LE RELAZIONI
Questa sezione comprende i seguenti capitoli:
LE RELAZIONI E LA CRESCITA UMANA a cura di Enrico Cheli
Nuovi
modi di stare in relazione[1]
Come e
perché stanno cambiando
i bisogni e le regole dei rapporti interpersonali
Di
Enrico Cheli[2]
Fra tutti i cambiamenti che sono in atto nel mondo,
nessuno è più importante di quelli che riguardano le nostre vite personali:
sessualità, relazioni, matrimonio e famiglia. (A. Giddens, 2000: 69)
1.
La rivoluzione interpersonale
La
parola “rivoluzione” descrive un cambiamento radicale, drastico, repentino,
ed è appunto quello che è avvenuto nella sfera dei rapporti interpersonali da
qualche decennio a questa parte. Dobbiamo infatti ricordare che per millenni e
fino a tutta la prima metà del XX secolo, la vita di relazione si era svolta
secondo regole e schemi cui dovevano conformarsi tutti i membri di una data
comunità. Vigeva una morale rigida, autoritaria, repressiva, che metteva al
bando ogni forma di deviazione e devianza, e dunque anche di creatività: non
era pensabile percorrere altre strade, cambiare le regole, vivere il ruolo di
genitore, figlio o coniuge in modi diversi dal resto della comunità, se non
subendo la riprovazione sociale o sanzioni perfino più gravi. Si tenevano le
distanze e ci si dava del lei o del voi perfino tra marito e moglie, tra madre e
figli, tra amici: il ruolo e la posizione sociale erano preponderanti sulla
personalità e sull’identità personale; importava molto più cosa
eri che non chi eri – un nobile,
un borghese o un contadino; un padre o un figlio; un dipendente o un padrone; un
docente o un discente. Si trattava insomma di una società in cui l’autorità
prevaleva sulla libertà, il controllo sulla spontaneità, la formalità sulla
creatività. Il forestiero, lo sconosciuto, il diverso erano guardati con timore
e sospetto; le diversità – nelle idee, nei comportamenti, nella religione –
non erano tollerate, anzi erano fonte di scherno, di scontro e perfino di
guerra.
Così
come il mondo esteriore era uniforme, monolitico, anche il mondo interiore era
rigido e tutto d’un pezzo: solo alcuni tratti della personalità erano ammessi
e approvati dalla famiglia, dalla comunità, dalla religione di appartenenza e
tutto il resto andava rinnegato, represso, rimosso. Gli uomini dovevano
sviluppare solo ed esclusivamente tratti maschili, le donne solo quelli
femminili. Un uomo non poteva piangere, intenerirsi, commuoversi; una donna non
doveva mostrare forza, autodeterminazione, intraprendenza. Insomma, le persone
erano assai poco consapevoli di sé, cioè – detto in altri termini –
vi era
poca o nessuna comunicazione con se stessi. Parimenti, era assai carente anche
la comunicazione con gli altri.
Nelle
società patriarcali e autoritarie del passato, anche recente, la comunicazione
non poteva che avere un ruolo marginale. Comunicare,
come ricorda l’etimologia del termine[3],
comporta un flusso bidirezionale di informazione in cui vi è partecipazione
paritetica dei soggetti coinvolti – compartecipazione appunto; nella società
gerarchica del passato i flussi informativi erano invece prevalentemente
unidirezionali: c’era chi indottrinava e chi imparava, chi ordinava e chi
obbediva.
Come è
noto, i principi della democrazia hanno cominciato a diffondersi nelle società
occidentali a partire dal XVIII secolo[4],
culminando nella rivoluzione americana e nella rivoluzione francese. Tuttavia, a
parte gli Stati Uniti e, a momenti alterni,
Inoltre,
le lotte operaie riguardavano solo quei pochi paesi in cui
l’industrializzazione era più sviluppata, mentre nella maggior parte degli
altri paesi, tra cui l'Italia, permaneva una economia agricola, incentrata sul
rapporto di mezzadria, con una totale subordinazione dei contadini ai padroni,
non dissimile da quella medioevale tra servi della gleba e feudatari. Fino agli
anni ’50 – quando finalmente in Italia fu abolita per legge la mezzadria –
il padrone non solo poteva legalmente sfruttare il lavoro del mezzadro e della
sua famiglia, ma aveva anche il potere di decidere sulla loro vita privata: come
dovevano vestirsi e comportarsi, se e quando un membro della famiglia poteva
andarsene ad abitare altrove e via dicendo. D’altra parte, un simile regime
autoritario vigeva anche nella famiglia del mezzadro (e in quasi ogni altra
famiglia): il patriarca decideva delle vite dei figli, delle donne, dei nipoti,
come se fossero oggetti di sua proprietà e non soggetti autonomi dotati di
diritti – pertanto non era così strano che il padrone facesse altrettanto con
lui e la sua famiglia.
Quelle contestazioni
che nel ‘700 avevano opposto i cittadini ai monarchi, i borghesi agli
aristocratici, e nell’800 gli operai ai padroni, si diffusero negli anni 1960
anche nella famiglia, nella scuola, nella vita quotidiana, contrapponendo i
figli ai padri, gli studenti ai professori. Iniziato con due grandi rivoluzioni
al vertice della piramide, il processo di democratizzazione era finalmente
giunto alla base del paradigma patriarcale autoritario, dove le rivoluzioni
divenivano, migliaia, milioni – una per ogni famiglia, per ogni scuola, per
ogni contesto della società civile. Le motivazioni non riguardano più i
diritti politici o economici ma soprattutto i propri diritti individuali:
Gli individui vogliono
contare come individui e non più soltanto come membri di un gruppo, di una
famiglia, di una chiesa, di una organizzazione. Ciò che fanno deve permettere
loro di realizzarsi come persone singole, vogliono essere soggetti in grado di
dare senso alle loro scelte ... (A. Melucci, 1994: 29).
Si contesta ogni forma
di autorità imposta dall’alto e non liberamente scelta e negoziata: quella
dei genitori sui figli, degli insegnanti sugli allievi; si contestano valori e
norme di comportamento tramandate acriticamente per secoli con la violenza e
l’indottrinamento; si reclama il diritto di vivere la sfera sessuale in modo
libero, anche al di fuori del matrimonio (cosa questa, consentita in passato
solo agli uomini e solo con donne mercenarie); si reclama perfino il diritto di
non andare in guerra. E buona parte di queste contestazioni, di queste
rivendicazioni giungono a segno. Grazie al terreno ormai maturo e alla
particolare situazione di momentanea assenza di poteri forti determinata dalla
seconda guerra mondiale, questo vasto e trasversale movimento di contro-cultura
(cioè contro la cultura patriarcale
dominante) ottiene in neppure vent’anni più cambiamenti di quanti se ne
fossero verificati nei duecento precedenti. Se gli anni ’60 e ‘70 del 1700
segnarono una tappa fondamentale nella storia della democrazia culminata con la
dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America (1776), gli anni
’60 e ’70 del XX secolo vanno considerati un periodo non meno importante,
che in un certo senso chiude il cerchio, ricollegando il livello macro sociale a
quello microsociale[5].
In
brevissimo tempo si è così passati da rapporti impostati su copioni
socialmente prestabiliti e rigidi a relazioni autodeterminate e flessibili,
dalla comunicazione formale alla spontaneità, dal controllo e repressione delle
emozioni all’espressività senza freni. Il mutamento sociale e culturale
avviato nel ‘700 è alfine penetrato nelle famiglie, nelle scuole, nelle
aziende, insomma nei sistemi micro e mesosociali, scardinando valori e modelli
relazionali vecchi di secoli e aprendo la strada ad una maggiore libertà nel
modo di vivere le relazioni tra coniugi, tra genitori e figli, tra insegnanti e
allievi, tra imprenditori e lavoratori e via dicendo.
Mai
come adesso l’umanità è stata così libera di vivere a proprio modo le
relazioni con gli altri, di scegliere da soli le persone con cui relazionarsi e
di esplorare nuove modalità attraverso le quali farlo, specie nelle relazioni
sentimentali. “Ci sono pochi paesi al mondo dove non si svolga un intenso
dibattito sulla parità sessuale, sulla regolamentazione della sessualità e sul
futuro della famiglia, e dove questo dibattito non si verifica, è soprattutto
per l’azione repressiva di governi autoritari o di gruppi fondamentalisti.”
(A. Giddens, 2000: 69).
Esprimere
liberamente le proprie emozioni e sentimenti è divenuto non solo possibile ma
anzi auspicabile e così pure confrontare con sincerità i propri bisogni e le
proprie paure, sia nel rapporto di coppia che in quelli amicali. Si sta
riducendo sempre più quel timore e quella deferenza verso l’autorità che
aveva caratterizzato i rapporti del passato e si afferma uno stile sempre più
spontaneo e informale. Nel corso di pochi decenni si sta passando insomma da una
società patriarcale, rigida, maschilista e autoritaria ad una società più
aperta e democratica, in cui la comunicazione viene ad assumere un ruolo
centrale in quanto facilita il sentimento di uguaglianza, evidenziando punti di
contatto e somiglianze tra le diverse persone, culture e religioni. Al contempo
essa favorisce il dissolversi dei dogmi, e delle ideologie – nate dall'idea
egocentrica che esista un'unica verità (sempre la propria) – facendo emergere
una visione sempre più pluralista e relativista della realtà.
I
nostri antenati erano indubbiamente molto meno liberi di noi nelle relazioni:
dovevano seguire binari prefissati, uguali per tutti, regole rigide e spesso
inumane, ruoli formali e affettivamente freddi; non potevano scegliere se
sposarsi o convivere, né, spesso, chi sposare, non potevano instaurare un
dialogo alla pari col datore di lavoro né manifestare apertamente le loro
esigenze. Non erano liberi di esprimere le proprie emozioni e sentimenti in
pubblico, e spesso neppure in privato, né potevano vivere in modo libero e
soddisfacente la loro sessualità. Erano meno liberi, certo, ma anche meno
insicuri, meno ansiosi: le stesse norme e vincoli che ne limitavano la libertà
erano anche una protezione contro l’incertezza, una guida sicura per
orientarsi nella vita sociale, una solida fonte di identità. Una moglie e madre
sapeva chi era, come doveva comportarsi, cosa doveva aspettarsi dal marito e dai
figli. Un giovane non si portava addosso l’incertezza dell’adolescenza fino
a trent’anni o più: a sedici o diciotto anni entrava nell’età adulta e gli
venivano riconosciute interamente le prerogative proprie di tale stato. Due
fidanzati non dovevano confrontarsi e accordarsi sulle regole e sugli obbiettivi
della loro relazione ma limitarsi a seguire modelli di comportamento che già i
loro genitori, nonni, bisnonni avevano seguito e tramandato. Non che anche
allora non vi fossero conflitti e problemi emozionali o sentimentali nelle
relazioni, ma erano più sotterranei, più “certi” nelle possibili soluzioni
(o repressioni). Le forme del malessere individuale e sociale non erano, come
invece oggi, evidenti ed effervescenti: era un malessere che raramente sfociava
nella ribellione, più spesso nella rassegnazione, che non prendeva la strada
del confronto aperto, dello scontro o della separazione, ma quella del silenzio,
del conflitto sotterraneo, della lenta morte dell’anima.
Le
relazioni coniugali erano più basate sui valori della famiglia e del patrimonio
che non sui sentimenti, e i coniugi vivevano per molti aspetti in due mondi
separati: non esisteva alcun confronto sui vissuti emotivi né tantomeno un
dialogo su piani più intellettuali. Oggi invece confronto e dialogo sono
elementi essenziali al buon andamento di ogni relazione di coppia, sia essa
formalizzata o meno. L’emancipazione della donna l’ha portata a cercare e
talvolta pretendere dal proprio partner cose che non sempre lui è in grado di
darle, perché c’è stata una emancipazione della donna, ma non ancora
dell’uomo, salvo casi isolati. La donna emancipata contemporanea ha mantenuto
la competenza emotiva delle sue antenate e in aggiunta ha iniziato a sviluppare
il proprio lato maschile, facendo propri alcuni aspetti della personalità in
passato riservati ai maschi (la ricerca della realizzazione individuale, il
potere, la razionalità, l’autodeterminazione, l’aggressività); il maschio
invece si è limitato a perdere le vecchie sicurezze e privilegi senza
guadagnare niente in cambio, perché ancora non ha saputo/voluto imparare a
sviluppare il proprio lato femminile (la sensibilità, l’affettività, la
capacità di vivere le emozioni senza affogarvi, l’ascolto di sé e
dell’altro etc.).
La
maggior parte delle persone tende ad interpretare tali problemi in modo
egocentrico, attribuendo all’altro/altri ogni responsabilità, e solo alcuni
affrontano invece il problema da un punto di vista più obbiettivo e
autocritico, cercando di comprendere anche le proprie “responsabilità”.
Tuttavia vorrei sottolineare con forza che la mancata soddisfazione dei bisogni
e delle aspettative e l’ingenerarsi di problemi relazionali ed emozionali di
vario tipo dipende solo in parte dall’’uno o dall’altro dei soggetti in
relazione, mentre una gran parte delle responsabilità va attribuita alla società
nel suo complesso e alle contraddizioni legate alla fase di transizione che
stiamo vivendo. Facciamo alcuni esempi.
Il
matrimonio come forma istituzionalizzata dei rapporti di coppia è palesemente
in crisi, sia per l'emergere di una sempre maggiore libertà sessuale, sia per
la crescente intolleranza degli individui verso i vincoli, gli obblighi, le
formalità. Le persone si sposano di meno mentre aumenta il numero delle coppie
conviventi e dei single, e anche coloro che ancora optano per il matrimonio si
trovano poi spesso a separarsi e a divorziare nel giro di pochi anni, se non
mesi. La maggior parte dei separati e divorziati ritiene che le responsabilità
principali del “fallimento” della relazione siano dell’altro e che il loro
unico errore sia l’aver sbagliato partner, ma in realtà una larga fetta di
responsabilità va attribuita alla inadeguatezza della istituzione
“matrimonio” che – come meglio illustrerò nel mio saggio sulle relazioni
di coppia in questo stesso libro – è nata per ben altri scopi, connesi alla
società patriarcale, ed è oggi incapace, così com’è, di soddisfare i nuovi
bisogni e aspettative che gli individui stanno maturando nel clima culturale
sempre più democratico e sempre meno patriarcale dei nostri tempi.
Anche
nelle imprese e nelle organizzazioni pubbliche e private mancano validi modelli
di relazione: quelli vecchi – piramidali e gerarchici – non funzionano più,
ma i nuovi sono poco conosciuti e suscitano dubbi, oltre al fatto che richiedono
abilità e competenze comunicative ancora troppo poco presenti sia nella
dirigenza sia nei lavoratori. Si richiede ai lavoratori di essere comprensivi
verso il punto di vista dell’azienda, di sentirsi parte di essa, di
condividerne le finalità e le difficoltà, ma alla fin fine si continua a
mantenere la relazione entro modelli gerarchici a senso unico che sono
l’esatta antitesi della compartecipazione che si vorrebbe suscitare.
Analoghe
contraddizioni e problematiche si ritrovano nei rapporti tra insegnanti e
allievi, sempre più ingestibili e didatticamente controproducenti; si sono
abbandonati i modelli autoritari, inefficaci e non più accettabili, senza però
sostituirli con nuovi modelli – ad esempio modelli in cui la disciplina e
l’impegno scaturiscano da una crescita di consapevolezza e da una
responsabilizzazione creativa degli allievi – limitandosi ad assumere un
atteggiamento di rassegnato lasseiz-faire, che produce solo caos e lascia
insoddisfatti sia gli insegnanti che gli allievi.
Il
fatto è che né gli individui, né i gruppi o le organizzazioni dispongono al
momento di un adeguato “know how” emotivo-relazionale per sfruttare le
grandi potenzialità positive insite nella nuova libertà sociale del terzo
millennio; al contrario, sono spesso vittime inermi dei molti effetti
collaterali negativi. Ognuno è in balia di se stesso, e deve imparare sulla
propria pelle, da autodidatta, per tentativi e (dolorosi) errori come nuotare o
almeno stare a galla in questo mare agitato – un mare divertente, spumeggiante
e ricco di opportunità creative per un nuotatore esperto, ma estremamente
faticoso e perfino letale per un principiante – e oggi siamo più o meno tutti
principianti, pionieri alla conquista di territori inesplorati, affascinanti ma
anche estremamente insidiosi.
4.Educare
ai sentimenti, alle relazioni, alle emozioni
Come si
è detto, nella società patriarcale le abilità comunicativo-relazionali erano
marginali e per di più le si riteneva doti innate, legate al carattere della
persona e quindi non educabili. Questa tesi è oggi totalmente superata e
sappiamo anzi che così come possiamo educare l’intelligenza razionale,
possiamo – con opportuni metodi e strumenti – educare anche le altre forme
di intelligenza, quali l’emotiva e la comunicativo-relazionale. Ne consegue
che l’educazione comunicativa-relazionale-emozionale dei bambini e degli
adulti dovrà essere tra le priorità dei prossimi anni se vogliamo perseguire
una politica sociale imperniata sulla qualità della vita e sulla prevenzione
– del disagio psico-sociale, della microconflittualità urbana e familiare,
del mobbing e di tutte le altre patologie sistemiche che affliggono la nostra
vita sociale.
Proprio a partire da tale presa di consapevolezza ho
avviato da qualche anno presso l’Università di Siena il progetto pilota “SE.R.EMO.
Cultura, educazione e formazione su:
Sentimenti, Relazioni, Emozioni.”che comprende appunto iniziative
specificamente incentrate sullo sviluppo delle competenze
comunicativo-relazionali ed affettivo-emozionali, campi sui quali l’Università
di Siena e in particolare l’equipe da me diretta vanta esperienze di assoluta
avanguardia e un’offerta didattica post-laurea unica in Italia e tra le più
ricche d’Europa, comprendente un Master, vari Corsi di Perfezionamento e di
aggiornamento, una Scuola estiva e numerose altre iniziative didattiche e di
ricerca. Lo staff è composto da oltre 30 tra docenti universitari,
professionisti ed esperti di varie discipline e ambiti: psicologi, medici,
sociologi, pedagogisti, formatori.
Scopo
del progetto SE.R.EMO. è di promuovere una nuova cultura dei sentimenti, delle
relazioni, delle emozioni e di fornire strumenti
formativi atti a sviluppare una maggiore consapevolezza dei vissuti
affettivo-emotivi e delle dinamiche comunicative interpersonali che portino a
vivere con serenità e spirito di collaborazione le relazioni con gli altri e a
superare in modo pacifico e costruttivo incomprensioni e conflitti.
Il progetto si rivolge a varie categorie di persone
che, per lavoro o interesse personale, necessitano di
migliorare la propria formazione in materia: bambini e adulti,
professionisti e privati cittadini, medici e operatori sanitari, psicologi e
counselor, genitori, insegnanti e studenti. Ciò
attraverso un ventaglio di attività e iniziative a diversi livelli di
approfondimento: dall’alta formazione e specializzazione dei Master e dei
corsi di perfezionamento universitario ai corsi di formazione e aggiornamento
rivolti a specifiche categorie professionali, dai convegni e seminari alle
conferenze di sensibilizzazione culturale rivolte all’intera cittadinanza, dai
corsi per studenti ai seminari di crescita personale. Le attività formative si
caratterizzano per un approccio olistico interdisciplinare e una formula
didattica interattiva ed esperienziale che utilizza metodologie di
avanguardia tra cui: proiezioni e analisi di sequenze di film sulle
problematiche emotivo-relazionali; workshop esperienziali con simulate, role
playing e “giochi” comunicativi di coppia e di gruppo; tecniche di
consapevolezza, rilassamento e meditazione; tecniche di respirazione e di
emotional release (sblocco emozionale); confronto e condivisione in gruppo delle
esperienze e dei vissuti dei partecipanti (per ulteriori informazioni
vedi ns. sito web: http://www.unisi.it/mastercomrel).
Conclusioni
Comunicare con efficacia e vivere le relazioni con
gli altri in modo costruttivo è un'arte complessa, che si impara a poco a poco
e che richiede conoscenze scientifiche, tecniche operative, consapevolezza e
sensibilità e soprattutto metodi educativi che non si traducano solo in
formazione professionale ma anche in maturazione e crescita personale. Sono
infatti convinto che questi due aspetti non siano separabili, specie nel campo
della comunicazione e delle relazioni interpersonali, ecco perché nei miei
corsi e nei miei libri dedico molto spazio al tema della conoscenza di sé, o
meglio, come l’ho ribattezzata, della comunicazione con se stessi: solo
comprendendo le nostre reazioni emotive possiamo davvero comprendere le reazioni
degli altri; solo ascoltando i nostri bisogni, lamenti e conflitti interiori
sapremo riconoscere quelli altrui; solo prendendo coscienza delle nostre
maschere potremo aiutare gli altri a liberarsi dalle proprie, così da
instaurare con loro una comunicazione veramente spontanea, sincera e
costruttiva.
Dunque questo compito e questa sfida di imparare
nuovi modi di stare in relazione richiede un grande impegno sia agli individui
sia alle società. Ai primi è richiesta la disponibilità a mettersi in
discussione, ad ascoltare e comprendere gli altri, ad ascoltare e comprendere se
stessi. Alle seconde si domanda invece un grande sostegno alla ricerca e alle
iniziative educative orientate in tal senso, considerando l’una e le altre non
come lussi o spese ma come investimenti indispensabili e altamente produttivi in
termini di innalzamento della qualità della vita e di riduzione del disagio
psicosociale e quindi dei costi per la spesa socio-sanitaria. Si spendono ogni
anno miliardi e miliardi di Euro per opere pubbliche materiali: è adesso il
caso di investire seriamente anche su beni immateriali ma altrettanto (e forse
più) essenziali come la qualità delle relazioni, la comunicazione
interpersonale, la prevenzione e gestione dei conflitti, in modo da creare quel
dialogo interpersonale e interculturale e quella cultura della pace che soli
possono preservarci dai rischi di un progressivo degrado nei rapporti sociali,
interpersonali e internazionali.
[1]
Il presente saggio costituisce in parte una
rielaborazione del primo capitolo del mio libro Relazioni in armonia, FrancoAngeli editore, Milano, 2004.
[2]
Enrico Cheli, sociologo e psicologo si occupa
da anni di relazioni interpersonali e metodi olistici per lo sviluppo del
potenziale umano. È docente all’Università di Siena dove dirige un
Master in Comunicazione, relazioni interpersonali e counseling e vari corsi
di perfezionamento e di aggiornamento sulla consapevolezza e l’educazione
sui sentimenti, le relazioni, le emozioni. Tra i suoi ultimi libri: L'età
del risveglio interiore (Francoangeli); Teorie
e tecniche della comunicazione interpersonale (Francoangeli); La
comunicazione come antidoto ai conflitti (Punto di fuga); Relazioni in
armonia (FrancoAngeli). È spesso
intervistato da giornali italiani e stranieri e partecipa a numerosi
programmi radiofonici e televisivi.
[3]
Il termine “comunicazione” deriva dal latino communis - cum (con,
insieme) e munia (doveri,
vincoli), ma anche moenia (le
mura) e munus (il dono). Communis significa quindi: essere legati insieme, collegati
dall'avere comuni doveri (munia), dal condividere comuni sorti (le mura
della città che proteggono e accomunano), dall'essersi scambiati un dono.
Anche in greco antico comunicare è sinonimo di unire, congiungere mentre in
tedesco la parola rinvia a compartecipare, condividere (mit-teilen
= spartire, suddividere, tagliare insieme). Comunicare ha la stessa radice
di comune, comunità, comunione,
condivisione e difatti si comunica per "compartecipare", per
"avvicinarsi fino a collegarsi".
[4]
Naturalmente gli ideali democratici non nascono
ex novo nel 1700 e ne possiamo rintracciare precursori già nelle aperture
artistiche e filosofiche del rinascimento e perfino prima, nella nascita dei
liberi comuni, fino a risalire alle esperienze repubblicane dell’antica
Roma e dell’antica Grecia. Tuttavia è nel XVIII secolo che tali ideali si
sviluppano fino al punto di produrre evoluzioni tangibili nella cultura e
nella struttura sociale dei paesi occidentali.
[5]
Ciò
non va inteso nel senso che il processo di democratizzazione sia concluso,
ma che si è concluso il primo ciclo e si è passati ad una nuova fase, più
capillare, più sottile che ho descritto estesamente in un mio precedente
lavoro (cfr. E. Cheli, 2001.
NUOVI ORIZZONTI NELLE RELAZIONI INTERPERSONALI
di Enrico Cheli
1. Incontro, scontro e crescita nelle relazioni di coppia
La relazione di coppia non si limita solo ad un processo di attrazione sessuale, ma mette in gioco anche un confronto di personalità e di mentalità che può portare sia ad una crescita sia ad uno scontro, più spesso ad entrambi. Questo è valido per ogni tipo di relazione interpersonale ma nella coppia, a causa del forte coinvolgimento emotivo e delle reciproche aspettative ed investimenti, ogni aspetto si accentua al massimo, nel bene e nel male.
Quando due persone si incontrano tendono a mostrare la parte più accettabile di sé, la parte "migliore". Se poi tra loro si sviluppa un rapporto sentimentale ognuno tende a vedere l'altro ancor più bello e apprezzabile, idealizzandolo. Tuttavia, presto o tardi anche altri aspetti della personalità tenderanno a emergere e alla fase iniziale dell'innamoramento, in cui il partner appare splendente come il sole, subentrano poi fasi meno brillanti in cui si prende coscienza anche dei suoi limiti e dei suoi lati meno lucenti: l'ombra appunto. E' qui che nascono le prime incomprensioni, le prime delusioni, i primi scontri, che poi inevitabilmente si accentuano.
Molti, specie in passato, tendevano e tendono a nascondere il disaccordo, inscenando una rappresentazione di armonia tutt'altro che veritiera, oppure si rassegnano a convivere con le tendenze distruttive che alternano fasi di litigiosità a fasi di relativa quiete. Altri, giunti oltre un certo livello, decidono di cessare la relazione per cercare un'altra persona che gli faccia riprovare l'ebbrezza dell'innamoramento e che sia finalmente quella giusta. Quest'ultima è la tendenza dominante oggi, specie tra i giovani, ma per quanto intensa possa essere la fase di innamoramento, per quanto bella e splendida possa apparirci l'altra persona, prima o poi si manifesteranno anche i suoi aspetti ombra, e allora saremo punto e a capo. Il fatto è che tutti i suddetti modi di affrontare la questione sono errati: non va bene ignorare o sopportare il problema, perché vuol dire rinunciare a quanto di più bello una relazione di coppia può offrire, e non va bene neppure passare da una storia all'altra all'eterna ricerca del partner ideale, poiché non esistono persone fatte di sola luce e ognuno ha in sé anche delle zone oscure che desiderano emergere e essere riconosciute.
Per uscire da questo apparente impasse la cultura emergente ci ricorda l'importanza del principio "conosci te stesso", chiarendo che è soprattutto alla conoscenza dei lati ombra che tale invito è rivolto: è proprio perché esistono dei lati di noi di cui non siamo consapevoli che è necessario impegnarsi in un cammino di autoconoscenza, e uno dei percorsi più efficaci per prendere coscienza di tali lati è proprio la relazione di coppia. Essa infatti, proprio per le sue valenze affettive, porta a fidarsi del partner e a "spogliarsi" almeno un po' delle proprie corazze difensive, mostrando non solo il sé brillante, le sub-personalità approvate ma anche quei lati di sé rinnegati e rinchiusi nell'inconscio.
Ma chiariamo meglio il concetto dei lati ombra e della dinamica psicologica interiore e poi esteriore che essi attivano. Il principio di partenza, come si è detto, è che ognuno di noi si conosce solo in parte e vi è una quantità di aspetti della personalità che ci sono ignoti, sepolti nelle profondità dell'inconscio e ciò nonostante capaci di influenzare le nostre reazioni verso gli altri. Come hanno evidenziato varie scuole di psicoterapia e psicologia del profondo, non è neppure corretto parlare di personalità al singolare ma semmai al plurale, nel senso che nessuno di noi costituisce un'entità psicologica unitaria, ma è piuttosto un insieme di sub-personalità, ciascuna delle quali desidera la nostra attenzione e il soddisfacimento dei suoi bisogni. Alcune di queste sub-personalità sono ben viste dalla nostra cultura e società e quindi tendiamo fin da bambini a identificarci con esse, agendole alla luce del sole: è il caso, ad esempio, di aspetti quali l'altruismo, la razionalità, l'autocontrollo, la disponibilità verso l'altro etc. Altre sub-personalità invece vengono giudicate negativamente dalla società e dunque anche dall'individuo, che tende a rinnegarle, esiliandole nell'inconscio si pensi all'egoismo, alla sensualità, all'amore per l'avventura, al bisogno di indipendenza, alla timidezza o qualunque altro aspetto ritenuto deprecabile dall'ambito familiare e culturale in cui siamo cresciuti o non appropriati al genere dell'individuo (ad es. la vulnerabilità, per l'uomo o la determinazione per la donna).
Ecco allora che la spontaneità viene ad essere ricoperta di corazze protettive e solo una parte della personalità globale viene espressa dall'individuo.
Da Jung in poi la psicologia del profondo ha ben capito che i lati ombra non sono negativi in assoluto ma solo fino a quando vengono ritenuti tali e confinati nell'inconscio; al contrario, se si ha il coraggio di prenderne coscienza e di dialogare con essi, è possibile trasformarli da elementi negativi in risorse altamente positive.
La relazione di coppia è proprio la sede in cui possiamo meglio confrontarci con questi lati ombra e riabilitarli, iniziando con l'accettare e comprendere i lati ombra del nostro partner. Uno dei doni più belli che ci offre la relazione è appunto la possibilità di recuperare i nostri sé negati: attraverso un continuo e amorevole confronto con l'altro compiamo un viaggio nelle profondità del nostro essere. Questo non solo si traduce in un vissuto più soddisfacente nella relazione ma anche in una accresciuta conoscenza di noi stessi. Quanti più sé rinnegati contatteremo, tanto più ricche e complete saranno le nostre relazioni e la nostra vita.
Secondo gli psicoterapeuti americani Hal e Sidra Stone, è possibile utilizzare tutte le nostre relazioni come una costante sfida, un insegnante, una guida nella nostra evoluzione personale di consapevolezza. Affinché ciò avvenga è necessario un interesse ad approfondire la relazione, una reciproca disponibilità dei partner a confrontarsi e a comunicare, ma è assai utile anche disporre di un metodo che possa incanalare tali buoni propositi. I suddetti autori ne hanno messo a punto uno assai efficace che hanno chiamato "il dialogo delle voci" e che si basa appunto sul far dialogare tra loro le diverse sub-personalità di cui ogni individuo si compone (Hal Stone e Sidra Stone, Tu ed Io, ed. Compagnia degli araldi,).
La nuova coppia
Negli ultimi trent'anni abbiamo assistito ad una serie di profonde trasformazioni nei rapporti di coppia. Il modello tradizionale incentrato sul matrimonio è sempre più entrato in crisi, sia per l'emergere di una nuova libertà sessuale, sia per la crescente intolleranza degli individui verso i vincoli, gli obblighi, le formalità. Aumenta il numero delle coppie conviventi e dei single, e anche coloro che optano per il matrimonio si trovano poi spesso a separarsi e a divorziare nel giro di pochi anni, se non mesi.
E' indubbio che il modello tradizionale non risponda più alle nuove esigenze, ma è altrettanto vero che i rapporti con l'altro sesso non possono limitarsi al solo erotismo. Vi è un bisogno profondo di intimità, di confronto, di unione che non può essere soddisfatto da rapporti occasionali e richiede una qualche forma di continuità, meno rigida però di quella tradizionale. Ecco allora le sperimentazioni degli anni '60 e '70, dalla formula della coppia aperta fino alle varie esperienze comunitarie. Formule che non si sono dimostrate risolutive ma che hanno contribuito a esplicitare le esigenze degli individui e i pregi, limiti e contraddizioni delle diverse formule.
La nuova cultura non fornisce in proposito ricette certe, non sarebbe nel suo stile, ma indica alcune direzioni di ricerca. Per prima cosa ritiene che non esistano soluzioni valide per tutti, e che ogni individuo e ogni coppia debba trovare una propria via di realizzazione: per alcuni può risultare ancora appropriata la via tradizionale del matrimonio mentre per altri la direzione può essere quella della convivenza o di forme ancor meno rigide da un punto di vista dei vincoli. Ciò che conta, nella nuova ottica, non è tanto la forma esteriore ma la consapevolezza e l'impegno con cui i due partner vivono la strada scelta, quale che sia. Il rapporto con un partner può essere fonte di grande crescita e merita di essere vissuto con sacralità, rispetto, impegno. In secondo luogo, le proposte non vanno calate dall'alto ma scoperte singolarmente dall'individuo e dalla coppia attraverso un processo di libera e cosciente sperimentazione. Si può naturalmente prendere spunto da esperienze altrui, trarre aiuto e stimolo dalla condivisione, dal confronto con altri individui e con altre esperienze, per poi però giungere a creare la propria personale sintesi.
Grazie alla libera sperimentazione condotta a partire dagli anni '60, ci si è resi conto che la promiscuità non è alla lunga soddisfacente in quanto non consente di approfondire determinate sfere relazionali e affettive basilari per il benessere e la crescita dell'individuo. In certi periodi in cui prevale il bisogno di esplorazione può anche essere appropriata mentre in altri periodi della vita emergono bisogni più profondi che solo una relazione stabile può dare. Dobbiamo però precisare che "stabile" non significa necessariamente a vita: proprio a titolo di spunto mi sembra interessante riportare come viene affrontata la questione nella già citata comunità di Damanhur, dove le persone sono libere di scegliere tra una ampia gamma di possibilità: possono frequentarsi da single a single, convivere senza regolamentazioni, sposarsi normalmente oppure ed ecco una interessante novità sposarsi a tempo determinato. I due partner possono cioè decidere consensualmente di vivere per un certo periodo come marito e moglie e sperimentare la vita coniugale con pieno, reciproco impegno e dedizione, ma senza il peso dell'impegno "a vita" (naturalmente, in tali casi, molti ritengono auspicabile astenersi dal procreare). E' vero che, con l'introduzione del divorzio, anche nella nostra società è possibile sciogliere un rapporto matrimoniale, però una cosa è sapere in anticipo che il vincolo sarà, poniamo, di un anno, (e semmai decidere di prolungarlo) e un conto è fronteggiare la delusione e il senso di fallimento connesso allo sciogliere qualcosa che si riteneva "a vita", senza contare il fastidio delle procedure legali, con spese e incombenze tutt'altro che piacevoli.
Ad ogni modo, ribadiamo che i principi di fondo delle nuova cultura riguardo a come vivere le relazioni di coppia sono ispirati ad una grande flessibilità, che tiene conto del fatto che gli individui sono diversi tra loro e che le fasi della vita, pure, possono rispecchiare bisogni diversi. Pertanto ciò che va bene per uno può non andare bene per l'altro, così come ciò che va bene in una certa fase può poi richiedere un cambiamento in funzione della continua evoluzione.
La leadership della saggezza
Già da alcuni secoli si avverte un crescente bisogno di "modelli di autorità positiva". Un bisogno che è alla base delle moderne democrazie, almeno sulla carta, e che da qualche decennio è entrato anche nelle altre sfere del vivere sociale, dalla famiglia al lavoro. Tuttavia, il passaggio dalla teoria alla pratica è tutt'altro che compiuto. La gran parte delle realtà sociali hanno ancora una struttura essenzialmente piramidale, che alla fine tende a spersonalizzare l'individuo, soprattutto nelle istituzioni pubbliche e nelle grandi imprese.
La cultura della nuova era vede nel sistema gerarchico piramidale un serio blocco alla creatività umana, poiché tale sistema è basato sulla paura e sulla sfiducia, che sono ostacoli allo sviluppo personale. Pertanto propone un nuovo paradigma in cui il leader è visto come un coordinatore più che un capo autoritario, un coordinatore che orchestra un sistema stabile ma al contempo molto flessibile.
Come osserva Rossella Nannelli nel suo libro Il pensiero olografico. Un nuovo paradigma per la leadership del futuro (ed. Compagnia degli Araldi, 1996), nel tradizionale sistema piramidale i problemi vengono risolti in alto, mentre in un sistema non gerarchico o, diciamo, orizzontale, la soluzione viene trovata dove si è generato il problema, poiché chi genera il problema ha anche la soluzione. Risolvere il problema dall'alto è come dire esplicitamente a qualcuno: "non ho fiducia nelle tue capacità". Secondo il Tao te ching di Lao Tzu: "I veri leader ispirano le persone a fare grandi cose e, quando il lavoro è stato fatto, esse orgogliosamente dicono: l'abbiamo fatto tutti noi." Fulcro di un'azione di successo è l'energia dinamica del gruppo in azione, che viene sintetizzata nell'aforisma: "Il buon guerriero ricerca l'efficacia in battaglia nella forza dell'impeto comune, non nei singoli". (cfr. R. Nannelli, op. cit.)
Dall'antica Cina alle tradizioni dei nativi americani ritroviamo concetti simili: i capi venivano eletti da assemblee che riconoscevano loro doti di saggezza e essere capo non significava tanto avere potere, quanto avere più saggezza, come sostiene il capo Lakota Naka Cick'ala:
Essere capo non è qualcosa che fai, è qualcosa che sei. E' la realtà di essere sincero verso te stesso e verso il tuo popolo. Le qualità del capo derivano dalla saggezza, dalla sopportazione del dolore, e dal coraggio. Avete un posto unico da cui partire: voi stessi. Conducete voi stessi a diventare sinceri, onesti. Fate che non ci sia incoerenza tra il pensiero, la parola e l'azione. Guardate profondamente dentro di voi e scoprite ciò che siete, trovate la forza interiore e la bellezza che non sapete neppure essere in voi, perché nessuno oggi, ve lo dice. (...) Certo non è facile essere un capo nel nostro mondo moderno, dove ognuno è fuori equilibrio; il popolo Lakota, tutte le razze dei popoli e la nostra Madre Terra stanno soffrendo e morendo. Essere un capo significa prendersi cura di ogni cosa.
Non potete immaginare quanti modi esistano di essere un capo, ma tutti hanno una cosa in comune: cominciano con il guidare se stessi, con l'aver un intenso desiderio di essere un dono per il popolo, di appartenere ad esso. Non sarà divertente come vorreste, ma quale potrebbe essere un modo di vita più elevato? Che cosa possediamo veramente, se non un rapporto gli uni con gli altri? (...) Trovate voi stessi e quando avrete trovato voi stessi, troverete le risposte di cui avrete bisogno" (Tratto da "Il giornale della Natura, n° 43, trad. it. di A. Levati e H. Tomkins).
Nella visione della nuova era, il potere non va dunque legato a schemi di autorità e comando fini a se stessi ma al bene collettivo, superando l'egoismo e l'interesse personale quando questo va contro a quello collettivo. Riconoscere all'altro la sua integrità è l'unico modo per evitare di imporgli il potere; al contempo è opportuno porsi come un catalizzatore di risorse più che un direttore di subordinati: solo così è possibile esercitare una leadership senza conflitti. Per conseguire una tale meta è indispensabile lavorare prima su se stessi: come si può pretendere di guidare gli altri se non si è in grado di guidare prima se stessi? Eccoci di nuovo al nocciolo del problema: per cambiare l'esterno, prima si deve conoscere e trasformare l'interno, cioè se stessi.
Concludiamo questa breve paragrafo sulla leadership riassumendo i principali punti trattati; lo faremo avvalendoci della seguente tabella, tratta dal citato libro di Rossella Nannelli.
VECCHIO PARADIGMA |
NUOVO PARADIGMA |
1. Potere = forza coercitiva 2. Manipolare 3. Aggredire 4. Imporre 5. Esibire 6. Difendere 7. Persuadere 8. Non rispettare |
1. Potere = espressione di consapevolezza 2. Dare attenzione 3. Condividere 4. Aiutare a far emergere 5. Stimolare 6. Invitare 7. Offrire 8. Rispettare |
LA
COPPIA SCOPPIA
Affrontare
i nuovi problemi e le nuove opportunità dello stare insieme
Le nostre ‘relazioni’ d’affetto erano generalmente
rapporti quotidiani basati su un collegamento sessuale; avevano un tetto, una
casa e dei muri. Erano esclusive: trovavamo una persona singola da amare e alla
quale essere fedeli. Erano durature: promettevamo di amarci reciprocamente per
sempre. Oggi però queste relazioni non funzionano più: finiscono, non sembrano
più quello che erano una volta, quello che pensavamo dovessero essere, ci
spezzano il cuore e si frantumano. La metà dei nostri matrimoni si conclude con
il divorzio, e chissà quanti altri amori di prova, di pratica e ‘part-time’
naufragano sugli scogli. Nessuno di noi può dire di essere passato indenne
attraverso il tunnel dell’amore e all’inizio di questo nuovo millennio la
nostra identità di amanti muore e allo stesso tempo diventa adulta.
(D. R. Kingma, Il futuro dell’amore, Gruppo Futura,
2000, p. 9)
La
maggior parte dei separati e divorziati ritiene che la causa principale del
“fallimento” sia l’aver sbagliato partner, ma forse hanno anche sbagliato forma
relazionale. Certo, molti matrimoni falliscono perché in realtà
non avrebbero mai dovuto aver luogo, perché i due partner non si amavano o non
erano sufficientemente compatibili, ma che dire di quei rapporti che procedono
bene per anni, anche convivendo, e poi si incrinano poco tempo dopo il
matrimonio?
Come è noto, la funzione sociale del
matrimonio era in origine principalmente, anzi esclusivamente quella della
procreazione, della trasmissione ereditaria del nome e dei beni della famiglia,
della alleanza tra famiglie, mentre oggi tali scopi sono sempre più secondari,
prevalendo invece il reciproco benessere affettivo, sessuale e materiale dei
coniugi. Il matrimonio d’amore è un fenomeno piuttosto recente, affacciatosi
sulla scena da appena due secoli, col romanticismo, ma diffusosi su ampia scala
solo durante il ‘900; in precedenza le nozze erano quasi sempre decise dalle
famiglie, spesso senza neppure interpellare i diretti interessati, specie quelli
di sesso femminile. Ci si sposava per mettere su famiglia, per acquisire uno
status sociale e una certa indipendenza dalle famiglie di origine: l’uomo
diveniva padre di famiglia, la donna padrona in casa sua, e non era poco se
consideriamo che sottostare alle imposizioni di certi padri poteva essere un
vero e proprio tormento (ancora oggi
non è raro, specie in certe aree geografiche, il caso di persone –
soprattutto donne – che si sposano per andarsene di casa). Non che non vi
fosse amore tra i coniugi – esso poteva anche nascere in alcuni casi – ma
non era affatto ritenuto un ingrediente necessario al matrimonio, tant’è che
le grandi storie d’amore della storia e della letteratura – da Abelardo ed
Eloisa a Romeo e Giulietta, dalla Lettera scarlatta a Anna Karenina – si
svolgevano tutte al di fuori del matrimonio ed erano caratterizzate da una
notevole dose di trasgressione verso regole sociali che di fatto negavano
l’amore in nome degli interessi materiali e politici della famiglia e della
comunità di appartenenza, della religione, della rispettabilità e via dicendo.
Oggi è molto diverso e attrazione e
innamoramento sono ritenuti ingredienti fondamentali di ogni rapporto di coppia
e dunque anche del matrimonio. E non sono i soli ingredienti, poiché la
relazione di coppia mette in gioco molte altre dimensioni – intellettuali,
esistenziali, e anche strettamente pratiche - che portano inevitabilmente ad un
incontro e ad un confronto di personalità e di mentalità.
In passato i
coniugi, pur abitando sotto lo stesso tetto, vivevano in due mondi separati: i
loro compiti erano nettamente distinti e le reciproche aspettative assai diverse
da quelle attuali, poiché il partner era visto più come un ruolo
(marito-moglie, padre-madre dei propri figli) che non come una persona. Salvo
rari casi non si avvertiva alcun bisogno di conoscersi a fondo, di costruire una
intimità, un dialogo sincero e profondo; l’importante era che ognuno si
comportasse bene, che svolgesse i ruoli che gli competevano. La motivazione
stessa del matrimonio – mettere su famiglia – chiamava entrambi i coniugi a
rinunciare alla loro individualità (ammesso che ne avessero mai potuta
sviluppare una) a favore della famiglia. Non esisteva alcun confronto sui
vissuti emotivi perché solo la donna ne era consapevole (e se li teneva per sé
o al massimo ne parlava con le amiche più intime): l’uomo aveva fin da
bambino rinnegato e rimosso la propria emotività e vulnerabilità e non era in
grado di interagire su tale piano (né avrebbe voluto). Non esistevano confronti
neppure su piani più intellettuali, poiché alla donna non era dato di avere
una istruzione che non fosse cucito e buone maniere (e spesso neppure questo) né
tantomeno coltivare l’intelligenza razionale. Oggi invece il confronto
intellettuale ed emozionale è un elemento essenziale al buon andamento non solo
delle relazioni coniugali ma anche di relazioni di coppia meno formalizzate, e
non è un confronto facile, perché l’uomo e la donna hanno due modi di vedere
le cose e di comunicare molto diverso, e nessuno gli ha mai spiegato questa
diversità, che può essere fonte di grande arricchimento se la si sa affrontare
ma anche di grande sofferenza se invece la ignoriamo. A questa difficoltà di
base va poi aggiunto il processo di emancipazione della donna, che non si
accontenta più di ricevere dal proprio partner una casa e una certa sicurezza
materiale ma avanza anche altre richieste, sessuali, sentimentali e di dialogo,
che non sempre lui è in grado di capire e di soddisfare, anche perché mentre
la donna ha iniziato già da tempo a sviluppare il proprio maschile interiore,
l’uomo – salvo rare eccezioni - non ha ancora affrontato il suo femminile
interiore ed anzi lo teme.
La donna emancipata contemporanea ha
mantenuto la competenza emotiva delle sue antenate e in aggiunta ha iniziato a
sviluppare il proprio lato maschile, facendo proprie alcune capacità e
aspettative in passato riservate ai maschi (la realizzazione individuale, il
potere, la razionalità, l’autodeterminazione, l’aggressività); il maschio
invece si è limitato a perdere le vecchie sicurezze e privilegi senza
guadagnare niente in cambio, perché ancora non ha saputo/voluto imparare a
sviluppare il proprio lato femminile (la sensibilità, l’affettività, la
capacità di esprimere i sentimenti, l’abilità di affrontare le emozioni
proprie e del partner senza esserne travolto etc.).
Questo
profondo mutamento nelle aspettative e nelle dimensioni in cui si sviluppa il
rapporto di coppia pone un problema di non poco conto: può una forma
istituzionalizzata di relazione come il matrimonio - originatasi in un ben
preciso contesto culturale, patriarcale e materialista,
e con precise funzioni sociali – può tale istituzione adattarsi al
nuovo spirito del tempo e stravolgere il suo imprinting in modo tale da
soddisfare le esigenze e gli obbiettivi delle coppie di oggi? Molti ritengono
che non sia possibile modificare l’istituzione matrimonio e che per vivere in
modo soddisfacente i rapporti di coppia occorrano forme istituzionali del tutto
nuove, fluide e ampiamente personalizzabili dai partner. Ma ammettiamo pure che
sia possibile adattare il matrimonio alle nuove esigenze: ciò sta forse già
avvenendo? Gli organi legislativi, le religioni, la società civile hanno forse
provato a introdurre qualche innovazione creativa nel matrimonio? La risposta,
come ben sapete, è no! Nonostante che tutto stia cambiato, intorno e dentro di
noi, il matrimonio ha mantenuto saldamente la sua identità arcaica.
Diversamente che in passato ci si può separare, divorziare, risposare anche, ma
lo schema interno non è realmente cambiato.
La stabilità del
matrimonio è ritenuto uno dei fondamenti della nostra società, tant’è che
finora è stata la società a modellare la forma del matrimonio, a farlo
scorrere liscio, in modo stabile e affidabile, come una disciplinata rotella
nell’ingranaggio delle nostre piccole comunità. L’esigenza di stabilità
sociale crea aspettative collettive secondo le quali
… le persone sposate
devono rimanere tali, devono comportarsi bene, occuparsi delle cose più
importanti che la società ha da offrire e non fare nulla di troppo strano che
possa turbare l’ordine costituito, come scegliere di vivere in una comune,
scappare con il vicino di casa o decidere di non pagare le tasse.
Poiché questa
aspettativa sottintesa è una funzione sociale più che una nostra personale
convinzione, le persone sposate sono costrette a rimanere aderenti ai valori
esteriori e a partecipare a una coscienza generica piuttosto che individuale o
visionaria. Invece di tuffarci nelle profondità interiori dove potremmo trovare
la saggezza del nostro cuore (e probabilmente anche straordinarie soluzioni
sociali o forme insolite di relazione ... ) ci intruppiamo nel gregge insieme
agli altri conformisti. La verità è che il matrimonio - in quanto relazione -
è stato fagocitato dalle convenzioni sociali e, poiché serve la società,
finisce spesso per soffocare l’anima viva e individuale.
Il dovere, la
responsabilità e le convenzioni sociali, per quanto importanti, ci allontanano
spesso dal nostro collegamento naturale più profondo con le altre persone - i
legami del cuore - e di conseguenza, nel tentativo di servire la società,
possiamo tradire o abbandonare noi stessi. Invece di esaminare il nostro cuore,
la nostra mente e la nostra coscienza per trovare le forme più adatte per la
nostre relazioni, permettiamo che i nostri matrimoni si trasformino in versioni
annacquate dei valori sociali correnti mentre dovrebbero essere vibranti unioni
emotive che nutrono e sostengono coloro che vi partecipano (D. R. Kingma, op.
cit., p. 20-21).
Daphne Rose Kingma
sottolinea molto bene la contrapposizione tra il benessere dell’individuo e le
esigenze della società. Gran parte degli occidentali sono oggi del tutto
convinti che la relazione di coppia debba essere principalmente una via per un
maggior benessere e non certo un sacrificio a favore degli interessi della
comunità di appartenenza o della società in senso lato. Tuttavia, le nostre
credenze e convinzioni sociali sul matrimonio sono ancora in larga misura quelle
vigenti in passato e solo adesso cominciano a perdere potere. “Anzi, devono
necessariamente perdere potere perché noi possiamo svilupparci ulteriormente
come persone e come anime.” (ibidem).
2. La nuova coppia
La
cultura emergente non fornisce in proposito ricette certe, ma indica alcune
direzioni di ricerca. Per prima cosa non esistono soluzioni valide per tutti, e
ogni individuo e ogni coppia dovrebbe trovare una propria via di realizzazione:
per alcuni può risultare ancora appropriata la via tradizionale del matrimonio
mentre per altri la direzione può essere quella della convivenza o di forme
ancor meno rigide da un punto di vista dei vincoli. Ciò che conta, nella nuova
ottica, non è tanto la forma esteriore ma la consapevolezza e l'impegno con cui
i due partner vivono la strada scelta, quale che sia. Il rapporto esclusivo con
un partner può essere fonte di grande crescita e merita di essere vissuto con
sacralità, rispetto, impegno. In secondo luogo, le proposte non vanno imposte
dall'alto ma scoperte singolarmente dall'individuo e dalla coppia attraverso un
processo di libera e cosciente sperimentazione. Si può naturalmente prendere
spunto da esperienze altrui, trarre aiuto e stimolo dalla condivisione, dal
confronto con altri individui e con altre esperienze, per poi però giungere a
creare la propria personale sintesi.
Grazie
alla libera sperimentazione condotta a partire dagli anni '60, ci si è resi
conto che la promiscuità non è alla lunga soddisfacente, in quanto non
consente di approfondire determinate sfere relazionali e affettive basilari per
il benessere e la crescita di entrambi. In certi momenti della vita in cui
prevale il bisogno di esplorazione può anche essere appropriata ma non deve
servire da alibi per sfuggire quei bisogni più profondi che solo una relazione
stabile può dare. Dobbiamo però precisare che "stabile" non
significa necessariamente “a vita”: a titolo di spunto mi sembra
interessante riportare come viene affrontata la questione nella comunità di
Damanhur, in Piemonte, dove le persone sono libere di scegliere tra una ampia
gamma di possibilità: possono frequentarsi da single a single, convivere senza
regolamentazioni, sposarsi normalmente oppure — ed ecco una interessante novità
— sposarsi a tempo determinato. I
due partner possono cioè decidere consensualmente di vivere per un certo
periodo come marito e moglie e sperimentare la vita coniugale con pieno,
reciproco impegno e dedizione, ma senza il peso dell'impegno "a vita"
(naturalmente, in tali casi, molti ritengono auspicabile astenersi dal
procreare). E' vero che, con l'introduzione del divorzio, anche nella nostra
società è possibile sciogliere un rapporto matrimoniale, però una cosa è
sapere in anticipo che il vincolo sarà, poniamo, di un anno, (e semmai decidere
di prolungarlo) e un conto è fronteggiare la delusione e il senso di fallimento
connesso allo sciogliere qualcosa che si riteneva "a vita", senza
contare il fastidio delle procedure legali, con spese e incombenze tutt'altro
che piacevoli.
Ad
ogni modo, ribadiamo che i nuovi principi sul come vivere le relazioni di coppia
andranno ispirati ad una grande flessibilità, che tenga conto del fatto che gli
individui sono diversi tra loro e che le fasi della vita, pure, possono
rispecchiare bisogni diversi. Pertanto ciò che va bene per uno può non andare
bene per l'altro, così come ciò che va bene in una certa fase può poi
richiedere un cambiamento in funzione della continua evoluzione. (Per un
approfondimento sulle nuove forme di relazione cf. D. R. Kingma, Il
futuro dell’amore, ed. Gruppofutura, 2001).
Come
è noto, nelle fasi iniziali di una relazione le persone tendono a fare bella
figura, a mostrare la parte "migliore" e più accettabile di sé. Se
poi tra loro nasce un innamoramento ognuno tende a vedere l'altro ancor più
bello e apprezzabile, idealizzandolo. Tuttavia, presto o tardi anche altri
aspetti della personalità emergeranno e alla fase iniziale dell'innamoramento,
in cui il partner appare splendente come il sole, subentrano fasi meno brillanti
in cui si prende coscienza anche dei suoi limiti e dei suoi lati meno lucenti: l'ombra.
E' qui che nascono le prime incomprensioni, le prime delusioni, i primi
conflitti che poi, se manca una reciproca capacità di comunicare (e quasi
sempre manca) inevitabilmente vanno ad accentuarsi fino a portare alla crisi.
I
modi di affrontare questi problemi variano da persona a persona: alcuni tendono
a nascondere il disaccordo, inscenando una rappresentazione di armonia tutt'altro
che veritiera, oppure si rassegnano a convivere con le tendenze distruttive,
alternando fasi di litigiosità a fasi di relativa quiete. Altri, giunti oltre
un certo livello, decidono di cessare la relazione per cercare un'altra persona
che gli faccia riprovare l'ebbrezza dell'innamoramento e che sia finalmente
quella giusta. Se in passato prevaleva
la prima tendenza (rassegnazione e conflitto sotterraneo), oggi sta sempre più
affermandosi la seconda (separazione e ricerca di un nuovo partner). Tuttavia,
per quanto intensa possa essere la fase di innamoramento, per quanto giusto
possa apparirci il nuovo partner, prima o poi scopriremo anche in lui/lei limiti
e aspetti ombra, rinascerà il conflitto e saremo di nuovo punto e a capo. Il
fatto è che tutti i suddetti modi di affrontare la questione sono errati: non
va bene ignorare il problema o sopportare in silenzio, perché vuol dire
rinunciare a quanto di più bello una relazione di coppia può offrire, ma non
va bene neppure passare da una storia all'altra all'eterna ricerca del partner
ideale, poiché non esistono persone fatte di sola luce e ognuno ha in sé anche
delle zone oscure, inconsce, che premono per emergere e essere finalmente
riconosciute. La relazione sentimentale non ha solo lo scopo di far stare bene i
due partner, ma è anche e soprattutto il luogo in cui ognuno dei due desidera
colmare il proprio senso di incompletezza e guarire una volta per tutte le proprie ferite
d’amore primarie: le carenze affettive, le delusioni, talvolta addirittura
gli abusi fisici o morali subiti durante l’infanzia. E’ un desiderio per lo
più inconscio ma molto, molto potente, che influenza profondamente la dinamica
della relazione e che illustreremo più a fondo nei prossimi paragrafi.
4. Le ferite del cuore
Questo
ultimo punto è molto importante, perché amare non vuol dire solo prendersi
cura del figlio, non fargli mancare niente, non picchiarlo e dargli baci e
abbracci – certo questo sarebbe già molto, moltissimo, ma c’è
dell’altro: amare significa anche accettarlo e apprezzarlo per quello che è.
Raramente un bambino è amato e accettato per ciò che è, e quasi sempre i
genitori tendono, consapevomente o meno, a desiderarlo diverso e a plasmarlo a
foggia di qualche modello ideale. La situazione non è, ovviamente, uguale per
tutti: alcuni genitori e alcuni insegnanti sono a riguardo più rigidi, altri più
amorevoli, più disposti ad accettare e sostenere il bambino in modo
incondizionato. Incondizionato vuol dire: "accettarlo e amarlo senza porre
condizioni, a prescindere cioè dal fatto che assomigli o meno al nostro modello
ideale e che si comporti come noi
adulti desideriamo". Se invece l'accettazione e il sostegno
dipendono da tali fattori, allora non è più amore incondizionato, ma si ha
amore condizionato, in quanto si pone
una condizione: "Se sei buono e bravo (nel modo in cui io adulto intendo
tali termini) allora ti amerò,
altrimenti no".
E’
l’amore incondizionato che fa sbocciare in noi un atteggiamento spontaneo e
fiducioso verso l'esistenza, la sensazione rassicurante di protezione e
nutrimento, il senso di dignità in quanto esseri umani a prescindere dalla
nostra identità e posizione sociale (la carta dei diritti dell'uomo, il
concetto di uguaglianza di fronte alla legge, le carte costituzionali delle
repubbliche democratiche possono intendersi come espressioni in forma giuridica
di tale fondamentale valore).
L’amore condizionato è invece
quello che ci stimola a seguire determinate regole di comportamento, a
impegnarci nell’apprendere, a raggiungere traguardi, ad eccellere. E' la base
dell'energia creativa dell'uomo, del suo desiderio di evolvere, di migliorare e
migliorarsi, di confrontarsi, di raggiungere sempre nuovi traguardi; è una
energia positiva ed utile, che però, quando è eccessiva, può portare
sofferenza e distruzione.
Affinché il
bambino si sviluppi armonicamente sono necessarie entrambe queste forme di
amore, che non si escludono l'un l'altra, ma sono anzi complementari ed è
fondamentale che vi sia tra loro equilibrio: ogni disarmonia, ogni prevalere -
in una famiglia o in una società - di una sola forma con conseguente carenza o
assenza dell'altra determina infatti gravi conseguenze. Noi proveniamo da una
civiltà patriarcale, autoritaria, severa in cui per millenni vi è stato troppo
poco amore incondizionato, il che ha prodotto cattivi rapporti genitori-figli,
profonde ferite d’amore e una tendenza delle persone, sin da bambine, a
chiudersi, a difendersi, a crearsi una maschera che nasconde e rinnega alcuni
aspetti di sé (quelli che attirano disapprovazione) e rinforza solo quelli che
gli fanno ricevere l’approvazione dei genitori e degli altri adulti
significativi. Tuttavia non si deve credere che un regime matriarcale sarebbe
migliore, poiché il solo amore incondizionato creerebbe inevitabilmente figli
viziati, stagnazione, pigrizia, inerzia evolutiva, mancanza di creatività -
come si vede chiaramente in quelle famiglie iperprotettive, molto
"mammone", in cui i figli non si distaccano nemmeno a quarant'anni e
mancano dello stimolo evolutivo di affermarsi e rendersi autonomi in quanto
individui. E' giusto che nell'epoca attuale di crisi del patriarcato vi sia una
rivalutazione del femminile, ma non per sostituirlo al maschile bensì per porli
finalmente fianco a fianco, pariteticamente, senza che nessuno dei due prevalga
sull'altro.
Da bambini le
nostra speranza più grande è che i nostri genitori ci capiscano, ci rispettino
e ci amino come e quanto abbiamo bisogno. Purtroppo è una speranza che
raramente si avvera, per quanto intensi possano essere i nostri sforzi e le
nostre preghiere. Subentra così col tempo una sorta di abitudine, di
rassegnazione e infine di oblio. Ma la speranza non è morta, è solo in
animazione sospesa, e si risveglia quando ci troviamo coinvolti in una relazione
di coppia. Non sempre e non subito, però: solo in quelle relazioni in cui c’è
un profondo coinvolgimento affettivo, un innamoramento, e solo dopo vari mesi,
quando i due hanno raggiunto un certo grado di confidenza e intimità e iniziano
a fare a meno delle maschere. A questo punto scattano in entrambi forti
aspettative nei confronti dell’altro:
“Che
cosa farai per me? Mi aiuterai? Mi ascolterai? Mi farai sentire bene?
Realizzerai i miei sogni? Sarai il perfetto genitore per i nostri figli? Il
padre che io non ho potuto avere, la madre che non ho avuto? Adesso che mi sono
innamorato di te, tu hai il dovere di far scomparire le mie sofferenze.
Ascoltami, guariscimi, fammi stare bene. (…) Ci sono due tipi di bisogni
emotivi che cerchiamo di soddisfare nelle nostre relazioni intime: uno è quello
di cui siamo consapevoli (fammi felice, dammi la sicurezza economica, sii un
buon padre per i miei figli), l’altro è costituito dalle esigenze emotive
inconsce che rappresentano il tentativo della nostra personalità di guarire
tutto ciò che si frappone alla nostra capacità di sentirci integri. In ogni
relazione esiste dunque un viaggio emotivo nascosto.” (D. R. Kingma, op. cit.,
p. 41)
La
relazione di coppia diviene insomma una opportunità tramite cui crediamo di
poter guarire una volta per tutte le ferite d’amore, le carenze affettive, le
delusioni subite durante l’infanzia e il partner diviene per certi aspetti un
sostituto di nostro padre, di nostra madre (o di entrambi) e inconsciamente lo
invitiamo – talvolta sfidiamo - ad amarci in modo totale, ad accettarci per
quello che siamo, ad essere il genitore perfetto che non abbiamo mai avuto ma
abbiamo sempre desiderato.
Si
tratta, come è facile intuire, di aspettative eccessive, che solo una mente
bambina può sperare di poter soddisfare e tuttavia il nostro inconscio è
sempre allo stadio infantile – è inconscio proprio perché non ha
voluto/potuto crescere – e quindi è proprio sulla base di tali aspettative
che passiamo dall’innamoramento alla relazione stabile.
Oltre
a chiedere al nostro partner capacità e comportamenti al di là delle umane
possibilità, formuliamo le nostre richieste in modo errato, ad esempio con tono
di sfida e aggressivo, pretendendo con forza ciò che crediamo ci spetti di
diritto, oppure con sottintesi, ammiccamenti o lamenti vittimistici.
Purtroppo
il nostro partner – che vuole anch’egli la stessa cosa - si trova nelle
nostre stesse condizioni, cioè ha il cuore ferito, chiuso, e non è in grado di
amarci come vorremmo, così come noi non siamo in grado di farlo con lui/lei.
Ecco allora che dopo un po’ subentra in uno dei due (il più sensibile) un
senso di delusione, di insoddisfazione: invece di guarire, le sue ferite
infantili si sono aperte di più e sono perfino più doloranti che non quando
stava da solo; il partner ha tradito le sue aspettative, non lo capisce, non lo
ama veramente e via dicendo. La situazione, già di per sé difficile, diventa
ancor più critica in quei casi in cui oltre ad essere stati delusi e feriti dai
genitori siamo stati anche delusi da qualche nostro precedente partner. La
relazione diventa tesa, la comunicazione ambigua, la sessualità e
l’affettività ne risentono e si innesca una reazione a catena che può
essere, a seconda del carattere delle persone, sotterranea o esplosiva.
Se
ci limitassimo ad invitare il partner ad amarci, senza sfidarlo, senza
aggredirlo, senza lamentarsi o sfuggirlo, il rapporto sarebbe meno teso, meno
ambiguo; se sapessimo comunicare con chiarezza e chiedere apertamente al partner
ciò di cui abbiamo bisogno, lo metteremmo nelle condizioni per fare del suo
meglio e capiremmo che anche lui si trova nella nostra stessa situazione.
Potremmo a questo punto reagire in due modi:
Si
tratta di un sentiero lungo eppure possibile, che finora solo pochi pionieri
hanno percorso ma che adesso si rende disponibile ad un sempre maggior numero di
persone. E’ un sentiero che non va percorso da autodidatti ma partecipando a
specifici corsi e seminari sulle relazioni di coppia, sull’autoconsapevolezza,
sulla comunicazione interpersonale. Ho partecipato a molti corsi e seminari del
genere, prima come allievo e poi come docente e ne ho ricavato un notevole
accrescimento personale e professionale in entrambi i ruoli. Si tratta di corsi
che prevedono sia lezioni sia soprattutto esercitazioni pratiche, che consentono
di sviluppare una sempre maggiore consapevolezza e capacità di ascolto di sé e
dell’altro, una migliore capacità di esprimere sentimenti ed emozioni, di
comunicare le proprie richieste o lamentele in modo costruttivo, senza ferire
l’altro né umiliare se stessi.
Ad
alcuni può sembrar strano dover andare a scuola di relazione e magari pensano
che amarsi e stare insieme sia qualcosa di spontaneo, non da imparare. Invece è
un’arte che, come tutte le arti, va imparata. Anche l’artista agisce a
partire da una ispirazione, da un sentimento, da una visione spontanea, ma poi
la trasfigura, la esprime e la rende opera d’arte grazie alla sua abilità
tecnica e alla sua sensibilità acuita. Se non avesse studiato, se non avesse
imparato certi principi e certe tecniche, se non avesse, grazie all’esercizio
e alla contemplazione, affinato la propria sensibilità e consapevolezza Bach
non sarebbe divenuto l’artista che era, e così pure Leonardo o Michelangelo,
Dante o Montale.
Ognuno
di noi– anche se non è un artista - è chiamato nella vita ad esercitare le
arti più umane, difficili e sublimi del comunicare, del relazionarsi e
dell’amare. Esercitarle senza studiare non significa agire spontaneamente,
anzi al contrario significa essere prigionieri di quegli stili che abbiamo
appreso da bambini, imitando i nostri genitori oppure adottando per reazione
stili esattamente opposti ai loro, stili limitati e spesso poco efficaci ma
ormai divenuti abituali e inconsci e che influenzano potentemente e spesso
negativamente il nostro agire, come ho meglio illustrato nel mio ultimo libro
(E. Cheli, Relazioni in Armonia,
Franco Angeli 2004).
Se
invece ci impegniamo a studiare, ad esercitarci, a confrontarci con altre
persone, arriviamo a scoprire che esistono altri modi di comunicare, di
esprimere emozioni e sentimenti, di stare in relazione, e grazie alle
esercitazioni possiamo anche provarli questi modi, indossarli senza impegno,
giusto per vedere come ci sentiamo in essi e magari scoprire che ci
corrispondono più di quelli che finora avevamo adottato come nostri. Allora
iniziamo a prendere le distanze dai nostri vecchi stili (che nostri non erano) e
a capire come in fin dei conti essi fossero responsabili di molte
incomprensioni, di molti conflitti, di molte sensazioni di mancata intimità, e
giungiamo piano piano a formarci un nostro stile, questa volta davvero nostro
perché sviluppato consapevolmente, perché costituito da modi e linguaggi che
sentiamo corrispondere alla nostra interiorità, alle nostre aspirazioni, al
nostro vero essere.
Come ho detto nel saggio introduttivo a
questo libro, siamo tutti fondamentalmente degli analfabeti sul piano
comunicativo-emozionale-relazionale perché figli di una cultura patriarcale
basata sul potere e non sulla comunicazione. Adesso è giunto il momento di
superare questo analfabetismo e di riappropriarci delle nostre prerogative
affettive e relazionali. Abbiamo impiegato così tanto tempo a scuola per
imparare cose spesso rivelatesi inutili nella vita, perché non dedicare almeno
qualche briciola del nostro tempo ad una sfera così importante come la
relazione di coppia?
[1]
Enrico Cheli, sociologo e psicologo si occupa
da anni di relazioni interpersonali e metodi olistici per lo sviluppo del
potenziale umano. È docente all’Università di Siena dove dirige un
Master in Comunicazione, relazioni interpersonali e counseling e vari corsi
di perfezionamento e di aggiornamento sulla consapevolezza e l’educazione
sui sentimenti, le relazioni, le emozioni. Tra i suoi ultimi libri: L'età
del risveglio interiore (Francoangeli); Teorie
e tecniche della comunicazione interpersonale (Francoangeli); La
comunicazione come antidoto ai conflitti (Punto di fuga); Relazioni in
armonia (FrancoAngeli). È spesso
intervistato da giornali italiani e stranieri e partecipa a numerosi
programmi radiofonici e televisivi.
[2] Cfr. Tra gli altri: P. Schellembaum, La ferita dei non amati, Red, Milano, 1996.
Diversità,
conflittualità, comunicazione
Per
un approccio olistico alla risoluzione costruttiva dei conflitti
I
conflitti spuntano prima o poi in ogni relazione, sia essa tra persone, gruppi,
organizzazioni o stati, e questo è un fatto inevitabile; si può però evitare
che essi degenerino e divengano distruttivi e addirittura imparare a
trasformarli in occasioni di crescita, talvolta anche di collaborazione.
I
conflitti scaturiscono dalle diversità
esistenti tra i soggetti che sono in relazione – diversità di interessi
economici, di punti di vista, di carattere, di genere, di ideologia o religione,
di valori e norme, di cultura. I conflitti
distruttivi derivano dalla incapacità
di comprendere, accettare e conciliare tali differenze.
Al
di là delle differenze tra una persona e l’altra e tra una situazione e
l’altra, tale incapacità dipende principalmente da tre fattori: 1) la
mancanza di una cultura della comunicazione; 2) l’eccessiva presenza di una
cultura della competizione e dell’antagonismo e la connessa carenza di una
cultura della cooperazione; 3) L’insufficiente consapevolezza di sé, in
particolare riferita ai propri conflitti interiori e al nesso tra essi e i
conflitti esteriori.
1.
La comunicazione come antidoto ai conflitti
distruttivi
Come
ho meglio dimostrato in un mio precedente lavoro (cfr. E. Cheli, 2003)
l’ingrediente fondamentale per una gestione costruttiva dei conflitti è la comunicazione:
se il conflitto sfocia in scontri violenti e comportamenti distruttivi è spesso
perché non si comunica appropriatamente, perché non ci si conosce, tant'è che
da sempre l'alternativa alle guerre è la diplomazia, che è appunto una forma
di comunicazione tra stati. Ogni scontro può essere considerato la punta di un
iceberg che ha spesso dietro di sé una lunga storia di carente o scadente
comunicazione, di incomprensioni, di sordità, di silenzi e non detti, da parte
di una o di entrambi i soggetti coinvolti, e in situazioni di fondo
contrassegnate da chiusura, diffidenza e ostilità basta una scintilla perché
scoppi una guerra.
Vorrei in proposito ricordare che “comunicare” è l'opposto di
combattere, come ricorda l'etimologia stessa della parola, che rinvia a cum
(con, insieme) e a munia (doveri,
vincoli), ma anche moenia (le mura) e munus (il dono). Communis
significa quindi: essere legati insieme, collegati dall'avere comuni doveri (munia),
dal condividere comuni sorti (le mura che proteggono e accumunano) o
dall'essersi scambiati un dono. Tramite la comunicazione ci si avvicina agli
altri, mentre combattendo si agisce per allontanare (fino anche a eliminarlo)
chi suscita in noi paura o disprezzo.
La comunicazione contribuisce a superare la paura del
"diverso da noi", facendo emergere punti di contatto e somiglianze tra
le diverse persone, culture e religioni: finché si rimane distanti, vediamo
solo le differenze, ma se ci si avvicina e si dialoga si scoprono somiglianze
tra noi e gli altri e dallo scontro si può passare al confronto e alla
condivisione.
Purtroppo
non esiste una cultura della comunicazione (né è mai esistita in nessuna
civiltà a noi nota), e solo da poco ci stiamo rendendo conto del ruolo sociale
imprescindibile che essa svolge. Pertanto nessuno ci ha mai insegnato a
comunicare efficacemente e ad impostare in modi sani e costruttivi i nostri
rapporti con gli altri: a scuola abbiamo imparato a parlare e a scrivere ma non
ad ascoltare e comprendere realmente l'altro in quanto diverso da noi. Ci è
stata insegnata una storia umana fatta di guerre ma non ci è stato detto niente
su come poterle evitare. Abbiamo ricevuto una formazione professionale senza
alcuna formazione relazionale
per prepararci ai rapporti con i colleghi e con i superiori.
Nelle società patriarcali
Anche sotto questo profilo la comunicazione risulta
essenziale, poiché è per suo tramite che individui diversi e culture diverse
possono pacificamente coesistere: come sostiene A.
Melucci, (1994: 113) “Il riconoscimento della
differenza è la ragione e il fondamento della comunicazione. Se non ci si
riconosce come diversi non c’è bisogno di comunicare e non si incomincia
neppure a farlo. Si comunica, invece quando si cerca di mettere insieme e di
rendere trasparenti la proprie differenze.”
2. Dalla diversità come
antagonismo alla risorsa della cooperazione
Vi è una diffusa credenza in quasi tutte le culture
del pianeta che porta a vedere la diversità come inevitabile fonte di
antagonismo; si ritiene cioè che tra due posizioni o punti di vista o soggetti
diversi debba esserci una competizione o uno scontro che decida il prevalere di
uno solo dei due. Questo modo di vedere è adottato (e spesso
addirittura enfatizzato) anche dai media, specie nel campo del
giornalismo, il che non fa che rinforzarlo, aumentando, invece di ridurre, la
conflittualità collettiva. Si tratta, come sosterrò, di un pregiudizio, ma
talmente radicato da risultare una realtà oggettiva e apparentemente
immutabile.
In effetti la diversità può essere vista anche in
altro modo, non antagonistico ma anzi costruttivo, poiché è proprio grazie
alla diversità che esiste il nostro mondo, fisico, psichico e sociale. Tutti i
fenomeni, da quelli cosmici a quelli della vita biologica e sociale fino a
quelli sub-atomici esistono proprio grazie ad un gioco di diversità, di polarità
opposte-complementari: può trattarsi di un flusso tra poli opposti o con
diverso potenziale, come nei fenomeni elettrici, oppure di una alternanza tra
fasi (notte-giorno, inspirazione-espirazione, contrazione-rilassamento etc.); o
ancora una interazione tra forze "opposte" (gravitazione vs. moto
orbitale, repulsione elettromagnetica vs. attrazione nucleare forte etc.).
Perfino la struttura stessa della materia risulta imperniata sul gioco di poli
opposti, come protoni e elettroni. Negli organismi viventi, il flusso/gioco
continuo tra polarità e tra fasi opposte si può osservare nell'alternanza tra
inspirazione ed espirazione, tra veglia e sonno, tra vita e morte; si pensi come
ulteriore esempio al funzionamento dell'apparato muscolare dell'uomo (e di
qualunque animale), che lavora sempre per coppie o gruppi di muscoli tra loro opposti
eppure cooperativi, in cui un muscolo funge da agonista e l'altro da
antagonista, e viceversa. Molti altri esempi potremmo fare, ma già da quanto
detto si evidenzia che poli opposti non vuol dire necessariamente antagonisti,
anzi semmai complementari: gli elettroni sono necessari alla materia non meno
dei protoni, così come le donne sono necessarie per la specie umana non meno
degli uomini. L'universo, la vita, la materia esistono grazie al flusso e alla
dinamica prodotta da opposizioni
cooperative tendenti a un equilibrio[2]
Dunque, se si vuole davvero pervenire ad una più
ampia visione della realtà, è necessario liberarsi dal pregiudizio che “diversità”
voglia dire necessariamente e solamente antagonismo e conflitto.
Il concetto di opposti
complementari è basilare in una visione processuale/ondulatoria della realtà
come quella proposta dai modelli ad impostazione olistica, mentre non è
compatibile con il paradigma dominante nella scienza occidentale, che lo vede
come un paradosso (cfr. E. Cheli,
2003).
C'è
poi un ulteriore pregiudizio culturale, connesso a quello appena illustrato, che
contribuisce ad aggravare il problema: la credenza che si possano soddisfare i
propri bisogni solo penalizzando qualcun altro. Questo modo di vedere è stato
definito dalla “teoria dei giochi” come gioco
a somma zero: un gioco, cioè, dove la posta è limitata e non è
sufficiente per soddisfare le esigenze di tutti i soggetti coinvolti (ad es. due
naufraghi che si contendono un unico giubbotto di salvataggio o due tribù che
lottano per un unico lembo di terra fertile, insufficiente per i fabbisogni di
entrambe)[3].
Per millenni i rapporti sociali, ad ogni livello, si sono basati ciecamente su
questo assunto della competizione per risorse limitate e quindi sulla legge del
più forte. Solo da poco stiamo scoprendo che in gran parte delle relazioni
sociali non solo si può vincere entrambi, ma addirittura si vince di più se si vince tutti.
Questa nuova consapevolezza sul potenziale positivo delle
diversità rappresenta un ulteriore importante tassello per addivenire ad una
gestione costruttiva dei conflitti; tuttavia il quadro è ancora incompleto
poiché gli esseri umani non agiscono solo in base a considerazioni razionali ma
anche in funzione di fattori emozionali; ciò significa che la scelta di
cooperare con un’altra persona invece di competere con essa, oppure di trovare
un accordo di compromesso invece di combatterla, può dipendere non solo dal
vantaggio materiale che può derivarne ma anche – talvolta soprattutto –
dagli atteggiamenti che si nutrono nei confronti di quella persona. E ovviamente
l’esito sarà molto diverso a seconda che gli atteggiamenti siano favorevoli o
sfavorevoli, di amore o d’odio, di fiducia o sfiducia, di stima o disprezzo.
Insomma, non basta trovare un accordo sull’oggetto del conflitto, ma è
necessario trovare un accordo anche tra gli attori del conflitto. Se l’altro
ci sta fortemente antipatico, se disprezziamo il suo modo di essere, se
giudichiamo negativamente il suo agire, ben difficilmente sarà possibile
trovare un punto di incontro, anche se razionalmente ci rendiamo conto della
vantaggiosità di ciò. Specie a livello interpersonale, capita spesso che i
conflitti nascano e/o degenerino non tanto per divergenze concrete o perché non
si riesce a trovare un accordo conveniente per entrambi le parti ma perché ci
sentiamo infastiditi, urtati, feriti dal modo di fare e di essere dell’altro.
Il motivo reale del contendere viene ad essere ingigantito dalle nostre reazioni
emozionali e un semplice diverbio può trasformarsi in una guerra totale, così
come l’altro, da semplice persona con interessi/idee diversi dai nostri
diventa il nostro peggior nemico[4].
Ma
cos’è che ci porta ad accettare o rifiutare l’altro, a giudicarlo
positivamente o negativamente? Qual’è il termine di paragone in base al quale
lo valutiamo? Perché alcune persone tendono a vedere nemici ovunque?
Come abbiamo anticipato in premessa, esiste un nesso tra
conflitti con gli altri e conflitti con se stessi, e sono appunto questi ultimi
che ci forniscono il termine di paragone in base al quale giudichiamo gli altri,
come meglio vedremo nel paragrafo seguente.
3.
Conflitti intrapersonali e dinamiche interpersonali
Secondo alcune teorie di psicologia del profondo, la
personalità non va vista come un'entità unitaria, ma piuttosto come un insieme
di sub-personalità, ciascuna delle
quali desidera il soddisfacimento dei suoi specifici bisogni[5].
Alcune di queste sub-personalità sono ben viste dalla nostra cultura e società
e quindi tendiamo fin da bambini a identificarci con esse, agendole alla luce
del sole: è il caso, ad esempio, di aspetti quali l'altruismo, la razionalità,
l'autocontrollo, la disponibilità verso l'altro etc. Altre sub-personalità
invece vengono giudicate negativamente dalla società e dunque anche
dall'individuo, che tende a rinnegarle, esiliandole nell'inconscio — si pensi
all'egoismo, alla sensualità, all'amore per l'avventura, al bisogno di
indipendenza, alla timidezza o qualunque altro aspetto ritenuto deprecabile
dall'ambito familiare e culturale in cui siamo cresciuti o non appropriato al
sesso dell'individuo (ad es. la vulnerabilità, per l'uomo o la determinazione
per la donna).
Ogni volta che scegliamo - ed è una scelta che si ripresenta più volte
nella vita: in famiglia, a scuola, con gli amici, sul lavoro - reprimiamo una
parte di noi, dicendogli in sostanza: "tu sei meno importante dell'altra
parte, dell'altro bisogno", e così facendo la releghiamo
nell'inconscio. Ciò determina conseguenze molto simili a quelle evidenziate, a
livello macrosociale, dalla teoria del conflitto sociale: così come avviene per
gli individui e le classi prevaricate, le sub-personalità che rinneghiamo e
releghiamo nell'inconscio non ci stanno a farsi tagliare fuori e faranno di
tutto per ottenere attenzione e soddisfazione: sobilleranno, saboteranno,
semineranno zizzania, insomma fomenteranno il conflitto dentro di noi e, per
riflesso, anche fuori di noi. Proveremo antipatia e repulsione per qualcuno
perché in realtà ci ricorderà - magari in eccesso - parti di noi che abbiamo
chiuso nella "prigione" dell'inconcio; combatteremo con nemici esterni
ma in realtà saremo in guerra con noi stessi.
Ognuno
di noi possiede una schiera sorprendente di sé
rinnegati, relegati nel proprio inconscio come una sorta di prigionieri
politici condannati per le loro idee, giudicate sovversive e pericolose dalla
nostra famiglia e comunità di appartenenza; come tutti i prigionieri aspettano
l'occasione di essere liberati (o di evadere) e di vedere finalmente considerati
i loro bisogni e i loro sentimenti. Anche se non sospettiamo minimamente la loro
presenza, tali sub-personalità hanno un impatto straordinariamente potente
sulle nostre vite: esse agiscono nell’ombra, proprio come i cospiratori, ad
esempio attivando proiezioni ed aspettative nei confronti di altre persone.
Queste proiezioni possono agire sulla dinamica della relazione in modo positivo
o negativo, a seconda dei casi. Incontrare una persona che manifesta apertamente
alcuni tratti della personalità che anche noi possediamo come potenziale, ma
non abbiamo mai sviluppato (e dunque sotto sotto vorrebbero liberarsi ed
esprimersi), può portare ad ammirarla, ma può anche accadere il contrario, e
cioè una reazione di forte critica e rifiuto verso quella persona e ciò che
rappresenta. Ciò fa sì che - in misura diversa da persona a persona e da
situazione a situazione – più che comunicare veramente con l'altro
comunichiamo spesso con i nostri desideri, paure e conflitti interiori,
proiettati sull'altra persona come fosse uno schermo cinematografico, senza
realmente ascoltare la sua unicità, capirla ed entrarci in contatto.
Da qui l’esigenza di percorsi
educativi che ci aiutino a prendere coscienza dei nostri sé rinnegati,
aiutandoci a riabilitarli e ad impostare in modo più equilibrato i rapporti tra
essi e i sé primari. Si passa così da una situazione di permanente conflitto
interiore ad uno stato emotivo più armonico, ad una identità più fluida e
piena e ad una comunicazione con l’altro basata sull’ascolto e la
comprensione e non più sul giudicare e sul proiettare.
I lati ombra non sono negativi in assoluto ma solo
fino a quando vengono ritenuti tali e confinati nell'inconscio; al contrario, se
si ha il coraggio di prenderne coscienza e di dialogare con essi, è possibile
trasformarli da elementi negativi in risorse altamente positive. A tal fine è
necessario impegnarsi in un cammino di autoconsapevolezza, e uno dei percorsi più
efficaci per prendere coscienza di tali lati è proprio la relazione. Uno dei
doni più belli che ci offrono le relazioni con altre persone è appunto la
possibilità di recuperare i nostri sé negati: attraverso un continuo e
consapevole confronto con l'altro compiamo un viaggio nelle profondità del
nostro essere e viceversa, quanto più esploriamo la nostra interiorità tanto
meglio sappiamo comprendere l’altro e gestire costruttivamente rapporti e
conflitti.
Se imparassimo ad accettare la globalità di ciò che
siamo e non solo alcune parti, sarebbe assai più facile accettare i diversi da
noi; se sapessimo conciliare creativamente i nostri diversi bisogni invece di
accettarne solo metà e rinnegare l'altra metà, saremmo anche più in grado di
negoziare con equità con altri individui, classi sociali, popoli o stati,
invece di considerare le nostre esigenze sempre più importanti delle loro e
liquidarli con poche briciole e molta arroganza.
4. Conclusioni
Riepilogando,
i conflitti non sono evitabili, ma è possibile e anzi doveroso gestirli in modo
costruttivo invece che distruttivo; una tale modalità di gestione richiede i
seguenti presupposti: miglioramento della cultura comunicativo-relazionale e dei
connessi strumenti operativi; superamento di alcune miopie culturali
(pregiudizi) che colgono solo il lato antagonistico delle diversità; sviluppo
di una più profonda consapevolezza di sé, dei propri conflitti intrapersonali
e del loro riflesso sulle dinamiche interpersonali.
A
tal fine è necessario, da un lato potenziare la ricerca scientifica e
tecnologica in materia, dall’altro promuovere iniziative di sensi-bilizzazione
e educazione che diffondano le conoscenze (SAPERE) e le tecniche (SAPER FARE)
conseguite dalla ricerca e sviluppino parallelamente la consapevolezza di sé e
dell’altro (SAPER ESSERE).
Tali iniziative dovranno essere tra le priorità dei
prossimi anni se vogliamo perseguire una politica sociale imperniata sulla
prevenzione del disagio psico-sociale, della microconflittualità urbana e
familiare e di tutte le altre patologie sistemiche che affliggono la nostra vita
sociale. Solo così potremo davvero creare i presupposti per una vita sociale
costruttiva e soddisfacente e per una pace interna ed internazionale effettiva e
duratura.
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Coremotional
education e sviluppo armonico dell’essere umano
I
nessi tra comunicazione, relazione, emozione (e consapevolezza)
di
Enrico Cheli [6]
Premessa[7]
Competenze
che, purtroppo, né la famiglia, né la scuola sono per ora sensibilizzate e
preparate ad educare, e neppure all’università, che dovrebbe rappresentare
l’avanguardia dell’innovazione scientifica e culturale, le cose vanno molto
meglio[8].
Solo alcuni istituti e società private di formazione hanno finora
offerto corsi in materia, ma per lo più di breve o brevissima durata (1-3
giorni) e limitati ad aspetti molto tecnici. Anche i libri in materia, specie
quelli in lingua italiana, sono pochissimi e in gran parte datati, il che
riflette la marginalità che tali tematiche rivestono anche nel campo della
ricerca scientifica (cfr. a riguardo E. Cheli, M. Morcellini 2004).
In
considerazione delle suddette gravi carenze ho avviato, da alcuni anni a questa
parte, presso l’Università di Siena, una serie di iniziative didattiche e di
ricerca specificamente incentrate sulle competenze comunicativo-relazionali ed
affettivo-emozionali; iniziative che, grazie anche alla collaborazione di
numerosi colleghi della mia e di altre Università, sono gradualmente cresciute
fino a comprendere allo stato attuale: un Master biennale in “Relazioni
interpersonali, comunicazione e counseling”, vari Corsi di Perfezionamento e
di aggiornamento sull’intelligenza emotiva e sulle
abilità comunicativo-relazionali, una Scuola di dottorato di ricerca
sulla risoluzione dei conflitti, una summer school su sentimenti, relazioni,
emozioni, nonché numerose attività di ricerca e corsi brevi di formazione su
temi quali: la relazione medico-paziente, le relazioni di coppia, il mobbing, le
relazioni a scuola (ulteriori informazioni sul sito web: www.corem.it).
Inoltre ho dedicato alla comunicazione, alle relazioni e alle emozioni numerosi
saggi e una trilogia volta a gettare le basi di un modello teorico che affronti
le dimensioni comunicativa, relazionale, emozionale in modo olistico
interdisciplinare, cioè considerandole tre facce di un unico processo.
Focalizzarsi solo su una singola dimensione (quale che sia) è a mio avviso
fuorviante sul piano scientifico e poco efficace tanto sul piano educativo
quanto su quello terapeutico. Purtroppo ha prevalso finora proprio una
trattazione settoriale di tali dimensioni, che non solo le ha separate l’una
dall’altra, ma le ha affrontate in modo per lo più meccanicistico
riduzionista, esaminando le prime due soprattutto dal punto di vista della
sociologia, della antropologia e della psicologia sociale e la terza dal punto
di vista della psicologia clinica, della psicologia dinamica e della psichiatria
(cfr. E. Cheli, 2004b e 2005a II cap.).
Grazie a una formazione (e
vocazione) pluridisciplinare, ho avuto modo negli anni di studiare tutti e tre i
campi suddetti, intravedendovi differenze e contraddizioni ma anche numerosi
punti di possibile contatto. Questo spostarmi da una disciplina all’altra mi
ha fatto rendere presto conto che la tendenza di ognuna a vedere le cose solo
dal proprio punto di vista, produce distorsioni nei modelli teorici e riduce
l’efficacia degli interventi pratici, siano essi educativi, terapeutici o
organizzativi. A seguito delle suddette considerazioni mi sono dedicato, da vari
anni a questa parte, ad elaborare un modello olistico interdisciplinare che: a)
tenga conto di tutte le dimensioni suddette e della loro interdipendenza; b)
coniughi l’intervento sui mondi interiori con quello sui mondi esteriori; c)
introduca una quarta dimensione: la consapevolezza, senza la quale, come vedremo più oltre, ogni
tentativo di miglioramento è vano. Ho adottato per tale modello l’acronimo
CO.R.EM. (COmunicazione, Relazione, EMOzione) e adesso ne illustrerò brevemente
il punto a), mentre rinvio a E. Cheli (2005a) per i punti b) e c).
Vediamo adesso tramite alcuni
esempi come queste tre dimensioni siano tra loro inestricabilmente connesse, o
meglio sistemicamente interdipendenti.
Proviamo rabbia in conseguenza del
fatto che una persona ci ha offeso; sentiamo gioia grazie alla vista di uno
splendido animale; sobbalziamo dallo spavento perché un ramo cade a pochi
centimetri da noi. Insomma, le emozioni nascono sempre a seguito di una
interazione/comunicazione con qualcun altro o qualcos’altro e non si producono
mai da sole. Quand’anche una emozione sembra nascere senza che nulla sia
accaduto esteriormente, l’origine è sempre connessa a qualche
interazione/comunicazione, forse una avvenuta in passato e che abbiamo appena
ricordato, oppure una che potrebbe avvenire in un ipotetico futuro e su cui le
nostre speranze, paure o progetti ci portano a fantasticare. Ripensiamo ad una
aspra discussione avuta la settimana scorsa con un collega e riproviamo rabbia;
fantastichiamo su come sarebbe bello sabato andare in montagna a sciare e già
ci sentiamo aperti e sereni. Pensiamo all’esame che dovremo sostenere la
prossima settimana e subito si affaccia l’ansia. In assenza di interazioni –
presenti, passate o future, reali o immaginarie/fantasmatiche che siano – non
compaiono emozioni, come da millenni sostengono molte tradizioni mistiche
orientali basate sulla meditazione e come è stato recentemente appurato anche
da vari ricercatori occidentali[9].
Chiarito, spero, il nesso tra
emozione e comunicazione/interazione vediamo adesso come si collega ad esse il
terzo polo del processo, la relazione.
Luca si sta recando in ufficio quando un automobilista nervoso lo apostrofa
offensivamente, innescando in lui una certa irritazione e una risposta a tono;
l’irritazione tuttavia si dissolve presto. Lo stesso tipo di offesa, qualora
provenisse da un collega di lavoro o da un amico, produrrebbe in Luca emozioni
più intense e di più lunga durata, così come più marcata sarebbe la reazione[10].
Francesca, barista, ha un diverbio con un cliente pedante che, sdegnato, se ne
va dicendo che non metterà più piede in quel locale. Convinta di aver ragione,
Francesca non si risente più di tanto ed anzi prova quasi euforia. Ma se il
diverbio fosse avvenuto col marito e lui fosse uscito di casa dicendo che non vi
avrebbe più messo piede, quali sarebbero state le emozioni di Francesca e
quanto avrebbe impiegato a “digerirle”? E la certezza di aver ragione
avrebbe in tal caso contato qualcosa?
Ciò che fa la differenza, sia nel
caso di Luca che in quello di Francesca, è che nella prima eventualità la
persona con cui la comunicazione ha luogo è un estraneo, mentre nella seconda
è una persona con cui esiste una relazione, e all’interno
di una relazione le emozioni sono più intense e persistenti, sia in bene che in
male. Parimenti, le persone che, interagendo, provano emozioni intense e
persistenti positive tendono a rendere più stabili le loro interazioni, cioè a
creare relazioni, ad esempio amicale o sentimentale, (così come, se le emozioni
sono negative, tendono alla non relazione, cioè a evitarsi, oppure, se ciò non
è possibile, a combattersi).
L’esistenza o meno di una
relazione non influenza solo le emozioni ma anche la quantità e qualità delle
interazioni/comunicazioni: ad es., di
norma in città non si salutano le persone sconosciute che si incrociano per
strada, e spesso neppure le si guarda, senza che per questo esse abbiano a
risentirsi; ma se si incrocia il proprio partner, un amico o un parente, non
solo lo si saluta, ma spesso ci si ferma un momento a parlarci e magari gli si
stringe la mano o lo si abbraccia. Se non lo si fa, l’altra persona si sente
delusa e ferita emotivamente, poiché si aspettava
un saluto, proprio in virtù della relazione esistente. Dunque una relazione tra
esseri umani può essere definita come un sistema
di aspettative reciproche, di diritti e doveri, di ruoli e di regole circa i
comportamenti da tenere e da non tenere nei confronti dell’altro e circa le
modalità e la frequenza con cui farlo. Non solo, ma la relazione è anche
un vincolo di interdipendenza tale che il vissuto interiore e il comportamento
esteriore dell’uno si riflette sul vissuto e sul comportamento dell’altro.
(Questo secondo livello caratterizza ogni forma di vita che condivida lo stesso
ambiente, inclusi gli organismi unicellulari, mentre il primo livello si ritrova
solo a partire dai mammiferi e spicca in modo particolare negli umani).
Secondo gli studiosi e anche
secondo il senso comune, l’etichetta di “relazione” va usata solo in
determinate circostanze, e cioè quando tra le persone sussistono aspettative
reciproche e regole più o meno condivise, mentre tutte le volte che
comunichiamo con estranei o anche con persone che conosciamo solo di vista,
siamo in presenza di una non relazione. Dunque sarebbero molte più le persone
con cui non siamo in relazione che quelle con cui lo siamo. Ma è corretta
questa visione delle cose? Io credo proprio di no e sono anzi convinto che siamo
tutti in relazione e che, così come non è possibile non comunicare (cfr. P.
Watzlawick et al., 1971) non è
nemmeno possibile non essere in relazione. Proverò adesso a spiegare perché.
Se la relazione è data dall’esistenza di aspettative e regole, allora anche
l’interazione con gli estranei che incontriamo mentre guidiamo nel traffico
risponde a questo requisito: vi sono regole comuni da rispettare (il codice
della strada) e anche aspettative reciproche non codificate, ad esempio che
l’altro ci rispetti, che non invada il nostro spazio personale (cioè che non
ci venga troppo vicino), che non guardi dentro il nostro abitacolo, che non ci
offenda ecc. Lo stesso vale per l’interazione con i vicini di casa, con i
quali mai ci diremmo in relazione e che pur tuttavia condividono con noi
aspettative e regole, poche e semplici ma pur sempre tali, alcune codificate per
legge (ad es. il codice civile), altre invece sancite informalmente per
consuetudine. Il vivere in una data società ci pone automaticamente in
relazione con tutti coloro che ne condividono la lingua, le leggi, le
consuetudini, la cultura. Ma anche con una persona che incontriamo in un paese
straniero e con cui non abbiamo in comune né la lingua, né le
leggi, né le consuetudini e la cultura, esiste comunque una qualche
relazione, data dalla comune appartenenza al genere umano e al rispetto di
alcune regole e aspettative universali. L’evoluzione sociale che ha portato
l’umanità dalle famiglie alle tribù, dalle città alle nazioni sta adesso
attraversando una fase epocale che – grazie alla globalizzazione – ci fa
andare oltre le separazioni e ci porta sempre più a renderci conto che siamo
tutti abitanti di un unico pianeta, di un unico villaggio globale nel quale le
sorti degli uni sono collegate a quelle degli altri, e le sorti di tutti a
quelle della natura, dell’ecosistema e del pianeta Terra (cfr. E. Cheli, 2001).
Pertanto più che tra relazione e
non relazione dobbiamo semmai distinguere tra relazioni più strette e meno
strette. Una relazione di coppia prevede regole e aspettative molto numerose e
precise e un vincolo di interdipendenza molto intenso, mentre una relazione con
un estraneo prevede poche e generiche regole e aspettative e una interdipendenza
alquanto blanda.
Torniamo adesso alla questione
delle aspettative e delle regole. Vi sono casi in cui esse sono in gran parte
esplicite e chiare – come ad esempio nel rapporto tra datore di lavoro e
dipendenti, tra genitori e figli e tra insegnanti e allievi – in quanto
stabilite esplicitamente di comune accordo oppure decise da qualche autorità
esterna o tradizione condivisa. In altri casi invece, aspettative e regole
vengono a definirsi un po’ per volta, spontaneamente e implicitamente (come ad
esempio nelle relazioni sentimentali, in quelle amicali e anche in quelle tra
colleghi di lavoro), e quindi si prestano maggiormente a fraintendimenti. In
altri casi ancora, aspettative e regole derivano da consuetudini e tradizioni
diverse, perché le persone non appartengono alla medesima cultura o
sub-cultura, e anche in questo caso possono nascere fraintendimenti e delusioni.
La relazione coniugale sta un po’ a metà strada tra questi tre ambiti: essa
è istituzionalizzata e quindi regolamentata da norme giuridiche e consuetudini,
ma da qualche decennio a questa parte ha assunto connotati sempre più spontanei
e informali che hanno introdotto una vasta area di indeterminazione nelle
aspettative e nelle regole, come ho più estesamente evidenziato in un mio
precedente lavoro[11].
Riprendendo il nostro modello,
possiamo dire che:
a)
la
comunicazione/interazione è ciò che si manifesta all’esterno di una
relazione, cioè la sua componente esteriore;
b)
le
emozioni e i sentimenti costituiscono invece la sua componente interiore
(vissuti e motivazioni);
c)
la
relazione infine è l’atmosfera microsociale in cui entrambi i processi –
comunicativi e emozionali – si svolgono e che contribuisce a dar loro senso e
significato (v. fig. 1).
Fig.
1

Quello di fig. 1 è ovviamente un
modello molto semplificato, sia per quanto riguarda l’interiorità degli
individui sia per l’atmosfera che li circonda. Interiormente, A e B non
provano solo sentimenti e emozioni, ma anche sensazioni corporee e pensieri,
senso di identità e ricordi; i loro scambi comunicativi si riflettono in
qualche modo su tutte queste dimensioni e sono al contempo da esse influenzati e
motivati. Analogamente, l’atmosfera sociale non si esaurisce nelle regole,
aspettative e valori della specifica relazione che A e B intrattengono, ma essa
è a sua volta inserita in ulteriori “atmosfere” (o sistemi) mesosociali e
macrosociali che la influenzano: la cultura e la struttura sociale della
famiglia, della comunità e della società cui A e B appartengono. In un altro
mio libro, che illustra più approfonditamente tali aspetti, ho definito ogni
individuo come un micromondo che
comunica con altri micromondi all’interno di mesomondi e macromondi, tutti
tra loro interdipendenti (cf. E. Cheli, 2004a, cap. 2 par. 4). Infine, va
evidenziato che nella realtà esiste sempre una certa discrasia tra
l’atmosfera relazionale in cui è immerso A e quella in cui è immerso B, nel
senso che ognuno dei due (o più) individui ha una sua visione soggettiva della
relazione, un suo sistema di aspettative, regole, valori, che non coincide
praticamente mai con quelle dell’altro/altri, vuoi per differenze di
personalità e di esperienze, vuoi per un diverso contesto socioculturale di
appartenenza. Pertanto, ciò che si produce nella realtà non è correttamente
rappresentato dalla figura 1 ma si avvicina semmai al modello di figura 2.
Fig.
2

Solitamente diamo per scontato che
le persone con cui intratteniamo una relazione la vedano e la vivano nel nostro
stesso modo, ma la figura 2 evidenzia che non è affatto così. Perfino nelle
relazioni formali istituzionali, in cui regole, ruoli e aspettative sono in
larga parte espliciti e chiari, vi è un’ampia area di divergenza, figuriamoci
nelle relazioni informali.
Come ho meglio illustrato in un mio
precedente lavoro (E. Cheli, 2001), da un punto di vista olistico l’essere
umano può essere considerato un sistema complesso costituito da (almeno)
quattro dimensioni interdipendenti, ordinate dalla più densa alla più sottile:
corporea, emozionale, intellettuale e
spirituale. Se confrontiamo questo modello col modello CO.R.EM. vediamo che:
a) la comunicazione interpersonale – in quanto costituita di parole, suoni,
gesti, comportamenti percepibili sensorialmente – rientra in prevalenza nella
dimensione corporea (anche se poi viene tradotta in pensiero e in attivazione
emozionale); b) emozioni e sentimenti sono compresi nella dimensione emozionale;
c) la relazione, intesa nel suo aspetto socioculturale, appartiene soprattutto
alla dimensione intellettuale (o mentale) che difatti è la più sottile delle
tre. La dimensione intellettuale è fatta di pensieri, di credenze, di valori, e
la relazione è data appunto da aspettative e regole che altro non sono che
credenze; difatti, come ci ricorda la figura 2, è possibile che i due soggetti
A e B abbiano una visione diversa della relazione, cioè abbiano credenze
diverse a riguardo, forse dovute ad una differente provenienza culturale (ad
esempio, B, di origine siciliana, ha una visione diversa della relazione coi
figli rispetto alla moglie, A, di origini emiliane) oppure derivanti da
differenti vissuti esperienziali dei due soggetti (ad es., A, essendo stata
lasciata dal marito, potrebbe essersi fatta la credenza che è meglio tenere gli
uomini a distanza e non coinvolgersi troppo; B, avendo visto, da bambino, il
padre continuamente vessato e dominato dalla madre, potrebbe aver maturato la
credenza che con le donne ci vogliono le maniere forti, per evitare che siano
loro a sopraffarti).
Incomprensioni, equivoci e
delusioni nascono spesso dal non considerare che l’altro possa pensarla
diversamente da noi, e dal non confrontare in modo esplicito le rispettive
aspettative e visioni della relazione, come ho meglio illustrato ai capitoli 4 e
6 del mio libro Relazioni in armonia
(Franco Angeli 2005a).
2.
Dalla intelligenza emotiva alla coremotional literacy
Emotional literacy (alfabetizzazione emozionale) è una espressione che
si deve allo psicologo transazionale Claude Steiner (1997), ed è oggi molto in
voga, specie nei paesi di lingua anglosassone. Anche a me piace ed esprimo
profonda stima per tutti coloro che hanno contribuito a sviluppare e diffondere
metodi educativi e iniziative formative in proposito. Tuttavia, essa risente di
una visione un po’ troppo psicologistica, focalizzata prevalentemente sulla
dimensione intrapsichica emozionale, che dal mio punto di vista è solo un
aspetto di un processo complesso che comprende anche altre dimensioni. Per
questo ho coniato – in assonanza col modello CO.R.EM. – una nuova, più
ampia espressione: coremotional literacy,
che oltre a recuperare le due dimensioni mancanti – la comunicativa e la
relazionale – richiama una quarta dimensione, finora ancor meno considerata,
sia sul piano teorico sia su quello educativo e terapeutico: la consapevolezza.
Il prefisso Core significa infatti in
inglese “nucleo, centro, anima” e la consapevolezza, secondo me, è appunto
il centro attorno al quale ruota ogni processo dell’esistenza umana, esteriore
o interiore che sia, inclusi quindi anche i processi
comunicativo-emotivo-relazionali (rapportata al modello olistico dell’essere
umano, la consapevolezza rientra nella dimensione spirituale). Per educare le
persone ad una migliore gestione della sfera comunicativo-relazionale-emozionale
è necessario fornirgli conoscenze teoriche appropriate sui processi
intrapsichici, interpersonali e socioculturali coinvolti (SAPERE), e anche
insegnargli tecniche operative che sviluppino le abilità necessarie ad agire
appropriatamente in tali processi (SAPER FARE); tuttavia tutto questo sarebbe
incompleto e scarsamente efficace senza una adeguata consapevolezza. Solo
sviluppando la consapevolezza di sé può formarsi una reale consapevolezza
dell’altro, e solo con la presenza di entrambi si può dare anima alle teorie
e alle tecniche e renderle qualcosa di vivo e integrato con l’individuo (SAPER
ESSERE). Sono infatti convinto che in questo campo la formazione professionale e
la crescita personale debbano procedere di pari passo, tant’è che ho dedicato
molto spazio al tema della conoscenza di sé, o meglio, come l’ho
ribattezzata, della comunicazione con se stessi: solo comprendendo le nostre
reazioni emotive potremo davvero comprendere le reazioni degli altri; solo
ascoltando i nostri bisogni, lamenti e conflitti interiori sapremo riconoscere
quelli altrui; solo prendendo coscienza delle nostre maschere potremo aiutare
gli altri a liberarsi dalle loro, così da instaurare una comunicazione
veramente spontanea, sincera e costruttiva.
Coremotional literacy è dunque un
approccio più ampio di emotional literacy, tuttavia non è ancora completo,
perché oltre alle emozioni vi sono altre dimensioni interiori. A rigore
dovremmo considerare anche la dimensione corporea, specie sapendo che alcune
relazioni (ad es. quelle di coppia) e alcune interazioni (ad es. quelle sessuali
e quelle madre-neonato) sono strettamente connesse alla quantità e qualità
delle sensazioni corporee. E considerare anche la dimensione intellettuale, che
in alcune relazioni (ad es. di lavoro o di amicizia) rappresenta il centro dei
vissuti interiori.
In effetti, un approccio
compiutamente olistico dovrebbe considerarle tutte, ma ciò comporterebbe la
gestione di una rete davvero troppo complessa di interdipendenze; all’interno
dei corsi più avanzati del progetto CO.R.EM stiamo provando a titolo
sperimentale a farlo, ovviamente con una certa delimitazione di campo e qualche
approssimazione[12],
mentre in un libro come questo, non sarebbe possibile e ho dovuto
necessariamente circoscrivere ancora di più il campo. Se tra le dimensioni
interiori ho scelto finora di privilegiare l’emozionale è perché è quella
di cui abbiamo meno consapevolezza, e perciò quella che ci crea i maggiori
problemi sul piano delle relazioni, come una nebbia che rende difficile e spesso
impossibile affrontare obbiettivamente e razionalmente incomprensioni,
conflitti, crisi. La dimensione intellettuale, pur con molti limiti, viene
estesamente coltivata nella istruzione scolastica; la dimensione corporea un
po’ meno, ma non del tutto trascurata, sia grazie allo sport sia grazie alle
attività spontanee all’aria aperta. Le emozioni sono invece del tutto
trascurate, e quindi soggette a inconsapevolezza e confusione, nonostante
rivestano una enorme importanza nella vita degli esseri umani: esse sono il
“gusto” dolce o amaro di ogni esperienza di vita, di ogni interazione con
altre persone, e anche ciò che ci spinge a creare o mantenere in vita relazioni
di fondamentale importanza quali quelle di coppia, familiari, amicali, motivate
appunto dal bisogno di provare certe emozioni e sentimenti.
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[1]
Ma è anche vero il viceversa, e cioè che la
democratizzazione è stata favorita dallo sviluppo della comunicazione:
basti pensare all’invenzione della stampa e al ruolo che essa ha svolto
per la libera circolazione delle idee.
[2]
Se in occidente il concetto di opposti
complementari è stato per lo più ignorato o avversato fin dai tempi
della filosofia greca (eccettuato Eraclito e pochi altri), esso
è invece ben sviluppato nella cultura orientale, dove si ritrova
declinato in vari modelli e metafore: dalla trimurti hindu costituita dalle
divinità Bhrama - Vishnu - Shiva (che
simboleggiano le tre forze opposte e complementari della creazione, del
mantenimento e della trasformazione) fino al modello taoista del t'ai
chi tu, che rappresenta l'interazione tra i principi opposti e
complementari Yin e Yang
(principio femminile, passivo, e principio maschile, attivo) ed esprime
magistralmente sul piano grafico i concetti di unità, dualità,
complementarità ed equilibrio dinamico.
[3]
Cfr. J. von Neumann e O. Morgensten, 1944; P. Patfoort, 1992; E. Cheli,
2005.
[4]
Uno degli ambiti in cui tale fenomeno di ingigantimento emozionale del
conflitto è più evidente è quello delle separazioni, in cui si assiste
spesso a comportamenti del tutto controproducenti motivati non tanto da
divergenze concrete ma dal sentirsi feriti, traditi e dal conseguente
desiderio di rivalsa.
[5]
I riferimenti vanno alla psicologia
analitica (cfr. in particolare il concetto di "ombra", Jung,
1977) alla analisi transazionale
(Berne E., 1967) e al voice dialogue
(Stone H. e Stone S., 1996; 1999).
[6]
Enrico Cheli è docente di Sociologia
della comunicazione e di
Sociologia delle relazioni interpersonali all’Università di Siena
dove dirige una Scuola di Dottorato di ricerca in “Studi per la pace e
risoluzione del conflitti”, un Master in “Relazioni interpersonali,
comunicazione e counseling” e vari corsi di perfezionamento
sull’intelligenza emotiva, la consapevolezza dei sentimenti e delle
emozioni, l’educazione delle abilità comunicativo-relazionali. E’
ideatore e direttore del CIRPAC – Centro interuniversitario di ricerca per la pace, l’analisi
e la mediazione dei conflitti - costituito dalle Università di Siena,
Firenze, Pisa e Scuola Sup. Sant’Anna di Pisa (www.cirpac.it). Tra le sue
più recenti pubblicazioni: La
comunicazione come antidoto ai conflitti (Punto di fuga, 2003); Teorie e tecniche della comunicazione interpersonale (Franco Angeli,
2004); Comunicazione e nonviolenza
(con G. Bechelloni – Mediascape 2004); Relazioni in armonia (Franco Angeli, 2005). E-mail: cheli@unisi.it -
sito web: www.corem.it
[7]
Il presente saggio costituisce in parte una rielaborazione del cap. II del
mio libro Relazioni in armonia, 2^
ed., Franco Angeli, 2005.
[8]
I corsi di laurea in Scienze della comunicazione, tanto per cominciare, non
affrontano affatto tutto lo spettro della comunicazione, ma solo la parte
inerente i mass media, lasciando del tutto scoperta l’area interpersonale,
e lo stesso avviene negli altri corsi di laurea dell’area delle scienze
umane e sociali (sociologia, psicologia, scienze della formazione, scienze
politiche, servizio sociale) dove gli insegnamenti su comunicazione e
relazioni interpersonali sono assenti o marginali (per ulteriori dettagli a
riguardo cfr. E. Cheli, M. Morcellini, 2004).
[9]
Si vedano a riguardo C. Boiron, 2001; E. Cheli, 2001; N. F. Montecucco, 2000
e 2005.
[10]
Non sempre la reazione viene indirizzata verso la persona il cui
comportamento ha prodotto in noi l’emozione; specie nel caso di emozioni
“negative”, avviene spesso che lo sfogo sia rivolto a terze persone che
non hanno alcuna responsabilità a riguardo (ad es. il padre che tornando a
casa sgrida i figli o la moglie per sfogare la rabbia prodotta da un collega
o da un superiore) oppure, a causa di paure o tabù ad esprimere rabbia, lo
sfogo può essere rivolto contro il proprio corpo (ad esempio mordendosi le
labbra o digrignando i denti) secondo quello che F. Pearls et al. (1971)
chiamano retroflessione.
[11]
Cfr. E. Cheli, La coppia scoppia:
affrontare i nuovi problemi dello stare insieme, in I. Buccioni (a cura
di) Relazionarsi oggi, edizioni
Comune di Firenze, 2004; sempre di E. Cheli vedi in alternativa Crisi e trasformazione dei rapporti di coppia (2003), saggio inedito
scaricabile gratuitamente sul sito web: www.unisi.it/mastercomrel
alla sezione “Articoli e saggi sulle relazioni”.
[12]
Purtroppo il metodo olistico sta muovendo adesso i primi passi, dopo secoli
di predominio del metodo meccanicista riduzionista, e non dispone ancora di
strumenti e modelli consolidati. Sia noi, sia gli altri studiosi che in vari
campi stanno portando avanti approcci olistici, siamo poco più che pionieri
in territori quasi del tutto ignoti e incolti (cfr. E. Cheli, 2005b).
Di
Enrico Cheli
Dal libro di Enrico Cheli (cur.) La comunicazione come antidoto ai conflitti. Punto di fuga editore.
Grazie all'avvento dei mass media, la comunicazione è divenuta la caratteristica più distintiva dell'epoca attuale, al punto che molti autori hanno coniato, per descriverla, il termine "società della comunicazione". In pochi decenni siamo passati dalle veglie attorno al focolare alla TV, dai libri e giornali su carta agli hypertesti via internet, dai teatri all'home video, dai concerti alla radio e ai CD. Insomma, i media infatti sono entrati a far parte, nel bene e nel male, della nostra vita quotidiana, spesso al punto che non ci facciamo più caso e che non possiamo neppure farne a meno. Non sorprende quindi che la comunicazione sia divenuta un oggetto di studio sempre più centrale e che attorno ad essa ruotino libri, corsi di laurea e professioni.
Tuttavia, oltre al grande sviluppo dei media e della ricerca scientifica ad essi relativa, ha avuto luogo negli ultimi decenni anche una considerevole evoluzione nel campo della comunicazione interpersonale, principalmente a seguito del profondo mutamento sociale e culturale innescato dalla controcultura degli anni '60 e '70, che ha scardinato valori e modelli comunicativi basati sulla rigidità dei ruoli, l’ipocrisia, la formalità, la repressione della sessualità e delle emozioni e via dicendo, affermandone di nuovi, basati su una maggiore libertà espressiva, su regole relazionali più elastiche e su una maggiore possibilità di sperimentare creativamente. Anche la ricerca scientifica sulla comunicazione e le relazioni interpersonali ha conseguito rilevanti progressi, sia grazie a studi e ricerche in campo socio-psico-antropologico, sia grazie ad esperienze cliniche e terapeutiche, sia infine grazie al diffondersi dei percorsi di empowerment e sviluppo del potenziale umano, caratterizzati da approcci interdisciplinari ed olistici.
Ciò nonostante, questo secondo fronte evolutivo è rimasto, per vari motivi, in secondo piano nella percezione collettiva, al punto che,
quando si parla di comunicazione, si pensa ormai prevalentemente ai media, quasi ignorando l'ambito interpersonale, che pure è molto, molto importante per il nostro benessere individuale e collettivo.La
comunicazione interpersonale: figlia di un dio minore?
La
quantità e la qualità delle nostre relazioni con gli altri sono tra i fattori
che più incidono, in bene o in male, sulla qualità della vita: esse
influenzano la formazione e la continua trasformazione della nostra identità e
individualità; determinano il grado di soddisfazione o insoddisfazione nella
nostra vita privata: negli affetti, nelle amicizie, in famiglia; si riflettono
sulla gratificazione o frustrazione che ricaviamo sul lavoro – insomma sono
alla base di tutte le principali sfere del nostro vivere sociale. Ciò
nonostante sia i singoli che le istituzioni dedicano a queste problematiche ben
scarse attenzioni e risorse e i risultati negativi di questa disattenzione non
mancano purtroppo di manifestarsi: ne sono chiari esempi i molti anziani che
soffrono di solitudine e gli altrettanto numerosi bambini costretti a giocare da
soli e a rapportarsi solo con
Una grave lacuna educativa
La nostra è certamente una civiltà tecnologicamente avanzata ma è poco più che primitiva sul piano comunicativo-relazionale.
La famiglia non ha spesso né la sensibilità per cogliere il problema né le capacità per affrontarlo; la scuola potrebbe avere (o trovare) le capacità ma sembra assai lontana dalla sensibilità; l'università avrebbe entrambi i requisiti, almeno in certi settori, ma solo da poco ha concesso spazio ai temi della comunicazione, e comunque circoscritto alle comunicazioni di massa. Solo da una decina d'anni sono nati in Italia i corsi di laurea in Scienze della comunicazione, ma per ora si sono incentrati esclusivamente sui media e sulle professioni legate ad essi. Anche nei corsi di laurea in psicologia, sociologia, scienze della formazione e dell’educazione, che pure dovrebbero dedicare ampio spazio alla comunicazione interpersonale e alle relazioni con gli altri, esse vengono trattate per lo più marginalmente[1]. Solo nel settore della formazione privata vi è stata finora una qualche attenzione a questi temi, peraltro rivolta solo agli adulti e circoscritta agli aspetti più professionalmente strumentali (accoglienza del cliente, immagine e presentazione di sé, parlare in pubblico, tecniche di persuasione etc.). La latitanza dell’università è ancora più evidente se si considera che da vari anni stanno emergendo ed assumendo rilevanza nuove professioni incentrate proprio sulla comunicazione e le relazioni interpersonali: il consulente relazionale, il mediatore familiare, lo psicoterapeuta familiare, l'addetto alle relazioni col pubblico etc. Non solo, ma anche molte professioni tradizionali si stanno accorgendo dell'importanza di questi temi e numerosi professionisti sono interessati ad integrare la propria formazione con saperi e tecniche attinenti la comunicazione interpersonale (si pensi agli avvocati impegnati in separazioni e divorzi, che sempre più spesso si trovano a dover svolgere un vero e proprio compito di mediazione tra i coniugi).
Dato che il titolo di questa relazione riguarda esplicitamente la scuola, potrebbe sembrare gratuito l’evidenziare la scarsa sensibilità dell’università per i temi della comunicazione e delle relazioni interpersonali, ma c’è invece uno stretto nesso tra i due fenomeni. Dobbiamo in primo luogo ricordare che è l’università a formare gli insegnanti e dalle scelte formative operate dipende poi la sensibilità e la capacità di questi ultimi. Inoltre, alla stesura dei programmi ministeriali per la scuola contribuiscono anche vari docenti universitari, ed è necessario che loro per primi si rendano conto dell’importanza della educazione relazionale. Infine, se in un prossimo futuro la scuola decidesse di dare nei programmi il giusto peso alla educazione relazionale, non potrebbe che rivolgersi all’università per realizzare i necessari interventi di aggiornamento e formazione (ed è quindi indispensabile che fin d’ora l’università si attrezzi in tal senso). Fatti questi necessari chiarimenti strategici, veniamo adesso alla scuola.
Intelligenza o intelligenze?
Capacità come il saper comunicare con efficacia, l’affrontare con armonia le relazioni interpersonali, l’esprimersi con chiarezza, il saper ascoltare le altre persone, il saper trovare un punto di incontro tra le proprie e le altrui esigenze sono sempre state apprezzate e considerate socialmente e soggettivamente utili, ma le si riteneva in larga misura doti innate, legate al carattere della persona e quindi non educabili. Questa tesi è oggi totalmente superata e sappiamo anzi che così come possiamo educare l’intelligenza cognitiva, possiamo – con opportuni metodi e strumenti - educare anche l’intelligenza relazionale.
Oltre ad insegnare agli studenti a parlare una o più lingue possiamo dunque insegnargli ad usare consapevolmente i codici e i linguaggi della comunicazione non verbale, a saper osservare e capire le dinamiche relazionali che si svolgono "dietro le quinte", a comprendere le emozioni che si smuovono in noi e nell'altro, a riconoscere gli obbiettivi reali della comunicazione da quelli apparenti, a distinguere i ruoli e le maschere che vengono rappresentati da colui o colei che sta dietro quelle immagini. La scuola dà giustamente grande importanza alla competenza linguistica, ma essa si rivela un guscio vuoto se non è affiancata da una adeguata competenza comunicativa. Gran parte dei problemi di relazione – sia sul lavoro sia anche nella vita privata – sono dovuti a pregiudizi, abitudini limitanti, ruoli rigidi, cliché di vario tipo. Ci sembra di entrare in contatto con l'altro, ma in realtà siamo quasi sempre separati dalle maschere e corazze che, senza rendercene conto, entrambi indossiamo; crediamo di comunicare ad una persona reale ma in realtà abbiamo a che fare con un fantasma della nostra mente, uno stereotipo che ci siamo costruiti o che ci è stato trasmesso dalla famiglia, dagli amici o dai media.
Alcune
proposte operative
La motivazione non manca certamente né negli studenti né negli insegnanti, che - come ho potuto appurare più volte personalmente ed anche riscontrare in varie indagini in materia - collocano la comunicazione ai primissimi posti nella scelta dei temi su cui desiderano incentrare il loro aggiornamento professionale (anche se poi, spesso, non ottengono quello che chiedono).
Anche gli strumenti non mancano, anzi ve n’è in abbondanza sia sul piano delle conoscenze scientifiche sia su quello delle tecniche operative sia infine su quello dei metodi per l’affinamento della consapevolezza di noi stessi e degli altri.
Il punto debole, per il momento, potrebbe semmai risiedere nel basso numero dei docenti e dei formatori con specifiche competenze in materia, che non sarebbe in effetti sufficiente ad avviare in tempi brevissimi una riforma che preveda l’inserimento della educazione comunicativo-relazionale nei programmi. Ma certo il gran numero di laureati in scienze della comunicazione potrebbe rappresentare una solida base di partenza per ovviare al problema nel giro di pochissimi anni.
Dunque non vi sono reali problemi operativi per una introduzione della educazione comunicativo-relazionale nella scuola: gli ostacoli sono semmai nella scarsa sensibilità di alcuni rilevanti settori del mondo politico e anche economico e scientifico. Se è vero che fino a tempi recentissimi la scuola era, in Italia, quasi totalmente scollegata dalle esigenze del mondo del lavoro, oggi si pretenderebbe di asservire interamente la prima al secondo e trasformare tout court l’educazione in formazione al lavoro, secondo un modello meramente tecnico-nozionistico e materialistico, che ormai le stesse branche più avanzate della cultura aziendale stanno abbandonando, a favore di una concezione più ampia e multidimensionale del lavoro e delle capacità ad esso funzionali, in cui giocano un ruolo non secondario i concetti di competenze trasversali e di empowerment.
Che fare allora? Come procedere per avviare un processo di riconoscimento e inserimento delle capacità comunicativo-relazionali nei programmi scolastici? Le opzioni sono a mio avviso svariate e la cosa più sensata potrebbe essere quella di avanzare simultaneamente in più direzioni.
La prima dovrebbe essere ovviamente quella di realizzare iniziative di sensibilizzazione quali convegni, dibattiti, campagne stampa, pubblicazioni etc. non disgiunta dall’apertura di tavoli di confronto con le competenti autorità. Per avere qualche possibilità di riuscita ciò richiede una alleanza il più estesa possibile tra tutte quelle forze – scientifiche e culturali, istituzionali e volontaristiche – che sono o possono essere interessate per diverse finalità ad un tale progetto.
Una seconda direzione potrebbe essere quella di realizzare dei progetti pilota in alcuni distretti scolastici o singoli istituti, utilizzando i margini, seppure ristretti, di autonomia di cui essi godono, magari con il concorso di enti locali quali comuni, provincie, regioni.
Una terza possibilità potrebbe essere quella di istituire in alcune sedi universitarie corsi di laurea e master più o meno specificamente attinenti le esigenze di formatori evidenziate più sopra.
Prima di concludere vorrei precisare che - anche se questo mio intervento si incentra sulla dimensione interpersonale e relazionale – ritengo vi sia un’altra area della comunicazione che meriterebbe un giusto riconoscimento nei programmi scolastici: la media education o, come preferisco chiamarla, l’educazione ad un uso più sano e consapevole dei media. A tale tema ho dedicato un intero libro, di prossima uscita, e quindi mi limiterò in questa sede ad un breve cenno, per ricordarne l’importanza e per esplicitare che queste due dimensioni – quella relazionale e quella dei media – potrebbero e anzi dovrebbero procedere assieme in questa opera di sensibilizzazione.
Sono fermamente convinto che sia solo questione di tempo e che prima o poi sarà inevitabile introdurre l’educazione comunicativo-relazionale nei programmi scolastici: il mutamento socioculturale in corso lo renderà sempre più indispensabile, pena gravi dissesti, su vari piani. Sarà indispensabile come forma di prevenzione socio-sanitaria della devianza, della alienazione e dei conflitti distruttivi; sarà indispensabile come competenza professionale; sarà indispensabile per la maturazione civile e democratica della popolazione; sarà indispensabile come preparazione alla convivenza nella società multietnica e multiculturale che ormai si va profilando e infine sarà indispensabile come preparazione della opinione pubblica alla gestione e risoluzione pacifica dei conflitti internazionali. Mi sembra pertanto che tutti coloro che possono contribuire a questo processo - sociologi, psicologi, politologi, antropologi, pedagogisti, filosofi, economisti e via dicendo – debbano fin d’ora attivarsi perché ciò avvenga nei tempi e nei modi migliori.
Bibliografia
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STONE H., STONE S., Tu ed io. Incontro, scontro e crescita nella relazione interpersonale, ed. Compagnia degli araldi, Montespertoli, FI,1999.
[1]
Vi
sono comunque alcune, seppur rare, eccezioni, come ad esempio il Master in
Comunicazione e relazioni interpersonali istituito su mia proposta
dall'università di Siena, il primo del genere nel nostro paese. Il corso
intende appunto preparare esperti nei campi della mediazione e risoluzione
pacifica dei conflitti, del counselling relazionale, della comunicazione e
delle relazioni nelle organizzazioni che poi, a seconda della laurea e degli
interessi, potranno lavorare in vari ambiti: da quello socio-sanitario e
assistenziale ai servizi di relazioni col pubblico, dalla gestione e
sviluppo delle risorse umane o delle relazioni interne in aziende ed enti
fino alla libera professione come consulenti, terapeuti o facilitatori di
attività di gruppo.