LE RELAZIONI



Questa sezione comprende i seguenti capitoli:

  1. LE RELAZIONI E LA CRESCITA UMANA a cura di Enrico Cheli

  2. SESSUALITA' E CRESCITA UMANA a cura di Nitamo Montecucco


Nuovi modi di stare in relazione[1]

Come e perché stanno cambiando i bisogni e le regole dei rapporti interpersonali

Di Enrico Cheli[2]
Fra tutti i cambiamenti che sono in atto nel mondo, nessuno è più importante di quelli che riguardano le nostre vite personali: sessualità, relazioni, matrimonio e famiglia. (A. Giddens, 2000: 69)

 

1. La rivoluzione interpersonale

La parola “rivoluzione” descrive un cambiamento radicale, drastico, repentino, ed è appunto quello che è avvenuto nella sfera dei rapporti interpersonali da qualche decennio a questa parte. Dobbiamo infatti ricordare che per millenni e fino a tutta la prima metà del XX secolo, la vita di relazione si era svolta secondo regole e schemi cui dovevano conformarsi tutti i membri di una data comunità. Vigeva una morale rigida, autoritaria, repressiva, che metteva al bando ogni forma di deviazione e devianza, e dunque anche di creatività: non era pensabile percorrere altre strade, cambiare le regole, vivere il ruolo di genitore, figlio o coniuge in modi diversi dal resto della comunità, se non subendo la riprovazione sociale o sanzioni perfino più gravi. Si tenevano le distanze e ci si dava del lei o del voi perfino tra marito e moglie, tra madre e figli, tra amici: il ruolo e la posizione sociale erano preponderanti sulla personalità e sull’identità personale; importava molto più cosa eri che non chi eri – un nobile, un borghese o un contadino; un padre o un figlio; un dipendente o un padrone; un docente o un discente. Si trattava insomma di una società in cui l’autorità prevaleva sulla libertà, il controllo sulla spontaneità, la formalità sulla creatività. Il forestiero, lo sconosciuto, il diverso erano guardati con timore e sospetto; le diversità – nelle idee, nei comportamenti, nella religione – non erano tollerate, anzi erano fonte di scherno, di scontro e perfino di guerra.

Così come il mondo esteriore era uniforme, monolitico, anche il mondo interiore era rigido e tutto d’un pezzo: solo alcuni tratti della personalità erano ammessi e approvati dalla famiglia, dalla comunità, dalla religione di appartenenza e tutto il resto andava rinnegato, represso, rimosso. Gli uomini dovevano sviluppare solo ed esclusivamente tratti maschili, le donne solo quelli femminili. Un uomo non poteva piangere, intenerirsi, commuoversi; una donna non doveva mostrare forza, autodeterminazione, intraprendenza. Insomma, le persone erano assai poco consapevoli di sé, cioè – detto in altri termini  vi era poca o nessuna comunicazione con se stessi. Parimenti, era assai carente anche la comunicazione con gli altri.

Nelle società patriarcali e autoritarie del passato, anche recente, la comunicazione non poteva che avere un ruolo marginale. Comunicare, come ricorda l’etimologia del termine[3], comporta un flusso bidirezionale di informazione in cui vi è partecipazione paritetica dei soggetti coinvolti – compartecipazione appunto; nella società gerarchica del passato i flussi informativi erano invece prevalentemente unidirezionali: c’era chi indottrinava e chi imparava, chi ordinava e chi obbediva.

Come è noto, i principi della democrazia hanno cominciato a diffondersi nelle società occidentali a partire dal XVIII secolo[4], culminando nella rivoluzione americana e nella rivoluzione francese. Tuttavia, a parte gli Stati Uniti e, a momenti alterni, la Francia , le altre nazioni hanno dovuto attendere ancora a lungo - almeno fino agli inizi del ‘900 e in molti casi addirittura fino al termine della seconda guerra mondiale - prima di vedere affermata una qualche forma di democrazia. Pertanto, anche se da oltre due secoli se ne parla, la democrazia è una conquista molto recente. Non solo, ma ancora più recente – e per certi versi ancora più rivoluzionario - è l’avvento della democrazia nella famiglia, nel lavoro e nella vita quotidiana; i principi illuministici che portarono alle due rivoluzioni e che poi in seguito portarono gradualmente alle monarchie costituzionali e infine alle repubbliche riguardavano infatti essenzialmente la sfera dei diritti politici e dei rapporti tra cittadini (maschi) e governanti, ma non intaccavano la struttura autoritaria e patriarcale della società civile. All’interno della famiglia vi era ancora un sostanziale assolutismo: il potere era tutto dell’uomo, anzi del patriarca, il maschio più anziano, mentre le donne e i bambini avevano assai pochi diritti, spesso nessuno. Anche sul posto di lavoro il potere era tutto dei padroni e dei dirigenti: certo, a partire dalla seconda metà dell’800 si erano susseguite numerose lotte operaie e si erano formati sindacati e partiti che portavano avanti le rivendicazioni dei lavoratori, ma esse riguardavano essenzialmente gli aspetti materiali economici – il salario, l’orario di lavoro – e non quelli relazionali.

Inoltre, le lotte operaie riguardavano solo quei pochi paesi in cui l’industrializzazione era più sviluppata, mentre nella maggior parte degli altri paesi, tra cui l'Italia, permaneva una economia agricola, incentrata sul rapporto di mezzadria, con una totale subordinazione dei contadini ai padroni, non dissimile da quella medioevale tra servi della gleba e feudatari. Fino agli anni ’50 – quando finalmente in Italia fu abolita per legge la mezzadria – il padrone non solo poteva legalmente sfruttare il lavoro del mezzadro e della sua famiglia, ma aveva anche il potere di decidere sulla loro vita privata: come dovevano vestirsi e comportarsi, se e quando un membro della famiglia poteva andarsene ad abitare altrove e via dicendo. D’altra parte, un simile regime autoritario vigeva anche nella famiglia del mezzadro (e in quasi ogni altra famiglia): il patriarca decideva delle vite dei figli, delle donne, dei nipoti, come se fossero oggetti di sua proprietà e non soggetti autonomi dotati di diritti – pertanto non era così strano che il padrone facesse altrettanto con lui e la sua famiglia.

Quelle contestazioni che nel ‘700 avevano opposto i cittadini ai monarchi, i borghesi agli aristocratici, e nell’800 gli operai ai padroni, si diffusero negli anni 1960 anche nella famiglia, nella scuola, nella vita quotidiana, contrapponendo i figli ai padri, gli studenti ai professori. Iniziato con due grandi rivoluzioni al vertice della piramide, il processo di democratizzazione era finalmente giunto alla base del paradigma patriarcale autoritario, dove le rivoluzioni divenivano, migliaia, milioni – una per ogni famiglia, per ogni scuola, per ogni contesto della società civile. Le motivazioni non riguardano più i diritti politici o economici ma soprattutto i propri diritti individuali:

 

Gli individui vogliono contare come individui e non più soltanto come membri di un gruppo, di una famiglia, di una chiesa, di una organizzazione. Ciò che fanno deve permettere loro di realizzarsi come persone singole, vogliono essere soggetti in grado di dare senso alle loro scelte ... (A. Melucci, 1994: 29).

 

Si contesta ogni forma di autorità imposta dall’alto e non liberamente scelta e negoziata: quella dei genitori sui figli, degli insegnanti sugli allievi; si contestano valori e norme di comportamento tramandate acriticamente per secoli con la violenza e l’indottrinamento; si reclama il diritto di vivere la sfera sessuale in modo libero, anche al di fuori del matrimonio (cosa questa, consentita in passato solo agli uomini e solo con donne mercenarie); si reclama perfino il diritto di non andare in guerra. E buona parte di queste contestazioni, di queste rivendicazioni giungono a segno. Grazie al terreno ormai maturo e alla particolare situazione di momentanea assenza di poteri forti determinata dalla seconda guerra mondiale, questo vasto e trasversale movimento di contro-cultura (cioè contro la cultura patriarcale dominante) ottiene in neppure vent’anni più cambiamenti di quanti se ne fossero verificati nei duecento precedenti. Se gli anni ’60 e ‘70 del 1700 segnarono una tappa fondamentale nella storia della democrazia culminata con la dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America (1776), gli anni ’60 e ’70 del XX secolo vanno considerati un periodo non meno importante, che in un certo senso chiude il cerchio, ricollegando il livello macro sociale a quello microsociale[5].

In brevissimo tempo si è così passati da rapporti impostati su copioni socialmente prestabiliti e rigidi a relazioni autodeterminate e flessibili, dalla comunicazione formale alla spontaneità, dal controllo e repressione delle emozioni all’espressività senza freni. Il mutamento sociale e culturale avviato nel ‘700 è alfine penetrato nelle famiglie, nelle scuole, nelle aziende, insomma nei sistemi micro e mesosociali, scardinando valori e modelli relazionali vecchi di secoli e aprendo la strada ad una maggiore libertà nel modo di vivere le relazioni tra coniugi, tra genitori e figli, tra insegnanti e allievi, tra imprenditori e lavoratori e via dicendo.

Mai come adesso l’umanità è stata così libera di vivere a proprio modo le relazioni con gli altri, di scegliere da soli le persone con cui relazionarsi e di esplorare nuove modalità attraverso le quali farlo, specie nelle relazioni sentimentali. “Ci sono pochi paesi al mondo dove non si svolga un intenso dibattito sulla parità sessuale, sulla regolamentazione della sessualità e sul futuro della famiglia, e dove questo dibattito non si verifica, è soprattutto per l’azione repressiva di governi autoritari o di gruppi fondamentalisti.” (A. Giddens, 2000: 69).

Esprimere liberamente le proprie emozioni e sentimenti è divenuto non solo possibile ma anzi auspicabile e così pure confrontare con sincerità i propri bisogni e le proprie paure, sia nel rapporto di coppia che in quelli amicali. Si sta riducendo sempre più quel timore e quella deferenza verso l’autorità che aveva caratterizzato i rapporti del passato e si afferma uno stile sempre più spontaneo e informale. Nel corso di pochi decenni si sta passando insomma da una società patriarcale, rigida, maschilista e autoritaria ad una società più aperta e democratica, in cui la comunicazione viene ad assumere un ruolo centrale in quanto facilita il sentimento di uguaglianza, evidenziando punti di contatto e somiglianze tra le diverse persone, culture e religioni. Al contempo essa favorisce il dissolversi dei dogmi, e delle ideologie – nate dall'idea egocentrica che esista un'unica verità (sempre la propria) – facendo emergere una visione sempre più pluralista e relativista della realtà.

 

 2. Luci e ombre del cambiamento

 Questa rivoluzione nelle relazioni interpersonali rappresenta senz’altro un cambiamento evolutivo positivo, necessario presupposto per una società più libera e creativa, per rapporti umani più gratificanti, costruttivi e consapevoli, per una vita sociale che incarni nel quotidiano – e non solo nella sfera politica – i principi democratici della libertà, della autodeterminazione, della parità di diritti, della reciprocità. Tuttavia la medaglia ha anche il suo rovescio: col crescere della libertà è cresciuto anche il disagio esistenziale; il senso di identità e i ruoli sociali e sessuali sono entrati in crisi; stanno aumentando i conflitti, le separazioni, le controversie e la famiglia è in disfacimento, come pure la solidarietà e la coesione sociale; crescono la solitudine e l’individualismo; il rapporto tra cittadini e istituzioni è sempre più improntato alla sfiducia e l’ordine ne risente sotto più aspetti. Difatti, così come la società patriarcale del passato – improntata sull’ordine, la repressione e il controllo – ostacolava la maturazione degli individui e produceva relazioni affettivamente aride e scarsamente creative, la grande libertà attuale, non supportata da una adeguata consapevolezza e da appropriate abilità comunicative da parte dei cittadini, può portare all’estremo opposto, alla crisi e alla dissoluzione delle identità individuali e collettive, alla perdita dei valori e delle norme morali, insomma al caos sociale e esistenziale – e basta leggere i dati in costante aumento del disagio e della criminalità giovanile per rendersi conto che vi è più di un rischio in tal senso.

I nostri antenati erano indubbiamente molto meno liberi di noi nelle relazioni: dovevano seguire binari prefissati, uguali per tutti, regole rigide e spesso inumane, ruoli formali e affettivamente freddi; non potevano scegliere se sposarsi o convivere, né, spesso, chi sposare, non potevano instaurare un dialogo alla pari col datore di lavoro né manifestare apertamente le loro esigenze. Non erano liberi di esprimere le proprie emozioni e sentimenti in pubblico, e spesso neppure in privato, né potevano vivere in modo libero e soddisfacente la loro sessualità. Erano meno liberi, certo, ma anche meno insicuri, meno ansiosi: le stesse norme e vincoli che ne limitavano la libertà erano anche una protezione contro l’incertezza, una guida sicura per orientarsi nella vita sociale, una solida fonte di identità. Una moglie e madre sapeva chi era, come doveva comportarsi, cosa doveva aspettarsi dal marito e dai figli. Un giovane non si portava addosso l’incertezza dell’adolescenza fino a trent’anni o più: a sedici o diciotto anni entrava nell’età adulta e gli venivano riconosciute interamente le prerogative proprie di tale stato. Due fidanzati non dovevano confrontarsi e accordarsi sulle regole e sugli obbiettivi della loro relazione ma limitarsi a seguire modelli di comportamento che già i loro genitori, nonni, bisnonni avevano seguito e tramandato. Non che anche allora non vi fossero conflitti e problemi emozionali o sentimentali nelle relazioni, ma erano più sotterranei, più “certi” nelle possibili soluzioni (o repressioni). Le forme del malessere individuale e sociale non erano, come invece oggi, evidenti ed effervescenti: era un malessere che raramente sfociava nella ribellione, più spesso nella rassegnazione, che non prendeva la strada del confronto aperto, dello scontro o della separazione, ma quella del silenzio, del conflitto sotterraneo, della lenta morte dell’anima.

Le relazioni coniugali erano più basate sui valori della famiglia e del patrimonio che non sui sentimenti, e i coniugi vivevano per molti aspetti in due mondi separati: non esisteva alcun confronto sui vissuti emotivi né tantomeno un dialogo su piani più intellettuali. Oggi invece confronto e dialogo sono elementi essenziali al buon andamento di ogni relazione di coppia, sia essa formalizzata o meno. L’emancipazione della donna l’ha portata a cercare e talvolta pretendere dal proprio partner cose che non sempre lui è in grado di darle, perché c’è stata una emancipazione della donna, ma non ancora dell’uomo, salvo casi isolati. La donna emancipata contemporanea ha mantenuto la competenza emotiva delle sue antenate e in aggiunta ha iniziato a sviluppare il proprio lato maschile, facendo propri alcuni aspetti della personalità in passato riservati ai maschi (la ricerca della realizzazione individuale, il potere, la razionalità, l’autodeterminazione, l’aggressività); il maschio invece si è limitato a perdere le vecchie sicurezze e privilegi senza guadagnare niente in cambio, perché ancora non ha saputo/voluto imparare a sviluppare il proprio lato femminile (la sensibilità, l’affettività, la capacità di vivere le emozioni senza affogarvi, l’ascolto di sé e dell’altro etc.).

 

 3. L’esigenza di creare nuovi modi di relazionarsi

 Ci troviamo nel bel mezzo di una fase di transizione in cui le persone credono sempre meno ai vecchi valori, alle vecchie forme di relazione, hanno nuovi bisogni da soddisfare, nuove aspettative, nuove speranze ma ancora non hanno imparato nuovi e più adeguati modi di comunicare e relazionarsi e soprattutto non hanno sviluppato la capacità di orientarsi da soli, usando la propria consapevolezza per compiere le scelte, invece di seguire ciecamente binari prestabiliti da altri. I vecchi valori e i vecchi modelli di comportamento sono crollati o stanno crollando, ma ancora non sono emersi nuovi schemi e nuove regole in grado di far fronte alle mutate situazioni e ai bisogni emergenti che caratterizzano oggi le relazioni interpersonali. Si crea pertanto un paradosso: si continuano ad applicare i vecchi modelli comunicativi alle nuove situazioni, si cerca di soddisfare i nuovi bisogni all’interno di vecchie e inadatte forme di relazione, si va incontro a complesse dinamiche comunicative ed emozionali con le poche e rozze conoscenze e abilità dei nostri avi, e tutto ciò non produce alcun esito positivo, anzi crea grande frustrazione e irritazione. Non solo non si riesce a soddisfare i nuovi bisogni e aspettative ma addirittura spesso si ottiene l’effetto opposto, innescando conflitti, scontri e blocchi delle relazioni: dalle incomprensioni tra genitori e figli alla sempre maggiore ingestibilità delle classi scolastiche, dal mobbing all’aumento delle separazioni e divorzi e della conflittualità che li caratterizza.

La maggior parte delle persone tende ad interpretare tali problemi in modo egocentrico, attribuendo all’altro/altri ogni responsabilità, e solo alcuni affrontano invece il problema da un punto di vista più obbiettivo e autocritico, cercando di comprendere anche le proprie “responsabilità”. Tuttavia vorrei sottolineare con forza che la mancata soddisfazione dei bisogni e delle aspettative e l’ingenerarsi di problemi relazionali ed emozionali di vario tipo dipende solo in parte dall’’uno o dall’altro dei soggetti in relazione, mentre una gran parte delle responsabilità va attribuita alla società nel suo complesso e alle contraddizioni legate alla fase di transizione che stiamo vivendo. Facciamo alcuni esempi.

Il matrimonio come forma istituzionalizzata dei rapporti di coppia è palesemente in crisi, sia per l'emergere di una sempre maggiore libertà sessuale, sia per la crescente intolleranza degli individui verso i vincoli, gli obblighi, le formalità. Le persone si sposano di meno mentre aumenta il numero delle coppie conviventi e dei single, e anche coloro che ancora optano per il matrimonio si trovano poi spesso a separarsi e a divorziare nel giro di pochi anni, se non mesi. La maggior parte dei separati e divorziati ritiene che le responsabilità principali del “fallimento” della relazione siano dell’altro e che il loro unico errore sia l’aver sbagliato partner, ma in realtà una larga fetta di responsabilità va attribuita alla inadeguatezza della istituzione “matrimonio” che – come meglio illustrerò nel mio saggio sulle relazioni di coppia in questo stesso libro – è nata per ben altri scopi, connesi alla società patriarcale, ed è oggi incapace, così com’è, di soddisfare i nuovi bisogni e aspettative che gli individui stanno maturando nel clima culturale sempre più democratico e sempre meno patriarcale dei nostri tempi.

Anche nelle imprese e nelle organizzazioni pubbliche e private mancano validi modelli di relazione: quelli vecchi – piramidali e gerarchici – non funzionano più, ma i nuovi sono poco conosciuti e suscitano dubbi, oltre al fatto che richiedono abilità e competenze comunicative ancora troppo poco presenti sia nella dirigenza sia nei lavoratori. Si richiede ai lavoratori di essere comprensivi verso il punto di vista dell’azienda, di sentirsi parte di essa, di condividerne le finalità e le difficoltà, ma alla fin fine si continua a mantenere la relazione entro modelli gerarchici a senso unico che sono l’esatta antitesi della compartecipazione che si vorrebbe suscitare.

Analoghe contraddizioni e problematiche si ritrovano nei rapporti tra insegnanti e allievi, sempre più ingestibili e didatticamente controproducenti; si sono abbandonati i modelli autoritari, inefficaci e non più accettabili, senza però sostituirli con nuovi modelli – ad esempio modelli in cui la disciplina e l’impegno scaturiscano da una crescita di consapevolezza e da una responsabilizzazione creativa degli allievi – limitandosi ad assumere un atteggiamento di rassegnato lasseiz-faire, che produce solo caos e lascia insoddisfatti sia gli insegnanti che gli allievi.

Il fatto è che né gli individui, né i gruppi o le organizzazioni dispongono al momento di un adeguato “know how” emotivo-relazionale per sfruttare le grandi potenzialità positive insite nella nuova libertà sociale del terzo millennio; al contrario, sono spesso vittime inermi dei molti effetti collaterali negativi. Ognuno è in balia di se stesso, e deve imparare sulla propria pelle, da autodidatta, per tentativi e (dolorosi) errori come nuotare o almeno stare a galla in questo mare agitato – un mare divertente, spumeggiante e ricco di opportunità creative per un nuotatore esperto, ma estremamente faticoso e perfino letale per un principiante – e oggi siamo più o meno tutti principianti, pionieri alla conquista di territori inesplorati, affascinanti ma anche estremamente insidiosi.

 

4.Educare ai sentimenti, alle relazioni, alle emozioni

 Nonostante le riforme susseguitesi negli ultimi decenni, il sistema scolastico e universitario sono ancora fortemente imperniati su una educazione di tipo logo-logico, che si rivolge essenzialmente all’intelligenza cognitiva, trascurando o addirittura ignorando altre importanti dimensioni, da quelle senso-motorie a quelle comunicativo-relazionali, emozionali, artistiche. Nessuno ci ha mai insegnato a comunicare efficacemente e ad impostare in modi sani e costruttivi i nostri rapporti con gli altri. Impariamo a parlare e a scrivere ma non ad ascoltare e comprendere realmente l'altro in quanto diverso da noi. Ci viene insegnata una storia umana fatta di guerre ma non ci viene detto niente su come poterle evitare. Riceviamo una formazione professionale senza alcuna formazione relazionale per prepararci ai rapporti che avremo con i colleghi e con i superiori, che pure incideranno in modo determinante sulla nostra soddisfazione o insoddisfazione, sulla gratificazione o frustrazione che ricaveremo dal lavoro e quindi anche sul nostro rendimento. In alcune scuole ci si preoccupa perfino di dare una educazione sessuale agli studenti, ma niente viene fatto per fornire loro una qualche educazione sentimentale e relazionale. Insomma, viviamo in una società tecnologicamente avanzata ma siamo poco più che analfabeti sul piano comunicativo, emozionale, relazionale.

Come si è detto, nella società patriarcale le abilità comunicativo-relazionali erano marginali e per di più le si riteneva doti innate, legate al carattere della persona e quindi non educabili. Questa tesi è oggi totalmente superata e sappiamo anzi che così come possiamo educare l’intelligenza razionale, possiamo – con opportuni metodi e strumenti – educare anche le altre forme di intelligenza, quali l’emotiva e la comunicativo-relazionale. Ne consegue che l’educazione comunicativa-relazionale-emozionale dei bambini e degli adulti dovrà essere tra le priorità dei prossimi anni se vogliamo perseguire una politica sociale imperniata sulla qualità della vita e sulla prevenzione – del disagio psico-sociale, della microconflittualità urbana e familiare, del mobbing e di tutte le altre patologie sistemiche che affliggono la nostra vita sociale.

Proprio a partire da tale presa di consapevolezza ho avviato da qualche anno presso l’Università di Siena il progetto pilota “SE.R.EMO. Cultura, educazione e formazione su: Sentimenti, Relazioni, Emozioni.”che comprende appunto iniziative specificamente incentrate sullo sviluppo delle competenze comunicativo-relazionali ed affettivo-emozionali, campi sui quali l’Università di Siena e in particolare l’equipe da me diretta vanta esperienze di assoluta avanguardia e un’offerta didattica post-laurea unica in Italia e tra le più ricche d’Europa, comprendente un Master, vari Corsi di Perfezionamento e di aggiornamento, una Scuola estiva e numerose altre iniziative didattiche e di ricerca. Lo staff è composto da oltre 30 tra docenti universitari, professionisti ed esperti di varie discipline e ambiti: psicologi, medici, sociologi, pedagogisti, formatori.

Scopo del progetto SE.R.EMO. è di promuovere una nuova cultura dei sentimenti, delle relazioni, delle emozioni e di fornire strumenti formativi atti a sviluppare una maggiore consapevolezza dei vissuti affettivo-emotivi e delle dinamiche comunicative interpersonali che portino a vivere con serenità e spirito di collaborazione le relazioni con gli altri e a superare in modo pacifico e costruttivo incomprensioni e conflitti.

Il progetto si rivolge a varie categorie di persone che, per lavoro o interesse personale, necessitano di migliorare la propria formazione in materia: bambini e adulti, professionisti e privati cittadini, medici e operatori sanitari, psicologi e counselor, genitori, insegnanti e studenti. Ciò attraverso un ventaglio di attività e iniziative a diversi livelli di approfondimento: dall’alta formazione e specializzazione dei Master e dei corsi di perfezionamento universitario ai corsi di formazione e aggiornamento rivolti a specifiche categorie professionali, dai convegni e seminari alle conferenze di sensibilizzazione culturale rivolte all’intera cittadinanza, dai corsi per studenti ai seminari di crescita personale. Le attività formative si caratterizzano per un approccio olistico interdisciplinare e una formula didattica interattiva ed esperienziale che utilizza metodologie di avanguardia tra cui: proiezioni e analisi di sequenze di film sulle problematiche emotivo-relazionali; workshop esperienziali con simulate, role playing e “giochi” comunicativi di coppia e di gruppo; tecniche di consapevolezza, rilassamento e meditazione; tecniche di respirazione e di emotional release (sblocco emozionale); confronto e condivisione in gruppo delle esperienze e dei vissuti dei partecipanti (per ulteriori informazioni vedi ns. sito web: http://www.unisi.it/mastercomrel).

 

Conclusioni

 L’educazione comunicativo-emotivo-relazionale è il grande compito e la grande sfida dei prossimi anni, se non vogliamo tornare indietro alle vecchie forme patriarcali autoritarie oppure naufragare nel mare agitato della libertà senza strumenti.

Comunicare con efficacia e vivere le relazioni con gli altri in modo costruttivo è un'arte complessa, che si impara a poco a poco e che richiede conoscenze scientifiche, tecniche operative, consapevolezza e sensibilità e soprattutto metodi educativi che non si traducano solo in formazione professionale ma anche in maturazione e crescita personale. Sono infatti convinto che questi due aspetti non siano separabili, specie nel campo della comunicazione e delle relazioni interpersonali, ecco perché nei miei corsi e nei miei libri dedico molto spazio al tema della conoscenza di sé, o meglio, come l’ho ribattezzata, della comunicazione con se stessi: solo comprendendo le nostre reazioni emotive possiamo davvero comprendere le reazioni degli altri; solo ascoltando i nostri bisogni, lamenti e conflitti interiori sapremo riconoscere quelli altrui; solo prendendo coscienza delle nostre maschere potremo aiutare gli altri a liberarsi dalle proprie, così da instaurare con loro una comunicazione veramente spontanea, sincera e costruttiva.

Dunque questo compito e questa sfida di imparare nuovi modi di stare in relazione richiede un grande impegno sia agli individui sia alle società. Ai primi è richiesta la disponibilità a mettersi in discussione, ad ascoltare e comprendere gli altri, ad ascoltare e comprendere se stessi. Alle seconde si domanda invece un grande sostegno alla ricerca e alle iniziative educative orientate in tal senso, considerando l’una e le altre non come lussi o spese ma come investimenti indispensabili e altamente produttivi in termini di innalzamento della qualità della vita e di riduzione del disagio psicosociale e quindi dei costi per la spesa socio-sanitaria. Si spendono ogni anno miliardi e miliardi di Euro per opere pubbliche materiali: è adesso il caso di investire seriamente anche su beni immateriali ma altrettanto (e forse più) essenziali come la qualità delle relazioni, la comunicazione interpersonale, la prevenzione e gestione dei conflitti, in modo da creare quel dialogo interpersonale e interculturale e quella cultura della pace che soli possono preservarci dai rischi di un progressivo degrado nei rapporti sociali, interpersonali e internazionali.

 


[1] Il presente saggio costituisce in parte una rielaborazione del primo capitolo del mio libro Relazioni in armonia, FrancoAngeli editore, Milano, 2004.

[2] Enrico Cheli, sociologo e psicologo si occupa da anni di relazioni interpersonali e metodi olistici per lo sviluppo del potenziale umano. È docente all’Università di Siena dove dirige un Master in Comunicazione, relazioni interpersonali e counseling e vari corsi di perfezionamento e di aggiornamento sulla consapevolezza e l’educazione sui sentimenti, le relazioni, le emozioni. Tra i suoi ultimi libri: L'età del risveglio interiore (Francoangeli); Teorie e tecniche della comunicazione interpersonale (Francoangeli); La comunicazione come antidoto ai conflitti (Punto di fuga); Relazioni in armonia (FrancoAngeli). È spesso intervistato da giornali italiani e stranieri e partecipa a numerosi programmi radiofonici e televisivi.

[3] Il termine “comunicazione” deriva dal latino communis - cum (con, insieme) e munia (doveri, vincoli), ma anche moenia (le mura) e munus (il dono). Communis significa quindi: essere legati insieme, collegati dall'avere comuni doveri (munia), dal condividere comuni sorti (le mura della città che proteggono e accomunano), dall'essersi scambiati un dono. Anche in greco antico comunicare è sinonimo di unire, congiungere  mentre in tedesco la parola rinvia a compartecipare, condividere (mit-teilen = spartire, suddividere, tagliare insieme). Comunicare ha la stessa radice di comune, comunità, comunione, condivisione e difatti si comunica per "compartecipare", per "avvicinarsi fino a collegarsi".

[4] Naturalmente gli ideali democratici non nascono ex novo nel 1700 e ne possiamo rintracciare precursori già nelle aperture artistiche e filosofiche del rinascimento e perfino prima, nella nascita dei liberi comuni, fino a risalire alle esperienze repubblicane dell’antica Roma e dell’antica Grecia. Tuttavia è nel XVIII secolo che tali ideali si sviluppano fino al punto di produrre evoluzioni tangibili nella cultura e nella struttura sociale dei paesi occidentali.

[5] Ciò non va inteso nel senso che il processo di democratizzazione sia concluso, ma che si è concluso il primo ciclo e si è passati ad una nuova fase, più capillare, più sottile che ho descritto estesamente in un mio precedente lavoro (cfr. E. Cheli, 2001.

 

NUOVI ORIZZONTI NELLE RELAZIONI INTERPERSONALI 

di Enrico Cheli

 

1. Incontro, scontro e crescita nelle relazioni di coppia

La relazione di coppia non si limita solo ad un processo di attrazione sessuale, ma mette in gioco anche un confronto di personalità e di mentalità che può portare sia ad una crescita sia ad uno scontro, più spesso ad entrambi. Questo è valido per ogni tipo di relazione interpersonale ma nella coppia, a causa del forte coinvolgimento emotivo e delle reciproche aspettative ed investimenti, ogni aspetto si accentua al massimo, nel bene e nel male.

Quando due persone si incontrano tendono a mostrare la parte più accettabile di sé, la parte "migliore". Se poi tra loro si sviluppa un rapporto sentimentale ognuno tende a vedere l'altro ancor più bello e apprezzabile, idealizzandolo. Tuttavia, presto o tardi anche altri aspetti della personalità tenderanno a emergere e alla fase iniziale dell'innamoramento, in cui il partner appare splendente come il sole, subentrano poi fasi meno brillanti in cui si prende coscienza anche dei suoi limiti e dei suoi lati meno lucenti: l'ombra appunto. E' qui che nascono le prime incomprensioni, le prime delusioni, i primi scontri, che poi inevitabilmente si accentuano.

Molti, specie in passato, tendevano e tendono a nascondere il disaccordo, inscenando una rappresentazione di armonia tutt'altro che veritiera, oppure si rassegnano a convivere con le tendenze distruttive che alternano fasi di litigiosità a fasi di relativa quiete. Altri, giunti oltre un certo livello, decidono di cessare la relazione per cercare un'altra persona che gli faccia riprovare l'ebbrezza dell'innamoramento e che sia finalmente quella giusta. Quest'ultima è la tendenza dominante oggi, specie tra i giovani, ma per quanto intensa possa essere la fase di innamoramento, per quanto bella e splendida possa apparirci l'altra persona, prima o poi si manifesteranno anche i suoi aspetti ombra, e allora saremo punto e a capo. Il fatto è che tutti i suddetti modi di affrontare la questione sono errati: non va bene ignorare o sopportare il problema, perché vuol dire rinunciare a quanto di più bello una relazione di coppia può offrire, e non va bene neppure passare da una storia all'altra all'eterna ricerca del partner ideale, poiché non esistono persone fatte di sola luce e ognuno ha in sé anche delle zone oscure che desiderano emergere e essere riconosciute.

Per uscire da questo apparente impasse la cultura emergente ci ricorda l'importanza del principio "conosci te stesso", chiarendo che è soprattutto alla conoscenza dei lati ombra che tale invito è rivolto: è proprio perché esistono dei lati di noi di cui non siamo consapevoli che è necessario impegnarsi in un cammino di autoconoscenza, e uno dei percorsi più efficaci per prendere coscienza di tali lati è proprio la relazione di coppia. Essa infatti, proprio per le sue valenze affettive, porta a fidarsi del partner e a "spogliarsi" almeno un po' delle proprie corazze difensive, mostrando non solo il sé brillante, le sub-personalità approvate — ma anche quei lati di sé rinnegati e rinchiusi nell'inconscio.

Ma chiariamo meglio il concetto dei lati ombra e della dinamica psicologica interiore e poi esteriore che essi attivano. Il principio di partenza, come si è detto, è che ognuno di noi si conosce solo in parte e vi è una quantità di aspetti della personalità che ci sono ignoti, sepolti nelle profondità dell'inconscio e ciò nonostante capaci di influenzare le nostre reazioni verso gli altri. Come hanno evidenziato varie scuole di psicoterapia e psicologia del profondo, non è neppure corretto parlare di personalità al singolare ma semmai al plurale, nel senso che nessuno di noi costituisce un'entità psicologica unitaria, ma è piuttosto un insieme di sub-personalità, ciascuna delle quali desidera la nostra attenzione e il soddisfacimento dei suoi bisogni. Alcune di queste sub-personalità sono ben viste dalla nostra cultura e società e quindi tendiamo fin da bambini a identificarci con esse, agendole alla luce del sole: è il caso, ad esempio, di aspetti quali l'altruismo, la razionalità, l'autocontrollo, la disponibilità verso l'altro etc. Altre sub-personalità invece vengono giudicate negativamente dalla società e dunque anche dall'individuo, che tende a rinnegarle, esiliandole nell'inconscio — si pensi all'egoismo, alla sensualità, all'amore per l'avventura, al bisogno di indipendenza, alla timidezza o qualunque altro aspetto ritenuto deprecabile dall'ambito familiare e culturale in cui siamo cresciuti o non appropriati al genere dell'individuo (ad es. la vulnerabilità, per l'uomo o la determinazione per la donna).

Ecco allora che la spontaneità viene ad essere ricoperta di corazze protettive e solo una parte della personalità globale viene espressa dall'individuo.

Da Jung in poi la psicologia del profondo ha ben capito che i lati ombra non sono negativi in assoluto ma solo fino a quando vengono ritenuti tali e confinati nell'inconscio; al contrario, se si ha il coraggio di prenderne coscienza e di dialogare con essi, è possibile trasformarli da elementi negativi in risorse altamente positive.

La relazione di coppia è proprio la sede in cui possiamo meglio confrontarci con questi lati ombra e riabilitarli, iniziando con l'accettare e comprendere i lati ombra del nostro partner. Uno dei doni più belli che ci offre la relazione è appunto la possibilità di recuperare i nostri sé negati: attraverso un continuo e amorevole confronto con l'altro compiamo un viaggio nelle profondità del nostro essere. Questo non solo si traduce in un vissuto più soddisfacente nella relazione ma anche in una accresciuta conoscenza di noi stessi. Quanti più sé rinnegati contatteremo, tanto più ricche e complete saranno le nostre relazioni e la nostra vita.

Secondo gli psicoterapeuti americani Hal e Sidra Stone, è possibile utilizzare tutte le nostre relazioni come una costante sfida, un insegnante, una guida nella nostra evoluzione personale di consapevolezza. Affinché ciò avvenga è necessario un interesse ad approfondire la relazione, una reciproca disponibilità dei partner a confrontarsi e a comunicare, ma è assai utile anche disporre di un metodo che possa incanalare tali buoni propositi. I suddetti autori ne hanno messo a punto uno assai efficace che hanno chiamato "il dialogo delle voci" e che si basa appunto sul far dialogare tra loro le diverse sub-personalità di cui ogni individuo si compone (Hal Stone e Sidra Stone, Tu ed Io, ed. Compagnia degli araldi,).

 

 

La nuova coppia

 Negli ultimi trent'anni abbiamo assistito ad una serie di profonde trasformazioni nei rapporti di coppia. Il modello tradizionale incentrato sul matrimonio è sempre più entrato in crisi, sia per l'emergere di una nuova libertà sessuale, sia per la crescente intolleranza degli individui verso i vincoli, gli obblighi, le formalità. Aumenta il numero delle coppie conviventi e dei single, e anche coloro che optano per il matrimonio si trovano poi spesso a separarsi e a divorziare nel giro di pochi anni, se non mesi.

E' indubbio che il modello tradizionale non risponda più alle nuove esigenze, ma è altrettanto vero che i rapporti con l'altro sesso non possono limitarsi al solo erotismo. Vi è un bisogno profondo di intimità, di confronto, di unione che non può essere soddisfatto da rapporti occasionali e richiede una qualche forma di continuità, meno rigida però di quella tradizionale. Ecco allora le sperimentazioni degli anni '60 e '70, dalla formula della coppia aperta fino alle varie esperienze comunitarie. Formule che non si sono dimostrate risolutive ma che hanno contribuito a esplicitare le esigenze degli individui e i pregi, limiti e contraddizioni delle diverse formule.

La nuova cultura non fornisce in proposito ricette certe, non sarebbe nel suo stile, ma indica alcune direzioni di ricerca. Per prima cosa ritiene che non esistano soluzioni valide per tutti, e che ogni individuo e ogni coppia debba trovare una propria via di realizzazione: per alcuni può risultare ancora appropriata la via tradizionale del matrimonio mentre per altri la direzione può essere quella della convivenza o di forme ancor meno rigide da un punto di vista dei vincoli. Ciò che conta, nella nuova ottica, non è tanto la forma esteriore ma la consapevolezza e l'impegno con cui i due partner vivono la strada scelta, quale che sia. Il rapporto con un partner può essere fonte di grande crescita e merita di essere vissuto con sacralità, rispetto, impegno. In secondo luogo, le proposte non vanno calate dall'alto ma scoperte singolarmente dall'individuo e dalla coppia attraverso un processo di libera e cosciente sperimentazione. Si può naturalmente prendere spunto da esperienze altrui, trarre aiuto e stimolo dalla condivisione, dal confronto con altri individui e con altre esperienze, per poi però giungere a creare la propria personale sintesi.

Grazie alla libera sperimentazione condotta a partire dagli anni '60, ci si è resi conto che la promiscuità non è alla lunga soddisfacente in quanto non consente di approfondire determinate sfere relazionali e affettive basilari per il benessere e la crescita dell'individuo. In certi periodi in cui prevale il bisogno di esplorazione può anche essere appropriata mentre in altri periodi della vita emergono bisogni più profondi che solo una relazione stabile può dare. Dobbiamo però precisare che "stabile" non significa necessariamente a vita: proprio a titolo di spunto mi sembra interessante riportare come viene affrontata la questione nella già citata comunità di Damanhur, dove le persone sono libere di scegliere tra una ampia gamma di possibilità: possono frequentarsi da single a single, convivere senza regolamentazioni, sposarsi normalmente oppure — ed ecco una interessante novità — sposarsi a tempo determinato. I due partner possono cioè decidere consensualmente di vivere per un certo periodo come marito e moglie e sperimentare la vita coniugale con pieno, reciproco impegno e dedizione, ma senza il peso dell'impegno "a vita" (naturalmente, in tali casi, molti ritengono auspicabile astenersi dal procreare). E' vero che, con l'introduzione del divorzio, anche nella nostra società è possibile sciogliere un rapporto matrimoniale, però una cosa è sapere in anticipo che il vincolo sarà, poniamo, di un anno, (e semmai decidere di prolungarlo) e un conto è fronteggiare la delusione e il senso di fallimento connesso allo sciogliere qualcosa che si riteneva "a vita", senza contare il fastidio delle procedure legali, con spese e incombenze tutt'altro che piacevoli.

Ad ogni modo, ribadiamo che i principi di fondo delle nuova cultura riguardo a come vivere le relazioni di coppia sono ispirati ad una grande flessibilità, che tiene conto del fatto che gli individui sono diversi tra loro e che le fasi della vita, pure, possono rispecchiare bisogni diversi. Pertanto ciò che va bene per uno può non andare bene per l'altro, così come ciò che va bene in una certa fase può poi richiedere un cambiamento in funzione della continua evoluzione.

 

La leadership della saggezza

Già da alcuni secoli si avverte un crescente bisogno di "modelli di autorità positiva". Un bisogno che è alla base delle moderne democrazie, almeno sulla carta, e che da qualche decennio è entrato anche nelle altre sfere del vivere sociale, dalla famiglia al lavoro. Tuttavia, il passaggio dalla teoria alla pratica è tutt'altro che compiuto. La gran parte delle realtà sociali hanno ancora una struttura essenzialmente piramidale, che alla fine tende a spersonalizzare l'individuo, soprattutto nelle istituzioni pubbliche e nelle grandi imprese.

La cultura della nuova era vede nel sistema gerarchico piramidale un serio blocco alla creatività umana, poiché tale sistema è basato sulla paura e sulla sfiducia, che sono ostacoli allo sviluppo personale. Pertanto propone un nuovo paradigma in cui il leader è visto come un coordinatore più che un capo autoritario, un coordinatore che orchestra un sistema stabile ma al contempo molto flessibile.

Come osserva Rossella Nannelli nel suo libro Il pensiero olografico. Un nuovo paradigma per la leadership del futuro (ed. Compagnia degli Araldi, 1996), nel tradizionale sistema piramidale i problemi vengono risolti in alto, mentre in un sistema non gerarchico o, diciamo, orizzontale, la soluzione viene trovata dove si è generato il problema, poiché chi genera il problema ha anche la soluzione. Risolvere il problema dall'alto è come dire esplicitamente a qualcuno: "non ho fiducia nelle tue capacità". Secondo il Tao te ching di Lao Tzu: "I veri leader ispirano le persone a fare grandi cose e, quando il lavoro è stato fatto, esse orgogliosamente dicono: l'abbiamo fatto tutti noi." Fulcro di un'azione di successo è l'energia dinamica del gruppo in azione, che viene sintetizzata nell'aforisma: "Il buon guerriero ricerca l'efficacia in battaglia nella forza dell'impeto comune, non nei singoli". (cfr. R. Nannelli, op. cit.)

Dall'antica Cina alle tradizioni dei nativi americani ritroviamo concetti simili: i capi venivano eletti da assemblee che riconoscevano loro doti di saggezza e essere capo non significava tanto avere potere, quanto avere più saggezza, come sostiene il capo Lakota Naka Cick'ala:

Essere capo non è qualcosa che fai, è qualcosa che sei. E' la realtà di essere sincero verso te stesso e verso il tuo popolo. Le qualità del capo derivano dalla saggezza, dalla sopportazione del dolore, e dal coraggio. Avete un posto unico da cui partire: voi stessi. Conducete voi stessi a diventare sinceri, onesti. Fate che non ci sia incoerenza tra il pensiero, la parola e l'azione. Guardate profondamente dentro di voi e scoprite ciò che siete, trovate la forza interiore e la bellezza che non sapete neppure essere in voi, perché nessuno oggi, ve lo dice. (...) Certo non è facile essere un capo nel nostro mondo moderno, dove ognuno è fuori equilibrio; il popolo Lakota, tutte le razze dei popoli e la nostra Madre Terra stanno soffrendo e morendo. Essere un capo significa prendersi cura di ogni cosa.

Non potete immaginare quanti modi esistano di essere un capo, ma tutti hanno una cosa in comune: cominciano con il guidare se stessi, con l'aver un intenso desiderio di essere un dono per il popolo, di appartenere ad esso. Non sarà divertente come vorreste, ma quale potrebbe essere un modo di vita più elevato? Che cosa possediamo veramente, se non un rapporto gli uni con gli altri? (...) Trovate voi stessi e quando avrete trovato voi stessi, troverete le risposte di cui avrete bisogno" (Tratto da "Il giornale della Natura, n° 43, trad. it. di A. Levati e H. Tomkins).

Nella visione della nuova era, il potere non va dunque legato a schemi di autorità e comando fini a se stessi ma al bene collettivo, superando l'egoismo e l'interesse personale quando questo va contro a quello collettivo. Riconoscere all'altro la sua integrità è l'unico modo per evitare di imporgli il potere; al contempo è opportuno porsi come un catalizzatore di risorse più che un direttore di subordinati: solo così è possibile esercitare una leadership senza conflitti. Per conseguire una tale meta è indispensabile lavorare prima su se stessi: come si può pretendere di guidare gli altri se non si è in grado di guidare prima se stessi? Eccoci di nuovo al nocciolo del problema: per cambiare l'esterno, prima si deve conoscere e trasformare l'interno, cioè se stessi.

Concludiamo questa breve paragrafo sulla leadership riassumendo i principali punti trattati; lo faremo avvalendoci della seguente tabella, tratta dal citato libro di Rossella Nannelli.

 

 

VECCHIO PARADIGMA

 

NUOVO PARADIGMA

1. Potere = forza coercitiva

2. Manipolare

3. Aggredire

4. Imporre

5. Esibire

6. Difendere

7. Persuadere

8. Non rispettare

1. Potere = espressione di consapevolezza

2. Dare attenzione

3. Condividere

4. Aiutare a far emergere

5. Stimolare

6. Invitare

7. Offrire

8. Rispettare

 

 

 

LA COPPIA SCOPPIA

Affrontare i nuovi problemi e le nuove opportunità dello stare insieme

 Di Enrico Cheli[1]

   

Le nostre ‘relazioni’ d’affetto erano generalmente rapporti quotidiani basati su un collegamento sessuale; avevano un tetto, una casa e dei muri. Erano esclusive: trovavamo una persona singola da amare e alla quale essere fedeli. Erano durature: promettevamo di amarci reciprocamente per sempre. Oggi però queste relazioni non funzionano più: finiscono, non sembrano più quello che erano una volta, quello che pensavamo dovessero essere, ci spezzano il cuore e si frantumano. La metà dei nostri matrimoni si conclude con il divorzio, e chissà quanti altri amori di prova, di pratica e ‘part-time’ naufragano sugli scogli. Nessuno di noi può dire di essere passato indenne attraverso il tunnel dell’amore e all’inizio di questo nuovo millennio la nostra identità di amanti muore e allo stesso tempo diventa adulta.  (D. R. Kingma, Il futuro dell’amore, Gruppo Futura,  2000, p. 9)

 

 1. Vecchi modelli in crisi

 Negli ultimi tre o quattro decenni abbiamo assistito ad una serie di profonde trasformazioni nei rapporti di coppia. Il modello tradizionale incentrato sul matrimonio è sempre più entrato in crisi, sia per l'emergere di una nuova libertà sessuale, sia per la crescente intolleranza degli individui verso i vincoli, gli obblighi, le formalità. Le persone si sposano di meno mentre aumenta il numero delle coppie conviventi e dei single, e anche coloro che ancora optano per il matrimonio si trovano poi spesso a separarsi e a divorziare nel giro di pochi anni, se non mesi: negli USA quasi il 70% dei matrimoni finisce in un divorzio; in Italia la percentuale è più bassa ma in costante crescita, oltre al fatto che i dati ufficiali non rendono conto di tutti quei matrimoni finiti che non sfociano in una separazione solo a causa delle notevoli difficoltà economiche e burocratiche che ciò comporta (e nel nostro paese questo fattore incide molto più che in altri).

La maggior parte dei separati e divorziati ritiene che la causa principale del “fallimento” sia l’aver sbagliato partner, ma forse hanno anche sbagliato forma relazionale. Certo, molti matrimoni falliscono perché in realtà non avrebbero mai dovuto aver luogo, perché i due partner non si amavano o non erano sufficientemente compatibili, ma che dire di quei rapporti che procedono bene per anni, anche convivendo, e poi si incrinano poco tempo dopo il matrimonio?

Come è noto, la funzione sociale del matrimonio era in origine principalmente, anzi esclusivamente quella della procreazione, della trasmissione ereditaria del nome e dei beni della famiglia, della alleanza tra famiglie, mentre oggi tali scopi sono sempre più secondari, prevalendo invece il reciproco benessere affettivo, sessuale e materiale dei coniugi. Il matrimonio d’amore è un fenomeno piuttosto recente, affacciatosi sulla scena da appena due secoli, col romanticismo, ma diffusosi su ampia scala solo durante il ‘900; in precedenza le nozze erano quasi sempre decise dalle famiglie, spesso senza neppure interpellare i diretti interessati, specie quelli di sesso femminile. Ci si sposava per mettere su famiglia, per acquisire uno status sociale e una certa indipendenza dalle famiglie di origine: l’uomo diveniva padre di famiglia, la donna padrona in casa sua, e non era poco se consideriamo che sottostare alle imposizioni di certi padri poteva essere un vero e proprio tormento  (ancora oggi non è raro, specie in certe aree geografiche, il caso di persone – soprattutto donne – che si sposano per andarsene di casa). Non che non vi fosse amore tra i coniugi – esso poteva anche nascere in alcuni casi – ma non era affatto ritenuto un ingrediente necessario al matrimonio, tant’è che le grandi storie d’amore della storia e della letteratura – da Abelardo ed Eloisa a Romeo e Giulietta, dalla Lettera scarlatta a Anna Karenina – si svolgevano tutte al di fuori del matrimonio ed erano caratterizzate da una notevole dose di trasgressione verso regole sociali che di fatto negavano l’amore in nome degli interessi materiali e politici della famiglia e della comunità di appartenenza, della religione, della rispettabilità e via dicendo.

Oggi è molto diverso e attrazione e innamoramento sono ritenuti ingredienti fondamentali di ogni rapporto di coppia e dunque anche del matrimonio. E non sono i soli ingredienti, poiché la relazione di coppia mette in gioco molte altre dimensioni – intellettuali, esistenziali, e anche strettamente pratiche - che portano inevitabilmente ad un incontro e ad un confronto di personalità e di mentalità.

In passato i coniugi, pur abitando sotto lo stesso tetto, vivevano in due mondi separati: i loro compiti erano nettamente distinti e le reciproche aspettative assai diverse da quelle attuali, poiché il partner era visto più come un ruolo (marito-moglie, padre-madre dei propri figli) che non come una persona. Salvo rari casi non si avvertiva alcun bisogno di conoscersi a fondo, di costruire una intimità, un dialogo sincero e profondo; l’importante era che ognuno si comportasse bene, che svolgesse i ruoli che gli competevano. La motivazione stessa del matrimonio – mettere su famiglia – chiamava entrambi i coniugi a rinunciare alla loro individualità (ammesso che ne avessero mai potuta sviluppare una) a favore della famiglia. Non esisteva alcun confronto sui vissuti emotivi perché solo la donna ne era consapevole (e se li teneva per sé o al massimo ne parlava con le amiche più intime): l’uomo aveva fin da bambino rinnegato e rimosso la propria emotività e vulnerabilità e non era in grado di interagire su tale piano (né avrebbe voluto). Non esistevano confronti neppure su piani più intellettuali, poiché alla donna non era dato di avere una istruzione che non fosse cucito e buone maniere (e spesso neppure questo) né tantomeno coltivare l’intelligenza razionale. Oggi invece il confronto intellettuale ed emozionale è un elemento essenziale al buon andamento non solo delle relazioni coniugali ma anche di relazioni di coppia meno formalizzate, e non è un confronto facile, perché l’uomo e la donna hanno due modi di vedere le cose e di comunicare molto diverso, e nessuno gli ha mai spiegato questa diversità, che può essere fonte di grande arricchimento se la si sa affrontare ma anche di grande sofferenza se invece la ignoriamo. A questa difficoltà di base va poi aggiunto il processo di emancipazione della donna, che non si accontenta più di ricevere dal proprio partner una casa e una certa sicurezza materiale ma avanza anche altre richieste, sessuali, sentimentali e di dialogo, che non sempre lui è in grado di capire e di soddisfare, anche perché mentre la donna ha iniziato già da tempo a sviluppare il proprio maschile interiore, l’uomo – salvo rare eccezioni - non ha ancora affrontato il suo femminile interiore ed anzi lo teme.

La donna emancipata contemporanea ha mantenuto la competenza emotiva delle sue antenate e in aggiunta ha iniziato a sviluppare il proprio lato maschile, facendo proprie alcune capacità e aspettative in passato riservate ai maschi (la realizzazione individuale, il potere, la razionalità, l’autodeterminazione, l’aggressività); il maschio invece si è limitato a perdere le vecchie sicurezze e privilegi senza guadagnare niente in cambio, perché ancora non ha saputo/voluto imparare a sviluppare il proprio lato femminile (la sensibilità, l’affettività, la capacità di esprimere i sentimenti, l’abilità di affrontare le emozioni proprie e del partner senza esserne travolto etc.).

Questo profondo mutamento nelle aspettative e nelle dimensioni in cui si sviluppa il rapporto di coppia pone un problema di non poco conto: può una forma istituzionalizzata di relazione come il matrimonio - originatasi in un ben preciso contesto culturale, patriarcale e materialista,  e con precise funzioni sociali – può tale istituzione adattarsi al nuovo spirito del tempo e stravolgere il suo imprinting in modo tale da soddisfare le esigenze e gli obbiettivi delle coppie di oggi? Molti ritengono che non sia possibile modificare l’istituzione matrimonio e che per vivere in modo soddisfacente i rapporti di coppia occorrano forme istituzionali del tutto nuove, fluide e ampiamente personalizzabili dai partner. Ma ammettiamo pure che sia possibile adattare il matrimonio alle nuove esigenze: ciò sta forse già avvenendo? Gli organi legislativi, le religioni, la società civile hanno forse provato a introdurre qualche innovazione creativa nel matrimonio? La risposta, come ben sapete, è no! Nonostante che tutto stia cambiato, intorno e dentro di noi, il matrimonio ha mantenuto saldamente la sua identità arcaica. Diversamente che in passato ci si può separare, divorziare, risposare anche, ma lo schema interno non è realmente cambiato.

La stabilità del matrimonio è ritenuto uno dei fondamenti della nostra società, tant’è che finora è stata la società a modellare la forma del matrimonio, a farlo scorrere liscio, in modo stabile e affidabile, come una disciplinata rotella nell’ingranaggio delle nostre piccole comunità. L’esigenza di stabilità sociale crea aspettative collettive secondo le quali

 

… le persone sposate devono rimanere tali, devono comportarsi bene, occuparsi delle cose più importanti che la società ha da offrire e non fare nulla di troppo strano che possa turbare l’ordine costituito, come scegliere di vivere in una comune, scappare con il vicino di casa o decidere di non pagare le tasse.

Poiché questa aspettativa sottintesa è una funzione sociale più che una nostra personale convinzione, le persone sposate sono costrette a rimanere aderenti ai valori esteriori e a partecipare a una coscienza generica piuttosto che individuale o visionaria. Invece di tuffarci nelle profondità interiori dove potremmo trovare la saggezza del nostro cuore (e probabilmente anche straordinarie soluzioni sociali o forme insolite di relazione ... ) ci intruppiamo nel gregge insieme agli altri conformisti. La verità è che il matrimonio - in quanto relazione - è stato fagocitato dalle convenzioni sociali e, poiché serve la società, finisce spesso per soffocare l’anima viva e individuale.

Il dovere, la responsabilità e le convenzioni sociali, per quanto importanti, ci allontanano spesso dal nostro collegamento naturale più profondo con le altre persone - i legami del cuore - e di conseguenza, nel tentativo di servire la società, possiamo tradire o abbandonare noi stessi. Invece di esaminare il nostro cuore, la nostra mente e la nostra coscienza per trovare le forme più adatte per la nostre relazioni, permettiamo che i nostri matrimoni si trasformino in versioni annacquate dei valori sociali correnti mentre dovrebbero essere vibranti unioni emotive che nutrono e sostengono coloro che vi partecipano (D. R. Kingma, op. cit., p. 20-21).

 

Daphne Rose Kingma sottolinea molto bene la contrapposizione tra il benessere dell’individuo e le esigenze della società. Gran parte degli occidentali sono oggi del tutto convinti che la relazione di coppia debba essere principalmente una via per un maggior benessere e non certo un sacrificio a favore degli interessi della comunità di appartenenza o della società in senso lato. Tuttavia, le nostre credenze e convinzioni sociali sul matrimonio sono ancora in larga misura quelle vigenti in passato e solo adesso cominciano a perdere potere. “Anzi, devono necessariamente perdere potere perché noi possiamo svilupparci ulteriormente come persone e come anime.” (ibidem).  

 

2. La nuova coppia

 E' indubbio che il modello tradizionale non risponda più alle nuove esigenze, ma è altrettanto vero che i rapporti con l'altro sesso non possono limitarsi al solo erotismo. Vi è un bisogno profondo di intimità, di confronto, di unione che non può essere soddisfatto da rapporti occasionali e richiede una qualche forma di continuità, meno rigida però di quella tradizionale. Ecco allora le sperimentazioni degli anni '60 e '70, dalla formula della coppia aperta fino alle varie esperienze comunitarie. Formule che non si sono dimostrate risolutive ma che hanno contribuito a esplicitare le esigenze degli individui e i pregi, limiti e contraddizioni delle diverse opzioni.

La cultura emergente non fornisce in proposito ricette certe, ma indica alcune direzioni di ricerca. Per prima cosa non esistono soluzioni valide per tutti, e ogni individuo e ogni coppia dovrebbe trovare una propria via di realizzazione: per alcuni può risultare ancora appropriata la via tradizionale del matrimonio mentre per altri la direzione può essere quella della convivenza o di forme ancor meno rigide da un punto di vista dei vincoli. Ciò che conta, nella nuova ottica, non è tanto la forma esteriore ma la consapevolezza e l'impegno con cui i due partner vivono la strada scelta, quale che sia. Il rapporto esclusivo con un partner può essere fonte di grande crescita e merita di essere vissuto con sacralità, rispetto, impegno. In secondo luogo, le proposte non vanno imposte dall'alto ma scoperte singolarmente dall'individuo e dalla coppia attraverso un processo di libera e cosciente sperimentazione. Si può naturalmente prendere spunto da esperienze altrui, trarre aiuto e stimolo dalla condivisione, dal confronto con altri individui e con altre esperienze, per poi però giungere a creare la propria personale sintesi.

Grazie alla libera sperimentazione condotta a partire dagli anni '60, ci si è resi conto che la promiscuità non è alla lunga soddisfacente, in quanto non consente di approfondire determinate sfere relazionali e affettive basilari per il benessere e la crescita di entrambi. In certi momenti della vita in cui prevale il bisogno di esplorazione può anche essere appropriata ma non deve servire da alibi per sfuggire quei bisogni più profondi che solo una relazione stabile può dare. Dobbiamo però precisare che "stabile" non significa necessariamente “a vita”: a titolo di spunto mi sembra interessante riportare come viene affrontata la questione nella comunità di Damanhur, in Piemonte, dove le persone sono libere di scegliere tra una ampia gamma di possibilità: possono frequentarsi da single a single, convivere senza regolamentazioni, sposarsi normalmente oppure — ed ecco una interessante novità — sposarsi a tempo determinato. I due partner possono cioè decidere consensualmente di vivere per un certo periodo come marito e moglie e sperimentare la vita coniugale con pieno, reciproco impegno e dedizione, ma senza il peso dell'impegno "a vita" (naturalmente, in tali casi, molti ritengono auspicabile astenersi dal procreare). E' vero che, con l'introduzione del divorzio, anche nella nostra società è possibile sciogliere un rapporto matrimoniale, però una cosa è sapere in anticipo che il vincolo sarà, poniamo, di un anno, (e semmai decidere di prolungarlo) e un conto è fronteggiare la delusione e il senso di fallimento connesso allo sciogliere qualcosa che si riteneva "a vita", senza contare il fastidio delle procedure legali, con spese e incombenze tutt'altro che piacevoli.

Ad ogni modo, ribadiamo che i nuovi principi sul come vivere le relazioni di coppia andranno ispirati ad una grande flessibilità, che tenga conto del fatto che gli individui sono diversi tra loro e che le fasi della vita, pure, possono rispecchiare bisogni diversi. Pertanto ciò che va bene per uno può non andare bene per l'altro, così come ciò che va bene in una certa fase può poi richiedere un cambiamento in funzione della continua evoluzione. (Per un approfondimento sulle nuove forme di relazione cf. D. R. Kingma, Il futuro dell’amore, ed. Gruppofutura, 2001).

 

 3. Incontro, scontro e crescita nelle relazioni

 Come si è visto, la relazione di coppia oggi non si limita più alla famiglia e alla procreazione, e non si esaurisce neppure nella sessualità e nei sentimenti, ma mette in gioco molte altre dimensioni che portano inevitabilmente ad un confronto di personalità e di mentalità che può evolversi sia come crescita sia come scontro, più spesso entrambi. Questo è valido per ogni tipo di relazione interpersonale ma nella coppia, a causa del forte coinvolgimento affettivo-emotivo e delle reciproche aspettative ed investimenti, ogni aspetto si accentua al massimo, nel bene e nel male.

Come è noto, nelle fasi iniziali di una relazione le persone tendono a fare bella figura, a mostrare la parte "migliore" e più accettabile di sé. Se poi tra loro nasce un innamoramento ognuno tende a vedere l'altro ancor più bello e apprezzabile, idealizzandolo. Tuttavia, presto o tardi anche altri aspetti della personalità emergeranno e alla fase iniziale dell'innamoramento, in cui il partner appare splendente come il sole, subentrano fasi meno brillanti in cui si prende coscienza anche dei suoi limiti e dei suoi lati meno lucenti: l'ombra. E' qui che nascono le prime incomprensioni, le prime delusioni, i primi conflitti che poi, se manca una reciproca capacità di comunicare (e quasi sempre manca) inevitabilmente vanno ad accentuarsi fino a portare alla crisi.

I modi di affrontare questi problemi variano da persona a persona: alcuni tendono a nascondere il disaccordo, inscenando una rappresentazione di armonia tutt'altro che veritiera, oppure si rassegnano a convivere con le tendenze distruttive, alternando fasi di litigiosità a fasi di relativa quiete. Altri, giunti oltre un certo livello, decidono di cessare la relazione per cercare un'altra persona che gli faccia riprovare l'ebbrezza dell'innamoramento e che sia finalmente quella giusta. Se in passato prevaleva la prima tendenza (rassegnazione e conflitto sotterraneo), oggi sta sempre più affermandosi la seconda (separazione e ricerca di un nuovo partner). Tuttavia, per quanto intensa possa essere la fase di innamoramento, per quanto giusto possa apparirci il nuovo partner, prima o poi scopriremo anche in lui/lei limiti e aspetti ombra, rinascerà il conflitto e saremo di nuovo punto e a capo. Il fatto è che tutti i suddetti modi di affrontare la questione sono errati: non va bene ignorare il problema o sopportare in silenzio, perché vuol dire rinunciare a quanto di più bello una relazione di coppia può offrire, ma non va bene neppure passare da una storia all'altra all'eterna ricerca del partner ideale, poiché non esistono persone fatte di sola luce e ognuno ha in sé anche delle zone oscure, inconsce, che premono per emergere e essere finalmente riconosciute. La relazione sentimentale non ha solo lo scopo di far stare bene i due partner, ma è anche e soprattutto il luogo in cui ognuno dei due desidera colmare il proprio senso di incompletezza e guarire una volta per tutte le proprie ferite d’amore primarie: le carenze affettive, le delusioni, talvolta addirittura gli abusi fisici o morali subiti durante l’infanzia. E’ un desiderio per lo più inconscio ma molto, molto potente, che influenza profondamente la dinamica della relazione e che illustreremo più a fondo nei prossimi paragrafi.

   

4. Le ferite del cuore

 Come hanno bene evidenziato varie scuole di psicologia del profondo e di psicoterapia, l’infanzia non è solo un tempo idilliaco di giochi e spensieratezza, ma anche un periodo molto difficile e doloroso per la stragrande maggioranza degli esseri umani[2]. Da bambini siamo deboli e vulnerabili e abbiamo un grande bisogno di cure, di attenzione, di amore, di riconoscimento sociale, e raramente la nostra famiglia e le altre agenzie educative riescono a soddisfare compiutamente tali bisogni: i nostri genitori dovevano lavorare, erano impegnati e non potevano – né talvolta volevano - dedicarci tutto il tempo che avremmo voluto; anche quando stavano con noi riuscivano raramente a darci amore, vero amore. E’ fin troppo noto che non pochi genitori trascurano i figli, lasciandoli al loro destino, oppure li picchiano o li prevaricano in altri modi, dicendo magari che lo fanno per il loro bene; anche tra quelli non assenti e non violenti pochi, molto pochi riescono davvero a trasmettere amore ai figli, non per cattiva volontà ma perché a loro volta non ne hanno ricevuto abbastanza dai loro genitori e non hanno quindi mai imparato ad aprire veramente il cuore, ad amare e ad esprimere l’amore nei modi appropriati, nonché ad accettare ed apprezzare i figli per quello che sono e non per quello che vorrebbero fossero.

Questo ultimo punto è molto importante, perché amare non vuol dire solo prendersi cura del figlio, non fargli mancare niente, non picchiarlo e dargli baci e abbracci – certo questo sarebbe già molto, moltissimo, ma c’è dell’altro: amare significa anche accettarlo e apprezzarlo per quello che è. Raramente un bambino è amato e accettato per ciò che è, e quasi sempre i genitori tendono, consapevomente o meno, a desiderarlo diverso e a plasmarlo a foggia di qualche modello ideale. La situazione non è, ovviamente, uguale per tutti: alcuni genitori e alcuni insegnanti sono a riguardo più rigidi, altri più amorevoli, più disposti ad accettare e sostenere il bambino in modo incondizionato. Incondizionato vuol dire: "accettarlo e amarlo senza porre condizioni, a prescindere cioè dal fatto che assomigli o meno al nostro modello ideale e che si comporti come noi  adulti desideriamo". Se invece l'accettazione e il sostegno dipendono da tali fattori, allora non è più amore incondizionato, ma si ha amore condizionato, in quanto si pone una condizione: "Se sei buono e bravo (nel modo in cui io adulto intendo tali termini)  allora ti amerò, altrimenti no".

E’ l’amore incondizionato che fa sbocciare in noi un atteggiamento spontaneo e fiducioso verso l'esistenza, la sensazione rassicurante di protezione e nutrimento, il senso di dignità in quanto esseri umani a prescindere dalla nostra identità e posizione sociale (la carta dei diritti dell'uomo, il concetto di uguaglianza di fronte alla legge, le carte costituzionali delle repubbliche democratiche possono intendersi come espressioni in forma giuridica di tale fondamentale valore).

L’amore condizionato è invece quello che ci stimola a seguire determinate regole di comportamento, a impegnarci nell’apprendere, a raggiungere traguardi, ad eccellere. E' la base dell'energia creativa dell'uomo, del suo desiderio di evolvere, di migliorare e migliorarsi, di confrontarsi, di raggiungere sempre nuovi traguardi; è una energia positiva ed utile, che però, quando è eccessiva, può portare sofferenza e distruzione.

Affinché il bambino si sviluppi armonicamente sono necessarie entrambe queste forme di amore, che non si escludono l'un l'altra, ma sono anzi complementari ed è fondamentale che vi sia tra loro equilibrio: ogni disarmonia, ogni prevalere - in una famiglia o in una società - di una sola forma con conseguente carenza o assenza dell'altra determina infatti gravi conseguenze. Noi proveniamo da una civiltà patriarcale, autoritaria, severa in cui per millenni vi è stato troppo poco amore incondizionato, il che ha prodotto cattivi rapporti genitori-figli, profonde ferite d’amore e una tendenza delle persone, sin da bambine, a chiudersi, a difendersi, a crearsi una maschera che nasconde e rinnega alcuni aspetti di sé (quelli che attirano disapprovazione) e rinforza solo quelli che gli fanno ricevere l’approvazione dei genitori e degli altri adulti significativi. Tuttavia non si deve credere che un regime matriarcale sarebbe migliore, poiché il solo amore incondizionato creerebbe inevitabilmente figli viziati, stagnazione, pigrizia, inerzia evolutiva, mancanza di creatività - come si vede chiaramente in quelle famiglie iperprotettive, molto "mammone", in cui i figli non si distaccano nemmeno a quarant'anni e mancano dello stimolo evolutivo di affermarsi e rendersi autonomi in quanto individui. E' giusto che nell'epoca attuale di crisi del patriarcato vi sia una rivalutazione del femminile, ma non per sostituirlo al maschile bensì per porli finalmente fianco a fianco, pariteticamente, senza che nessuno dei due prevalga sull'altro.

 

 4.1. Amami come non sono mai stato amato (ma avrei sempre voluto)

 Dopo questo lungo ma necessario preambolo, torniamo al rapporto di coppia e al riflesso che hanno su di esso le ferite affettive della nostra infanzia.

Da bambini le nostra speranza più grande è che i nostri genitori ci capiscano, ci rispettino e ci amino come e quanto abbiamo bisogno. Purtroppo è una speranza che raramente si avvera, per quanto intensi possano essere i nostri sforzi e le nostre preghiere. Subentra così col tempo una sorta di abitudine, di rassegnazione e infine di oblio. Ma la speranza non è morta, è solo in animazione sospesa, e si risveglia quando ci troviamo coinvolti in una relazione di coppia. Non sempre e non subito, però: solo in quelle relazioni in cui c’è un profondo coinvolgimento affettivo, un innamoramento, e solo dopo vari mesi, quando i due hanno raggiunto un certo grado di confidenza e intimità e iniziano a fare a meno delle maschere. A questo punto scattano in entrambi forti aspettative nei confronti dell’altro:

 “Che cosa farai per me? Mi aiuterai? Mi ascolterai? Mi farai sentire bene? Realizzerai i miei sogni? Sarai il perfetto genitore per i nostri figli? Il padre che io non ho potuto avere, la madre che non ho avuto? Adesso che mi sono innamorato di te, tu hai il dovere di far scomparire le mie sofferenze. Ascoltami, guariscimi, fammi stare bene. (…) Ci sono due tipi di bisogni emotivi che cerchiamo di soddisfare nelle nostre relazioni intime: uno è quello di cui siamo consapevoli (fammi felice, dammi la sicurezza economica, sii un buon padre per i miei figli), l’altro è costituito dalle esigenze emotive inconsce che rappresentano il tentativo della nostra personalità di guarire tutto ciò che si frappone alla nostra capacità di sentirci integri. In ogni relazione esiste dunque un viaggio emotivo nascosto.” (D. R. Kingma, op. cit., p. 41)

La relazione di coppia diviene insomma una opportunità tramite cui crediamo di poter guarire una volta per tutte le ferite d’amore, le carenze affettive, le delusioni subite durante l’infanzia e il partner diviene per certi aspetti un sostituto di nostro padre, di nostra madre (o di entrambi) e inconsciamente lo invitiamo – talvolta sfidiamo - ad amarci in modo totale, ad accettarci per quello che siamo, ad essere il genitore perfetto che non abbiamo mai avuto ma abbiamo sempre desiderato.

Si tratta, come è facile intuire, di aspettative eccessive, che solo una mente bambina può sperare di poter soddisfare e tuttavia il nostro inconscio è sempre allo stadio infantile – è inconscio proprio perché non ha voluto/potuto crescere – e quindi è proprio sulla base di tali aspettative che passiamo dall’innamoramento alla relazione stabile.

Oltre a chiedere al nostro partner capacità e comportamenti al di là delle umane possibilità, formuliamo le nostre richieste in modo errato, ad esempio con tono di sfida e aggressivo, pretendendo con forza ciò che crediamo ci spetti di diritto, oppure con sottintesi, ammiccamenti o lamenti vittimistici.

Purtroppo il nostro partner – che vuole anch’egli la stessa cosa - si trova nelle nostre stesse condizioni, cioè ha il cuore ferito, chiuso, e non è in grado di amarci come vorremmo, così come noi non siamo in grado di farlo con lui/lei. Ecco allora che dopo un po’ subentra in uno dei due (il più sensibile) un senso di delusione, di insoddisfazione: invece di guarire, le sue ferite infantili si sono aperte di più e sono perfino più doloranti che non quando stava da solo; il partner ha tradito le sue aspettative, non lo capisce, non lo ama veramente e via dicendo. La situazione, già di per sé difficile, diventa ancor più critica in quei casi in cui oltre ad essere stati delusi e feriti dai genitori siamo stati anche delusi da qualche nostro precedente partner. La relazione diventa tesa, la comunicazione ambigua, la sessualità e l’affettività ne risentono e si innesca una reazione a catena che può essere, a seconda del carattere delle persone, sotterranea o esplosiva.

Se ci limitassimo ad invitare il partner ad amarci, senza sfidarlo, senza aggredirlo, senza lamentarsi o sfuggirlo, il rapporto sarebbe meno teso, meno ambiguo; se sapessimo comunicare con chiarezza e chiedere apertamente al partner ciò di cui abbiamo bisogno, lo metteremmo nelle condizioni per fare del suo meglio e capiremmo che anche lui si trova nella nostra stessa situazione. Potremmo a questo punto reagire in due modi:

 1)     Lasciarlo, perché ci ha rivelato la sua fragilità e i suoi limiti mentre noi cerchiamo un partner “super” che non sia ferito e bisognoso ma generoso, impeccabile e tutto per noi (questa aspettativa è molto simile a quella del bambino verso il genitore: da piccoli tutti noi vediamo i genitori come esseri enormi, onnipotenti, vere e proprie divinità). Si tratta di una reazione sbagliata, ma sempre meglio che continuare a perdere tempo in sfide, conflitti, scontri.

 2)     Affrontare in modo più realistico il rapporto, comprendendo che il nostro partner non ha il potere magico di guarire le nostre ferite di cuore e di riempire i nostri vuoti esistenziali – né lui né nessun altro partner. Guarire tali ferite e colmare tali vuoti è un processo possibile – anche se lungo e laborioso - ma può avvenire solo attraverso l’autoguarigione; certo, un partner comprensivo e amorevole può esserci di grande aiuto, ma il lavoro ognuno lo deve fare da sé su di sé.

 Il punto di partenza per un tale lavoro è assumersi la responsabilità della propria guarigione, senza scaricarla su altre persone: né sui nostri veri genitori né sul nostro partner. Dobbiamo accettare che quel che è stato è stato: le situazioni e le cause che hanno prodotto le ferite non possono essere cambiate: appartengono al passato e i fatti del passato non possono mutare. Può però mutare la nostra interpretazione di quei fatti e possono mutare gli effetti di quei fatti. Possiamo cioè per prima cosa interpretare la mancanza di amore non come una nostra sfortuna e ingiustizia privata ma come un male collettivo che affligge tutta l’umanità; in tal modo smetteremo di sentirci vittima e di attribuire colpe agli altri – se colpe vi sono, sono collettive – e potremo poi perdonare coloro che – genitori, partner precedenti – involontariamente ci hanno fatto soffrire perché a loro volta sofferenti. E ci tengo a precisare che il perdono non è un regalo che facciamo a loro ma a noi stessi, perché significa smettere di sprecare energie nel vano tentativo di cambiarli; difatti, non è in nostro potere di cambiare il modo di essere di un’altra persona, se non noi stessi, e solo quando smetteremo di sprecare tempo ed energie in quella direzione, solo allora potremo dedicarci davvero a noi stessi, imparando ad amarci ed accettarci per quello che siamo (amore incondizionato) ed al contempo a stimolarci bonariamente ma con disciplina, a perfezionarci e a sviluppare al meglio le nostre potenzialità (amore condizionato), attività che amo definire “fare da madre e padre amorevoli di noi stessi” – qualcosa di molto simile a ciò che molti maestri spirituali hanno chiamato “amare se stessi” come ho meglio illustrato in un altro mio scritto (cfr. E. Cheli, L’età del risveglio interiore, Franco Angeli editore).

 

  5. A scuola di relazione

 Man mano che risaniamo le ferite d’amore primarie e che impariamo ad amarci e a stimolarci positivamente, cresce la nostra autostima e la fiducia nell’altro e anche il rapporto di coppia ne risente felicemente. Specie se entrambi i partner si incamminano su un tale sentiero si passa gradualmente da una situazione di permanente conflitto interiore ed esteriore ad uno stato emotivo più armonico, ad una identità più fluida e piena di entrambi che conduce ad una comunicazione con l’altro basata sull’ascolto e la comprensione e non più sul giudicare e sul proiettare, ad una relazione basata sulla complicità e la collaborazione e non più sulla sfida e l’antagonismo.

Si tratta di un sentiero lungo eppure possibile, che finora solo pochi pionieri hanno percorso ma che adesso si rende disponibile ad un sempre maggior numero di persone. E’ un sentiero che non va percorso da autodidatti ma partecipando a specifici corsi e seminari sulle relazioni di coppia, sull’autoconsapevolezza, sulla comunicazione interpersonale. Ho partecipato a molti corsi e seminari del genere, prima come allievo e poi come docente e ne ho ricavato un notevole accrescimento personale e professionale in entrambi i ruoli. Si tratta di corsi che prevedono sia lezioni sia soprattutto esercitazioni pratiche, che consentono di sviluppare una sempre maggiore consapevolezza e capacità di ascolto di sé e dell’altro, una migliore capacità di esprimere sentimenti ed emozioni, di comunicare le proprie richieste o lamentele in modo costruttivo, senza ferire l’altro né umiliare se stessi.

Ad alcuni può sembrar strano dover andare a scuola di relazione e magari pensano che amarsi e stare insieme sia qualcosa di spontaneo, non da imparare. Invece è un’arte che, come tutte le arti, va imparata. Anche l’artista agisce a partire da una ispirazione, da un sentimento, da una visione spontanea, ma poi la trasfigura, la esprime e la rende opera d’arte grazie alla sua abilità tecnica e alla sua sensibilità acuita. Se non avesse studiato, se non avesse imparato certi principi e certe tecniche, se non avesse, grazie all’esercizio e alla contemplazione, affinato la propria sensibilità e consapevolezza Bach non sarebbe divenuto l’artista che era, e così pure Leonardo o Michelangelo, Dante o Montale.

Ognuno di noi– anche se non è un artista - è chiamato nella vita ad esercitare le arti più umane, difficili e sublimi del comunicare, del relazionarsi e dell’amare. Esercitarle senza studiare non significa agire spontaneamente, anzi al contrario significa essere prigionieri di quegli stili che abbiamo appreso da bambini, imitando i nostri genitori oppure adottando per reazione stili esattamente opposti ai loro, stili limitati e spesso poco efficaci ma ormai divenuti abituali e inconsci e che influenzano potentemente e spesso negativamente il nostro agire, come ho meglio illustrato nel mio ultimo libro (E. Cheli, Relazioni in Armonia, Franco Angeli 2004). 

Se invece ci impegniamo a studiare, ad esercitarci, a confrontarci con altre persone, arriviamo a scoprire che esistono altri modi di comunicare, di esprimere emozioni e sentimenti, di stare in relazione, e grazie alle esercitazioni possiamo anche provarli questi modi, indossarli senza impegno, giusto per vedere come ci sentiamo in essi e magari scoprire che ci corrispondono più di quelli che finora avevamo adottato come nostri. Allora iniziamo a prendere le distanze dai nostri vecchi stili (che nostri non erano) e a capire come in fin dei conti essi fossero responsabili di molte incomprensioni, di molti conflitti, di molte sensazioni di mancata intimità, e giungiamo piano piano a formarci un nostro stile, questa volta davvero nostro perché sviluppato consapevolmente, perché costituito da modi e linguaggi che sentiamo corrispondere alla nostra interiorità, alle nostre aspirazioni, al nostro vero essere.

Come ho detto nel saggio introduttivo a questo libro, siamo tutti fondamentalmente degli analfabeti sul piano comunicativo-emozionale-relazionale perché figli di una cultura patriarcale basata sul potere e non sulla comunicazione. Adesso è giunto il momento di superare questo analfabetismo e di riappropriarci delle nostre prerogative affettive e relazionali. Abbiamo impiegato così tanto tempo a scuola per imparare cose spesso rivelatesi inutili nella vita, perché non dedicare almeno qualche briciola del nostro tempo ad una sfera così importante come la relazione di coppia?

 

 

[1] Enrico Cheli, sociologo e psicologo si occupa da anni di relazioni interpersonali e metodi olistici per lo sviluppo del potenziale umano. È docente all’Università di Siena dove dirige un Master in Comunicazione, relazioni interpersonali e counseling e vari corsi di perfezionamento e di aggiornamento sulla consapevolezza e l’educazione sui sentimenti, le relazioni, le emozioni. Tra i suoi ultimi libri: L'età del risveglio interiore (Francoangeli); Teorie e tecniche della comunicazione interpersonale (Francoangeli); La comunicazione come antidoto ai conflitti (Punto di fuga); Relazioni in armonia (FrancoAngeli). È spesso intervistato da giornali italiani e stranieri e partecipa a numerosi programmi radiofonici e televisivi.

 

[2] Cfr. Tra gli altri: P. Schellembaum, La ferita dei non amati, Red, Milano, 1996.

 

 

Diversità, conflittualità, comunicazione

Per un approccio olistico alla risoluzione costruttiva dei conflitti

 di Enrico Cheli

 

I conflitti spuntano prima o poi in ogni relazione, sia essa tra persone, gruppi, organizzazioni o stati, e questo è un fatto inevitabile; si può però evitare che essi degenerino e divengano distruttivi e addirittura imparare a trasformarli in occasioni di crescita, talvolta anche di collaborazione.

I conflitti scaturiscono dalle diversità esistenti tra i soggetti che sono in relazione – diversità di interessi economici, di punti di vista, di carattere, di genere, di ideologia o religione, di valori e norme, di cultura. I conflitti distruttivi derivano dalla incapacità di comprendere, accettare e conciliare tali differenze.

Al di là delle differenze tra una persona e l’altra e tra una situazione e l’altra, tale incapacità dipende principalmente da tre fattori: 1) la mancanza di una cultura della comunicazione; 2) l’eccessiva presenza di una cultura della competizione e dell’antagonismo e la connessa carenza di una cultura della cooperazione; 3) L’insufficiente consapevolezza di sé, in particolare riferita ai propri conflitti interiori e al nesso tra essi e i conflitti esteriori.

 

 

1.    La comunicazione come antidoto ai conflitti distruttivi

 

Come ho meglio dimostrato in un mio precedente lavoro (cfr. E. Cheli, 2003) l’ingrediente fondamentale per una gestione costruttiva dei conflitti è la comunicazione: se il conflitto sfocia in scontri violenti e comportamenti distruttivi è spesso perché non si comunica appropriatamente, perché non ci si conosce, tant'è che da sempre l'alternativa alle guerre è la diplomazia, che è appunto una forma di comunicazione tra stati. Ogni scontro può essere considerato la punta di un iceberg che ha spesso dietro di sé una lunga storia di carente o scadente comunicazione, di incomprensioni, di sordità, di silenzi e non detti, da parte di una o di entrambi i soggetti coinvolti, e in situazioni di fondo contrassegnate da chiusura, diffidenza e ostilità basta una scintilla perché scoppi una guerra.

Vorrei in proposito ricordare che “comunicare” è l'opposto di combattere, come ricorda l'etimologia stessa della parola, che rinvia a cum (con, insieme) e a munia (doveri, vincoli), ma anche moenia (le mura) e munus (il dono). Communis significa quindi: essere legati insieme, collegati dall'avere comuni doveri (munia), dal condividere comuni sorti (le mura che proteggono e accumunano) o dall'essersi scambiati un dono. Tramite la comunicazione ci si avvicina agli altri, mentre combattendo si agisce per allontanare (fino anche a eliminarlo) chi suscita in noi paura o disprezzo.

La comunicazione contribuisce a superare la paura del "diverso da noi", facendo emergere punti di contatto e somiglianze tra le diverse persone, culture e religioni: finché si rimane distanti, vediamo solo le differenze, ma se ci si avvicina e si dialoga si scoprono somiglianze tra noi e gli altri e dallo scontro si può passare al confronto e alla condivisione.

Purtroppo non esiste una cultura della comunicazione (né è mai esistita in nessuna civiltà a noi nota), e solo da poco ci stiamo rendendo conto del ruolo sociale imprescindibile che essa svolge. Pertanto nessuno ci ha mai insegnato a comunicare efficacemente e ad impostare in modi sani e costruttivi i nostri rapporti con gli altri: a scuola abbiamo imparato a parlare e a scrivere ma non ad ascoltare e comprendere realmente l'altro in quanto diverso da noi. Ci è stata insegnata una storia umana fatta di guerre ma non ci è stato detto niente su come poterle evitare. Abbiamo ricevuto una formazione professionale senza alcuna formazione relazionale per prepararci ai rapporti con i colleghi e con i superiori.

Nelle società patriarcali del passato, basate sulla autorità, la comunicazione aveva inevitabilmente un ruolo marginale, poiché i rapporti sociali non venivano liberamente costituiti dalle parti, ma erano predefiniti da norme e gerarchie rigide imposte dall’alto (cfr. E. Cheli, 2004b). Sia nei rapporti tra governanti e cittadini/sudditi sia in quelli tra membri di una stessa famiglia, i ruoli erano tutt’altro che paritetici: c’era chi poteva parlare a proprio piacimento e chi doveva solo ascoltare, chi indottrinava e chi imparava passivamente, chi ordinava e chi obbediva. La comunicazione sta assumendo solo oggi un ruolo centrale perché solo da poco le società si stanno democratizzando e la comunicazione è un presupposto indispensabile per la democrazia, poiché essa si basa su rapporti liberamente costituiti e su ruoli, regole e poteri che non vengono imposti dall’alto ma nascono da una complessa negoziazione tra i diversi attori in gioco[1]. Non solo, ma la democrazia si basa anche sui diritti delle minoranze e del singolo cittadino/individuo, e ciò significa rispetto delle diversità (politiche, ideologiche, religiose etc.) laddove le società autoritarie del passato tendevano invece a stigmatizzare ogni forma di devianza dal modello dominante, e a omologarle ad ogni costo, anche col ricorso alla forza. La tolleranza – o capacità di accettare e accogliere le diversità –è un punto chiave non solo per la democrazia ma anche per la gestione nonviolenta dei conflitti; tuttavia, affinché tale modalità di gestione divenga prevalente e non confinata a pochi idealisti e altruisti, è necessario fare un ulteriore passo in avanti, fino a comprendere e apprezzare il lato positivo delle diversità: non limitarsi a tollerarle ma considerarle una potenziale preziosa risorsa, come meglio vedremo al punto 2).

Anche sotto questo profilo la comunicazione risulta essenziale, poiché è per suo tramite che individui diversi e culture diverse possono pacificamente coesistere: come sostiene A. Melucci, (1994: 113) “Il riconoscimento della differenza è la ragione e il fondamento della comunicazione. Se non ci si riconosce come diversi non c’è bisogno di comunicare e non si incomincia neppure a farlo. Si comunica, invece quando si cerca di mettere insieme e di rendere trasparenti la proprie differenze.”

 

 

2. Dalla diversità come antagonismo alla risorsa della cooperazione

 

Vi è una diffusa credenza in quasi tutte le culture del pianeta che porta a vedere la diversità come inevitabile fonte di antagonismo; si ritiene cioè che tra due posizioni o punti di vista o soggetti diversi debba esserci una competizione o uno scontro che decida il prevalere di uno solo dei due. Questo modo di vedere è adottato (e spesso  addirittura enfatizzato) anche dai media, specie nel campo del giornalismo, il che non fa che rinforzarlo, aumentando, invece di ridurre, la conflittualità collettiva. Si tratta, come sosterrò, di un pregiudizio, ma talmente radicato da risultare una realtà oggettiva e apparentemente immutabile.

In effetti la diversità può essere vista anche in altro modo, non antagonistico ma anzi costruttivo, poiché è proprio grazie alla diversità che esiste il nostro mondo, fisico, psichico e sociale. Tutti i fenomeni, da quelli cosmici a quelli della vita biologica e sociale fino a quelli sub-atomici esistono proprio grazie ad un gioco di diversità, di polarità opposte-complementari: può trattarsi di un flusso tra poli opposti o con diverso potenziale, come nei fenomeni elettrici, oppure di una alternanza tra fasi (notte-giorno, inspirazione-espirazione, contrazione-rilassamento etc.); o ancora una interazione tra forze "opposte" (gravitazione vs. moto orbitale, repulsione elettromagnetica vs. attrazione nucleare forte etc.). Perfino la struttura stessa della materia risulta imperniata sul gioco di poli opposti, come protoni e elettroni. Negli organismi viventi, il flusso/gioco continuo tra polarità e tra fasi opposte si può osservare nell'alternanza tra inspirazione ed espirazione, tra veglia e sonno, tra vita e morte; si pensi come ulteriore esempio al funzionamento dell'apparato muscolare dell'uomo (e di qualunque animale), che lavora sempre per coppie o gruppi di muscoli tra loro opposti eppure cooperativi, in cui un muscolo funge da agonista e l'altro da antagonista, e viceversa. Molti altri esempi potremmo fare, ma già da quanto detto si evidenzia che poli opposti non vuol dire necessariamente antagonisti, anzi semmai complementari: gli elettroni sono necessari alla materia non meno dei protoni, così come le donne sono necessarie per la specie umana non meno degli uomini. L'universo, la vita, la materia esistono grazie al flusso e alla dinamica prodotta da opposizioni cooperative tendenti a un equilibrio[2]

Dunque, se si vuole davvero pervenire ad una più ampia visione della realtà, è necessario liberarsi dal pregiudizio che “diversità” voglia dire necessariamente e solamente antagonismo e conflitto.

Il concetto di opposti complementari è basilare in una visione processuale/ondulatoria della realtà come quella proposta dai modelli ad impostazione olistica, mentre non è compatibile con il paradigma dominante nella scienza occidentale, che lo vede come un paradosso (cfr. E. Cheli, 2003).

C'è poi un ulteriore pregiudizio culturale, connesso a quello appena illustrato, che contribuisce ad aggravare il problema: la credenza che si possano soddisfare i propri bisogni solo penalizzando qualcun altro. Questo modo di vedere è stato definito dalla “teoria dei giochi” come gioco a somma zero: un gioco, cioè, dove la posta è limitata e non è sufficiente per soddisfare le esigenze di tutti i soggetti coinvolti (ad es. due naufraghi che si contendono un unico giubbotto di salvataggio o due tribù che lottano per un unico lembo di terra fertile, insufficiente per i fabbisogni di entrambe)[3]. Per millenni i rapporti sociali, ad ogni livello, si sono basati ciecamente su questo assunto della competizione per risorse limitate e quindi sulla legge del più forte. Solo da poco stiamo scoprendo che in gran parte delle relazioni sociali non solo si può vincere entrambi, ma addirittura si vince di più se si vince tutti.

 

Questa nuova consapevolezza sul potenziale positivo delle diversità rappresenta un ulteriore importante tassello per addivenire ad una gestione costruttiva dei conflitti; tuttavia il quadro è ancora incompleto poiché gli esseri umani non agiscono solo in base a considerazioni razionali ma anche in funzione di fattori emozionali; ciò significa che la scelta di cooperare con un’altra persona invece di competere con essa, oppure di trovare un accordo di compromesso invece di combatterla, può dipendere non solo dal vantaggio materiale che può derivarne ma anche – talvolta soprattutto – dagli atteggiamenti che si nutrono nei confronti di quella persona. E ovviamente l’esito sarà molto diverso a seconda che gli atteggiamenti siano favorevoli o sfavorevoli, di amore o d’odio, di fiducia o sfiducia, di stima o disprezzo. Insomma, non basta trovare un accordo sull’oggetto del conflitto, ma è necessario trovare un accordo anche tra gli attori del conflitto. Se l’altro ci sta fortemente antipatico, se disprezziamo il suo modo di essere, se giudichiamo negativamente il suo agire, ben difficilmente sarà possibile trovare un punto di incontro, anche se razionalmente ci rendiamo conto della vantaggiosità di ciò. Specie a livello interpersonale, capita spesso che i conflitti nascano e/o degenerino non tanto per divergenze concrete o perché non si riesce a trovare un accordo conveniente per entrambi le parti ma perché ci sentiamo infastiditi, urtati, feriti dal modo di fare e di essere dell’altro. Il motivo reale del contendere viene ad essere ingigantito dalle nostre reazioni emozionali e un semplice diverbio può trasformarsi in una guerra totale, così come l’altro, da semplice persona con interessi/idee diversi dai nostri diventa il nostro peggior nemico[4].

Ma cos’è che ci porta ad accettare o rifiutare l’altro, a giudicarlo positivamente o negativamente? Qual’è il termine di paragone in base al quale lo valutiamo? Perché alcune persone tendono a vedere nemici ovunque?

Come abbiamo anticipato in premessa, esiste un nesso tra conflitti con gli altri e conflitti con se stessi, e sono appunto questi ultimi che ci forniscono il termine di paragone in base al quale giudichiamo gli altri, come meglio vedremo nel paragrafo seguente.

 

 

3. Conflitti intrapersonali e dinamiche interpersonali

 

Secondo alcune teorie di psicologia del profondo, la personalità non va vista come un'entità unitaria, ma piuttosto come un insieme di sub-personalità, ciascuna delle quali desidera il soddisfacimento dei suoi specifici bisogni[5]. Alcune di queste sub-personalità sono ben viste dalla nostra cultura e società e quindi tendiamo fin da bambini a identificarci con esse, agendole alla luce del sole: è il caso, ad esempio, di aspetti quali l'altruismo, la razionalità, l'autocontrollo, la disponibilità verso l'altro etc. Altre sub-personalità invece vengono giudicate negativamente dalla società e dunque anche dall'individuo, che tende a rinnegarle, esiliandole nell'inconscio — si pensi all'egoismo, alla sensualità, all'amore per l'avventura, al bisogno di indipendenza, alla timidezza o qualunque altro aspetto ritenuto deprecabile dall'ambito familiare e culturale in cui siamo cresciuti o non appropriato al sesso dell'individuo (ad es. la vulnerabilità, per l'uomo o la determinazione per la donna).

Ogni volta che scegliamo - ed è una scelta che si ripresenta più volte nella vita: in famiglia, a scuola, con gli amici, sul lavoro - reprimiamo una parte di noi, dicendogli in sostanza: "tu sei meno importante dell'altra parte, dell'altro bisogno", e così facendo la releghiamo nell'inconscio. Ciò determina conseguenze molto simili a quelle evidenziate, a livello macrosociale, dalla teoria del conflitto sociale: così come avviene per gli individui e le classi prevaricate, le sub-personalità che rinneghiamo e releghiamo nell'inconscio non ci stanno a farsi tagliare fuori e faranno di tutto per ottenere attenzione e soddisfazione: sobilleranno, saboteranno, semineranno zizzania, insomma fomenteranno il conflitto dentro di noi e, per riflesso, anche fuori di noi. Proveremo antipatia e repulsione per qualcuno perché in realtà ci ricorderà - magari in eccesso - parti di noi che abbiamo chiuso nella "prigione" dell'inconcio; combatteremo con nemici esterni ma in realtà saremo in guerra con noi stessi.

Ognuno di noi possiede una schiera sorprendente di sé rinnegati, relegati nel proprio inconscio come una sorta di prigionieri politici condannati per le loro idee, giudicate sovversive e pericolose dalla nostra famiglia e comunità di appartenenza; come tutti i prigionieri aspettano l'occasione di essere liberati (o di evadere) e di vedere finalmente considerati i loro bisogni e i loro sentimenti. Anche se non sospettiamo minimamente la loro presenza, tali sub-personalità hanno un impatto straordinariamente potente sulle nostre vite: esse agiscono nell’ombra, proprio come i cospiratori, ad esempio attivando proiezioni ed aspettative nei confronti di altre persone. Queste proiezioni possono agire sulla dinamica della relazione in modo positivo o negativo, a seconda dei casi. Incontrare una persona che manifesta apertamente alcuni tratti della personalità che anche noi possediamo come potenziale, ma non abbiamo mai sviluppato (e dunque sotto sotto vorrebbero liberarsi ed esprimersi), può portare ad ammirarla, ma può anche accadere il contrario, e cioè una reazione di forte critica e rifiuto verso quella persona e ciò che rappresenta. Ciò fa sì che - in misura diversa da persona a persona e da situazione a situazione – più che comunicare veramente con l'altro comunichiamo spesso con i nostri desideri, paure e conflitti interiori, proiettati sull'altra persona come fosse uno schermo cinematografico, senza realmente ascoltare la sua unicità, capirla ed entrarci in contatto.

Da qui l’esigenza di percorsi educativi che ci aiutino a prendere coscienza dei nostri sé rinnegati, aiutandoci a riabilitarli e ad impostare in modo più equilibrato i rapporti tra essi e i sé primari. Si passa così da una situazione di permanente conflitto interiore ad uno stato emotivo più armonico, ad una identità più fluida e piena e ad una comunicazione con l’altro basata sull’ascolto e la comprensione e non più sul giudicare e sul proiettare.

I lati ombra non sono negativi in assoluto ma solo fino a quando vengono ritenuti tali e confinati nell'inconscio; al contrario, se si ha il coraggio di prenderne coscienza e di dialogare con essi, è possibile trasformarli da elementi negativi in risorse altamente positive. A tal fine è necessario impegnarsi in un cammino di autoconsapevolezza, e uno dei percorsi più efficaci per prendere coscienza di tali lati è proprio la relazione. Uno dei doni più belli che ci offrono le relazioni con altre persone è appunto la possibilità di recuperare i nostri sé negati: attraverso un continuo e consapevole confronto con l'altro compiamo un viaggio nelle profondità del nostro essere e viceversa, quanto più esploriamo la nostra interiorità tanto meglio sappiamo comprendere l’altro e gestire costruttivamente rapporti e conflitti.

Se imparassimo ad accettare la globalità di ciò che siamo e non solo alcune parti, sarebbe assai più facile accettare i diversi da noi; se sapessimo conciliare creativamente i nostri diversi bisogni invece di accettarne solo metà e rinnegare l'altra metà, saremmo anche più in grado di negoziare con equità con altri individui, classi sociali, popoli o stati, invece di considerare le nostre esigenze sempre più importanti delle loro e liquidarli con poche briciole e molta arroganza.

 

4. Conclusioni

 

Riepilogando, i conflitti non sono evitabili, ma è possibile e anzi doveroso gestirli in modo costruttivo invece che distruttivo; una tale modalità di gestione richiede i seguenti presupposti: miglioramento della cultura comunicativo-relazionale e dei connessi strumenti operativi; superamento di alcune miopie culturali (pregiudizi) che colgono solo il lato antagonistico delle diversità; sviluppo di una più profonda consapevolezza di sé, dei propri conflitti intrapersonali e del loro riflesso sulle dinamiche interpersonali.

A tal fine è necessario, da un lato potenziare la ricerca scientifica e tecnologica in materia, dall’altro promuovere iniziative di sensi-bilizzazione e educazione che diffondano le conoscenze (SAPERE) e le tecniche (SAPER FARE) conseguite dalla ricerca e sviluppino parallelamente la consapevolezza di sé e dell’altro (SAPER ESSERE).

Tali iniziative dovranno essere tra le priorità dei prossimi anni se vogliamo perseguire una politica sociale imperniata sulla prevenzione del disagio psico-sociale, della microconflittualità urbana e familiare e di tutte le altre patologie sistemiche che affliggono la nostra vita sociale. Solo così potremo davvero creare i presupposti per una vita sociale costruttiva e soddisfacente e per una pace interna ed internazionale effettiva e duratura.

 

 

 

Bibliografia generale

     

Bateson G., Verso un’ecologia della mente, Milano, Adelphi, 1977.

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Cheli E., L’età del risveglio interiore. Autoconoscenza, spiritualità e sviluppo del potenziale umano nella cultura della nuova era, Milano, Franco Angeli, 2001.

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Coremotional education e sviluppo armonico dell’essere umano

I nessi tra comunicazione, relazione, emozione (e consapevolezza)

 

di Enrico Cheli [6]

 

   

Premessa[7]

 Come ho più estesamente mostrato in altri miei lavori (cfr. E. Cheli, 2001, 2003, 2005a) da alcuni decenni a questa parte stiamo attraversando una fase di profondo e veloce cambiamento socioculturale, che da un lato abbatte anacronistiche consuetudini, discriminazioni e tabù, rendendo più libere le comunicazioni interpersonali, le relazioni e le emozioni e aprendo nuove stimolanti possibilità, ma dall’altro toglie agli individui modelli da imitare e punti di riferimento certi, producendo effetti collaterali di incertezza e conflitto che aumentano il già alto malessere psicologico e sociale. Le persone credono sempre meno ai vecchi valori, alle vecchie forme di relazione, hanno nuovi bisogni da soddisfare, nuove aspettative, nuove speranze, ma ancora non hanno imparato nuovi e più adeguati modi di comunicare e relazionarsi e soprattutto di orientarsi da soli, usando la propria consapevolezza per compiere le scelte, invece di seguire ciecamente binari prestabiliti da altri. Per sfruttare i vantaggi potenziali di questa nuova e ampia libertà e per gestire le tensioni, le incertezze e i conflitti che essa comporta sono dunque necessarie nuove adeguate competenze sui piani della relazione, della intelligenza emotiva, della comunicazione, della consapevolezza.

Competenze che, purtroppo, né la famiglia, né la scuola sono per ora sensibilizzate e preparate ad educare, e neppure all’università, che dovrebbe rappresentare l’avanguardia dell’innovazione scientifica e culturale, le cose vanno molto meglio[8].  Solo alcuni istituti e società private di formazione hanno finora offerto corsi in materia, ma per lo più di breve o brevissima durata (1-3 giorni) e limitati ad aspetti molto tecnici. Anche i libri in materia, specie quelli in lingua italiana, sono pochissimi e in gran parte datati, il che riflette la marginalità che tali tematiche rivestono anche nel campo della ricerca scientifica (cfr. a riguardo E. Cheli, M. Morcellini 2004).

In considerazione delle suddette gravi carenze ho avviato, da alcuni anni a questa parte, presso l’Università di Siena, una serie di iniziative didattiche e di ricerca specificamente incentrate sulle competenze comunicativo-relazionali ed affettivo-emozionali; iniziative che, grazie anche alla collaborazione di numerosi colleghi della mia e di altre Università, sono gradualmente cresciute fino a comprendere allo stato attuale: un Master biennale in “Relazioni interpersonali, comunicazione e counseling”, vari Corsi di Perfezionamento e di aggiornamento sull’intelligenza emotiva e sulle abilità comunicativo-relazionali, una Scuola di dottorato di ricerca sulla risoluzione dei conflitti, una summer school su sentimenti, relazioni, emozioni, nonché numerose attività di ricerca e corsi brevi di formazione su temi quali: la relazione medico-paziente, le relazioni di coppia, il mobbing, le relazioni a scuola (ulteriori informazioni sul sito web: www.corem.it). Inoltre ho dedicato alla comunicazione, alle relazioni e alle emozioni numerosi saggi e una trilogia volta a gettare le basi di un modello teorico che affronti le dimensioni comunicativa, relazionale, emozionale in modo olistico interdisciplinare, cioè considerandole tre facce di un unico processo. Focalizzarsi solo su una singola dimensione (quale che sia) è a mio avviso fuorviante sul piano scientifico e poco efficace tanto sul piano educativo quanto su quello terapeutico. Purtroppo ha prevalso finora proprio una trattazione settoriale di tali dimensioni, che non solo le ha separate l’una dall’altra, ma le ha affrontate in modo per lo più meccanicistico riduzionista, esaminando le prime due soprattutto dal punto di vista della sociologia, della antropologia e della psicologia sociale e la terza dal punto di vista della psicologia clinica, della psicologia dinamica e della psichiatria (cfr. E. Cheli, 2004b e 2005a II cap.).

Grazie a una formazione (e vocazione) pluridisciplinare, ho avuto modo negli anni di studiare tutti e tre i campi suddetti, intravedendovi differenze e contraddizioni ma anche numerosi punti di possibile contatto. Questo spostarmi da una disciplina all’altra mi ha fatto rendere presto conto che la tendenza di ognuna a vedere le cose solo dal proprio punto di vista, produce distorsioni nei modelli teorici e riduce l’efficacia degli interventi pratici, siano essi educativi, terapeutici o organizzativi. A seguito delle suddette considerazioni mi sono dedicato, da vari anni a questa parte, ad elaborare un modello olistico interdisciplinare che: a) tenga conto di tutte le dimensioni suddette e della loro interdipendenza; b) coniughi l’intervento sui mondi interiori con quello sui mondi esteriori; c) introduca una quarta dimensione: la consapevolezza, senza la quale, come vedremo più oltre, ogni tentativo di miglioramento è vano. Ho adottato per tale modello l’acronimo CO.R.EM. (COmunicazione, Relazione, EMOzione) e adesso ne illustrerò brevemente il punto a), mentre rinvio a E. Cheli (2005a) per i punti b) e c).

 

 1.    I nessi tra comunicazione, relazione, emozione

 Delle tre dimensioni, la comunicazione/interazione è quella più evidente, essendo costituita da parole, suoni, gesti, comportamenti sensorialmente percepibili sia da chi li mette in atto, sia da chi li riceve, sia anche da eventuali osservatori esterni (anche se, come vedremo, non mancano in essa livelli nascosti e significati ambigui). L’emozione è invece costituita da manifestazioni interne meno esplicite - processi psico-fisiologici, sensazioni sottili, percezioni soggettive - di cui è spesso poco consapevole anche chi le prova, e che l’altro può cogliere solo se dispone di una acuta sensibilità empatica oppure se espresse mediante messaggi, comportamenti o stati corporei percepibili (volontari o involontari che siano). Infine, la relazione è la più immateriale, una sorta di cornice invisibile che ciò nondimeno influenza a fondo sia la comunicazione sia l’emozione, ed è da esse a sua volta influenzata.

Vediamo adesso tramite alcuni esempi come queste tre dimensioni siano tra loro inestricabilmente connesse, o meglio sistemicamente interdipendenti.

Proviamo rabbia in conseguenza del fatto che una persona ci ha offeso; sentiamo gioia grazie alla vista di uno splendido animale; sobbalziamo dallo spavento perché un ramo cade a pochi centimetri da noi. Insomma, le emozioni nascono sempre a seguito di una interazione/comunicazione con qualcun altro o qualcos’altro e non si producono mai da sole. Quand’anche una emozione sembra nascere senza che nulla sia accaduto esteriormente, l’origine è sempre connessa a qualche interazione/comunicazione, forse una avvenuta in passato e che abbiamo appena ricordato, oppure una che potrebbe avvenire in un ipotetico futuro e su cui le nostre speranze, paure o progetti ci portano a fantasticare. Ripensiamo ad una aspra discussione avuta la settimana scorsa con un collega e riproviamo rabbia; fantastichiamo su come sarebbe bello sabato andare in montagna a sciare e già ci sentiamo aperti e sereni. Pensiamo all’esame che dovremo sostenere la prossima settimana e subito si affaccia l’ansia. In assenza di interazioni – presenti, passate o future, reali o immaginarie/fantasmatiche che siano – non compaiono emozioni, come da millenni sostengono molte tradizioni mistiche orientali basate sulla meditazione e come è stato recentemente appurato anche da vari ricercatori occidentali[9].

Chiarito, spero, il nesso tra emozione e comunicazione/interazione vediamo adesso come si collega ad esse il terzo polo del processo, la relazione. Luca si sta recando in ufficio quando un automobilista nervoso lo apostrofa offensivamente, innescando in lui una certa irritazione e una risposta a tono; l’irritazione tuttavia si dissolve presto. Lo stesso tipo di offesa, qualora provenisse da un collega di lavoro o da un amico, produrrebbe in Luca emozioni più intense e di più lunga durata, così come più marcata sarebbe la reazione[10]. Francesca, barista, ha un diverbio con un cliente pedante che, sdegnato, se ne va dicendo che non metterà più piede in quel locale. Convinta di aver ragione, Francesca non si risente più di tanto ed anzi prova quasi euforia. Ma se il diverbio fosse avvenuto col marito e lui fosse uscito di casa dicendo che non vi avrebbe più messo piede, quali sarebbero state le emozioni di Francesca e quanto avrebbe impiegato a “digerirle”? E la certezza di aver ragione avrebbe in tal caso contato qualcosa?

Ciò che fa la differenza, sia nel caso di Luca che in quello di Francesca, è che nella prima eventualità la persona con cui la comunicazione ha luogo è un estraneo, mentre nella seconda è una persona con cui esiste una relazione, e all’interno di una relazione le emozioni sono più intense e persistenti, sia in bene che in male. Parimenti, le persone che, interagendo, provano emozioni intense e persistenti positive tendono a rendere più stabili le loro interazioni, cioè a creare relazioni, ad esempio amicale o sentimentale, (così come, se le emozioni sono negative, tendono alla non relazione, cioè a evitarsi, oppure, se ciò non è possibile, a combattersi).

L’esistenza o meno di una relazione non influenza solo le emozioni ma anche la quantità e qualità delle interazioni/comunicazioni: ad es.,  di norma in città non si salutano le persone sconosciute che si incrociano per strada, e spesso neppure le si guarda, senza che per questo esse abbiano a risentirsi; ma se si incrocia il proprio partner, un amico o un parente, non solo lo si saluta, ma spesso ci si ferma un momento a parlarci e magari gli si stringe la mano o lo si abbraccia. Se non lo si fa, l’altra persona si sente delusa e ferita emotivamente, poiché si aspettava un saluto, proprio in virtù della relazione esistente. Dunque una relazione tra esseri umani può essere definita come un sistema di aspettative reciproche, di diritti e doveri, di ruoli e di regole circa i comportamenti da tenere e da non tenere nei confronti dell’altro e circa le modalità e la frequenza con cui farlo. Non solo, ma la relazione è anche un vincolo di interdipendenza tale che il vissuto interiore e il comportamento esteriore dell’uno si riflette sul vissuto e sul comportamento dell’altro. (Questo secondo livello caratterizza ogni forma di vita che condivida lo stesso ambiente, inclusi gli organismi unicellulari, mentre il primo livello si ritrova solo a partire dai mammiferi e spicca in modo particolare negli umani).

Secondo gli studiosi e anche secondo il senso comune, l’etichetta di “relazione” va usata solo in determinate circostanze, e cioè quando tra le persone sussistono aspettative reciproche e regole più o meno condivise, mentre tutte le volte che comunichiamo con estranei o anche con persone che conosciamo solo di vista, siamo in presenza di una non relazione. Dunque sarebbero molte più le persone con cui non siamo in relazione che quelle con cui lo siamo. Ma è corretta questa visione delle cose? Io credo proprio di no e sono anzi convinto che siamo tutti in relazione e che, così come non è possibile non comunicare (cfr. P. Watzlawick et al., 1971) non è nemmeno possibile non essere in relazione. Proverò adesso a spiegare perché. Se la relazione è data dall’esistenza di aspettative e regole, allora anche l’interazione con gli estranei che incontriamo mentre guidiamo nel traffico risponde a questo requisito: vi sono regole comuni da rispettare (il codice della strada) e anche aspettative reciproche non codificate, ad esempio che l’altro ci rispetti, che non invada il nostro spazio personale (cioè che non ci venga troppo vicino), che non guardi dentro il nostro abitacolo, che non ci offenda ecc. Lo stesso vale per l’interazione con i vicini di casa, con i quali mai ci diremmo in relazione e che pur tuttavia condividono con noi aspettative e regole, poche e semplici ma pur sempre tali, alcune codificate per legge (ad es. il codice civile), altre invece sancite informalmente per consuetudine. Il vivere in una data società ci pone automaticamente in relazione con tutti coloro che ne condividono la lingua, le leggi, le consuetudini, la cultura. Ma anche con una persona che incontriamo in un paese straniero e con cui non abbiamo in comune né la lingua, né le leggi, né le consuetudini e la cultura, esiste comunque una qualche relazione, data dalla comune appartenenza al genere umano e al rispetto di alcune regole e aspettative universali. L’evoluzione sociale che ha portato l’umanità dalle famiglie alle tribù, dalle città alle nazioni sta adesso attraversando una fase epocale che – grazie alla globalizzazione – ci fa andare oltre le separazioni e ci porta sempre più a renderci conto che siamo tutti abitanti di un unico pianeta, di un unico villaggio globale nel quale le sorti degli uni sono collegate a quelle degli altri, e le sorti di tutti a quelle della natura, dell’ecosistema e del pianeta Terra (cfr. E. Cheli, 2001).

Pertanto più che tra relazione e non relazione dobbiamo semmai distinguere tra relazioni più strette e meno strette. Una relazione di coppia prevede regole e aspettative molto numerose e precise e un vincolo di interdipendenza molto intenso, mentre una relazione con un estraneo prevede poche e generiche regole e aspettative e una interdipendenza alquanto blanda.

Torniamo adesso alla questione delle aspettative e delle regole. Vi sono casi in cui esse sono in gran parte esplicite e chiare – come ad esempio nel rapporto tra datore di lavoro e dipendenti, tra genitori e figli e tra insegnanti e allievi – in quanto stabilite esplicitamente di comune accordo oppure decise da qualche autorità esterna o tradizione condivisa. In altri casi invece, aspettative e regole vengono a definirsi un po’ per volta, spontaneamente e implicitamente (come ad esempio nelle relazioni sentimentali, in quelle amicali e anche in quelle tra colleghi di lavoro), e quindi si prestano maggiormente a fraintendimenti. In altri casi ancora, aspettative e regole derivano da consuetudini e tradizioni diverse, perché le persone non appartengono alla medesima cultura o sub-cultura, e anche in questo caso possono nascere fraintendimenti e delusioni. La relazione coniugale sta un po’ a metà strada tra questi tre ambiti: essa è istituzionalizzata e quindi regolamentata da norme giuridiche e consuetudini, ma da qualche decennio a questa parte ha assunto connotati sempre più spontanei e informali che hanno introdotto una vasta area di indeterminazione nelle aspettative e nelle regole, come ho più estesamente evidenziato in un mio precedente lavoro[11].

Riprendendo il nostro modello, possiamo dire che:

 

a)      la comunicazione/interazione è ciò che si manifesta all’esterno di una relazione, cioè la sua componente esteriore;

b)      le emozioni e i sentimenti costituiscono invece la sua componente interiore (vissuti e motivazioni);

c)      la relazione infine è l’atmosfera microsociale in cui entrambi i processi – comunicativi e emozionali – si svolgono e che contribuisce a dar loro senso e significato (v. fig. 1).

 

Fig. 1

 

Quello di fig. 1 è ovviamente un modello molto semplificato, sia per quanto riguarda l’interiorità degli individui sia per l’atmosfera che li circonda. Interiormente, A e B non provano solo sentimenti e emozioni, ma anche sensazioni corporee e pensieri, senso di identità e ricordi; i loro scambi comunicativi si riflettono in qualche modo su tutte queste dimensioni e sono al contempo da esse influenzati e motivati. Analogamente, l’atmosfera sociale non si esaurisce nelle regole, aspettative e valori della specifica relazione che A e B intrattengono, ma essa è a sua volta inserita in ulteriori “atmosfere” (o sistemi) mesosociali e macrosociali che la influenzano: la cultura e la struttura sociale della famiglia, della comunità e della società cui A e B appartengono. In un altro mio libro, che illustra più approfonditamente tali aspetti, ho definito ogni individuo come un micromondo che comunica con altri micromondi all’interno di mesomondi e macromondi, tutti tra loro interdipendenti (cf. E. Cheli, 2004a, cap. 2 par. 4). Infine, va evidenziato che nella realtà esiste sempre una certa discrasia tra l’atmosfera relazionale in cui è immerso A e quella in cui è immerso B, nel senso che ognuno dei due (o più) individui ha una sua visione soggettiva della relazione, un suo sistema di aspettative, regole, valori, che non coincide praticamente mai con quelle dell’altro/altri, vuoi per differenze di personalità e di esperienze, vuoi per un diverso contesto socioculturale di appartenenza. Pertanto, ciò che si produce nella realtà non è correttamente rappresentato dalla figura 1 ma si avvicina semmai al modello di figura 2.

 

Fig. 2

 

 

Solitamente diamo per scontato che le persone con cui intratteniamo una relazione la vedano e la vivano nel nostro stesso modo, ma la figura 2 evidenzia che non è affatto così. Perfino nelle relazioni formali istituzionali, in cui regole, ruoli e aspettative sono in larga parte espliciti e chiari, vi è un’ampia area di divergenza, figuriamoci nelle relazioni informali.

Come ho meglio illustrato in un mio precedente lavoro (E. Cheli, 2001), da un punto di vista olistico l’essere umano può essere considerato un sistema complesso costituito da (almeno) quattro dimensioni interdipendenti, ordinate dalla più densa alla più sottile: corporea, emozionale, intellettuale e spirituale. Se confrontiamo questo modello col modello CO.R.EM. vediamo che: a) la comunicazione interpersonale – in quanto costituita di parole, suoni, gesti, comportamenti percepibili sensorialmente – rientra in prevalenza nella dimensione corporea (anche se poi viene tradotta in pensiero e in attivazione emozionale); b) emozioni e sentimenti sono compresi nella dimensione emozionale; c) la relazione, intesa nel suo aspetto socioculturale, appartiene soprattutto alla dimensione intellettuale (o mentale) che difatti è la più sottile delle tre. La dimensione intellettuale è fatta di pensieri, di credenze, di valori, e la relazione è data appunto da aspettative e regole che altro non sono che credenze; difatti, come ci ricorda la figura 2, è possibile che i due soggetti A e B abbiano una visione diversa della relazione, cioè abbiano credenze diverse a riguardo, forse dovute ad una differente provenienza culturale (ad esempio, B, di origine siciliana, ha una visione diversa della relazione coi figli rispetto alla moglie, A, di origini emiliane) oppure derivanti da differenti vissuti esperienziali dei due soggetti (ad es., A, essendo stata lasciata dal marito, potrebbe essersi fatta la credenza che è meglio tenere gli uomini a distanza e non coinvolgersi troppo; B, avendo visto, da bambino, il padre continuamente vessato e dominato dalla madre, potrebbe aver maturato la credenza che con le donne ci vogliono le maniere forti, per evitare che siano loro a sopraffarti).

Incomprensioni, equivoci e delusioni nascono spesso dal non considerare che l’altro possa pensarla diversamente da noi, e dal non confrontare in modo esplicito le rispettive aspettative e visioni della relazione, come ho meglio illustrato ai capitoli 4 e 6 del mio libro Relazioni in armonia (Franco Angeli 2005a).

 

 

2. Dalla intelligenza emotiva alla coremotional literacy

 

Emotional literacy (alfabetizzazione emozionale) è una espressione che si deve allo psicologo transazionale Claude Steiner (1997), ed è oggi molto in voga, specie nei paesi di lingua anglosassone. Anche a me piace ed esprimo profonda stima per tutti coloro che hanno contribuito a sviluppare e diffondere metodi educativi e iniziative formative in proposito. Tuttavia, essa risente di una visione un po’ troppo psicologistica, focalizzata prevalentemente sulla dimensione intrapsichica emozionale, che dal mio punto di vista è solo un aspetto di un processo complesso che comprende anche altre dimensioni. Per questo ho coniato – in assonanza col modello CO.R.EM. – una nuova, più ampia espressione: coremotional literacy, che oltre a recuperare le due dimensioni mancanti – la comunicativa e la relazionale – richiama una quarta dimensione, finora ancor meno considerata, sia sul piano teorico sia su quello educativo e terapeutico: la consapevolezza. Il prefisso Core significa infatti in inglese “nucleo, centro, anima” e la consapevolezza, secondo me, è appunto il centro attorno al quale ruota ogni processo dell’esistenza umana, esteriore o interiore che sia, inclusi quindi anche i processi comunicativo-emotivo-relazionali (rapportata al modello olistico dell’essere umano, la consapevolezza rientra nella dimensione spirituale). Per educare le persone ad una migliore gestione della sfera comunicativo-relazionale-emozionale è necessario fornirgli conoscenze teoriche appropriate sui processi intrapsichici, interpersonali e socioculturali coinvolti (SAPERE), e anche insegnargli tecniche operative che sviluppino le abilità necessarie ad agire appropriatamente in tali processi (SAPER FARE); tuttavia tutto questo sarebbe incompleto e scarsamente efficace senza una adeguata consapevolezza. Solo sviluppando la consapevolezza di sé può formarsi una reale consapevolezza dell’altro, e solo con la presenza di entrambi si può dare anima alle teorie e alle tecniche e renderle qualcosa di vivo e integrato con l’individuo (SAPER ESSERE). Sono infatti convinto che in questo campo la formazione professionale e la crescita personale debbano procedere di pari passo, tant’è che ho dedicato molto spazio al tema della conoscenza di sé, o meglio, come l’ho ribattezzata, della comunicazione con se stessi: solo comprendendo le nostre reazioni emotive potremo davvero comprendere le reazioni degli altri; solo ascoltando i nostri bisogni, lamenti e conflitti interiori sapremo riconoscere quelli altrui; solo prendendo coscienza delle nostre maschere potremo aiutare gli altri a liberarsi dalle loro, così da instaurare una comunicazione veramente spontanea, sincera e costruttiva.

Coremotional literacy è dunque un approccio più ampio di emotional literacy, tuttavia non è ancora completo, perché oltre alle emozioni vi sono altre dimensioni interiori. A rigore dovremmo considerare anche la dimensione corporea, specie sapendo che alcune relazioni (ad es. quelle di coppia) e alcune interazioni (ad es. quelle sessuali e quelle madre-neonato) sono strettamente connesse alla quantità e qualità delle sensazioni corporee. E considerare anche la dimensione intellettuale, che in alcune relazioni (ad es. di lavoro o di amicizia) rappresenta il centro dei vissuti interiori.

In effetti, un approccio compiutamente olistico dovrebbe considerarle tutte, ma ciò comporterebbe la gestione di una rete davvero troppo complessa di interdipendenze; all’interno dei corsi più avanzati del progetto CO.R.EM stiamo provando a titolo sperimentale a farlo, ovviamente con una certa delimitazione di campo e qualche approssimazione[12], mentre in un libro come questo, non sarebbe possibile e ho dovuto necessariamente circoscrivere ancora di più il campo. Se tra le dimensioni interiori ho scelto finora di privilegiare l’emozionale è perché è quella di cui abbiamo meno consapevolezza, e perciò quella che ci crea i maggiori problemi sul piano delle relazioni, come una nebbia che rende difficile e spesso impossibile affrontare obbiettivamente e razionalmente incomprensioni, conflitti, crisi. La dimensione intellettuale, pur con molti limiti, viene estesamente coltivata nella istruzione scolastica; la dimensione corporea un po’ meno, ma non del tutto trascurata, sia grazie allo sport sia grazie alle attività spontanee all’aria aperta. Le emozioni sono invece del tutto trascurate, e quindi soggette a inconsapevolezza e confusione, nonostante rivestano una enorme importanza nella vita degli esseri umani: esse sono il “gusto” dolce o amaro di ogni esperienza di vita, di ogni interazione con altre persone, e anche ciò che ci spinge a creare o mantenere in vita relazioni di fondamentale importanza quali quelle di coppia, familiari, amicali, motivate appunto dal bisogno di provare certe emozioni e sentimenti.

 

 

 

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[1] Ma è anche vero il viceversa, e cioè che la democratizzazione è stata favorita dallo sviluppo della comunicazione: basti pensare all’invenzione della stampa e al ruolo che essa ha svolto per la libera circolazione delle idee.

 

[2] Se in occidente il concetto di opposti complementari è stato per lo più ignorato o avversato fin dai tempi della filosofia greca (eccettuato Eraclito e pochi altri), esso è invece ben sviluppato nella cultura orientale, dove si ritrova declinato in vari modelli e metafore: dalla trimurti hindu costituita dalle divinità Bhrama - Vishnu - Shiva (che simboleggiano le tre forze opposte e complementari della creazione, del mantenimento e della trasformazione) fino al modello taoista del t'ai chi tu, che rappresenta l'interazione tra i principi opposti e complementari Yin e Yang (principio femminile, passivo, e principio maschile, attivo) ed esprime magistralmente sul piano grafico i concetti di unità, dualità, complementarità ed equilibrio dinamico.

[3] Cfr. J. von Neumann e O. Morgensten, 1944; P. Patfoort, 1992; E. Cheli, 2005.

[4] Uno degli ambiti in cui tale fenomeno di ingigantimento emozionale del conflitto è più evidente è quello delle separazioni, in cui si assiste spesso a comportamenti del tutto controproducenti motivati non tanto da divergenze concrete ma dal sentirsi feriti, traditi e dal conseguente desiderio di rivalsa.

[5] I riferimenti vanno alla psicologia analitica (cfr. in particolare il concetto di "ombra", Jung, 1977) alla analisi transazionale (Berne E., 1967) e al voice dialogue (Stone H. e Stone S., 1996; 1999).

[6] Enrico Cheli è docente di Sociologia della comunicazione e di Sociologia delle relazioni interpersonali all’Università di Siena dove dirige una Scuola di Dottorato di ricerca in “Studi per la pace e risoluzione del conflitti”, un Master in “Relazioni interpersonali, comunicazione e counseling” e vari corsi di perfezionamento sull’intelligenza emotiva, la consapevolezza dei sentimenti e delle emozioni, l’educazione delle abilità comunicativo-relazionali. E’ ideatore e direttore del CIRPAC – Centro interuniversitario di ricerca per la pace, l’analisi e la mediazione dei conflitti - costituito dalle Università di Siena, Firenze, Pisa e Scuola Sup. Sant’Anna di Pisa (www.cirpac.it). Tra le sue più recenti pubblicazioni: La comunicazione come antidoto ai conflitti (Punto di fuga, 2003); Teorie e tecniche della comunicazione interpersonale (Franco Angeli, 2004); Comunicazione e nonviolenza (con G. Bechelloni – Mediascape 2004); Relazioni in armonia (Franco Angeli, 2005). E-mail: cheli@unisi.it - sito web: www.corem.it

[7] Il presente saggio costituisce in parte una rielaborazione del cap. II del mio libro Relazioni in armonia, 2^ ed., Franco Angeli, 2005.

[8] I corsi di laurea in Scienze della comunicazione, tanto per cominciare, non affrontano affatto tutto lo spettro della comunicazione, ma solo la parte inerente i mass media, lasciando del tutto scoperta l’area interpersonale, e lo stesso avviene negli altri corsi di laurea dell’area delle scienze umane e sociali (sociologia, psicologia, scienze della formazione, scienze politiche, servizio sociale) dove gli insegnamenti su comunicazione e relazioni interpersonali sono assenti o marginali (per ulteriori dettagli a riguardo cfr. E. Cheli, M. Morcellini, 2004).

[9] Si vedano a riguardo C. Boiron, 2001; E. Cheli, 2001; N. F. Montecucco, 2000 e 2005.

[10] Non sempre la reazione viene indirizzata verso la persona il cui comportamento ha prodotto in noi l’emozione; specie nel caso di emozioni “negative”, avviene spesso che lo sfogo sia rivolto a terze persone che non hanno alcuna responsabilità a riguardo (ad es. il padre che tornando a casa sgrida i figli o la moglie per sfogare la rabbia prodotta da un collega o da un superiore) oppure, a causa di paure o tabù ad esprimere rabbia, lo sfogo può essere rivolto contro il proprio corpo (ad esempio mordendosi le labbra o digrignando i denti) secondo quello che F. Pearls et al. (1971) chiamano retroflessione.

[11] Cfr. E. Cheli, La coppia scoppia: affrontare i nuovi problemi dello stare insieme, in I. Buccioni (a cura di) Relazionarsi oggi, edizioni Comune di Firenze, 2004; sempre di E. Cheli vedi in alternativa Crisi e trasformazione dei rapporti di coppia (2003), saggio inedito scaricabile gratuitamente sul sito web: www.unisi.it/mastercomrel alla sezione “Articoli e saggi sulle relazioni”.

[12] Purtroppo il metodo olistico sta muovendo adesso i primi passi, dopo secoli di predominio del metodo meccanicista riduzionista, e non dispone ancora di strumenti e modelli consolidati. Sia noi, sia gli altri studiosi che in vari campi stanno portando avanti approcci olistici, siamo poco più che pionieri in territori quasi del tutto ignoti e incolti (cfr. E. Cheli, 2005b).

 

 

Per una educazione dell’intelligenza relazionale nella scuola

Di Enrico Cheli

Dal libro di Enrico Cheli (cur.) La comunicazione come antidoto ai conflitti. Punto di fuga editore.

 

Grazie all'avvento dei mass media, la comunicazione è divenuta la caratteristica più distintiva dell'epoca attuale, al punto che molti autori hanno coniato, per descriverla, il termine "società della comunicazione". In pochi decenni siamo passati dalle veglie attorno al focolare alla TV, dai libri e giornali su carta agli hypertesti via internet, dai teatri all'home video, dai concerti alla radio e ai CD. Insomma, i media infatti sono entrati a far parte, nel bene e nel male, della nostra vita quotidiana, spesso al punto che non ci facciamo più caso e che non possiamo neppure farne a meno. Non sorprende quindi che la comunicazione sia divenuta un oggetto di studio sempre più centrale e che attorno ad essa ruotino libri, corsi di laurea e professioni.

Tuttavia, oltre al grande sviluppo dei media e della ricerca scientifica ad essi relativa, ha avuto luogo negli ultimi decenni anche una considerevole evoluzione nel campo della comunicazione interpersonale, principalmente a seguito del profondo mutamento sociale e culturale innescato dalla controcultura degli anni '60 e '70, che ha scardinato valori e modelli comunicativi basati sulla rigidità dei ruoli, l’ipocrisia, la formalità, la repressione della sessualità e delle emozioni e via dicendo, affermandone di nuovi, basati su una maggiore libertà espressiva, su regole relazionali più elastiche e su una maggiore possibilità di sperimentare creativamente. Anche la ricerca scientifica sulla comunicazione e le relazioni interpersonali ha conseguito rilevanti progressi, sia grazie a studi e ricerche in campo socio-psico-antropologico, sia grazie ad esperienze cliniche e terapeutiche, sia infine grazie al diffondersi dei percorsi di empowerment e sviluppo del potenziale umano, caratterizzati da approcci interdisciplinari ed olistici.

Ciò nonostante, questo secondo fronte evolutivo è rimasto, per vari motivi, in secondo piano nella percezione collettiva, al punto che, quando si parla di comunicazione, si pensa ormai prevalentemente ai media, quasi ignorando l'ambito interpersonale, che pure è molto, molto importante per il nostro benessere individuale e collettivo.

 

La comunicazione interpersonale: figlia di un dio minore?  

La quantità e la qualità delle nostre relazioni con gli altri sono tra i fattori che più incidono, in bene o in male, sulla qualità della vita: esse influenzano la formazione e la continua trasformazione della nostra identità e individualità; determinano il grado di soddisfazione o insoddisfazione nella nostra vita privata: negli affetti, nelle amicizie, in famiglia; si riflettono sulla gratificazione o frustrazione che ricaviamo sul lavoro – insomma sono alla base di tutte le principali sfere del nostro vivere sociale. Ciò nonostante sia i singoli che le istituzioni dedicano a queste problematiche ben scarse attenzioni e risorse e i risultati negativi di questa disattenzione non mancano purtroppo di manifestarsi: ne sono chiari esempi i molti anziani che soffrono di solitudine e gli altrettanto numerosi bambini costretti a giocare da soli e a rapportarsi solo con la TV e i videogiochi; l’impersonalità – quando non la sospettosità e acidità – delle relazioni sul posto di lavoro, spesso caratterizzate da conflitti latenti coi colleghi, da invidie e gelosie, da rapporti di pura facciata; i difficili rapporti tra genitori e figli e tra parenti e via dicendo. Al contempo, la percentuale sempre più alta di separazioni e divorzi, e soprattutto la conflittualità che li caratterizza, testimoniano la bassa qualità della comunicazione perfino nelle relazioni di coppia e l'incapacità di affrontare costruttivamente e pacificamente le molteplici e spesso nascoste differenze esistenti tra i partner.

   

Una grave lacuna educativa

 Il cuore del problema è che nessuno ci ha mai insegnato a comunicare e ad impostare in modi sani e costruttivi i nostri rapporti con gli altri. Impariamo a parlare, a scrivere, a leggere ma nessuno ci insegna ad ascoltare e comprendere realmente l'altro in quanto diverso da noi. Ci viene insegnata una storia umana fatta di conflitti e guerre ma non ci viene detto niente su come poterle evitare. Riceviamo una formazione professionale priva di qualsiasi formazione relazionale  che ci prepari ai rapporti che avremo con i colleghi e con i superiori, che pure incideranno in modo notevole, diretto (collaborazione) e indiretto (gratificazione o frustrazione), sul nostro lavoro e quindi anche sul nostro rendimento. Da qualche anno la scuola si occupa perfino di educazione sessuale (o forse è più appropriato chiamarla “informazione sessuale”) ma ancora niente viene fatto sul piano della educazione comunicativo-relazionale  dei giovani (tra l’altro, la maggior parte dei problemi di coppia dipendono da aspetti comunicativi ed emozionali, più ancora che sessuali).

La nostra è certamente una civiltà tecnologicamente avanzata ma è poco più che primitiva sul piano comunicativo-relazionale.

La famiglia non ha spesso né la sensibilità per cogliere il problema né le capacità per affrontarlo; la scuola potrebbe avere (o trovare) le capacità ma sembra assai lontana dalla sensibilità; l'università avrebbe entrambi i requisiti, almeno in certi settori, ma solo da poco ha concesso spazio ai temi della comunicazione, e comunque circoscritto alle comunicazioni di massa. Solo da una decina d'anni sono nati in Italia i corsi di laurea in Scienze della comunicazione, ma per ora si sono incentrati esclusivamente  sui media e sulle professioni legate ad essi. Anche nei corsi di laurea in psicologia, sociologia, scienze della formazione e dell’educazione, che pure dovrebbero dedicare ampio spazio alla comunicazione interpersonale e alle relazioni con gli altri, esse vengono trattate per lo più marginalmente[1]. Solo nel settore della formazione privata vi è stata finora una qualche attenzione a questi temi, peraltro rivolta solo agli adulti e circoscritta agli aspetti più professionalmente strumentali (accoglienza del cliente, immagine e presentazione di sé, parlare in pubblico, tecniche di persuasione  etc.). La latitanza dell’università è ancora più evidente se si considera che da vari anni stanno emergendo ed assumendo rilevanza nuove professioni incentrate proprio sulla comunicazione e le relazioni interpersonali: il consulente relazionale, il mediatore familiare, lo psicoterapeuta familiare, l'addetto alle relazioni col pubblico etc. Non solo, ma anche molte professioni tradizionali si stanno accorgendo  dell'importanza di questi temi e numerosi professionisti sono interessati ad integrare la propria formazione con saperi e tecniche attinenti la comunicazione interpersonale (si pensi agli avvocati impegnati in separazioni e divorzi, che sempre più spesso si trovano a dover svolgere un vero e proprio compito di mediazione tra i coniugi).

Dato che il titolo di questa relazione riguarda esplicitamente la scuola, potrebbe sembrare gratuito l’evidenziare  la scarsa sensibilità dell’università  per i temi della comunicazione e delle relazioni interpersonali, ma c’è invece uno stretto nesso tra i due fenomeni. Dobbiamo in primo luogo ricordare che è l’università a formare gli insegnanti e dalle scelte formative operate dipende poi la sensibilità e la capacità di questi ultimi. Inoltre, alla stesura dei programmi ministeriali per la scuola contribuiscono anche vari docenti universitari, ed è necessario che loro per primi si rendano conto dell’importanza della educazione relazionale. Infine, se in un prossimo futuro la scuola decidesse di dare nei programmi il giusto peso alla educazione relazionale, non potrebbe che rivolgersi all’università per realizzare i necessari interventi di aggiornamento e formazione (ed è quindi indispensabile che fin d’ora l’università si attrezzi in tal senso). Fatti questi necessari chiarimenti strategici, veniamo adesso alla scuola.

   

Intelligenza o intelligenze?

 Nonostante le riforme susseguitesi negli ultimi decenni, il sistema scolastico italiano è ancora fortemente imperniato su una educazione di tipo logo-logico, che si rivolge essenzialmente all’intelligenza cognitiva, trascurando o addirittura ignorando altre importanti dimensioni intellettive. Ciò in aperto contrasto con la concezione multidimensionale dell’intelligenza che va ormai sempre più affermandosi; tale concezione, come è noto, non comprende solo le capacità strettamente cognitive, ma anche quelle senso-motorie, comunicativo-relazionali, emozionali, artistiche etc. Il successo dei libri di Daniel Goleman e di vari altri autori sulla intelligenza emotiva testimoniano il bisogno diffuso di ampliare certe definizioni anguste e al contempo di accrescere le capacità dell’individuo in una ottica di empowerment che si rifletta sia sul campo lavorativo sia sulla sfera pubblica, sia anche su quella della vita privata.

Capacità come il saper comunicare con efficacia, l’affrontare con armonia le relazioni interpersonali, l’esprimersi con chiarezza, il saper ascoltare le altre persone, il saper trovare un punto di incontro tra le proprie e le altrui esigenze sono sempre state apprezzate e considerate socialmente e soggettivamente utili, ma le si riteneva in larga misura doti innate, legate al carattere della persona e quindi non educabili. Questa tesi è oggi totalmente superata e sappiamo anzi che così come possiamo educare l’intelligenza cognitiva, possiamo – con opportuni metodi e strumenti - educare anche l’intelligenza relazionale.

Oltre ad insegnare agli studenti a parlare una o più lingue possiamo dunque insegnargli ad usare consapevolmente i codici e i linguaggi della comunicazione non verbale, a saper osservare e capire le dinamiche relazionali che si svolgono "dietro le quinte", a comprendere le emozioni che si smuovono in noi e nell'altro, a riconoscere gli obbiettivi reali della comunicazione da quelli apparenti, a distinguere i ruoli e le maschere che vengono rappresentati da colui o colei che sta dietro quelle immagini. La scuola dà giustamente grande importanza alla competenza linguistica, ma essa si rivela un guscio vuoto se non è affiancata da una adeguata competenza comunicativa. Gran parte dei problemi di relazione – sia sul lavoro sia anche nella vita privata – sono dovuti a pregiudizi, abitudini limitanti, ruoli rigidi, cliché di vario tipo. Ci sembra di entrare in contatto con l'altro, ma in realtà siamo quasi sempre separati dalle maschere e corazze che, senza rendercene conto, entrambi indossiamo; crediamo di comunicare ad una persona reale ma in realtà abbiamo a che fare con un fantasma della nostra mente, uno stereotipo che ci siamo costruiti o che ci è stato trasmesso dalla famiglia, dagli amici o dai media.

 

Alcune proposte operative

 Comunicare non è solo una dote innata ma è un'arte che, come tutte le arti, si può imparare a poco a poco, se siamo motivati a farlo e se disponiamo degli strumenti e delle condizioni adeguate.

La motivazione non manca certamente  né negli studenti né negli insegnanti, che - come ho potuto appurare più volte personalmente ed anche riscontrare in varie indagini in materia - collocano la comunicazione ai primissimi posti nella scelta dei temi su cui desiderano incentrare il loro aggiornamento professionale (anche se poi, spesso, non ottengono quello che chiedono).

Anche gli strumenti non mancano, anzi ve n’è in abbondanza sia sul piano delle conoscenze scientifiche sia su quello delle tecniche operative sia infine su quello dei metodi per l’affinamento della consapevolezza di noi stessi e degli altri.

Il punto debole, per il momento, potrebbe semmai risiedere nel basso numero dei docenti e dei formatori con specifiche competenze in materia, che non sarebbe in effetti sufficiente ad avviare in tempi brevissimi una riforma che preveda l’inserimento della educazione comunicativo-relazionale  nei programmi. Ma certo il gran numero di laureati in scienze della comunicazione potrebbe rappresentare una solida base di partenza per ovviare al problema nel giro di pochissimi anni.

Dunque non vi sono reali problemi operativi per una introduzione della educazione comunicativo-relazionale nella scuola: gli ostacoli sono semmai nella scarsa sensibilità di alcuni rilevanti settori del mondo politico e anche economico e scientifico. Se è vero che fino a tempi recentissimi la scuola era, in Italia, quasi totalmente scollegata dalle esigenze  del mondo del lavoro, oggi si pretenderebbe di asservire interamente la prima al secondo e trasformare tout court l’educazione in formazione al lavoro, secondo un modello meramente tecnico-nozionistico e materialistico, che ormai le stesse branche più avanzate della cultura aziendale stanno abbandonando, a favore di una concezione più ampia e multidimensionale del lavoro e delle capacità ad esso funzionali, in cui giocano un ruolo non secondario i concetti di competenze trasversali e di empowerment.

Che fare allora? Come procedere per avviare un processo di riconoscimento e inserimento delle capacità comunicativo-relazionali nei programmi scolastici? Le opzioni sono a mio avviso svariate e la cosa più sensata potrebbe essere quella di avanzare simultaneamente in più direzioni.

La prima dovrebbe essere ovviamente quella di realizzare iniziative di sensibilizzazione quali convegni, dibattiti, campagne stampa, pubblicazioni etc. non disgiunta dall’apertura di tavoli di confronto con le competenti autorità. Per avere qualche possibilità di riuscita ciò richiede una alleanza il più estesa possibile tra tutte quelle forze – scientifiche e culturali, istituzionali e volontaristiche – che sono o possono essere interessate per diverse finalità ad un tale progetto.

Una seconda direzione potrebbe essere quella di realizzare dei progetti pilota in alcuni distretti scolastici o singoli istituti, utilizzando i margini, seppure ristretti, di autonomia di cui essi godono, magari con il concorso di enti locali quali comuni, provincie, regioni.

Una terza possibilità potrebbe essere quella di istituire in alcune sedi universitarie corsi di laurea e master più o meno specificamente attinenti le esigenze di formatori evidenziate più sopra.

Prima di concludere vorrei precisare che - anche se questo mio intervento si incentra sulla dimensione interpersonale e relazionale – ritengo vi sia un’altra area della comunicazione che meriterebbe un giusto riconoscimento nei programmi scolastici: la media education o, come preferisco chiamarla, l’educazione ad un uso più sano e consapevole dei media. A tale tema ho dedicato un intero libro, di prossima uscita, e quindi mi limiterò in questa sede ad un breve cenno, per ricordarne l’importanza e per esplicitare che queste due dimensioni – quella relazionale e quella dei media – potrebbero e anzi dovrebbero procedere assieme in questa opera di sensibilizzazione.

Sono fermamente convinto che sia solo questione di tempo e che prima o poi sarà inevitabile introdurre l’educazione comunicativo-relazionale nei programmi scolastici: il mutamento socioculturale in corso lo renderà sempre più indispensabile, pena gravi dissesti, su vari piani. Sarà indispensabile come forma di prevenzione socio-sanitaria della devianza, della alienazione e dei conflitti distruttivi; sarà indispensabile come competenza professionale; sarà indispensabile per la maturazione civile e democratica della popolazione;  sarà indispensabile come preparazione alla convivenza nella società multietnica e multiculturale che ormai si va profilando e infine sarà indispensabile come preparazione della opinione pubblica alla gestione e risoluzione pacifica dei conflitti internazionali. Mi sembra pertanto che tutti coloro che possono contribuire a questo processo - sociologi, psicologi, politologi, antropologi, pedagogisti, filosofi, economisti e via dicendo – debbano fin d’ora attivarsi perché ciò avvenga nei tempi e nei modi migliori.

   

Bibliografia

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[1] Vi sono comunque alcune, seppur rare, eccezioni, come ad esempio il Master in Comunicazione e relazioni interpersonali istituito su mia proposta dall'università di Siena, il primo del genere nel nostro paese. Il corso intende appunto preparare esperti nei campi della mediazione e risoluzione pacifica dei conflitti, del counselling relazionale, della comunicazione e delle relazioni nelle organizzazioni che poi, a seconda della laurea e degli interessi, potranno lavorare in vari ambiti: da quello socio-sanitario e assistenziale ai servizi di relazioni col pubblico, dalla gestione e sviluppo delle risorse umane o delle relazioni interne in aziende ed enti fino alla libera professione come consulenti, terapeuti o facilitatori di attività di gruppo.