFL.

La tecnologia del tardo ventesimo secolo ha contribuito a ridare vita a una fonte di energia antica: il vento. L’importanza dell’energia eolica come sostituto per la produzione di energia elettrica è stata messa in luce negli anni Settanta, quando gli ingegneri danesi hanno iniziato a utilizzare materiali e tecnologie innovative.

 

Anche l’energia solare ha vissuto un rinnovamento ad opera della tecnologia moderna.

Le celle solari-fotovoltaiche, semiconduttori che trasformano la radiazione solare direttamente in energia elettrica, sono ampiamente utilizzate dove non è possibile l’utilizzo di reti di distribuzione elettrica. Negli ultimi vent’anni, i miglioramenti apportati all’efficienza e ai materiali hanno abbattuto i costi dell’80%.

 

La cella a combustibile destò notevole interesse al volgere del secolo, ma furono necessari molti miglioramenti prima di assistere alle moderne applicazioni nel programma spaziale americano degli anni Sessanta. Le celle a combustione utilizzano un processo elettrochimico che combina idrogeno e ossigeno per produrre acqua ed elettricità. Le più avanzate celle a combustibile odierne presentano un’efficienza doppia rispetto ai motori convenzionali, non hanno parti mobili, richiedono scarsa manutenzione, sono quasi silenziose e le emissioni consistono solo in vapore acqueo.

I chimici hanno recentemente messo a punto un "separatore d’acqua" ad alimentazione solare che aumenta quasi del doppio l’efficienza di conversione dell’energia solare in idrogeno. Alcuni scienziati fanno notare che la scoperta di un modo economico ed efficiente per ottenere la scissione elettrolitica dell’acqua potrebbe conferire nel XXI secolo all’idrogeno lo stesso predominio che nel XX secolo toccò al petrolio.

 

Nel XX secolo abbiamo assistito alla tendenza verso impianti sempre più grandi e a distanze sempre maggiori tra fonte e utilizzo dell’energia: le nuove tecnologie potrebbero invece collocate fonti energetiche più economiche, più affidabili e più accessibili accanto al luogo di utilizzo. In pratica lo stesso percorso seguito dall’industria dei computer, che è passata dai grandi elaboratori centrali ai personal computer.

 

 

Energia e societa’

Con il passare del il tempo la spinta verso un sistema energetico diffuso potrebbe contribuire a una distribuzione più equa dei profitti e a processi decisionali più decentrati. La politica eolica danese si fonda su un modello decentrato: i macchinari sono costruiti da compagnie locali, finanziate da banchieri locali e gestiti da agricoltori locali.

 

Oltre a concentrare la ricchezza e il potere, il sistema attuale ha prodotto gravi squilibri nei consumi energetici e nel benessere sociale: dai suoi benefici sono esclusi circa due miliardi di poveri (un terzo della popolazione mondiale), che tuttora non hanno l’elettricità e per cucinare ricorrono alla biomassa. Oggi un quinto dell’umanità – quello più ricco – consuma il 58% dell’energia mondiale, mentre un quinto – quello più povero – ne utilizza meno del 4%. Gli Stati Uniti, con il 5% della popolazione mondiale, consumano circa un quarto del rifornimento energetico globale: in termini di consumano pro-capite, è due quello del Giappone e 12 volte quello della Cina.

 

Se anche verranno adottati i nuovi orientamenti, le società dovranno comunque confrontarsi con i modelli di consumo, per rendere sostenibile l’economia energetica. Negli Stati Uniti i miglioramenti dell’efficienza energetica dell’ultimo quarto di secolo sono stati annullati dal vertiginoso aumento della domanda e il consumo energetico pro-capite alla fine degli anni Novanta ha quasi raggiunto il precedente picco del 1973, mentre il consumo pro-capite di benzina era già a livelli record. L’aumento di auto, le case più grandi e le "cucine killer" dotate di elettrodomestici assetati di energia ha creato un insaziabile appetito di combustibili.

Sarà più facile soddisfare il fabbisogno energetico mondiale se l’etica del modello energetico sostituirà lo spreco con la sufficienza: questo richiederà una rivoluzione non tanto della scienza o della tecnologia, quanto piuttosto dei valori e degli stili di vita.

Disegnando un nuovo sistema energetico si potrebbero ripristinare le connessioni positive – ma troppo spesso trascurate – fra energia, benessere umano e ambiente. Invece di considerare l’energia come un bene da consumare senza badare alle conseguenze, potremmo passare a una civiltà basata sul consumo efficiente di energia rinnovabile e di idrogeno.

 

 

 

PER UN ECONOMIA DEI MATERIALI SOSTENIBILI

 

Sono stati usati più metalli, più vetro, più legno, più cemento e prodotti chimici dall’inizio di questo secolo che in ogni epoca passata. I paesi industrializzati sono i principali responsabili di questo consumo: solo gli americani usano circa un terzo dei materiali che alimentano l’economia globale.

L’uso dei materiali in questo secolo si distingue anche per latri due motivi. Innanzitutto i materiali diventano sempre più complessi: i beni attuali, per esempio, usano tutti i 92 elementi reperibili in natura compresi nella tavola periodica, a differenza dei 20 o poco più utilizzati alla fine del secolo scorso. La maggior parte dei materiali mobilitati dalle economie industriali sono utilizzati una sola volta e poi gettati.

Alcuni dei 100.000 composti chimici sintetici inventati in questo secolo sono una bomba a orologeria che compromette i sistemi di riproduzione animali e sforzo per far sparire i rifiuti – bruciandoli, seppellendoli o disperdendoli nell’oceano – ha generato gas ad effetto serra, diossina, infiltrazioni tossiche e altre minacce per l’ambiente e la salute umana.

 

 

La costruzione di un secolo materiale

Fin dalla Rivoluzione Industriale, i progressi tecnologici, i mutamenti sociali e l’imprenditoria si sono rafforzati reciprocamente e hanno prodotto economie che estraggono, lavorano, consumano e gettano via enormi quantità di materiali.

Le nuove tecniche minerarie hanno reso possibile estrarre metalli anche da vene relativamente povere, a basso tenore di metallo. L’estrazione di minerale a basso tenore è una delle ragioni che hanno permesso all’industria del rame di rispondere a una domanda cresciuta circa 22 volte dal 1900, proveniente dall’industria automobilistica, elettrica e da altri settori. Le moderne attrezzature hanno reso possibile trasformare in poche ore intere parti di foreste in pezzi di legno, o tagliare le cime delle montagne per raggiungere i depositi minerari.

Lo sviluppo dei trasporti e dell’energia ha oliato gli ingranaggi del boom dello sfruttamento delle risorse. Nel secolo scorso, la crescente disponibilità a prezzi abbordabili di petrolio, ha reso la produzione di materiali più economica che mai. I costi decrescenti dell’energia e delle materie prime hanno alimentato l’espansione dell’economia industriale e mantenuto in costante movimento il ciclo dell’esplorazione e della produzione.

Forse lo stimolo più potente all’estrazione di materiali nel corso del secolo è stato fornito dagli incentivi economici offerti dai governi ai produttori.

Agli inizi del XIX secolo, Henry Ford adottò il concetto di produzione in serie nelle sue fabbriche di automobili. Le sue catene di montaggio e l’uso di componenti standardizzati ridussero il tempo di produzione per automobili da 12,5 del 1913 a 1.5 del 1914. I costi si ridussero aumentando considerevolmente la possibilità di acquisto di un veicolo; la produzione così schizzò così da 4 milioni di automobili nel 1920 a 12 milioni nel 1925. Fu adottato il principio della produzione di serie.

Nei primi trent’anni del Novecento la forza lavoro europea e americana si urbanizzò sempre più e facilitò la nascita di una classe di consumatori. Nel 1914 Ford introdusse un salario giornaliero di 5 dollari – circa il doppio del livello corrente – facendo crescere il potere d’acquisto dei suoi operai. Operò anche una riduzione delle ore lavorative credendo che un "aumento del tempo avrebbe sostenuto l’aumento della spesa dei consumatori anche in automobili e viaggi in auto".

Grandi magazzini e cataloghi di acquisto per corrispondenza incanalarono grandi quantità di beni verso i consumatori e il credito al consumo rese questi beni accessibili a tutti. Intanto i pubblicitari si servivano delle intuizioni della neonata psicologia per assicurasi che i consumatori "non fossero mai soddisfatti", legando l’identità del consumatore ai prodotti posseduti. I costi della pubblicità sono cresciuti, di pari passo con il miglioramento del tenore di vita: più del 1000% in Cina nel decennio 1986-1996.

Nel dopoguerra, l’uso di alluminio si diffuse rapidamente a tutte le fasce di consumatori facendo aumentare la produzione di circa 3000 volte. Anche la plastica diventò presto popolare e il suo consumo crebbe di circa sei volte dal 1960, mentre le sue forme di utilizzazione sembravano moltiplicarsi all ‘infinito.

Dagli anni trenta sono stati sviluppati più di 100.000 nuovi composti chimici (molti per essere usati nella Seconda Guerra Mondiale), aumentando la produzione di sostanze chimiche sintetiche di oltre il 1000% negli ultimi sessant’anni, e questo solo per quanto riguarda gli Stati Uniti.

 

Nuovi materiali spesso hanno rimpiazzato quelli tradizionali, per esempio plastica al posto del metallo.

Il boom dell’edilizia ha portato tra il 1957 e il 1995 alla crescita della produzione di cemento di circa otto volte e dal 1950 ha triplicato l’uso dell’asfalto nel mondo. Un terzo di questo asfalto è stato riversato nella gigantesca rete di autostrade americane.

 

Verso la fine degli anni Settanta, una controtendenza nell’impiego delle risorse – il riciclaggio – ha iniziato a svilupparsi. Nei paesi industrializzati la quantità di carta e cartone riciclata è passata da una media del 30% nel 1980, al 40% a metà degli anni Novanta. Il livello di riciclo del vetro è passato da una percentuale inferiore al 20% al 50%, nello stesso periodo. La quantità dei metalli riciclati degli Stati Uniti è cresciuta dal 33%del 1970 a quasi il 50%del 1998.

 

L’aumento di 18 volte del consumo di materiale dal 1990 è importante a livello globale per due ragioni: innanzitutto gli Stati Uniti hanno assorbito la quota maggiore del consumo mondiale, circa il 43% nel 1963 e il 30% nel 1995 e poi il loro potere ideologico ed economico ha reso questo modello economico, caratterizzato da uso intensivo di materiali ed elevati consumi, la via di sviluppo auspicata da decine di paesi e miliardi di persone nel mondo.

Con appena il 20% della popolazione globale i paesi industrializzati divorano molti più materiali e prodotti di quanto non facciano le nazioni in via di sviluppo, arrivando ad utilizzare l’84% della produzione mondiale di carta l’87% della produzione di autovetture.

 

 

Il lato oscuro

Nei primi anni Novanta, alcuni ricercatori della British Columbia University (Canada) cominciarono a misurare l’area territoriale richiesta per fornire alla popolazione di una nazione le risorse necessarie, nonché l’area necessaria ad assorbire i rifiuti prodotti cioè "l’impronta ecologica". In alcuni paesi, e tra questi gli Stati Uniti, l’impronta è più larga del territorio nazionale. I ricercatori determinano che per mantenere il mondo intero a livelli di impiego di risorse pari a quelli americani o canadesi sarebbe stata necessaria un’area pari a tre volte l’intero pianeta.

L’impiego di risorse influenza molto la grandezza dell’impronta ecologica di una popolazione.

La domanda di legno e carta – dalle tavole da costruzione ai materiali da imballaggio alla carta per giornali – continua a spogliare le foreste, con serie conseguenze ambientali: il taglio per la produzione di legname minaccia più del 70% delle foreste vergini del mondo, distruggendo la biodiversità.

Le foreste offrono anche un habitat per moltissime specie di animali e piante; le foreste tropicali, ad esempio, ospitano più del 50% delle specie del mondo.

 

Anche l’estrazione di minerali e di metalli lascia una dannosa e duratura impronta sull’ambiente. Bisogna estrarre circa 110 tonnellate di materiale di copertura e un pari ammontare di minerali per produrre appena una tonnellata di rame. Non sorprende, dunque, che la quantità di rifiuti generata sia enorme: in Canada, gli scarti dell’industria mineraria sono 58 volte maggiori dei rifiuti urbani, mentre le fedi nuziali siano responsabili di sei tonnellate in sito minerario del Nevada o del Kyrgyzstan.

Per l’estrazione si usano prodotti chimici tossici, inclusi cianuro, mercurio e acido solforico, impiegati per separare li metallo dai minerali. I residui, rocce cariche di sostanze tossiche, vengono spesso gettati direttamente nei laghi o nei fiumi, con conseguenze devastanti.

La contaminazione tossica si può produrre anche dove i residui vengono accumulati invece di essere scaricati nelle acque.

Le miniere delle Montagne Ferrose nella California del Nord continuano a dilavare sostanze inquinanti nei torrenti vicini e nel fiume Sacramento anche dopo più di 35 anni dalla loro chiusura. L’acqua a valle della miniera è di 10.000 volte più acida dell’acido della batteria di un’automobile.

 

Nel corso di questo secolo l’attività industriale ha immesso milioni di tonnellate di piombo, zinco e rame nell’ambiente; l’e emissioni industriali di piombo superano attualmente i tassi naturali di 27 volt. Gli impatti di questo inquinamento sono gravi: l’area compresa entro 15 km dalle vecchie fonderie dell’ex Unione Sovietica, ad esempio, è interamente priva di vegetazione a causa della contaminazione dei metalli. L’esposizione al mercurio, ampiamente usato dai minatori del bacino dell’ Amazzonia e in Africa occidentale aumenta i rischi di cancro e può danneggiare i reni e il sistema nervoso. E il piombo, una neurotossina, è tristemente noto come responsabile dell’arresto dello sviluppo del sistema mentale infantile.

La chimica moderna ha sparso nuove sostanze di sintesi negli angoli più remoti del pianeta, spesso con conseguenze ignote. Nel 1995 gli scienziati che studiavano la diffusione globale dei pesticidi clororganici hanno riportato che quasi tutti quelli studiati erano ormai "onnipresenti su scala mondiale". Questa conclusione è suffragata da altre indagini: cercando una popolazione umana libera da contaminazione chimica da usare come raffronto, i ricercatori si sono rivolti ai popoli nativi del circolo polare artico canadese, scoprendo che queste popolazioni remote sono portatrici di livelli di contaminazione chimica addirittura superiori a quelli riscontrati negli abitanti di san Lorenzo, in Canada, il gruppo che era l’0riginale oggetto della ricerca. Le sostanze chimiche hanno raggiunto gli indigeni attraverso i venti e gli alimenti.

Un ’ ampia percentuale di pesticidi impiegati in agricoltura – circa 85-90% - non raggiunge mai i suoi obiettivi e si disperde invece nell’aria ,nel suolo, nell’acqua, finendo a volte con il depositarsi nei tessuti adiposi animali e umani.

Molte sostanze di sintesi non si limitano ad essere onnipresenti, ma sopravvivono anche a lungo accumulandosi nei tessuti adiposi man a mano che attraversano la catena alimentare. Il fatto che gli effetti nocivi di queste sostanze si manifestano solo dopo un certo tempo porta a chiederci se sia saggio continuare a dipendere fortemente dalle decine di migliaia di nuovi composti chimici, i cui effetti sono ancora poco compresi.

Il drastico aumento dalla metà del secolo di un altro materiale disperso nell’ambiente, i fertilizzanti azotati, insieme all ’aumentata combustione di carburanti fossili, ha reso gli esseri umani i principali produttori di azoto fissato (la forma utilizzata dalle piante), facendo aumentare la fertilità del pianeta.

Questa accresciuta fertilità, però favorisce alcune specie a danno di altre. Le praterie in Europa e Nord America, ad esempio, hanno subito una riduzione della diversità di specie per il fatto che le deposizioni azotate hanno consentito a poche varietà – spesso specie invasive – di prendere il posto di altre. E le esplosioni algali nei fondali marini di mari diversi come il Baltico, la Baia di Chesapeake e il golfo del Messico – risultato del dilavamento dei fertilizzanti – ha portato a morie di pesci e gamberi, privati del poco ossigeno presente nelle acque dalla decomposizione delle alghe.

 

Montagne di materiali sono state smaltite in questo secolo nel modo meno costoso possibile. In un indagine sulla questione dei rifiuti, condotta nel 1991 dalla Internatinal Maritime Organization in oltre 100 nazioni, più del 90% dei paesi coinvolti ha confermato che lo scarico incontrollato di rifiuti industriali costituiva un problema. Circa due terzi affermò che i rifiuti industriali pericolosi erano smaltiti in discariche incontrollate e quasi un quarto riferì di scaricare begli oceani i rifiuti industriali.

Infine anche i rifiuti solidi urbani generano una serie di problemi. Nei paesi industrializzati il materiale di solito è smaltito in discariche o incenerito, ma entrambe le opzioni hanno conseguenze ambientali. A meno che non siano impermeabilizzate, dalle discariche percolano liquami acidi che contaminano le falde idriche. La decomposizione delle sostanze organiche nelle discariche spesso genera metano, un gas ad effetto serra con un potenziale di riscaldamento globale 21 volte superiore a quello dell’anidride carbonica. Le discariche sono responsabili di un terzo delle emissioni in atmosfera di metano negli Stati Uniti e del 10% di quelle globali.

 

Gli inceneritori di rifiuti sono la maggiore singola fonte di emissioni di mercurio nelle regioni nord - orientali degli Stati Uniti e producono circa il 50% delle emissioni da attività umane in quella regione. Bruciandoli si riduce la massa dei rifiuti ma si aumentano le emissioni di diossina che generalmente si concentra la tossicità nei residui.

 

 

Una rivoluzione materiale

I problemi ambientali, associati all ’ uso intensivo dei materiali, portarono nei primi anni ’90 ad appelli per la "dematerializzazione" dei paesi industrializzati: vale a dire una riduzione dei materiali necessari per fornire alla collettività i servizi richiesti.

Secondo le stime i paesi industrializzati devono assumersi le responsabilità di diminuire almeno del 90% l’impiego di materiali entro la prima metà del prossimo secolo.

Dal punto di vista dell’ambiente quello che conta è il livello assoluto dell’impiego di materiali.

A fronte di una prevista espansione del 150% dell’economia globale entro il 2020 e considerato il bisogno dei paesi in via di sviluppo di tirarsi fuori dalla povertà, sarà necessario un ripensamento rivoluzionario per conseguire riduzioni complessive – e non solo relativi aumenti di efficienza – nell’uso dei materiali.

Per questa ragione alcuni analisti profetizzano una totale ristrutturazione delle economie che operano con poche materie vergini, che non ammettono materiali pericolosi nell’aria, nel suolo e nell’acqua e che non generano più rifiuti che non possono essere riusati in altri settori dell’economia o essere assorbiti dall’ambiente senza danno.

 

Una chiave per la riduzione radicale nell’uso dei materiali consiste nel tagliare i legami con l’attività economica. Forse il passo più rivoluzionario in questa direzione consiste nella trasformazione verso una vera economia dei servizi. A differenza delle imprese di servizi oggi esistenti, che spesso alimentano l ’ eccessivo consumo di materiali, una economia di servizi complementare riprogettata dovrebbe essere fondata su un basso flusso di materiali. Le imprese potrebbero ricavare i propri profitti non dalla vendita di beni (come lavatrici o automobili) ma dall’offerta dei servizi che i beni forniscono (il lavaggio degli indumenti a prezzi convenienti o il trasporto); esse sarebbero responsabili di tutti i materiali e i prodotti utilizzati per offrire i servizi così come della manutenzione dei macchinari e del loro smaltimento. Le imprese di servizi avrebbero dunque un forte incentivo a costruire ben di lunga durata e facili da riparare, migliorare, smantellare, riusare e riciclare.

In effetti molti fornitori di servizi potrebbero diventare noleggiatori piuttosto che venditori. La Xerox è un esempio ampiamente citato: offre servizi di fotocopiatura piuttosto che vendere fotocopiatrici. Questo ha permesso di raddoppiare la quota di fotocopiatrici rigenerate portandola al 28% e di risparmiare 30.000 tonnellate di materiali da macchine dismesse altrimenti destinate alla discarica.

L’uso di servizi di lavanderia invece che di lavatrici domestiche potrebbe ridurre l’uso di risorse tra le 10 e le 80 volte, a seconda di come poi i materiali vengono smaltiti.

Una moltitudine di altri beni usati con scarsa frequenza potrebbero essere offerti da imprese di servizi.

 

Sforzi rinnovati verso il riciclaggio un’altra possibilità di ridurre ulteriormente il carico dei materiali impiegati in un’economia di servizi. Le possibilità di riciclaggio, ad esempio, si allargano man a mano che i prodotti vengono progettati pensando al loro riciclaggio finale.

In Germania una normativa rivoluzionaria sullo smaltimento degli imballaggi, applicata all’inizio del 1993, rende i produttori responsabili di quasi tutto il materiale da imballaggio, che producono. Ancora più importante che la legge ha offerto ai produttori un forte incentivo a tagliare l’impiego degli imballaggi, che tra il 1991 e il 1997 è diminuito del 17% a livello di famiglie e piccoli commercianti. Parecchi paesi, tra cui Austria, Francia e Belgio, hanno adottato legislazioni simili.

 

Altre iniziative creative potrebbero espandere il riciclaggio direttamente alla produzione. Un grappolo di industrie a Kalundborg, in Danimarca, ha sostituito il concetto di simbiosi industriale, in base al quale il materiale considerato inutilizzabile da una fabbrica può diventare un input per altre. L’acqua calda degli impianti termoelettrici di Kalundborg è utilizzata da un vicino allevamento ittico, le acque di scarico dell’ itticoltura diventano fertilizzante per i terreni agricoli e le ceneri volatili dello scarico dello stesso impianto sono usate nella produzione di cemento. Questo sistema fa risparmiare alle imprese milioni di corone per le materie prime, ogni anno evita che più di 1,3 milioni di tonnellate di rifiuti finiscano in discarica o nei mari e risparmia l’atmosfera dall’emissione di circa 135.00 tonnellate di carbonio e di zolfo.

 

Così come il riciclo e il riutilizzo dei rifiuti, anche l ’ effìcienza dei materiali può essere ripensata creativamente.

Molte aziende stanno aumentando la durevolezza dei prodotti utilizzati. La vita dei prodotti può essere allungata attraverso la ricostruzione, la riparazione e il riutilizzo dei beni dismessi. Inoltre la ricostruzione e la riparazione creano molti più posti lavoro dello smaltimento dei beni.

 

L’adozione su larga scala delle misure delle "3R" (Riparare, Riciclare, Ricostruire) potrebbe sembrare a molti consumatori un ritorno al passato.

La costituzione dei materiali può essere resa più sicura grazie all’introduzione di rigorosi criteri ambientali nelle strategie di sostituzione. Poiché l’impiego di risorse non rinnovabili – in specie prodotti petrolchimici – è ormai insostenibile, alcuni analisti sostengono che queste andrebbero rimpiazzate da materiali derivanti da biomasse, spostando l’economia da una base di "idrocarburi" a una di "carboidrati". Gli enzimi hanno sostituito i fosfati nel 90 % di tutti i detergenti in Europa e Giappone e nel 50% di quelli americani. Gli oli vegetali sostituiscono quelli minerali nelle vernici e negli inchiostri; 3 su 4 quotidiani americani oggi utilizzano inchiostri biodegradabili derivati dalla soia.

 

Un’idea che può limitare il consumo di materiali, costruire uno spirito di comunità, far risparmiare denaro e rispondere, allo stesso tempo, ai bisogni della popolazione, è la compartecipazione dei beni.

Le operazioni di condivisione di automobili condotte a Berlino, a Vancouver e in altre città rendono disponibili le auto per quei cittadini che non ne possiedono una propria. In Svizzera, dove questo sistema si è diffuso in modo esponenziale negli ultimi dieci anni, migliaia di persone hanno rinunciato alla propria automobile e adesso guidano almeno la metà di quanto facessero ogni anno in passato, prima del cambiamento. Soddisfare l’intero mercato potenziale della condivisione delle automobili significherebbe togliere dalle città europee almeno 6 milioni di veicoli.

Un’altra fantasiosa iniziativa di condivisione è la "biblioteca degli attrezzi" sponsorizzata dalle città di Berkeley in California e Takoma Park, nel Maryland: qui gli iscritti hanno accesso a un’ampia gamma di utensili manuali ed elettrici.

 

 

Cambiare marcia

La ristrutturazione dell’impiego dei materiali richiede politiche che imprimano alle economie una nuova rotta, allontanandole dalle foreste, dalle miniere e dalle riserve petrolifere come fonte primaria di risorse, e dalle discariche e dagli inceneritori come opzioni economiche di smaltimento. Produttori e consumatori hanno bisogno di essere incoraggiati a ridurre la dipendenza dai materiali vergini e a sfruttare l’abbondante flusso di risorse che oggi vanno sprecate attraverso il riutilizzo dei prodotti, la rifabbricazione, la condivisione o il riciclo dei materiali.

 

Probabilmente il più importante passo politico in questa direzione è l’eliminazione dei sussidi, che fanno sembrare i materiali vergini più economici di quelli riciclati.

 

Come l’estrazione di materiali vergini, anche la produzione di rifiuti può essere sostanzialmente ridotta fin quasi a zero in alcune industrie e città. Uno strumento chiave per centrare questi ambiziosi obiettivi è la tassazione dei rifiuti in tutte le loro forme, dalle emissioni delle ciminiere ai solidi delle discariche. Le tasse sull’inquinamento applicate in Olanda tra il 1976 e la metà degli anni Novanta, per esempio, sono state la causa principale della riduzione del 72-99% degli scarichi di metalli nelle acque.

A livello del singolo consumatore, una tassa sui rifiuti può prendere la forma di tariffe più alte per la raccolta dei rifiuti o, ancor meglio, di tariffe proporzionali alla quantità di rifiuti prodotta: le città che sono passate a un sistema del genere hanno sperimentato una sostanziale riduzione del volume dei rifiuti prodotti.

Queste iniziative sono ancora più efficaci quando vengono abbinate a programmi di riciclo: poiché lo smaltimento è tassato, la gente ricicla di più.

 

Per aumentare i livelli di riciclaggio di molti materiali una buona idea è quella delle "borse dei rifiuti", centri di informazione che aiutano a mettere in contatto fornitori con acquirenti. Le autorità hanno realizzato su Internet una borsa telematica delle risorse regionali come parte integrante della loro campagna per eliminare gli sprechi entro il 2010.

 

Le comunità e le organizzazioni di vicinato possono aiutare a sviluppare strategie per ridurre il consumo di materiali.

 

Riconoscere l’assurdità del nostro passato ad alta intensità di risorse è il primo passo per fare il salto verso un’economia razionale e sostenibile.

Le società che riescono a lasciar perdere il loro attaccamento alle cose e si concentrano invece sull‘offerta alla popolazione di ciò di cui ha davvero bisogno potrebbero tra cento anni essere ricordate come quelle che hanno saputo realizzare le più durevoli civiltà della storia.

 

 

 

LA RIFORMULAZIONE DEL MERCATO DEI PRODOTTI FORESTALI

Quasi la metà delle foreste che un tempo coprivano la Terra è scomparsa. Tra il 1980 e il 1995 sono

andati perduti almeno 200 milioni di ettari, pari a una superficie più grande di quella del Messico.

 

L’abbattimento di alberi è la causa primaria del degrado delle foreste e ad accelerare il disboscamento dei terreni è spesso anche la costruzione di strade che permettono nelle foreste dando un accesso a luoghi altrimenti irraggiungibili. Il consumo di carta è quasi triplicato mentre quello di legna da ardere e del carbone di legna è aumentato di quasi due terzi. E con il progressivo prosperare dei paesi più popolati del mondo, la domanda è destinata a crescere come una spirale.

Le foreste del mondo si trovano ad affrontare anche altri tipi di pressioni: l’invasione di specie esotiche, l’inquinamento atmosferico, colossali incendi e cambiamenti climatici.

 

 

L’evoluzione negli scenari della produzione del legno

Nel secolo scorso gli scenari della produzione, del commercio e del consumo del legno sono cambiati significativamente.

 

Il valore del commercio di legname (legale e illegale) rende questo settore una potente forza economica, una forza che da molto tempo influisce sui metodi di gestione delle foreste e sui rapporti tra paesi. Dal 1970 la quota di produzione esportata è raddoppiata in tutto il mondo. Tra il 1970 e il 1995 le esportazioni legali di prodotti forestali in tutto il mondo (a valore costante) si è quasi triplicato, arrivando a più di 142 miliardi di dollari all’anno.

Le Filippine costituiscono un esempio di ciò che può succedere: negli anni ’60 e ’70 le Filippine divennero uno dei quattro principali esportatori mondiali, distruggendo il 90% delle proprie foreste. Da allora, però, il paese è diventato un importatore di legno, impoverendo 18 milioni di abitanti delle foreste.

 

La produzione di carta, oggi responsabile di quasi un quinto del totale degli abbattimenti di alberi, è stata sviluppata solo 150 anni fa.

 

La riduzione degli scarti e dell’inquinamento generali dagli impianti di lavorazione rappresenta un altro aspetto dell’evoluzione che ha avuto luogo nello scenario della produzione del legno negli ultimi decenni, grazie ai progressi tecnologici largamente incentivati dall’opinione pubblica e da regolamentazioni statali. In Svezia, ad esempio, le fabbriche di pasta di legno e le cartiere hanno ridotto le emissioni di zolfo di circa il 90%, mentre l’imbianchimento con il cloro è stato eliminato.

Naturalmente la tecnologia porta con sé anche effetti negativi. Nuovi e costosi macchinari consentono di disboscare vaste aree, accatastarne e triturarne il legname con operazioni-lampo che richiedono manodopera limitata.

Purtroppo, la maggiore efficienza dei processi di lavorazione e l’espansione del riciclaggio non sono stati in grado di tenere il passo con la crescita complessiva dei consumi: in altre parole, il consumo del legno continua ad aumentare. Sono necessarie ulteriori riduzioni nei consumi, dall’eliminazione degli acquisti inutili all’acquisto di prodotti con meno imballaggio e all’impiego di metodi di costruzione più sostenibili.

 

 

Gli alberi nelle nostre case

Negli Stati Uniti, paese di quasi un quarto di legno ad uso industriale a livello mondiale, almeno il 40% viene utilizzato nel settore edile.

Un sistema per ridurre l’impiego di materiali consiste nell’aumentare il riciclaggio e il riutilizzo dei materiali in ogni fase della vita di un edificio. E’ stato calcolato che un terzo della domanda di case nuove nel Regno Unito potrebbe essere soddisfatta rinnovando edifici esistenti e riducendo il numero di alloggi sfitti.

 

 

Carta: dalle reti da pesca al silicio

Nel XIX secolo la fonte principale di fibra per la produzione della carta nel mondo occidentale era costituita da stracci e stoffa.

Mentre un tempo la carta veniva utilizzata quasi solo scopo di stampa e scrittura, le innovazioni tecnologiche e l’abbassamento dei prezzi nel corso di questo secolo ne hanno ampliato l’uso nella vita di tutti i giorni. La fibra di legno vergine utilizzata per produrre la carta è responsabile di quasi il 18% degli abbattimenti annui di alberi a livello mondiale.

Oggi gli alberi difficilmente vengono per uno scopo particolare.

 

Molte aziende produttrici di carta in Europa, USA e Giappone stanno destinando investimenti cospicui allo sviluppo di piantagioni oltreoceano. Il clima più caldo, la disponibilità di terreni e la manodopera a basso costo hanno incentivato questa tendenza.

Tra il 1950 e il 1996 il consumo di carta è sestuplicato, raggiungendo i 281 milioni di tonnellate; si prevede che entro il 2010 arriverà a quasi 400. Quasi metà della carta prodotta a livello mondiale viene utilizzata per costruire imballaggi, come scatole di cartone e contenitori per alimenti. La carta da stampa e da scrittura rappresenta un ulteriore 28%, la quota della carta da giornale è del 13% circa, mentre la carta per uso sanitario e domestico fa registrare un utilizzo del 6%.

 

La carta offre un mezzo di comunicazione e di istruzione e importanti impieghi sanitari, ma molta della carta utilizzata nei paesi industrializzati è in eccesso, rappresenta uno spreco ed è semplicemente non necessaria.

Negli Stati Uniti ogni anno vengono buttati via quasi 10 miliardi in cataloghi per l’acquisto di merce per corrispondenza. Di fatto, carta e cartone rappresentano quasi il 40% dei rifiuti solidi urbani prodotti in questo paese e la Environmental Protection Agency (EPA) statunitense prevede che in futuro lo spreco di carta, cartone e legno continuerà a crescere più rapidamente della popolazione.

 

Il sogno di realizzare un "ufficio senza carta" non si è avverato: alcuni studiosi considerano l’aumento delle comunicazioni elettroniche "una benedizione per l’industria della carta".

Lo sviluppo del riciclaggio ha costituito un fattore importante nel rallentamento della crescita della domanda di pasta di legno, ma ha rappresentato più un integrazione che un sostituto dell’offerta di fibra per l’industria.

Esistono due tipi principali di fibre diverse dal legno destinate alla produzione di carta: i residui agricoli provenienti da coltivazioni di frumento, riso e canna da zucchero e le coltivazioni destinate specificamente alla produzione di pasta, come il chenaf e la canapa per uso industriale.

In un numero sempre maggiore di studi effettuati si sostiene l’opportunità che la percentuale di fibre diverse dal legno nella produzione di carta possa essere aumentata del 20-30%. Gran parte di tale aumento potrebbe essere soddisfatto attraverso l’uso di residui agricoli. Sebbene una parte cospicua – spesso quasi la metà – di tali residui sia e dovrebbe essere reincorporata nel terreno per conservare la qualità, i residui in eccesso vengono spesso bruciati nei campi, provocando inquinamento atmosferico e spreco di risorse.

 

Energia dal legno

Nella maggior parte dei casi la raccolta di legna da ardere non è una causa primaria della deforestazione. Oggi è chiaro che la produzione di legna da ardere e i sistemi di deforestazione possono essere – come spesso sono – sostenibili. In molti dei quindici paesi studiati, fino al 50% della legna da ardere proviene da aree non forestali.

La deforestazione e il degrado delle foreste vengono spesso associate più all’uso urbano di legna da ardere che all’uso rurale. Nelle zone rurali la legna da ardere viene raccolta localmente, e chi la preleva è più conscio della necessità di raccoglierla in modo sostenibile. D’altro canto a volte, i fornitori delle aree urbane disboscano a tappeto le aree forestali, facendo solo un tentativo minimo di conservare le risorse di base.

 

Dei quindici paesi asiatici esaminati nel corso delle valutazioni del RWEDP, il consumo di legna da ardere ha ecceduto l’offerta potenziale sostenibile in Bangladesh, Pakistan e Nepal. Anche alcune regioni dell’Africa sub-sahariana si trovano ad affrontare la penuria di legna da ardere.

La produzione di legna da ardere può essere sostenibile se realizzata attraverso progetti su piccola scala, gestiti con attenzione, come piantagioni, lotti di terreno boschivo o attività agroforestale.

Con il crescere delle preoccupazioni per le emissioni di carbonio dovute al consumo di combustibili fossili, molti scienziati sostengono che la sostituzione dei combustibili fossili con bio-combustibili (come il legno) potrebbe rappresentare un contributo sostanziale nel mitigare i cambiamenti del clima. Supponendo di ricorrere alla riforestazione, la biomassa bruciata è potenzialmente " carbonio-neutrale", poiché rilascia gas che ha assorbito dall’atmosfera durante la crescita delle piante. Come potenziale mezzo per mitigare i cambiamenti del clima e aumentare l’offerta nelle regioni dove la legna da ardere scarseggia, questo approccio merita attenta considerazione.

 

 

Il futuro dei prodotti forestali

Le prospettive dell’offerta mondiale di legno, ha posto un quesito: il mondo sta esaurendo le proprie risorse? La risposta è stata: probabilmente no. Di fatto, i problemi più gravi e a vasto raggio da affrontare nei prossimi decenni saranno: quali tipi di foreste continueranno a esistere, a quale costo, a beneficio di chi e se le foreste saranno in grado di sostenere la biodiversità e di fornire gli altri servizi di cui l’uomo ha bisogno.

E se nel 2050 tutti consumassero tanto quanto un americano medio, il consumo totale di carta sarebbe quasi 11 volte l’attuale consumo mondiale. Per soddisfare la domanda, gli abbattimenti dovrebbero venire incrementati di diverse volte, una pressione che le foreste del mondo difficilmente potrebbero sostenere se devono continuare a fornire servizi essenziali agli ecosistemi.

Esistono molti modi per ridurre l’uso del legno abbassando i livelli di consumo.

Se i paesi in via di sviluppo aumentassero la loro efficienza di lavorazione ai livelli attuali dei paesi industrializzati utilizzando le pi più moderne tecnologie, potrebbero quasi soddisfare la domanda di legno lavorato prevista per il 2010, senza aumentare i livelli di disboscamento.

 

Esistono molte opportunità per creare una nuova economia delle foreste. La maggior parte degli individui e delle istituzioni non riconosce l’uso eccessivo del legno – una "risorsa rinnovabile" – come un problema. Uno degli ostacoli principali è l’inerzia. Lo status quo è confortevole e familiare, le istituzioni sono pesantemente coinvolte nelle tecnologie e nelle pratiche esistenti e i governi restano fedeli alle politiche attuali. Un altra barriera è costituita dalla riluttanza della fondamentale: quanto ce ne occorre veramente.

I singoli consumatori possono cambiare lo stato delle cose attraverso le loro decisioni di acquisto, o attraverso la decisione di non acquistare. Infatti, le loro scelte in termini di abitazione, di arredamento, di abitudine al riciclo e di sostegno alle leggi possono tutti essere considerati come componenti dell’economia delle foreste. Educare i consumatori sull’impatto delle loro abitudini di consumo può aiutarli a fare scelte meglio informate.

La posta elettronica e i computer hanno anche la capacità di ridurre l’uso della carta nelle comunicazioni, consentendo di risparmiare denaro.

 

Nell’industria della pasta del legno e della carta gli ostacoli più grandi da rimuovere sono la natura strettamente legata ai capitali dell’industria e la ricerca insufficiente sulle fibre alternative. L’industria non è dunque flessibile davanti ai cambiamenti nelle condizioni del mercato o nelle fonti di fibra. Come detto in precedenza, i residui agricoli costituiscono una fonte di fibra sottoutilizzata, che in alcune zone potrebbe essere sostanzialmente impiegata come materia prima per la carta. Una società del Nebraska ha riconosciuto il valore di questo "scarto", e per l’anno 2000 ha in programma di avviare una produzione annua di 140.000 tonnellate di pasta da carta di alta qualità utilizzando steli di granoturco.

 

La riforma più importante che i governi possano attuare è porre fine alle vecchie politiche che incoraggiano e forniscono sussidi alle grandi industrie estrattive, partendo dal presupposto che questo utilizzo delle foreste sia il più proficuo. I sussidi per l’abbattimento di tronchi rendono inoltre difficile per altri materiali (come le fibre riciclate o diverse dal legno utilizzate per la produzione di carta) competere in modo equo e abbassare i prezzi che i proprietari terrieri possono pretendere per i loro prodotti. Superare questa barriera è essenziale per creare un’economia forestale sostenibile, e per offrire una base più sana alle economie nazionali.

L’esistenza di leggi blande o l’incapacità di farle applicare hanno incoraggiato lo sperpero di vaste risorse forestali. Il Brasile, che nel 1988 – dopo avere preso tempo per nove anni – aveva finalmente reso operativa la propria Agenzia per l’Ambiente, ne ha revocato l’autorità pochi mesi dopo. Anche la Columbia Britannica, la Cambogia e la Russia hanno fama di non essere in grado di garantire la conformità a leggi pur blande. In risposta alle devastanti inondazioni del 1988, il governo cinese ha finalmente iniziato a dare esecuzione a un divieto di abbattimento nei tratti più a monte dello Yangtze e a provvedere alla riforestazione del bacino idrico, che ha perduto l’85% della copertura forestale. Ha insomma riconosciuto che le foreste, in termini di capacità di regimazione idrica, valgono tre volte il legname tagliato.

Alcune città hanno sviluppato programmi e fissato obiettivi per aumentare il riciclaggio, promuovere programmi edilizi "verdi" e stabilire orientamenti per l’utilizzo efficiente del legno. Una direttiva del 1994 dell’Unione Europea ha stabilito come obiettivo una percentuale del 50-65% per il recupero di tutti gli scarti di imballaggio entro il 2001.

La Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento del riciclaggio potrebbe incentivare la riforestazione per ridurre le emissioni di anidride carbonica e l’incremento di piantagioni sostenibili di legna da ardere in sostituzione dei combustibili fossili.

E’ possibile preverdere e realizzare un’economia dei prodotti forestali che fornisca alle persone tutto quello di cui hanno bisogno dalle foreste – merci, mezzi di sostentamento e servizi – e che garantisca la sopravvivenza di sani ecosistemi forestali nel prossimo millennio.

 

 

NUTRIRE NOVE MILIARDI DI PERSONE

 

All’inizio di questo secolo, ogni agricoltore americano produceva cibo sufficiente a nutrire altre sette persone; oggi lo stesso agricoltore può dare da mangiare a 96 persone.

Il nostro è stato un secolo rivoluzionario per l’agricoltura mondiale. Gli animali da tiro sono stati in gran parte sostituiti dai trattori; le varietà tradizionali di granturco, frumento e riso hanno ceduto il passo a varietà ad alto rendimento, mentre le zone irrigate nel mondo si sono moltiplicate di ben 6 volte a partire dal 1900. L’uso di fertilizzanti chimici riguarda oggi circa il 40% della produzione mondiale di cereali.

Nel corso di questo secolo, i progressi tecnologici hanno triplicato la produttività dei terreni coltivati, contribuendo all’aumento del raccolto mondiale di cereali da meno 400 milioni di tonnellate dal 1900 a quasi un miliardo e 900 di tonnellate del 1998.La produzione di cereali è aumentata di 5 volte a partire dal 1900, il che corrisponde alla percentuale di crescita produttiva verificatasi nei 10000 anni precedenti, ovvero dalla nascita dell’agricoltura.

 

 

Un secolo di crescita

I progressi compiuti nel XX secolo nel campo dell’ agricoltura, derivano essenzialmente da 5 diverse tecnologie, tra cui l’irrigazione. Nel 1847 si dimostrò che tutte le sostanze nutritive che le piante assimilano dal suolo potevano essere fornite sotto forma minerale. Questo secondo passo creò le condizioni adatte alla diffusione mondiale dei fertilizzanti chimici. Nel decennio successivo al 1860 Gregor Mendel, un monaco austriaco che coltivava piselli nel suo orto, scoprì i principi basilari della genetica: questa terza innovazione ha posto le basi per gli spettacolari progressi compiuti nel miglioramento genetico delle piante in questo secolo .

La quarta tecnologia si è basata sullo studio di piante nane di cereali, con un procedimento che alla lunga ha reso possibili le varietà di frumento e riso a stelo corto e ad alto rendimento che oggi vengono altamente utilizzate in tutto il mondo.

La quinta tecnologia che ha contribuito ai progressi della produzione cerealicola è stata la creazione nel 1917,ad opera dell’Agricoltura Experiment Station del granturco ibrido. Questo ibrido ad alto rendimento, oggi coltivato in tutto il mondo, ha contribuito a fare del granturco uno dei tre cereali primari, insieme al frumento e al riso. La maggior parte dei raccolti mondiali di granturco viene utilizzata per nutrire bestiame e pollame .

Un’altra fonte di progressi è stata lo scambio di colture tra il Vecchio e il Nuovo Mondo. l frumento e altri cereali minori furono introdotti nel Nuovo Mondo dai primi colonizzatori, mentre il granturco," addomesticato" dagli agricoltori del Nuovo Mondo, viene ora coltivato in tutti i continenti. La patata è oggi un alimento base in quasi tutti i paesi della zona temperata. La soia è stata importata dalla Cina.

Per quanto concerne bestiame solo il tacchino è stato addomesticato nel Nuovo Mondo: tutti gli altri animali sono originari del Vecchio Mondo. Questo scambio di colture e bestiame, iniziato 5 secoli fa, ha contribuito sia all’aumento di produttività dell’agricoltura mondiale che alla varietà dell’alimentazione moderna.

Purtroppo, un secolo di progressi tanto impressionanti non si è tradotto in adeguate risorse alimentari per tutti gli abitanti della Terra. Si calcola che 841 milioni di persone soffrano ancora di fame denutrizione. Con l’avvento del nuovo millennio, le file degli affamati e dei denutriti potrebbero ingrossarsi, a meno che il mondo non affronti rapidamente un processo di stabilizzazione della popolazione.

Storicamente alle nostre risorse alimentari sono dipese da tre sistemi fondamentali: pesca oceanica, terreni da pascolo e terreni agricoli. La pesca oceanica e i terreni da pascolo, due sistemi essenzialmente naturali, hanno probabilmente raggiunto il limite massimo. La produzione di carne bovine e ovina, si è triplicata dal 1950 al 1990.

La causa determinante di questa crescente pressione sui sistemi naturali è il costante aumento della popolazione. Si prevede che la popolazione di alcuni paesi –come l’Etiopia, la Nigeria e il Pakistan-triplicherà entro il 2050: in quell’anno, gli abitanti della Nigeria saranno con buona probabilità 339 milioni. All’India, paese che conta quasi un miliardo di abitanti e le cui falde acquifere si abbassano a vista d’occhio, si aggiungeranno presumibilmente 600 milioni di persone; per la Cina si ipotizza un aumento di 300 milioni di persone.

 

 

Ipernutriti e denutriti

Dal punto di vista nutrizionale viviamo in un mondo diviso in due, nel quale alcuni mangiano troppo altri troppo poco: sono entrambe forme di malnutrizione. Sia le persone ipernutrite e sovrappeso che quelle denutrite e sottopeso hanno problemi di salute.

A livello mondiale, il numero di persone sovrappeso potrebbero raggiungere i 600 milioni. Negli Stati Uniti 97 milioni di adulti rientrano attualmente in questa categoria, cioè il 55% delle persone al di sopra dei vent’anni di età; in paesi come la Russia la percentuale è del 57% e nel Regno Unito 51%.

Purtroppo, nelle società industriali la popolazione sovrappeso è aumentata negli ultimi decenni a causa dello stile di vita più sedentario. Si può dire che si verifica obesità quando la quantità di energia alimentare assunta supera l’utilizzo dell’energia stessa: ciò può essere conseguenza di eccesso di cibo, di attività fisica scarsa o di entrambe le cose. Negli Stati Uniti, la percentuale la percentuale di persone sovrappeso è più alta tra i gruppi di minoranza, ovvero tra le persone con basso reddito e istruzione limitata, la cui dieta è spesso troppo ricca di grassi e di zuccheri.

Sul versante opposto della scala alimentare troviamo le persone che mangiano troppo poco. La FAO calcola che 841 milioni di persone che vivono in paesi in via di sviluppo soffrono di gravi carenze proteiche, cioè manca il cibo necessario a sviluppare adeguatamente il loro potenziale fisico e mentale. Alla gran parte degli adulti e bambini di questo gruppo è negata l’energia necessaria a mantenere normali livelli di attività fisica.

La denutrizione indebolisce il sistema immunitario al punto che malattie infantili comuni come il morbillo o la diarrea diventano spesso fatali. Ogni giorno 19 mila bambini muoiono per denutrizione e patologie collegate . I bambini che soffrono la fame sono concentrati soprattutto in due aree: il subcontinente indiano , dove i 3/5 risultano denutriti, e l’Africa subsahariana ,dove la percentuale è del 30% . La denutrizione di neonati e bambini è particolarmente preoccupante in quanto ogni ostacolo al loro sviluppo fisico può ostacolare anche lo sviluppo mentale . Molti paesi in via di sviluppo presentano livelli di denutrizioni socialmente pericolosi , misurabili in base alla percentuale di bambini fino ai cinque anni che risultano sottopeso. Il Bangladesh e l’India sono in cima a questa lista; altre nazioni con alte percentuali sono il Vietnam, l’Etiopia, l’Indonesia , il Pakistan e la Nigeria . Nel corso degli ultimi cinquant’anni, la percentuale di persone denutrite nel mondo è sostanzialmente diminuita. Questo progresso è stato possibile soprattutto dall’aumento pro-capite di produzione alimentare.

La tendenza globale al rialzo nella produzione di cereali dal 1950 al 1984 ha significato per molti il raggiungimento di un livello nutrizionale adeguato. Le tendenze dei due paesi più densamente popolati- Cina e India , cioè il 35 % dell’umanità – sono in forte contrasto. Nonostante gli impressionanti progressi indiani nella produzione di cereali, la crescita produttiva è stata largamente controbilanciata da quella demografica , con il risultato che due terzi dei bambini indiani sono ancora denutriti.

In Cina, di contro, l’impressionante aumento della produzione agricola seguito alle riforme economiche del 1978- combinato al drastico rallentamento della crescita demografica – ha fatto salire la produzione di cereali pro-capite .

Il fatto che oggi esista ancora la fame dipende in gran parte da scarsa produttività, che si manifesta in bassi redditi e povertà . Complessivamente, i redditi mondiali sono decisamente aumentati nel corso di questo secolo, passando dai 1300 dollari pro-capite del 1900 ai più di 6000 dollari pro –capite del 1998 (dollari 1997) . Una crescita economica tanto rapida ha sollevato gran parte dell’umanità dalla povertà ,e dalla fame ma, purtroppo, non è stata omogenea , lasciando così un gran numero di persone a soffrire di fame e malnutrizione .

La Banca Mondiale ha calcolato che un miliardo e 300 milioni di persone vivono in assoluta indigenza, con redditi medi di un dollaro al giorno o meno.

La maggioranza vive in zone rurali: molti cercano di guadagnarsi da vivere coltivando terreni che non sono stati divisi e ridivisi man mano

che la popolazione aumentava ; altri possiedono troppo poca terra, perché la proprietà terriera è concentrata nelle mani di un piccolo segmento della popolazione. Il gruppo di poveri che sta crescendo più rapidamente è rappresentato dagli abitanti degli insediamenti abusivi delle periferie degradate di tante città del Terzo Mondo . I consumatori di tutto il mondo hanno tratto vantaggio dal calo dei prezzi dei cereali avvenuto nel corso degli ultimi cinquant’anni, ma ora c’è la possibilità che questa tendenza venga invertita con il progressivo esaurimento delle falde acquifere , che riduce le riserve di acqua per l’irrigazione. Ciò assume una particolare importanza in grandi nazioni come Cina e India, che derivano dai terreni irrigati la metà o più della loro produzione alimentare e dove l’impoverimento delle falde porterà inevitabilmente a una minore possibilità di irrigare. Altre decine di paesi più piccoli si trovano a fronteggiare il problema del prosciugamento delle falde, soprattutto nelle aree del nord Africa e del Medio Oriente, dove quasi tutta la produzione di cibo dipende dai terreni irrigati.

Se si vuole adottare una strategia davvero efficace per eliminare la fame , sarà necessario concentrarsi simultaneamente su diversi tipi di azione : accelerare il passaggio ad un nucleo familiare meno numeroso al fine di stabilizzare la popolazione nel più breve tempo possibile, aumentare gli investimenti nelle zone rurali in cui si concentra la povertà e programmare politiche economiche che rendano possibile una più equa distribuzione della ricchezza.

 

 

La terra : una risorsa limitata

La possibilità di espandere la produzione mondiale di cereali coltivando una maggiore estensione di terreno è virtualmente scomparsa. Le aree del mondo coltivate a cereali sono aumentate dai 587 milioni di ettari del 1950 al massimo storico di 732 milioni del 1981 (una crescita del 25%).

L’espansione delle zone coltivate a cereali negli ultimi cinquant’anni si deve al dissodamento di terre inutilizzate e alla diffusione di sistemi di irrigazione.

Tra il 1950 e il 1988,l’area a cereali pro-capite a livello globale si è ridotta da 0,23 ettari a 0,12 ettari; per la maggioranza dei paesi ciò non ha costituito un problema, giacché gli aumenti della produttività hanno più che compensato tale riduzione. Ma ,vista la marcata perdita di slancio della crescita della produttività a partire dal 1990, c’è motivo di dubitare che in futuro la crescita riesca a controbilanciare la riduzione di area coltivata pro-capite, che si prevede arriverà a 0.07 ettari entro il 2050.

 

I paesi che probabilmente dovranno affrontare i problemi maggiori nei prossimi cinquant’anni sono quelli che prima del 2050 supereranno , secondo le attuali proiezioni, la soglia dei 300 milioni di abitanti.

 

Il Pakistan con 357 milioni di abitanti nel 2050 vedrà la sua area pro-capite a cereali ridursi a 0,03 ettari. Il che significa che un quinto di ettaro dovrà produrre tutto il cibo necessario a far vivere sette pakistani .

 

Olt6re alla perdita di terreni a cereali dovuta a usi non agricoli e all’erosione dei suoli, una cospicua percentuale viene perduta perché coltivata a semi oleosi, soprattutto soia. Con l’aumento dei redditi dei paesi poveri, è cresciuta la domanda di olio vegetale da cucina; questo unitamente alla crescente richiesta di farina di soia come integratore proteico per il bestiame nei paesi economicamente più agiati, ha moltiplicato la domanda di soia di quasi nove volte rispetto al 1950.

Per soddisfare l’enorme richiesta mondiale di soia, le aree dedicate a questa coltivazione sono balzate dai 14 milioni di ettari del 1990 ai 69 milioni del 1997, e gran parte di questo aumento è avvenuto a spese delle coltivazioni cerealicole.

 

I primi agricoltori si preoccupavano della qualità dei cereali prodotti in relazione alla qualità seminata . Successivamente, è stata la disponibilità di terreno fertile a limitare la crescita produttiva.

Alle soglie del nuovo millennio la limitazione principale deriva dalla scarsità di acqua. Si valuta che da quando gli uomini hanno cominciato ad irrigare i campi fino al 1900 l’area irrigata sia aumentata fino a raggiungere i 48 milioni di ettari. In seguito la diffusione dei sistemi di irrigazione si è fatta più rapida e, nel 1950, l’area era quasi raddoppiata. Ma la crescita più rilevante si è avuta nella seconda metà di questo secolo, le zone irrigate sono arrivate a 260 milioni di ettari. Attualmente il 40% della produzione di cibo su scala mondiale proviene da terreni irrigati.

L’area irrigata pro-capite ha raggiunto il suo massimo storico nel 1978, in seguito è iniziato un lento declino con un calo del 6%.

Due terzi dell’area irrigata mondiale si trovano in Asia. In Cina circa il 70% del raccolto di cereali proviene da terreni irrigati, in India il 50% e negli Stati Uniti il 15%.

 

Nel corso degli anni Novanta, la penuria di acqua si è fatta sempre più evidente. Le falde si stanno abbassando in tutti i continenti: nelle grandi pianure meridionali e negli stati del sud-ovest degli Usa, in gran parte del Nord Africa e del Medio Oriente, in quasi tutta l’India e pressochè in tutte le zone pianeggianti della Cina. Le acque sotterranee in India si ritirano a un ritmo almeno il doppio di quello di ricarica, così che le falde freatiche si stanno abbassando quasi ovunque di 1-3 metri all’anno. L’India è un paese in caduta libera, che espande la propria agricoltura depauperando le proprie riserve d’acqua: a un certo punto, questo castello di carte crollerà e a quel momento il raccolto di cereali indiano potrebbe calare anche del 25%.

 

Molti grandi fiumi si prosciugano prima di raggiungere il mare, e alcuni sono spariti del tutto.

Il Fiume Giallo, culla della civiltà cinese, è andato in secca per la prima volta – in tremila anni della storia della Cina – nel 1972, e non ha raggiunto il mare per circa quindici giorni. Nel 1977 non è riuscito a raggiungere il mare per sette mesi. Il Fiume Giallo nasce sull’Altopiano del Tibet e nel suo viaggio verso il mare scorre attraverso otto provincie: l’ultima, dove si producono un quinto del granoturco e un settimo del frumento della Cina, trae dal fiume metà delle sue acque irrigue.

Solo una piccola parte del Nilo riesce a raggiungere il Mediterraneo, e nella stagione secca il Gange arriva a stento alla Baia del Bengala.

 

Nel corso della storia è stata finora la scarsità di terre a forgiare i modelli del commercio di cereali: ora anche la scarsità di risorse idriche sta diventando un fattore decisivo. A livello mondiale, circa il 70% delle acque deviate fai fiumi o pompate dal sottosuolo viene utilizzato per l’irrigazione, il 20% per l’industria e il 10% per usi residenziali.

 

 

Aumentare la produttivita’ della terra

L’impoverimento delle falde acquifere e la conversione della acque irrigue a usi non agricoli indicano che le colture irrigue potrebbero essere gradualmente eliminate in alcune regioni più povere di acqua.

La crescente scarsità di acqua può, forse più di ogni altro fattore, vanificare gli sforzi per espandere la produzione di cibo. Infatti se il futuro sarà dominato da scarsità di acqua, esso sarà caratterizzato da scarsità di cibo.

I tre fattori chiave per l’aumento della produttività della terra, a partire dalla metà di questo secolo, sono stati la selezione delle piante, la diffusione dell’irrigazione e l’accresciuto uso di fertilizzanti. Il principale contributo apportato dai selezionatori di varietà è stato quello di aumentare la quota di prodotto della fotosintesi che va a formare i semi. Le antiche varietà di frumento convertivano approssimativamente il 20% del prodotto della fotosintesi in semi. Le moderne varietà di frumento ad alto rendimento convertono più del 50% del prodotto della fotosintesi in semi. Poiché gli scienziati calcolano che il limite massimo sia del 62%, non rimane molto da fare.

Guardiamo adesso ai prossimi cinquant’anni: il potenziale per un ulteriore aumento della percentuale di prodotto della fotosintesi destinata ai semi è decisamente scarso; non si prevede che l’area irrigata nel mondo verrà ampliata di molto, e forse non aumenterà affatto, poiché in molti paesi tenderà a ridursi; l’uso di fertilizzanti continuerà a crescere, sebbene molto più lentamente, soprattutto nel subcontinente indiano, in Africa e nell’America Latina. L’effetto combinato di queste condizioni sarà che l’aumento della produttività del terreno, così drasticamente rallentato negli anni Novanta, probabilmente rallenterà ulteriormente all’inizio del prossimo secolo. Alcune nazioni hanno già raggiunto il loro massimo di crescita produttiva.

Gli storici considerano con ogni probabilità i quattro decenni dal 1950 al 1950 come l’età della produttività agricola mondiale. Avvicinandoci ai limiti fisiologici, aumentare i raccolti diventa ancora più difficile. Il problema è dunque se il rallentamento della crescita, iniziato a partire dal 1990 proseguirà nel secolo, mentre il tasso di crescita della popolazione continuerà a crescere.

Nell’avvicinarsi al nuovo millennio, cresce la preoccupazione per le prospettive alimentari a lungo termine. Il mondo all’avvento del XXI secolo, deve far fronte a due questioni fondamentali: come nutrire adeguatamente coloro che soffrono cronicamente la fame o la malnutrizione e come mantenere la stabilità dei prezzi cerealicoli mondiali; senza la quale il progresso economico è in pericolo.

L’errore più grave che i leader politici possono commettere all’inizio del nuovo millennio è quello di sottovalutare le dimensioni della questione alimentare. Per cominciare, le zone di pesca oceaniche e i terreni da pascolo (le due fonti principali di proteine animali degli ultimi cinquant’anni) hanno evidentemente raggiunto i propri limiti. Ciò significa che ogni futura crescita delle risorse alimentari mondiali dovrà venire dai terreni agricoli. Ma sta diventando sempre più difficile mantenere la rapidità di crescita necessaria per tenersi al passo con la domanda.

Tenendo conto di queste impegnative prospettive alimentari, i governi dei paesi in costante crescita demografica devono calcolare i possibili aumenti della popolazione, effettuando parallelamente indagini sui terreni disponibili per la coltivazione, sulla quantità di acqua disponibile a lungo termine e sulla popolazione alimentare. E’ ora che i governi affrontino una politica demografica che prenda in considerazione la capacità di carico ("carrying capacity") del pianeta. Le più recenti proiezioni demografiche delle Nazioni Unite mostrano che la popolazione mondiale crescerà di 3,3 miliardi di abitanti nei prossimi cinquant’anni. Alcuni degli aumenti più cospicui sono previsti nel subcontinente indiano e nelle regioni africane sub-sahariane, ossia nelle due aree in cui è concentrata la maggior parte delle persone che soffrono la fame.

Un elemento fondamentale per raggiungere un equilibrio accettabile tra popolazione e risorse è l’accesso alla pianificazione familiare. La chiave per accelerare il passaggio a nuclei familiari più ridotti è l’educazione delle giovani donne: tutte le ricerche dimostrano che quanta più educazione ricevono le donne, tanti meno bambini mettono al mondo. Un’altra iniziativa finalizzata alla domanda e pensata per alleggerire la pressione sulle riserve alimentari mondiali è quella che mira a riportare indietro nella catena alimentare le persone che consumano un eccesso di prodotti animali, ricchi di grasso e dannosi alla salute. Le persone più sane non sono quelle la cui alimentazione è dominata dai prodotti animali, ma quelle che li consumano con moderazione.

La scarsità di risorse idriche sta diventando una limitazione cruciale, più della penuria di terreni. Esistono grandi quantità di terreni, compresi i deserti, che potrebbero essere resi coltivabili se ci fosse acqua per irrigarli; ma l’aumento dell’irrigazione dipenderà da un uso più efficiente delle attuali risorse idriche più che da un aumento dell’offerta.

Ristrutturare l’economia delle risorse idriche mondiali è dunque la chiave per eliminare il problema della fame. Uno dei rimedi alla scarsità di risorse idriche più frequentemente proposti è la determinazione del prezzo dell’acqua, il che significa far pagare l’acqua ai consumatori per assicurarsi che venga utilizzata in modo efficiente.

Nutrire adeguatamente le popolazioni in aumento è una delle sfide più difficili della civiltà moderna. Date le scarse prospettive di raggiungere un equilibrio accettabile tra cibo e popolazione attraverso politiche basate solo sull’offerta, è giunto il momento di concentrarsi anche sulle questioni legate alla domanda, ossia l’altra parte dell’equazione alimentare così di accelerare il passaggio verso famiglie più piccole, soprattutto nei paesi poveri; ma significa anche accelerare il passaggio verso un abbassamento della catena alimentare nei paesi più ricchi, che consumano grandi quantità di prodotti animali.

 

 

 

UNA NUOVA IDEA DELLA CITTA’

 

Le città del XX secolo non riescono a soddisfare i bisogni del presente, pregiudicando al tempo stesso la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri.

Nel 400 a.C. Platone asserì che "qualunque città per quanto piccola è in realtà divisa in due: la città dei poveri e quella dei ricchi", e questa osservazione è valida ancora oggi. Specialmente nei paesi in via di sviluppo, i bisogni primari della popolazione urbana più povera non vengono soddisfatti: si stima che 1,1 miliardi di persone respirino aria molto inquinata, 220 milioni non dispongano di acqua potabile, 420 milioni non abbiano accesso neppure ai più rudimentali servizi igienici e almeno 600 milioni non abbiano un’abitazione adeguata.

Intanto, lo sfruttamento delle risorse da parte dei ricchi mette in pericolo la sicurezza delle generazioni future. Storicamente le città si sono sostenute grazie al territorio circostante, ma oggi gli abitanti delle città ricche attingono in misura sempre maggiore alle risorse che arrivano da lontano, accelerando i processi di cambiamento climatico, di deforestazione, di erosione del suolo e di perdita della diversità biologica nel mondo. Londra, ad esempio, solo per fornire i suoi abitanti di cibo e di legname avrebbe bisogno di un’estensione di territorio pari al 58 volte la sua superficie. Se si volessero soddisfare nello stesso modo le necessità di tutti gli abitanti del mondo, ci vorrebbero almeno altre tre Terre.

 

L’esigenza di trovare una nuova ipotesi di città è più urgente che mai. Nel 1900 solo 150 milioni di persone – un decimo della popolazione mondiale – abitavano in città. Poco dopo il 2000, metà del mondo (3,2 miliardi di persone, cioè venti volte di più) vivrà in aree urbane. Le sfide del prossimo secolo sarà quella di migliorare le condizioni ambientali delle città riducendo, la loro domande di risorse.

 

 

Un mondo in via di urbanizzazione

Intorno al 4000 a.C., i villaggi contadini delle valli fluviali della Mesopotamia divennero le prime città del mondo. Questi insediamenti culminarono nella città-stato sumerica, con i suoi templi monumentali, le classi sociali stratificate, le tecnologie avanzate, il commercio fiorente e le fortificazioni militari. In quelle prime città c’erano mura che separavano formalmente l’abitato dalla campagna e che venivano man mano "spostate" per accogliere una popolazione in continua crescita.

 

La rivoluzione industriale portò alla successiva grande trasformazione urbana.

 

Con il cambiamento dell’assetto delle città, è cambiato anche il concetto di "area urbana".

Oggi le città si ingrandiscono non solo per nascite e immigrazione, ma anche in seguito alla riclassificazione delle aree rurali. Le statistiche relative alla popolazione urbana possono riferirsi ai confini politici dell’antico centro città o comprendere una parte della più vasta zona metropolitana, dove si trovano numerosi nuclei occupazionali. In questo capitolo si fa riferimento alla definizione di "agglomerati urbani" data dalle Nazioni Unite, che comprende la popolazione della città più quella delle aree suburbane adiacenti.

 

La continua trasformazione del ruolo delle città è determinata dalle forze economiche. Nella seconda metà di questo secolo, molte città dei paesi invia di sviluppo sono cresciute perché l’industrializzazione portava con sé la prospettiva di un lavoro in città, determinando dunque il degrado delle aree rurali. Negli anni Cinquanta – a livello mondiale – il lavoro si concentrava prevalentemente nel settore agricolo; negli anni Novanta, come conseguenza ultima dell’industrializzazione, il maggior numero di posti di lavoro è nel settore dei servizi.

 

Le moderne infrastrutture urbane sono state in gran parte realizzate in risposta ai problemi della città industriale occidentale del XIX secolo.

Gran parte della crescita urbana continuerà a riguardare i paesi in via di sviluppo.

Il trend demografico più significativo del prossimo secolo sarà proprio la crescita di popolazione nelle città dei paesi in via di sviluppo, che assorbono circa il 90% del previsto aumento di 2,7 miliardi tra il 1995 e il 2030.

Vengono considerate "grande città" quelle con più dieci milioni di abitanti e "megacittà" quelle con popolazione di almeno dieci milioni di abitanti.

 

Le città non presentano solo problemi, ma offrono anche molte opportunità. Per millenni le città sono state i centri della cultura e i motori della creatività che fa progredire la civiltà, e ancor oggi sono magneti che attirino persone e idee. Una buona gestione ambientale urbana può migliorarne le condizioni, ottenendo spazi pubblici ben tenuti, servizi e posti di lavoro, tutte cose che attenuano le diseguaglianze tra ricchi e poveri.

Le città di oggi occupano il 2% della superficie terrestre, ma consumano il 75% delle sue risorse. Il seguito di questo capitolo fornisce esempi di cambiamenti nella gestione dell’acqua, dei rifiuti, dei trasporti e dell’edilizia urbani che possono giovare sia alle persone sia alle persone sia al pianeta.

 

 

Migliorare l’approvvigionamento e la qualita’ dell’acqua

La maggior parte degli insediamenti umani sono stati collocati in modo da sfruttare l’acqua per l’agricoltura e i trasporti. Le prime città del mondo sorsero lungo le valli di grandi fiumi: il Nilo, il Tigri e l’Eufrate, l’Indo e il Fiume Giallo. Ma i fiumi e i torrenti che forniscono acqua potabile ricevono anche i rifiuti domestici e industriali: in una città, quindi, il flusso delle acque e quello dei rifiuti sono intimamente connessi.

Gli ingegneri del XIX secolo costruiscono nei paesi industriali grandi impianti idrici e fognari, con il duplice obiettivo di soddisfare la crescente richiesta di acqua, aumentando le fonti di approvvigionamento, e di canalizzare le acque di scarico e quelle piovane, allontanandole dall’abitato il più rapidamente possibile.

Ma questo tipo di opere pubbliche – enormi e assai costose –non hanno raggiunto molte aree rurali, né i quartieri urbani più poveri. Il 25% del mondo in via di sviluppo continua a non avere acqua pulita e il 66% manca di fognature. Le infezioni intestinali causate da acqua infetta e cattiva gestione dei rifiuti sono le principali cause di malattia nel mondo.

Il problema è quello di portare l’acqua nelle città. Le città hanno così esteso la loro rete idrica, distruggendo fragili ecosistemi e riducendo l’acqua disponibile per le coltivazioni. Dall’inizio del secolo, l’uso civile dell’acqua nel mondo è cresciuto di 18 volte, quello industriale di 26 volte, mentre l’uso agricolo è aumentato di sole 5 volte.

Un’altra serie di effetti dannosi si registra quando l’acqua viene allontanata precipitosamente dalle città. Se l’acqua piovana viene canalizzata, ne filtra meno nel suolo e le falde acquifere risultano sottoalimentate; anche le strade impediscono all’acqua di penetrare nel terreno, e la pioggia scorre sul selciato finendo direttamente nelle canalizzazioni, per poi riversarsi a gran velocità nei fiumi e nei torrenti. Questo causa inondazioni che si potrebbero evitare se le piante e il suolo potessero svolgere il loro ruolo.

 

Nel prossimo secolo le città in cui scarseggia l’acqua dovranno trovare sistemi che causino meno danni all’ambiente e che siano meno costosi.

La conservazione del patrimonio idrico può fornire buona parte della soluzione. Gli altri interventi includono la limitazione dello sviluppo dove ci sono fonti di acqua potabile e l’adozione di metodi di trattamento delle acque di scolo a basso costo.

 

La conservazione non è riservata ai ricchi: anche i paesi in via di sviluppo possono risparmiare. Nel Terzo Mondo, circa il 60% dell’acqua si disperde nelle condutture fessurate o viene rubata.

 

Decisiva per la conservazione dell’acqua è l’eliminazione degli incentivi allo sperpero. La mancanza di contatori, prezzi eccessivamente bassi o inversamente proporzionali all’uso sono tutti fattori che incoraggiano lo spreco.

Fare un miglior uso dell’acqua piovana è una tecnica di conservazione che funziona anche come strategia di controllo delle inondazioni. A Tokyo, che ha il 82% della superficie coperta da asfalto e cemento, il fenomeno del deflusso torrenziale causa inondazioni ed esaurisce le falde acquifere. La città è così ricorsa all’acqua piovana come fonte supplementare: i serbatoi posti in cima a 579 edifici raccolgono questa risorsa gratuita, che viene utilizzata per toilette, giardini, impianti ad aria condizionata e manichette antincendio.

 

Così come la conservazione dell’acqua può accrescerne la fornitura, la conservazione del territorio può proteggere la qualità. Molte città stanno scoprendo che proteggere i bacini idrici cooperando con le vicine aree industriali e agricole è in definitiva meno costoso che rendere potabile l’acqua inquinata.

Oltre che migliorare il rifornimento e la qualità dell’acqua, le città possono anche trattare le acque feflue a costi economici e ambientali più bassi. La depurazione biologica, cioè il trattamento in vasche di decantazione o nelle zone umide, comporta un impiego maggiore di territorio, ma è molto costoso e non produce residui tossici.

 

 

Da discariche a fonte di materie prime

Dai resti di alcune antiche città si può arguire che all’inizio, i loro abitanti ebbero un atteggiamento piuttosto noncurante rispetto al problema dell’eliminazione dei rifiuti.

 

Oggi la quantità di immondizia prodotta nei paesi ricchi è enorme, ma è molto più visibile nelle città in via di sviluppo

 

Come l’acqua, anche i rifiuti incidono sulla salute umana. I rischi sono molto alti specialmente nei paesi in via di sviluppo, dove da un terzo alla metà degli scarti urbani non vengono raccolti: cumuli di rifiuti a cielo aperto attirano vettori di malattie come ratti e mosche e spesso colano nei canali di drenaggio, contribuendo agli allagamenti e alle malattie con l’acqua.

I rifiuti urbani hanno molte ripercussioni sull’ambiente.

Così come la canalizzazione delle acque piovane altera il ciclo dell’acqua, i sistemi di smaltimento dei rifiuti urbani, concepiti per allontanare velocemente i rifiuti degli abitanti delle città, interrompono il ciclo dei nutrienti. Camion, aerei eterni fanno arrivare nelle città prodotti alimentari provenienti da molto lontano, ma è raro che i nutrienti facciano poi ritorno ai terreni agricoli. Questo non solo va a gravare sullo smaltimento dei rifiuti, ma fa anche aumentare la domanda dei fertilizzanti artificiali, una crescente minaccia globale per l’inquinamento da azoto.

 

Gettare via le cose invece di riusarle o di riciclarle aumenta inoltre la richiesta di risorse ottenute da estrazioni e da alberi. Le città dei paesi industrializzati producono, pro-capite, una quantità di rifiuti fino a 100 volte superiore a quella prodotta nei paesi in via di sviluppo.

Le città hanno però le potenzialità di trasformarsi da depositi di rifiuti in grandi fonti materie prime.

 

I rifiuti organici (la carta , gli avanzi di cibo, l’erba da sfalcio e le deiezioni umane) sono una risorsa preziosa. Nei paesi industrializzati, i soli scarti alimentari e di giardinaggio rappresentano circa il 36% del flusso dei rifiuti solidi urbani. Le città europee si stanno impegnando nel compostaggio, che trasforma i rifiuti organici in un prodotto che accresce la fertilità dei suoli agricoli.

Per evitare che la carta, metalli, vetro e plastiche vadano a finire nelle discariche, molte città promuovono il riciclaggio e il trattamento dei rifiuti. Un modo è quello di tassare la raccolta differenziata, raccogliendo invece gratuitamente i materiali separati per il riciclaggio. Con questo sistema "chi butta paga".

Alcune città hanno fatto un ulteriore passo avanti, imponendo limiti alle industrie che producono merci monouso o rifiuti da imballaggio. Nel 1997 i funzionari municipali di Tokyo imposero ai fabbricanti e ai distributori di bottiglie di plastica il recupero e il riciclaggio.

 

Un esiguo numero di città si sta spingendo oltre il riciclaggio, in direzione della "simbiosi industriale" dove i rifiuti di una impresa diventando la materia prima di un’altra.

Il primo progetto eco-industriale si sviluppò più di venti anni fa a Kalundborg, in Danimarca. Oggi i gas di scarico di una raffineria vengono bruciati da una centrale elettrica, l’emissione di calore della centrale riscalda le acque degli allevamenti ittici, mentre altre aziende utilizzano i sottoprodotti della combustione per pannelli e materiali edilizi.

 

 

Muovere persone e merci

I trasporti plasmano le città. La vita delle città antiche era vincolata alle distanze percorribili a piedi, mentre con la fine del XIX secolo i binari tramviari e ferrovieri hanno conferito alle città industriali una forma a raggiera.

L’automobile ha permesso alla città di espandersi in modo molto più irregolare, un fenomeno che si diffuse velocemente negli Stati Uniti. Negli anni Trenta l’urbanistica introdusse, tra i raggi ferroviari, la costruzione di case per chi aveva l’automobile.

 

L’assetto di una città influenza a sua volta la sua vivibilità e la domanda di risorse naturali: le conurbazioni che si estendono disordinatamente minacciano sia la salute umana che quella ambientale. Oggi i gas di scarico degli autoveicoli sono la causa principale dell’inquinamento delle città, che ogni anno uccide nel mondo almeno tre milioni di persone.

Le strade progettate per aumentare la velocità degli spostamenti automobilistici sono spesso pericolose, tanto che ogni anno circa 850.000 persone perdono la vita in incidenti. L’uso dell’auto anche per brevi spostamenti induce stili di vita sedentari.

La dipendenza dall’automobile alimenta anche le diseguaglianze sociali. Un terzo della popolazione statunitense è troppo giovane, troppo vecchia o troppo povera per guidare.

 

Alcuni provvedimenti adottati da gran parte delle nazioni industrializzate devono essere al più presto allargati a molti dei paesi in via di sviluppo. I costi dell’eliminazione del piombo dalla benzina e dell’obbligo delle marmitte catalitiche riducono i costi sanitari e di mantenimento delle auto in misura proporzionalmente molto maggiore.

Non è possibile aumentare la dipendenza dalle auto: ogni anno, negli Stati Uniti, strade e case prendono il posto di più di un milioni di ettari di terreno agricolo. I trasporti sono responsabili del 15-20% dei 6 miliardi di tonnellate di emissioni annue di carbonio che provocano che il cambiamento climatico.

 

Politica dei trasporti e pianificazione del territorio delle amministrazioni cittadine possono proporre alternative a questo modello, inducendo un assetto urbano più pulito, più verde e più equo.

Nei Paesi Bassi ci sono circa 128 automobili per chilometro quadrato, una densità tra le più elevate al mondo. Ma la pianificazione territoriale dà la priorità alle piste ciclabili. Le città olandesi registrano tassi elevatissimi di uso della bicicletta (circa il 30% degli spostamenti urbani) contro il 1% delle città statunitensi. A Stoccolma, il consiglio municipale ha organizzato "insediamenti di transito" intorno alle stazioni ferroviarie periferiche, nei quali le case possono essere costruite solo intorno agli uffici e ai negozi. La possibilità di muoversi a piedi in questi quartieri ha determinato un calo degli spostamenti in macchina di 229 chilometri pro-capite dal 1980 al 1990, mentre è aumentato l'uso dei mezzi pubblici.

Curitiba, in Brasile, è celebre sia per la sua rete di bus che per le piste ciclabili. Agli inizi degli anni Settanta, diverse strade che si irradiavano dal centro furono riservate agli autobus. Attraverso meccanismi di zoning, la città incoraggiò poi la costruzione di edifici ad alta denasità lungo questi corridoi. Le stazioni degli autobus sono collegate a un circuito di 150 chilometri di piste ciclabili. A Curritiba due terzi degli spostamenti in città avvengono in autobus. Dal 1974 il traffico automobilistico è calato del 30% anche se la popolazione è raddoppiata.

 

Il car-sharung gode in Europa di crescente popolarità: ogni socio paga una scheda che apre gli armadietti con le chiavi delle auto parcheggiate in varie zone: i soci telefonano per prenotare un’auto e vengono indirizzati verso il posteggio più vicino. La rete europea di car-sharing conta più di 100.00 associati di 40 organizzazioni, diffuse in 230 città della Germania, Austria e Paesi Bassi.

 

A Copenaghen la città provvede alla manutenzione di un parco bici di uso pubblico, finanziato attraverso la pubblicità sulle ruote e sul telaio delle bici stesse.

 

 

Costruire quartieri migliori

La progettazione di quartieri è strettamente legata ai trasporti.

Negli stati Uniti le amministrazioni locali adottano in risposta all’inquinamento e al sovraffollamento una pianificazione che limitava la densità residenziale e che differenziava l’uso del terreno in abitativo e commerciale. Le sempre maggiori distanze tra case, negozi e luoghi di lavoro resero l’auto pressochè indispensabile. Questa concatenazione ha concorso a rendere le città statunitensi tra le più compatte e le più dipendenti dall’automobile.

La disposizione degli edifici concorre a determinare la vivibilità di una città. Le strade si animano di gente se i negozi, le fabbriche, gli uffici e le case sono a distanze percorribili a piedi e se il verde e i parchi cittadini rinfrescano le strade.

La criminalità affligge le città frammentate, che relegano i poveri in isole separate.

 

La progettazione dei quartieri influenza anche la richiesta di risorse. Alcuni cambiamenti nella progettazione possono abbassare fino a dieci volte la domanda energetica dei trasporti e gli alberi che schermano dal sole e dal vento riducono l’energia necessaria per il riscaldamento e l’aria condizionata. Inoltre, quartieri sparsi e bassa densità abitativa richiedono più acqua, più condutture fognarie, più linee elettriche e più strade.

 

Alcune città stanno cominciando a frenare lo sviluppo selvaggio, a incrementare gli spazi verdi e persino a migliorare la qualità degli edifici.

 

 

Realizzare la nuova idea di citta’

Alla fine del suo libro sull’ambiente, The Granite Garden del 1984 Anne Whiston Spirn ci ricorda che "il presente ha in sé l’incubo di quello che diventerà la città se continueranno i trend attuali, ma anche il sogno di quello che potrebbe essere". Portando a un esito apocalittico i problemi urbani di oggi, la Spirn prefigura una "città infernale", disintegrata dalle rivolte dei suoi abitanti cui sono negati cibo, acqua e lavoro adeguati e dove mali sociali e ambientali intervengono poi a peggiorare quelli che trasformano le città in lande devastate dallo sviluppo suburbano.

 

Le innovazioni nella gestione dell’acqua, dei rifiuti, dei trasporti e di quartieri descritti in questo capitolo contribuiscono a dar forma a una visione alternativa di "città sostenibile". E’ una città con un straordinario senso dello spazio: gli architetti e gli ingegneri progettano edifici e sistemi di trasporto in risposta alle richieste dei cittadini e al clima locale; ricchi e poveri condividono aria e acqua pulita e spazi pubblici pieni di vita.

Nelle città sostenibile, questi nuovi sistemi riproducono il metabolismo della natura. Invece di consumare avidamente acqua , cibo, energia, beni ed espellere i resti sotto forma di sostanze nocive, la città controlla i suoi appetiti e riutilizza i suoi rifiuti. L’acqua piovana e le acque reflue filtrate vengono usate per i giardini; gli avanzi di cibo diventano compost che fertilizza gli orti della città e i tetti sono abbelliti da cisterne d’acqua, piante e pannelli solari.

Nel giugno del 1995, i rappresentanti di 171 nazioni e 579 città si sono riuniti a Istanbul in occasione della Seconda Conferenza delle Nazioni Unite sugli insediamenti umani (Habitat II) per sottoscrivere i punti essenziali e generali del concetto di città sostenibile, cioè gli obiettivi universali di garantire a tutti un’abitazione adeguata e di rendere gli insediamenti umani più sicuri, più salubri, più equi, più sostenibili e più produttivi.

Queste conferenze hanno aiutato a identificare due ostacoli fondamentali al processo nella pianificazione urbana sostenibile: la mancanza di volontà politica e la mancanza di denaro.

 

La mancanza di volontà politica è spesso legata a un’insufficiente comprensione dei problemi locali.

 

Il Centro per gli insediamenti umani delle Nazioni Unite è stato incaricato di aiutare a raccogliere questi dati, allo scopo di esaminare i progressivi fatti dopo la conferenza. Dal 1995 Habitat sta raccogliendo i dati, che ora comprendono gli indicatori su popolazione, reddito, acqua, rifiuti, alloggi e trasporti per 237 città in 110 paesi.

Ma anche quando i dati sono sufficienti, le città possono trovarsi a corto di idee per prospettare soluzioni.

Un altro dei risultati immediati dell’incontro di Istanbul fu la costituzione di una banca dati delle esperienze meglio riuscite, che ora contiene più di 650 esempi di successi urbani.

 

Anche quando esiste la volontà politica di una parte della città spesso la gestione amministrativa frammentaria ostacola l’azione politica. Se i distretti all’interno di una zona metropolitana sono in concorrenza rispetto al gettito fiscale dello sviluppo urbano, essi tenderanno a estendere le aree edificate alle foreste e al terreno agricolo, a cementificare bacini idrici e ad aumentare l’uso delle automobili.

Le politiche nazionali e internazionali possono poi promuovere o ostacolare gli sforzi di una città in direzione dello sviluppo sostenibile.

Solo i più alti livelli di governo possono domare gli antagonisti che generano l’espansione urbana disordinata.

 

L’altro ostacolo, la mancanza di denaro, è spesso aggravato da questa carenza di integrazione tra diversi livelli di governo.

Negli ultimi anni i governi nazionali hanno teso a trasferire funzioni alle amministrazioni regionali e cittadine, confidando che le autorità locali trovassero i fondi necessari per finanziare le diverse iniziative. Ma alle amministrazioni amministrative non è in genere consentito imporre tasse abbastanza da disporre delle entrate necessarie.

 

In molti paesi industriali le tariffe imposte ai rifiuti solidi urbani non differenziati hanno cresciuto l’impegno rispetto al riciclaggio.

 

Nel cammino verso la città sostenibile, le autorità locali confidano sempre più nell’intraprendenza delle comunità locali e nella capacità del settore privato di realizzare utili: entrambi i tipi di alleanza funzionano meglio se si tratta di vere partnership, in cui le autorità locali si assumono la responsabilità della salvaguardia, del benessere pubblico. Quando le risorse del settore privato superano invece di gran lunga quelle della città, le autorità locali possono non essere in grado di controllare le attività delle aziende e di difendere la fornitura dei servizi per tutti.

 

Alla fine del XIX secolo e agli inizi del XX, chi – come Dickens, Howard e Le Corbusier – riteneva l’inquinamento urbano una vera minaccia per la vita, temeva anche che le città potessero finire con l ’autodistruggersi. Oggi non sono solo le condizioni di vita inumane a rappresentare una minaccia, ma anche l’uso insostenibile delle risorse. Nella pianificazione di una città sostenibile, gli sforzi per superare le barriere politiche e finanziare hanno una qualità comune: il dinamismo delle persone che si impegnano nel lavoro comune. E’ questa concentrazione di energie umane che ha permesso alle città di dar vita alla civiltà. Ed è ciò che può infine salvarle.

 

 

 

ALT AI CONFLITTI ARMATI

 

"Questa conferenza può essere di buon auspicio per il secolo a venire: essa consente di unire gli sforzi di tutti gli Stati sinceramente desiderosi di veder trionfare la grande idea della pace universale sul conflitto e sulla discordia". Il conte Mikhail Nikolaievich Muravyov, ministro degli esteri russo, rivolgendosi così alla prima Conferenza di Pace dell’ Aja del 1899, esprimeva una speranza largamente condivisa.

Convocata per iniziativa dello Zar Nicola II di Russia, preoccupato che la pace armata del tempo costituisse un "fardello schiacciante", la Conferenza riuniva rappresentanti di 26 nazioni. Il movimento pacifista internazionale riponeva grandi speranze in questo evento, prevedendo progressi nel disarmo e l’istituzione di un tribunale permanente per la risoluzione pacifica dei conflitti internazionali. Ma la conferenza (così come la successiva sessione del 1907) riuscì più a codificare le regole della guerra che a renderla un evento meno probabile.

 

Il ventesimo secolo era destinato a diventare il periodo più violento di tutta la storia dell’uomo, caratterizzato da distruzioni e uccisioni senza precedenti per dimensioni ed intensità.

 

Dal 1880 al 1914, le sei principali potenze europee triplicarono la spesa militare. Gli eserciti quasi raddoppiarono di dimensioni (da 2,6 a 4,5 milioni di uomini) e la Marina militare, misurata in tonnellaggio, crebbe più di cinque volte. La rivoluzione industriale aveva dato vita a un complesso militare industriale capace di produrre enormi quantità di armi, desideroso di trarre profitto da un mondo insicuro e bellicoso.

 

Molti speravano che il potere distruttivo degli esplosivi e delle nuove armi fosse così micidiale da rendere le guerre impensabili. Altri avevano previsto gli orrori della guerra di trincea e i conflitti politici e sociali che sarebbero seguiti alla carneficina di massa della prima guerra mondiale.

 

Bertha von Suttner, una delle più note pacifiste del tempo fece ogni sforzo per richiamare l’attenzione sui pericoli della guerra imminente: il suo romanzo antimilitarista Die Waffen Nieder (Deponete le armi), pubblicato nel 1889, divenne uno dei libro più pregnanti del suo secolo. Esso aiutò a diffondere le idee di pace in tutto il mondo quando le associazioni pacifiste dei paesi europei erano ancora piccole, divise e senza coordinamento.

 

Pervasa dal senso di inevitabilità del progresso (caratteristico dell’epoca) la von Suttner riteneva che la pace dovesse "necessariamente risultare dal progresso culturale".

 

Ma il processo avviato all’Aja ha costituito una pietra militare negli sforzi dell’umanità per combattere la guerra.

Cent’anni più tardi, la sua opera incompiuta viene ripresa con l’Appello dell’Aja, un’importante conferenza di pace che si svolgerà nel maggio 1999 e che riunirà attivisti e leader politici per sviluppare strategie globali di disarmo, di eliminazione delle armi nucleari, di risoluzione pacifica dei conflitti e di rispetto dei diritti umani.

 

 

La guerra nel ventesimo secolo

La Dichiarazione di San Pietroburgo del 1868 per la rinuncia all’uso di determinati proiettili esplosivi riconosceva che c’era un limite oltre il quale "le necessità della guerra devono piegarsi alle regole dell’umanitarismo".

Invece nel nostro secolo uccidere, espellere, distruggere sono diventate attività condotte con tale noncuranza e a livelli tali che è stato necessario inventare nuove parole per descriverle: "genocidio" per descrivere la sistematica distruzione di gruppo razziale, "overkill" utilizzato per la prima volta per descrivere l’eliminazione di un bersaglio mediante un potenziale distruttivo di gran lunga superiore al necessario.

 

Fino al XVI secolo la guerra ha ucciso mediamente un milione di persone ogni cento anni. Nel nostro secolo il numero delle vittime è stato tre volte superiore a quello dei tre secoli precedenti.

 

Con la prima guerra mondiale si vide il primo impiego massiccio di aeroplani carri armati e delle armi chimiche.

 

La seconda guerra mondiale fece sembrare la prima un conflitto minore, aprendo una nuova era di guerra totale, rivolta a colpire non solo le forze militari ma anche infrastrutture e le popolazioni civili. Almeno 45 milioni di persone.

 

Da un terzo alla metà della forza lavoro fu impiegata direttamente o indirettamente a vantaggio dello sforzo bellico.

Le nazioni in guerra destinarono dunque la parte più importante del loro sistema industriale e della loro ricchezza economica a questo gigantesco e spietato conflitto.

 

Solo in Europa gli alleati e l’Asse utilizzarono munizioni per un valore di oltre 2500 miliardi di dollari. Gli USA che nel 1939 producevano una quota trascurabile di armi, nel 1944 totalizzavano il 40% della popolazione mondiale.

 

Gli atti di ospitalità finali della seconda guerra mondiale (le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki) annunciavano l’inizio dell’era atomica e dell’imminente guerra fredda.

 

Enormi risorse vennero da allora destinate a sviluppare, costruire e mantenere gli arsenali nucleari

 

Stati Uniti, Unione Sovietica e potenze nucleari minori hanno sviluppato enormi armamenti atomici

 

Ma non è solo la potenza delle armi, nucleari e non, a moltiplicarsi. La loro velocità, il raggio d’azione, la manovrabilità e la precisione sono grandemente aumentate.

 

La tendenza generale della spesa militare globale nel XX secolo è stata in forte crescita.

 

Se si considera che negli ultimi anni della guerra fredda la spesa era intorno ai 1300

miliardi l’anno, è evidente che mantenere la pace armata degli ultimi anni Ottanta costava ogni anno quanto la più grande della storia.

 

Le superpotenze e i loro alleati non mancavano di diffondere in tutto il pianeta armi in quantità e di qualità senza precedenti. Quasi i due terzi sono stati destinati ai Paesi in via di sviluppo, spesso con risultato di gravi indebitamenti e di minori fondi per altre priorità nazionali.

 

Questa massiccia introduzione di armi ha contribuito a destabilizzare paesi e regioni già impegnati nella lotta al colonialismo turbati da conflitti etnici e da altri contrasti irrisolti. Non c’è da meravigliarsi quindi se il numero dei conflitti armati nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale è aumentato da dodici nel 1950 a 451 nel 1992. Solo a conclusione della guerra fredda diversi conflitti che si trascinarono da anni si sono risolti, riducendo così il numero dei conflitti a 25 nel 1997.

 

Lo Stato moderno ha sempre dedicato grandi energie e risorse per progettare armi più sofisticate e distruttive, determinando nel corso di questo processo l’aumento inarrestabile del livello di violenza organizzata.

Oggi le alleanze militari non hanno limiti di continente: le armi possono attraversare il pianeta ed estinguere ogni forma di vita, i satelliti possono scrutare gli angoli più remoti del globo. Ma con la fine della guerra fredda, questa impalcatura sembra aver sempre meno senso: la violenza fra stati sovrani, pur non impossibile, è divenuta meno impossibile e meno frequente, mentre la violenza all’interno della società è ormai purtroppo molto più diffusa.

 

 

Pace e disarmo nel nostro secolo

Per sopravvivere, l’umanità ha bisogno di norme internazionali che proibiscano in primo luogo il ricorso alla forza. Uno dei risultati importanti del XX secolo, nonostante le numerose violazioni, è che l’uso della forza da parte degli Stati è ora considerato illegale tranne che per autodifesa.

 

Nel corso della storia le nazioni hanno compiuto ripetuti sforzi per promuovere l’applicazione del diritto nelle relazioni internazionali, agevolare la risoluzione pacifica dei conflitti, governare le condotta delle parti in conflitto , regolamentare gli armamenti e creare istituzioni internazionali. Ci sono oggi in vigore 41 "Convenzioni umanitarie" internazionali, anche se non sempre vengono rispettate. La regolamentazione non tenta soltanto di risolvere la violenza primitiva e intrinseca della guerra, ma anche di affrontarne i nuovi aspetti, come i moderni strumenti bellici e la mutevole natura dei conflitti. Ad esempio, la Convenzione del 1977 sui mutamenti ambientali ammonisce gli stati a non impiegare a fini militari tecniche che abbiano effetti ambientali "gravi", diffusi, di lunga durata.

 

Il XX secolo si caratterizza anche per la difesa dei diritti umani. Il progresso dei diritti umani disconosce implicitamente la legittimità del ricorso alla guerra, poiché quest’ultima impedisce appunto il godimento dei diritti. La Conferenza di Teheran sui diritti umani del 1968 dichiarò senza ambiguità che "la pace è la condizione necessaria per il pieno rispetto dei diritti umani; la guerra è la loro negazione". Vi sono oggi 70 convenzioni internazionali e dichiarazioni di diritti umani, non c’è dubbio che il rispetto dei diritti umani è stato uno dei fattori di trasformazione della nostra epoca. Un aspetto importante degli sforzi per limitare l’uso della forza è stato la creazione di organizzazioni internazionali attraverso le quali gli Stati possono discutere e regolare i loro problemi.

L’istituzione più importanti e rappresentativa solo le Nazioni Unite: ai 51 stati fondatori del 1945 si sono aggiunte numerose nazioni e oggi i membri sono 185.

 

Le Nazioni Unite arrivarono ad una importante innovazione "inventando " il mantenimento della pace, cioè il dispiegamento del personale disarmato o fornito esclusivamente di armi leggere.

 

Molte attività svolte dalle Nazioni Unite (la promozione di programmi contro la povertà e a favore dei bambini, il sostegno alle attività educative, la difesa dei diritti delle donne, il sostegno ad elezioni regolari e al rispetto dei diritti umani, la promozione dello sviluppo sostenibile) hanno avuto significativi effetti sulla pace. La vera pace richiede equità e un certo livello di benessere .

 

All’interno delle Nazioni Unite è stata istituita una Corte Mondiale, struttura in cui le nazioni possono tentare di risolvere pacificamente le dispute in corso.

 

I Paesi possono decidere di accettare la giurisdizione della corte a proposito di un caso particolare. Nonostante le speranze , solo un numero relativamente scarso di paesi ha accettato quest’ultimo ruolo della corte. Complessivamente essa resta sottutilizzata. I casi affrontati riguardano però questioni minori, e non hanno le caratteristiche di importanza in grado di rendere la Corte un’istituzione chiave per la regolamentazione degli affari internazionali. Solo quando gli Stati Uniti e altri paesi decideranno che una Corte a livello mondiale efficace è più utile di una istituzione compiacente finalmente sarà possibile utilizzarne in pieno il potenziale .

La comunità internazionale sta anche compiendo progressi su di un altro fronte: l’istituzione di una Corte Criminale Internazionale. Si tratta in un certo senso del coronamento di una lunga lotta sulla condotta e la legalità stessa della guerra. Nel 1946, i vincitori della seconda guerra mondiale istituirono un tribunale militare internazionale per giudicare i leader nazisti responsabili di crimini contro la pace (guerra di aggressione), di crimini di guerra (violazione di norme accettate che limitano la condotta bellica) e di crimini contro l’umanità (genocidio e altre persecuzioni sistematiche delle popolazioni civili).

 

Un ‘altra area nella quale sono stati compiuti dei progressi è quella del disarmo.

 

La spesa militare è scesa quasi del 40% rispetto al picco record della metà degli anni Ottanta.

Anche gli arsenali nucleari sono stati ridotti: tuttavia il potenziale di queste armi (equivalente a 8 miliardi di tonnellate di tritolo ) è ancora di gran lunga superiore alla quantità necessaria per distruggere l’intero pianeta, e le speranze di ulteriori riduzioni sono incerte. Solo 4 paesi hanno rinunciato al nucleare: la Bielorussia, il Kazakhstan e l’Ucraina che hanno trasferito il loro arsenale alla Russia, e il Sudafrica che smantellato le testate al termine dell’apartheid.

 

La convenzione sulle armi chimiche è uno dei pochi casi di bando totale di una intera categoria. Firmata nel 1993 ed entrata in vigore dall’aprile 1997 (è stata siglata a oggi da 168 stati) , la convenzione proibisce la progettazione, la produzione, il commercio, il possesso e l’impiego di agenti chimici a fini bellici e impone l’eliminazione delle quantità esistenti e degli impianti di produzione.

 

Nel nostro secolo la guerra ha raggiunto un’intensità prima sconosciuta e la pace forse non è mai stata così necessaria per la sopravvivenza dell’umanità, ma le riflessioni su questi temi non sono una novità.

 

Via via che il potere distruttivo delle armi aumentava con la Rivoluzione industriale, la ricerca della pace si faceva più attiva.

 

Oggi ci sono varie organizzazioni non governative (ONG) che si preoccupano di diritti umani, trasparenza e responsabilità dei governi, protezione ambientale, sviluppo umano, giustizia ed equità, riflettendo una comprensione più ampia e originando una nuova dinamica. Il successo della campagna contro le mine antiuomo e della campagna per l’istituzione della corte criminale internazionale è stato determinato sostanzialmente dall’impegno delle organizzazioni per i diritti umani e sociali.

 

 

La mutevole natura della sicurezza

Oggi la maggior parte dei conflitti avviene all’interno di un paese, anziché tra diverse nazioni.

 

Dopo la seconda guerra mondiale, l’Europa (o per essere più precisi, l’Europa occidentale), è finalmente diventata simile alla confederazione di stati che Bertha von Suttner riteneva indispensabile per la pace.

 

I legami economici sono divenuti così stretti che nessuno potrebbe trarre profitto dal loro indebolimento. I programmi di scambi culturali hanno contribuito ad accrescere il sentimento di destino comune, a scapito delle idee che affermano il predominio della sfera nazionale. La maggiore trasparenza e responsabilità delle società democratiche rendono più difficile ai governi avventurarsi in guerre.

 

Le politiche della fine degli anni Venti e dell’inizio degli anni Trenta che tendevano ad impoverire e a indebolire gli stati vicini, erigere barriere commerciali e ricorrere a svalutazioni monetarie competitive, furono all’origine di una grave crisi economica che contribuì a minare la pericolante democrazia tedesca ed ebbe parte importante nel determinare lo scoppio della guerra. Tuttavia, quando i destini delle nazioni sono legati tra loro all’interno di un mercato globale non regolato, le turbative economiche possono essere devastanti, come dimostrato negli anni Novanta.

 

L’integrazione permette di sviluppare la pace soltanto se porta benefici a vasti settori della società. Nella sua versione odierna di "globalizzazione", invece, essa può provocare sofferenze sociali e originare incertezza, così che essa diviene fonte di tensione, se non fra nazioni, all’interno di esse.

 

Il nocciolo del problema non è il grado di interdipendenza economica, ma fino a che punto le parti interessate ritengano tale integrazione vantaggiosa e vi si impegnino con responsabilità.

Una questione cruciale oggi riguarda la Russia: verrà trattata come fu trattata la Germania dopo la prima o dopo la seconda guerra mondiale? Vi sono segnali confusi, con implicazioni inquietanti. In termini di sicurezza, la decisione della NATO di allargarsi ai paesi dell’Europa orientale ha trasmesso a Mosca il messaggio che la Russia è ancora considerata un nemico potenziale.

 

La Russia non è l’unica fonte di preoccupazione: resta una costante minaccia di conflitto, in particolare, tra India e Pakistan, tra Corea del Sud e Corea del Nord, tra Grecia e Turchia, tra Israele e Siria, tra Nigeria e Camerun.

 

Terminata la guerra fredda, tuttavia, l’importanza degli alleati è svanita. Paesi abituati a ricevere aiuti e armi hanno visto arrestarsi il flusso dell’assistenza, ma ancora soffrono dell’eredità del passato: la disponibilità di armi, una cultura pervasa dalla violenza, la disorganizzazione dei sistemi politici.

Molti paesi in via di sviluppo erano e sono legati all’economia globale nel ruolo di venditori di materie prime o di beni di consumo di bassa qualità, altamente dipendenti dal mercato globale. Via via che i paesi industriali procedono verso economie basate sulle tecnologie dell’informazione e della comunicazioni, le relazioni commerciali basate tradizionale subiscono dei cambiamenti, che potranno richiedere dolorosi aggiustamenti sociali ed economici, in grado di aggravare le contraddizioni interne.

 

I contrasti di natura etnica e settaria oggi dividono comunità e intere nazioni, ma sono spesso originati dalle crescenti difficoltà economiche, in particolare la scarsità di lavoro e le accentuate differenze di reddito e di potere.

 

Michael Klare, dell’Hampshire College, sostiene "gli effetti del degrado ambientale non saranno sentiti in modo uniforme da tutti, ma minacceranno alcuni stati e gruppi più di altri, e produrranno violente spaccature nel tessuto sociale, forse più destabilizzanti degli stessi danni all’ambiente".

Dove i governi si dimostrano incapaci o non interessati ad affrontare le urgenze sociali, demografiche, economiche o ambientali, le persone cercano sostegno, identità e sicurezza nel gruppo o nella comunità sociale di immediata appartenenza. Ma i gruppi sono inevitabilmente in competizione tra loro per risorse e servizi scarsi, e i governi possono addirittura incoraggiare le divisioni secondo il classico modello divide et impera. L’Occidente profonde notevole impegno nel mantenere il monopolio delle armi più sofisticate (è questa la ragione per cui chiede la non proliferazione, anziché il disarmo globale), sviluppando le nuove tecnologie, istituendo forze di intervento mobili che possano essere spiegate con rapidità in regioni lontane, mantenendo un forte controllo sul Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e utilizzando embarghi economici punitivi contro gli stati che ritiene responsabile dei crimini.

 

 

Che cosa richiede una politica per la sicurezza

Diverse commissioni internazionali indipendenti hanno promosso un fondamentale ripensamento del concetto di sicurezza. Essi hanno formulato l’idea della "sicurezza comune" ( perché uno Stato sia sicuro è necessario che anche i suoi avversari si sentano sicuri) e quella di "sicurezza complessiva" ( i fattori non militari come le ineguaglianze sociali, la povertà, il degrado ambientale e le pressioni migratorie pesano quanto i fattori militari nel determinare il potenziale conflitto).

 

Le politiche per la sicurezza del prossimo secolo dovranno affrontare sfide non militari. Per contrastare la probabilità di guerre, i governi devono perseguire la smilitarizzazione, la prevenzione dei conflitti, il rafforzamento più vigoroso delle istituzioni globali e una fondamentale revisione dei loro investimenti per la sicurezza.

Gli ultimi anni hanno registrato una diminuzione della spesa militare, della produzione e del commercio di armi e si sono ridotte le dimensioni delle forze armate. Ma i progressi sono troppo diseguali: ci sono ancora arsenali enormi, la corsa alla produzione di armi sofisticate continua e i traffici di armi da una nazione all’altra sono fiorenti.

 

Le organizzazioni per i diritti umani chiedono da tempo l’adozione di un codice di comportamento vincolante, che impedisca l’esportazione di armi ai governi che non ammettono libere elezioni, che minacciano i diritti umani e che compiono aggressioni armate.

 

La denuclearizzazione (cioè la definizione di una precisa tempistica di smantellamento progressivo fino all’abolizione di tutte le armi nucleari) è un altro compito urgente.

 

Le limitazioni agli armamenti devono essere universali, mentre l’attuale politica di non proliferazione permette a un gruppo di nazioni di detenere armi che gli altri stati non possono avere.

 

L’uso delle armi chimiche fu proibito nel 1925, ma sono passati quasi settant’anni prima che la convenzione sulle armi chimiche del 1993 ne proibisse anche la produzione. La produzione e la vendita di armi laser accecanti sono state bandite nel 1995 e nel 1997 è stato siglato un trattato che vieta l’impiego di mine antiuomo.

 

La composizione e le procedure del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sono ormai anacronistiche, e i membri permanenti sembrano riluttanti a cancellare o attenuare i propri privilegi. Questa posizione rischia di esacerbare il risentimento internazionale.

 

La pace e la prevenzione dei conflitti hanno anche bisogno di idee nuove. L’esperienza ha ampiamente dimostrato l’inadeguatezza dell’attuale struttura peacekeeping delle Nazioni Unite:: è necessario istituire un sistema più affidabile e permanente. È egualmente importante dare maggiore importanza alla prevenzione delle guerre, costruendo una rete per l’individuazione precoce dei conflitti, permettendo il dispiegamento preventivo di pace e formando commissioni permanenti per la risoluzione dei conflitti.

 

Perché le Nazioni Unite diventino davvero l’organizzazione "dei popoli delle Nazioni Unite", l’Assemblea generale deve essere affiancata da strutture più rappresentative delle differenti società. Potrebbe trattarsi di una Camera composta da parlamentari dei diversi paesi (simile al Parlamento europeo) o di un forum di associazioni e rappresentanti del mondo del lavoro, della società civile, dei gruppi ambientalisti.

 

La pace e la sicurezza sono divenute obiettivi più complessi e meno lineari.

 

"è un’epoca di contraddizioni multiple: gli stati cambiano, ma non scompaiono. La loro sovranità è stata erosa, ma viene ancora ribadita con vigore. I governi sono più deboli ma possono ancora far sentire il loro peso. Le frontiere trattengono gli intrusi, ma anch’esse diventano meno impermeabili"

 

La globalizzazione, con immensa espansione dell’economia mondiale, ha in sé i germi di infiniti potenziali conflitti.

 

La globalizzazione distrugge il tessuto sociale e la coesione.

 

Questa nuova era, destinata a limitare il potere degli stati, non produrrà necessariamente un ventunesimo secolo più pacifico. I conflitti territoriali diverranno forse un ricordo del passato, e con essi le guerre tradizionali, ma non è difficile immaginare nuove forme di conflitto. Il nuovo secolo non sarà privo di conflitti, ma segnerà forse il momento in cui finalmente impareremo a trattarli più saggiamente.