EMPOWERMENT, LAVORO E ZEN MANAGEMENT


Questa sezione comprende i seguenti capitoli:

  1. Il benessere nelle organizzazioni  di Enrico Cheli

  2. Il Facilitatore: un antidoto al comportamento negativo di Pino De Sario

  3. Il Tutor di gruppi di lavoro: il facilitatore di una riunione attiva di Pino De Sario


Il benessere nelle organizzazioni

 di Enrico Cheli

   

Premessa  

Pensando alle organizzazioni vengono in mente concetti come: ordine, gerarchia, finalizzazione allo scopo, efficacia, efficienza; ben difficilmente penseremmo ad associarvi un termine quale “benessere” specie se ci riferiamo al benessere degli individui che lavorano in quelle organizzazioni.

Parlare di benessere nelle organizzazioni suona strano sotto molti aspetti, allo stesso modo in cui, fino a qualche anno fa, suonava strano parlare di lavoro piacevole. Oggi tuttavia, nei paesi industrializzati dell’occidente, si va sempre più affermando la tendenza delle generazioni più giovani (e anche di non pochi trentenni e quarantenni) a desiderare un lavoro non solo redditizio ma anche realizzante, gratificante, insomma piacevole[2]. Una novità rivoluzionaria se rapportata ai valori dominanti delle nostre culture, ma non una novità in senso assoluto se consideriamo che già Confucio, oltre due millenni fa sosteneva: “Fai un lavoro che ti piace e non dovrai mai lavorare”.

Svolgere un lavoro che piace e stare bene nell’organizzazione di cui si fa parte sono esigenze comprensibili se ci mettiamo nei panni dei lavoratori, ma quali conseguenze possono comportare per le organizzazioni? E’ possibile conciliare il benessere dei primi con il buon funzionamento delle seconde oppure si tratta di esigenze del tutto antagonistiche?

Fino ad oggi si riteneva, almeno in occidente, che tali esigenze fossero in larga misura conflittuali, e ciò si traduceva – dato il maggior potere delle organizzazioni  rispetto agli individui – in un prevalere delle logiche di efficacia e efficienza rispetto a quelle basate sul benessere e sulla qualità della vita lavorativa. Non solo, ma i lavoratori stessi e i sindacati che li rappresentavano - salvo alcuni casi limite come ad es. i minatori - incentravano le loro richieste quasi esclusivamente su aspetti quantitativi quali l’orario di lavoro e la retribuzione, attribuendo ben poca importanza alle condizioni fisiche, sociali e morali dell’ambiente di lavoro, quasi dessero per scontato che non potesse essere altrimenti e che lavoro e benessere fossero antitetici o comunque molto lontani tra loro. Insomma, prevaleva (e in molti casi tuttora prevale) una visione riduzionista e settoriale in cui il benessere dell’individuo rimaneva confinato – nel migliore dei casi – al tempo libero e alla vita privata, mentre in quella lavorativa tutto doveva essere finalizzato al buon funzionamento dell’organizzazione – del resto non sono le persone pagate proprio per questo?

Da alcuni anni a questa parte - grazie ad un progressivo affermarsi di modelli olistici nelle scienze psico-sociali e grazie al processo di mutamento socioculturale che tutto il pianeta sta attraversando – emerge con sempre maggior chiarezza che questi due stati di benessere sono, sì, distinti ma niente affatto disgiunti, anzi esiste tra loro uno stretto rapporto di interdipendenza, tale che l’uno influenza notevolmente l’altro e viceversa. Un ambiente di lavoro malsano, grigio, stressante, caratterizzato da un clima interpersonale freddo o peggio conflittuale, produce nei dirigenti e nei lavoratori di quella organizzazione un malessere diffuso, che in alcuni soggetti più esposti o più deboli può sfociare in vere e proprie malattie, psicologiche, psicosomatiche o somatopsichiche. Tali malattie – ma anche il semplice malessere diffuso – si riflettono a loro volta sul funzionamento dell’organizzazione, e ciò avviene in vari modi, alcuni estremi, come il burn out, altri più cronici come ad esempio: assenze per malattia; affaticamento da stress e conseguente scarso rendimento nel lavoro; demotivazione e conseguente scarso impegno nel lavoro; ridotta disponibilità ad andare oltre le proprie mansioni; ridotta disponibilità a collaborare con i colleghi nei compiti che richiedono un lavoro di squadra; tempo dedicato ad agire o risolvere conflitti interni e quindi sottratto al lavoro; malcontento che porta a parlar male dell’organizzazione con conseguenze sulla sua immagine, e via dicendo.

 Dunque una politica organizzativa che persegue un maggior benessere negli ambienti di lavoro non produce solo vantaggi per i lavoratori ma anche per le organizzazioni stesse.

In questo mio saggio intendo appunto sostenere questa tesi, sviluppando ad una ad una le argomentazioni sin qui accennate, per poi soffermarmi in modo particolare sull’importanza del clima relazionale e sulla necessità di sviluppare/formare nelle diverse componenti dell’organizzazione, dai lavoratori ai quadri fino ai dirigenti, una maggiore consapevolezza e competenza sul piano interpersonale e emozionale.

 

 

1. Il rapporto tra individuo e organizzazione: dall’asservimento alla pariteticità

La struttura e il funzionamento delle organizzazioni sono stati finora considerati e affrontati secondo modelli prevalentemente economicisti e ingegneristici[3], considerando gli individui alla stregua di macchine che devono ricoprire un certo ruolo e svolgere una certa quantità di lavoro. Anche in quei rari casi in cui, a partire dagli anni ’20 del secolo scorso, si tenevano presenti fattori psicologici e sociologici nel progettare i modelli organizzativi, lo si faceva basandosi su paradigmi essenzialmente meccanicisti oppure estrapolando alcuni concetti e tecniche psicosociali e forzandoli all’interno dei suddetti schemi ingegneristici. Ciò non era casuale ma una conseguenza di modelli sociali e culturali più generali che per secoli hanno ritenuto l’individuo meno importante della società di appartenenza (fosse essa famiglia, tribù, clan, popolo, nazione) e che negavano all’individuo non solo i più elementari diritti, ma spesso anche la coscienza di averli. Come rileva A. Melucci (1994: 28) “Nelle società tradizionali agli individui non era richiesto di realizzarsi in quanto individui. La cultura non prevedeva questa possibilità in modo prioritario e gli individui si percepivano piuttosto come membri di un gruppo, di una parentela, di una collettività. L’individuo poteva eventualmente coltivare rimpianto o ribellione, ma è alla logica del gruppo che doveva piegarsi  e rispetto all’obiettivo che il gruppo gli assegnava non era necessario che si realizzasse in quanto singolo soggetto. Oggi disponiamo di opportunità che sviluppano le nostre capacità cognitive e comunicative attraverso l’educazione e l’informazione. L’estensione dei diritti civili amplia la sfera della libertà personale e l’esercizio della decisione volontaria. L’autonomia di scelta nelle relazioni affettive permette di stabilire legami che dipendono solo da noi. La ricchezza della vita associativa ci consente di partecipare liberamente a molte reti di rapporti.

Tutti questi processi aprono un campo ampio di possibilità nelle quali ognuno può sviluppare potenzialità, esercitare scelte, realizzare la propria individualità. Che siamo poi in grado di utilizzare effettivamente queste possibilità è una questione diversa: dipende dalla distribuzione più o meno equa delle risorse e rimanda al tema delle nuove forme di disuguaglianza (...)”

La consapevolezza dei diritti individuali, così come il senso di individualità (cioè la coscienza di sé in quanto individuo distinto dal collettivo) emergono come sappiamo solo in tempi moderni, parallelamente al processo di democratizzazione, sviluppatosi nel XVIII secolo e poi esploso con la rivoluzione americana e la rivoluzione francese[4]. Tuttavia, a parte gli Stati Uniti d’America e, a momenti alterni, la Francia , le altre nazioni occidentali dovettero attendere ancora a lungo - almeno fino al termine della seconda guerra mondiale - prima di vedere affermati i principi della libertà, dell’uguaglianza, del rispetto dei diritti individuali. Insomma, anche se da oltre due secoli se ne parla, la democrazia è una conquista molto recente e ancora non pienamente compiuta; non solo, ma ancora più recente e incompiuto – e per certi versi ancora più rivoluzionario - è l’avvento della democrazia a livello micro e mesosociale: nella famiglia, nella scuola, nelle organizzazioni, nella vita lavorativa. I principi illuministici che portarono alle due rivoluzioni e poi in seguito alle monarchie costituzionali e infine alle repubbliche riguardavano infatti essenzialmente la sfera dei diritti politici e dei rapporti tra le classi sociali e tra cittadini (maschi) e governanti, ma non sovvertivano i fondamenti autoritari e patriarcali su cui poggiava la società. All’interno della famiglia vi era ancora un sostanziale assolutismo: il potere era tutto nelle mani dell’uomo, anzi spesso del capo famiglia, il patriarca, il maschio più anziano, mentre le donne e i bambini non avevano alcun diritto. Anche sul posto di lavoro il potere era tutto dei padroni e dei dirigenti: certo, a partire dalla metà dell’800 si erano susseguite numerose lotte operaie e si erano formati sindacati e partiti che portavano avanti le rivendicazioni dei lavoratori, ma esse riguardavano essenzialmente gli aspetti materiali economici – il salario, l’orario di lavoro – e non quelli relazionali. Inoltre, le lotte operaie avvenivano solo in quei pochi paesi in cui l’industrializzazione era più sviluppata, mentre nella maggior parte degli altri paesi, tra cui l'Italia, permaneva una economia agricola, incentrata sul rapporto di mezzadria, con una totale subordinazione dei contadini ai padroni, non dissimile da quella medioevale tra servi della gleba e feudatari[5].

Solo negli anni 1960 le contestazioni - che nel ‘700 avevano opposto i cittadini ai monarchi, i borghesi agli aristocratici, e nell’800 gli operai ai padroni - si estesero anche alla famiglia, alla scuola, ai diversi contesti della vita quotidiana, contrapponendo i figli ai padri, gli studenti ai professori, le donne agli uomini. Iniziato con due grandi rivoluzioni al vertice della piramide, il processo di democratizzazione giungeva finalmente alla base del paradigma patriarcale autoritario, dove le rivoluzioni divenivano migliaia, milioni – una per ogni famiglia, per ogni scuola, per ogni ambito della vita sociale. Le motivazioni non riguardano più i diritti politici o economici ma soprattutto i diritti individuali, contestando ogni forma di autoritarismo: dei genitori sui figli, degli insegnanti sugli allievi, dei dirigenti sui lavoratori; si contestano valori e norme di comportamento tramandate acriticamente per secoli con la violenza e l’indottrinamento.

Non solo le si contesta in nome dei diritti dell’individuo, ma in molti casi si dimostra, anche sul piano scientifico, che tali valori e norme sono disfunzionali anche per la società, a tutti i livelli, e che rapporti impostati in modo più paritetico e meno conflittuale comportano vantaggi per tutti. Le scienze psicosociali mostrano quanto tali nuove forme di rapporto possano essere benefiche in famiglia, sia per i genitori sia per i figli; le scienze dell’educazione ne evidenziano l’utilità a scuola, migliorando il rendimento e il senso di responsabilità degli allievi e la gratificazione professionale e tranquillità degli insegnanti; parimenti la psicologia e la sociologia del lavoro e dell’organizzazione ne illustrano i molteplici vantaggi in campo lavorativo, dalla maggiore motivazione (e quindi rendimento) dei lavoratori alla maggiore disponibilità e capacità di collaborare, dalla riduzione delle assenze al miglioramento del clima interno. Insomma, da qualche decennio a questa parte si va affermando sempre più - in tutti gli ambiti della vita sociale - una visione cooperativa e armonica dei rapporti interpersonali, laddove per secoli aveva prevalso una impostazione gerarchica, autoritaria, aggressiva e competitiva, basata sulla credenza che si possano soddisfare i propri bisogni solo penalizzando quelli di qualcun altro. Questo modo di vedere è stato definito dalla “teoria dei giochi” come gioco a somma zero: un gioco, cioè, dove la posta è limitata e non è sufficiente per soddisfare le esigenze di tutti i soggetti coinvolti (ad es. due naufraghi che si contendono un unico giubbotto di salvataggio o due tribù che lottano per un unico lembo di terra fertile, insufficiente per i fabbisogni di entrambe)[6]. Per millenni i rapporti sociali, ad ogni livello, si sono basati ciecamente su questo assunto della competizione per risorse limitate e quindi sulla legge del più forte. Solo da poco stiamo scoprendo che in gran parte delle relazioni sociali non solo si può vincere entrambi, ma addirittura si vince di più se si vince tutti.

Il gioco a somma zero è caratterizzato da una accesa competizione, in quanto uno vince (+1) ciò che l’altro perde (-1), da cui +1 -1 = 0. In tale tipo di giochi è possibile giungere a compromessi, spartendosi la posta in proporzioni variabili, ad es. un terzo a te due terzi a me, oppure metà e metà, ma resta il fatto che la posta è fissa (o per lo meno i due contendenti la ritengono tale). Nei giochi a somma positiva invece, al guadagno di uno non deve necessariamente corrispondere una perdita per l’altro, poiché, se essi collaborano, aumenta la torta da spartirsi e il guadagno di ciascuno è maggiore di quello che sarebbe stato competendo e sconfiggendo l’altro. Ad esempio, se due piccole aziende A e B entrano in concorrenza secondo il modello conflittuale a somma zero, il massimo che quella vincitrice potrà ottenere sarà una parte della quota di mercato dell’altra; se entrambi avevano l’uno per cento e A sottrae a B lo 0,3%, A sale a 1,3%, B scende al 0,7% con una somma finale di +0,3% –0,3% = 0. Se invece le due aziende collaborano si collocano nell’ambito dei giochi a somma positiva, dove non solo B non perderà niente ma anche A potrebbe guadagnare di più di quanto guadagnerebbe combattendo B. Unendo le loro forze potranno realizzare risparmi e sinergie di investimento che gli permetteranno di puntare a traguardi che nessuna da sola avrebbe potuto immaginare e potrebbero guadagnare ciascuna – poniamo - un 1% netto di aumento di quota di mercato con una somma finale positiva: +1 +1 =2. Il discorso vale anche nei rapporti tra datori di lavoro e lavoratori: in un rapporto conflittuale i primi cercheranno di pagare il minimo e ottenere il massimo e i secondi si difenderanno dando il minimo e disinteressandosi delle sorti dell’azienda, producendo – volontariamente o involontariamente – situazioni di vario tipo che portano a perdite, in termini di maggiori spese (es. assenteismo, tempi morti, scioperi) e di mancati guadagni (scarso rendimento, scarsa disponibilità ad impegnarsi creativamente e responsabilmente per l’organizzazione se non nei termini dei minimi previsti). In un rapporto collaborativo invece vi saranno probabilmente maggiori costi apparenti ma assai minori perdite occulte: a tal fine l’organizzazione dovrà investire su varie voci, dalla retribuzione (premi di produzione, incentivi vari etc.) agli ambienti più confortevoli (dimensioni dei locali, arredi, colori, insonorizzazione, climatizzazione etc.) fino alla voce a nostro avviso più importante, il clima comunicativo-emotivo-relazionale, che richiede un cambiamento di cultura organizzativa e uno sviluppo di competenze appropriate ottenibile investendo in formazione professionale a tutti i livelli, dai dirigenti ai quadri fino alla base.

 

La differenza tra i due tipi di gioco sopra esemplificati è ben evidenziata dal grafico di figura 10, elaborato da P. Patfoort (1992) dove il triangolo di sinistra rappresenta l’opzione a somma zero e quello di destra l’opzione collaborativa a somma variabile.

 

Figura 10 I triangoli di violenza e non violenza (da P. Patfoort, 1992)

 

L’unica possibile soluzione “costruttiva” del triangolo di sinistra è il punto centrale del “compromesso”, in cui ognuno dei due contendenti ottiene il 50% della posta in gioco, ma più spesso la violenza porterà a spartizioni meno eque dove al più forte andrà l’80% e all’altro il 20%. Le basi fondanti di questo triangolo sono la violenza, il lavoro dell’uno contro l’altro e la sfiducia reciproca. Nel secondo triangolo predominano invece i valori della nonviolenza, del lavoro insieme e della fiducia reciproca e ciò spinge a cercare soluzioni che vadano nell’interesse di ambedue i soggetti, con risultati che possono essere più vantaggiosi per l’uno o per l’altro, ma che in ogni caso, come risulta dai tre punti indicati nel grafico, anche qualora non portino al 100% per ambedue, (peraltro teoricamente possibile v. angolo in alto a destra), comportano comunque per i due contendenti vantaggi maggiori di quelli ottenibili con lo scontro o il semplice compromesso.

Dobbiamo prendere coscienza che gran parte dei nostri obbiettivi – come individui, come gruppi e popoli – non sono affatto antagonistici a quelli altrui ma possono anzi realizzarsi di più e meglio se collaboriamo. Tra l’altro, i giochi a somma zero comportano una competizione esasperata che spesso si trasforma in violenza e in molti casi ciò rischia di trasformare il conflitto in un gioco a somma addirittura negativa, dove cioè perdono entrambi: si pensi ad esempio ai rischi di una guerra atomica che porti alla distruzione dell’intero pianeta, dove non ha più nessuna importanza chi abbia vinto la guerra perché tutti alla fine avrebbero perso; oppure ad una azienda in crisi che si trova nella necessità di intraprendere misure drastiche di ristrutturazione ma che, non avendo instaurato con i dipendenti un clima di fiducia e collaborazione, viene da questi continuamente ostacolata, fino a che l’azienda chiude e i lavoratori perdono il posto, con ovvia perdita per entrambi.

 

 

Dalla malattia alla salute

 

Il fatto che oggi stiamo iniziando a riconoscere il valore del benessere nelle organizzazioni dipende non soltanto dal processo di democratizzazione e da una maggior coscienza dei diritti individuali ma anche dai forti segnali di malessere che stanno emergendo con sempre maggiore frequenza e gravità, dallo stress al mobbing fino al burn out. Così come la medicina si è a lungo focalizzata sulle malattie, e solo in tempi recenti sulla salute, anche nel campo dell’organizzazione del lavoro sono stati visti, studiati e affrontati gli aspetti disfunzionali e i malesseri molto prima del benessere e degli aspetti ad esso funzionali.

In medicina ciò ha contribuito a far perdere di vista il malato in quanto essere umano, considerando le malattie come entità a sé invece che come sintomi di una disarmonia dell’intero sistema e gli organi come parti separate e autonome il cui mal funzionamento dipende da fattori interni all’organo stesso invece che da conflitti e squilibri nella relazione con altri organi e/o livelli, non solo corporei ma anche emozionali e mentali.

Qualcosa di molto simile potrebbe avvenire anche nelle scienze e tecniche dell’organizzazione.

Nei modelli finora dominanti infatti l’individuo era ed è considerato asservito agli scopi dell’organizzazione e rappresenta un semplice anello di una catena – spesso una catena di montaggio – in cui i suoi bisogni non sono rilevanti ai fini dell’organizzazione;  se, ciò nonostante, vengono oggi in qualche modo rispettati è solo grazie alle lotte che generazioni di lavoratori hanno intrapreso per ottenere un trattamento più umano e non perché datori di lavoro e dirigenti lo ritengano funzionale al buon funzionamento dell’organizzazione.

Da alcuni anni a questa parte però qualcosa sta cambiando: ci stiamo rendendo conto che il benessere è positivo non solo per i lavoratori ma anche per l’organizzazione stessa, così come i malesseri comportano un costo non solo per i singoli individui che ne sono vittime ma anche per l’organizzazione in cui lavorano, nonché per l’intera società di cui fanno parte.

Questo cambiamento di prospettiva rappresenta una vera e propria rivoluzione copernicana, che non riguarda solo il campo dell’organizzazione del lavoro ma interessa anche quello della salute e più in generale l’intero paradigma culturale su cui si impernia la civiltà occidentale. Perfino l’OMS ha accettato l’idea che la salute non è solo assenza di malattia ma qualcosa di molto più complesso: è vivere con ritmi che rispettano i nostri limiti; è abitare in un ambiente sano e accogliente; è svolgere un lavoro che ci realizza e gratifica; è nutrire il corpo e la mente di cibi sani; è avere buone relazioni con le persone con cui siamo in contatto, nella vita privata come in quella lavorativa; è stare bene con se stessi, stimarsi, amarsi, rispettare i propri bisogni, coltivare i propri interessi, sviluppare i propri talenti.

Parimenti, il benessere nelle organizzazioni non va inteso solo come assenza di mobbing, stress, burn out e altri sintomi di malessere ma come uno stato di armonia con se stessi, con gli altri e con l’ambiente fisico, sociale e culturale in cui si opera. L’armonia non dipende da aspetti quantitativi ma dalla qualità delle relazioni che sussistono tra un elemento e l’altro, e le relazioni più importanti in una organizzazione sono quelle interpersonali: con i colleghi, con i superiori e/o i sottoposti, con l’utenza, con i fornitori.

Naturalmente la questione del benessere in una organizzazione non si limita alla dimensione interpersonale e coinvolge altri importanti aspetti, già in precedenza accennati; tuttavia in questa sede ci dedicheremo principalmente a tale dimensione, perché è a nostro avviso quella più rilevante e al contempo quella più trascurata, non solo nelle organizzazioni ma in tutti gli ambiti del vivere sociale, come meglio sosterremo nel prosieguo.

 

L’importanza delle relazioni con gli altri

Le relazioni interpersonali influenzano a fondo la formazione e la continua trasformazione della nostra identità e individualità; determinano il grado di soddisfazione o insoddisfazione nella nostra vita privata; si riflettono sulla gratificazione o frustrazione che riceviamo sul lavoro; influenzano il nostro benessere psicofisico e, se disarmoniche, possono favorire l’insorgere di vere e proprie patologie psicosociali, psicoemotive, e perfino psicosomatiche – insomma sono alla base di tutte le principali sfere del nostro vivere sociale. Ciò nonostante sia i singoli che le istituzioni hanno finora dedicato a queste problematiche ben scarse attenzioni e risorse e i risultati negativi di questa disattenzione non mancano purtroppo di manifestarsi. Ne sono chiari esempi la freddezza e l’impersonalità – quando non la sospettosità e acidità – delle relazioni sul posto di lavoro, spesso caratterizzate da conflitti latenti coi colleghi, da invidie e gelosie, da rapporti di pura facciata o addirittura da dinamiche di mobbing. La situazione non è migliore a scuola, dove insegnanti e allievi continuano a non comprendersi, ad avere interessi conflittuali, a non collaborare e dove ancora esistono troppe situazioni di disagio psicosociale, dall’isolamento al bullismo. Neppure in famiglia le cose vanno bene se consideriamo i difficili rapporti tra genitori e figli e la percentuale sempre più alta di separazioni e divorzi, spesso caratterizzati da un’accesa conflittualità.

Il cuore del problema è che nessuno ci ha mai insegnato ad impostare in modi sani e costruttivi i nostri rapporti con gli altri, a gestire efficacemente le nostre emozioni, ad esprimere appropriatamente i sentimenti, ad ascoltare gli altri, ad esprimenre con chiarezza ma senza asprezza richieste, opinioni, lamentele. Fin da piccoli impariamo a parlare, a scrivere, a leggere ma nessuno ci insegna ad ascoltare e comprendere realmente l'altro in quanto diverso da noi. Studiamo galassie lontane milioni di anni luce da noi ma non veniamo addestrati ad esplorare i nostri mondi interiori. Ci viene insegnata una storia umana fatta di conflitti e guerre ma non ci viene detto niente su come poterle evitare. Riceviamo una formazione professionale priva di qualsiasi formazione emotivo-relazionale che ci prepari ai rapporti che avremo con i colleghi e con i superiori, che pure incideranno in modo notevole, diretto (collaborazione o conflitto) e indiretto (gratificazione o frustrazione), sul nostro lavoro e quindi anche sul nostro rendimento.

La nostra civiltà viene definita “tecnologicamente avanzata” ma è poco più che primitiva sul piano comunicativo-emotivo-relazionale. E’ sempre stata primitiva, anzi in passato lo era anche di più, ma il problema non era così evidente e soprattutto così urgente, perché nella società patriarcale e autoritaria cha ha dominato la scena fino a qualche decennio fa, i rapporti sociali non venivano liberamente costituiti dalle parti, ma erano predefiniti da norme e gerarchie rigide imposte dall’alto. La vita di relazione si svolgeva secondo regole e schemi semplici e rigidi, cui dovevano conformarsi tutti gli appartenenti ad una data comunità; non era pensabile percorrere altre strade, proporre altre regole, vivere il ruolo di genitore, figlio o coniuge in modi troppo diversi dal resto della comunità, se non subendo la riprovazione sociale o sanzioni perfino più gravi. Si tenevano le distanze e ci si dava del lei o del voi perfino tra marito e moglie, tra madre e figlio, tra amici: il ruolo e la posizione sociale erano preponderanti sulla personalità e sull’identità personale; importava molto più cosa eri che non chi eri – un nobile, un borghese o un contadino; un padre o un figlio; un dipendente o un padrone; un docente o un discente. I sentimenti e le emozioni andavano controllati, manipolati, spesso repressi. Insomma, l’autorità prevaleva sulla libertà, il controllo sulla spontaneità, la formalità sulla creatività.

Poi, a partire dagli anni ‘60 la civiltà occidentale ha attraversato tanti e tali mutamenti sociali e culturali, che la sfera delle relazioni interpersonali, delle emozioni, dei sentimenti ne è risultata completamente rivoluzionata[7]. Nel giro di pochi anni si è passati da rapporti impostati su copioni socialmente prestabiliti e rigidi a relazioni autodeterminate e flessibili, dalla comunicazione formale alla spontaneità, dai tabù sessuali alla libertà, dal controllo e repressione delle emozioni all’espressività senza freni.

Si tratta di un mutamento sostanzialmente positivo, presupposto evolutivo per una società più libera e creativa, per rapporti umani più gratificanti, costruttivi e consapevoli, per una vita sociale che incarni i principi democratici della libertà, della autodeterminazione, della comunicazione. Tuttavia la medaglia ha anche il suo rovescio: col crescere della libertà è cresciuto anche il disagio esistenziale; il senso di identità e i ruoli sociali e sessuali sono entrati in crisi; sono aumentati i conflitti, le separazioni, le controversie e la famiglia è in disfacimento, come pure la solidarietà e coesione sociale; crescono la solitudine e l’individualismo; il rapporto tra cittadini e istituzioni è sempre più improntato alla sfiducia e l’ordine ne risente sotto più aspetti.

Per gestire e vivere correttamente i vantaggi potenziali di questa nuova e ampia libertà ci vorrebbero appropriati “strumenti” conoscitivi e operativi che mettessero le persone in grado di orientarsi in questi nuovi territori sociali privi di strade certe, di mappe, di fari di orientamento. Nonostante la loro importanza e urgenza, né “bussole” né “mappe” emotivo-relazionali si sono ancora diffuse nella società: gli individui, i gruppi, le organizzazioni non hanno cioè alcun “know how” per sfruttare le enormi potenzialità positive insite nella nuova libertà sociale del terzo millennio; al contrario, sono spesso vittime inermi dei molti effetti collaterali negativi. Ognuno è in balia di se stesso, e deve imparare sulla propria pelle, da autodidatta, per tentativi e (dolorosi) errori come nuotare o almeno stare a galla in questo mare agitato.

Ci troviamo nel bel mezzo di una fase di transizione in cui i vecchi valori e i vecchi modelli di comportamento sono crollati o stanno crollando, ma ancora non sono emersi nuovi schemi e nuove regole in grado di far fronte alle mutate situazioni e ai bisogni emergenti che caratterizzano oggi le relazioni interpersonali. Si crea pertanto un paradosso: si continuano ad applicare i vecchi modelli comunicativi alle nuove situazioni, si cerca di soddisfare i nuovi bisogni all’interno di vecchie e inadatte forme di relazione, si va incontro a complesse dinamiche comunicative ed emozionali con le poche e rozze conoscenze e abilità dei nostri avi, e tutto ciò non produce ovviamente alcun esito positivo. Si creano anzi frustrazione e irritazione, che ognuno attribuisce a manchevolezze o egoismi dell’altro ma che in realtà dipendono in buona misura da fattori collettivi legate al veloce e contraddittorio processo di cambiamento che stiamo attraversando e di cui tutti siamo vittime inconsapevoli, nella coppia come sul lavoro, nella relazione genitori-figli come in quella insegnante-allievi.

Facciamo alcuni esempi. La maggior parte dei separati e divorziati ritiene che le responsabilità principali del “fallimento” siano del partner e che il loro unico errore sia l’aver sbagliato persona, ma in realtà una larga fetta di responsabilità va attribuita alla inadeguatezza del “matrimonio” che – come ho meglio illustrato altrove[8] – è una istituzione patriarcale nata per soddisfare bisogni e aspettative diverse da quelle attuali. Anche nelle organizzazioni pubbliche e private mancano validi modelli di relazione: quelli vecchi – piramidali e gerarchici – non funzionano più, mentre i nuovi sono applicati raramente e spesso in modo contraddittorio: si richiede ai lavoratori di essere comprensivi verso il punto di vista dell’azienda, di sentirsi parte di essa, di condividerne le finalità e le difficoltà, ma alla fin fine si continua a mantenere la relazione entro modelli gerarchici a senso unico che sono l’esatta antitesi della compartecipazione che si vorrebbe suscitare. Analoghe problematiche si ritrovano nei rapporti tra insegnanti e allievi, sempre più ingestibili; si sono abbandonati i modelli autoritari, ormai non più praticabili, senza però sostituirli con nuovi modelli in cui la disciplina e l’impegno scaturiscano da una crescita di consapevolezza e da una responsabilizzazione creativa degli allievi – ma limitandosi ad assumere un atteggiamento di rassegnato lasseiz-faire, che produce solo caos e lascia insoddisfatti sia gli insegnanti che gli allievi.

Le persone credono sempre meno ai vecchi valori, alle vecchie forme di relazione, hanno nuovi bisogni da soddisfare, nuove aspettative, nuove speranze, ma ancora non hanno imparato nuovi e più adeguati modi di comunicare e relazionarsi e soprattutto di orientarsi da soli, usando la propria consapevolezza per compiere le scelte, invece di seguire ciecamente binari prestabiliti da altri.

 

 

Relazione come comunicazione

Per sfruttare i vantaggi potenziali di questa nuova e ampia libertà e per gestire le tensioni e le incertezze che essa comporta sono dunque necessarie nuove adeguate competenze psico-sociali: comunicare con consapevolezza, affrontare i conflitti in modi pacifici e costruttivi, gestire efficacemente le nostre emozioni e esprimere appropriatamente i sentimenti. Dobbiamo insomma imparare a comunicare con gli altri e anche con noi stessi, a gestire i conflitti esteriori e anche quelli interiori poiché, come ho meglio mostrato altrove, queste dimensioni sono strettamente interdipendenti (cfr. Cheli E., 2003 e anche Cheli E., 2004). I conflitti scaturiscono dalle diversità e sono per certi versi inevitabili; si può però evitare che essi degenerino e divengano distruttivi – si può anzi trasformarli in occasioni di crescita, talvolta addirittura di collaborazione. Ne consegue che l’educazione comunicativo-emotivo-relazionale dei bambini e degli adulti – come pure l’istituzione di una adeguata rete di servizi di aiuto psicosociale quali il counseling relazionale[9] - dovranno essere tra le priorità dei prossimi anni se vogliamo perseguire una politica sociale imperniata sulla qualità della vita e sulla prevenzione del disagio psico-sociale, della microconflittualità urbana e familiare, dello stress, del mobbing e del burn out e di molte altre patologie sistemiche che affliggono la vita sociale contemporanea.

Modelli e strumenti in tal senso già esistono, ma non sono alla portata di tutti, anzi, quasi di nessuno, perché solo da pochi decenni questi temi hanno acquisito una adeguata centralità sociale e solo un numero molto ristretto di studiosi se ne sono finora occupati seriamente. Inoltre, gran parte di tali modelli e strumenti risentono di una impostazione essenzialmente settoriale, che fa sì che ogni studioso veda la questione secondo il punto di vista della propria disciplina, privilegiando solo alcuni aspetti e perdendo di vista la globalità e multidimensionalità del processo; ad esempio, alcuni si sono focalizzati soprattutto sugli aspetti intrapsichici (schemi mentali e/o vissuti emozionali), trascurando gli aspetti comunicativi (il che cosa e il come si comunica, il contesto etc.) mentre altri studiosi si sono incentrati esclusivamente sulla dinamica esteriore delle relazioni perdendo di vista aspetti interiori essenziali come la vulnerabilità, le ferite affettive irrisolte, il rapporto tra queste e gli schemi di interazione ereditati dalla famiglia e via dicendo.

 

 

Coremotional management

 

Dopo essermi dedicato per vari anni a studiare, approfondire e applicare singolarmente gran parte dei modelli e strumenti esistenti – dalla prospettiva sistemico relazionale di Palo Alto alla comunicazione assertiva, dal metodo Gordon alla R.E.T., dalla P.N.L. alla A.T. fino al voice dialogue – mi sono sempre più reso conto che comunicazione, relazione, emozione sono dimensioni strettamente interdipendenti, e che era necessario pervenire ad un modello olistico interdisciplinare che: a) tenesse conto di tutte le dimensioni suddette e della loro interdipendenza; b) coniugasse l’intervento sui mondi interiori con quello sui mondi esteriori; c) introducesse una quarta dimensione: la consapevolezza, senza la quale, come ho meglio evidenziato altrove (Cheli, 2005), ogni tentativo di miglioramento è vano.

Ho lavorato per molti anni alla elaborazione di un tale modello, e altrettanti alla sua sperimentazione e verifica. Recentemente, anche alla luce dei buoni esiti raggiunti, ho deciso di dargli un nome e ho adottato l’acronimo CO.R.EM. - COmunicazione, Relazione, EMozione (e consapevolezza); in assonanza con tale acronimo ho altresì coniato due ulteriori espressioni che ne descrivono le applicazioni in ambito educativo - coremotional literacy - e in ambito professionale - coremotional management.

Coremotional literacy nasce come ampliamento di emotional literacy (alfabetizzazione emozionale) una espressione di Claude Steiner (1997) oggi molto in voga, specie nei paesi di lingua anglosassone, ma a mio avviso un po’ troppo psicologistica, focalizzata cioè solo sulla dimensione intrapsichica emozionale. Coremotional literacy invece recupera le due dimensioni mancanti – la comunicativa e la relazionale – e richiama anche una quarta dimensione: la consapevolezza. Il prefisso Core significa infatti in inglese “nucleo, centro, anima” e la consapevolezza è appunto il centro attorno al quale ruota ogni processo dell’esistenza umana, esteriore o interiore che sia, inclusi quindi anche i processi comunicativo-emotivo-relazionali.

Coremotional management rappresenta una metodologia formativa basata sul modello CO.R.EM. e applicata specificamente all’ambito delle organizzazioni; essa pertanto si basa sugli stessi principi della coremotional literacy ma li declina e li applica diversamente in funzione del diverso ambito di riferimento. In questa sede non potremo illustrare nello specifico come opera la coremotional management ma sarà comunque possibile farsene un’idea leggendo gli altri saggi che compongono questo volume, i cui autori, pur avendo ognuno una propria formazione e professionalità, hanno avuto modo di studiare e lavorare a lungo anche col sottoscritto e di incorporare lo spirito di tale metodologia formativa e consulenziale i cui aspetti caratterizzanti sono: 1) l’interdisciplinarietà e l’approccio olistico nelle conoscenze teoriche trasmesse (SAPERE); 2) l’impostazione spiccatamente esperienziale dell’insegnamento/apprendimento (SAPER FARE); 3) l’attenzione assegnata allo sviluppo della consapevolezza di sé e dell’altro, indispensabile per dare anima alle teorie e alle tecniche e renderle qualcosa di vivo e integrato con l’individuo (SAPER ESSERE).

 

 

Conclusioni

L’educazione comunicativo-emotivo-relazionale è il grande compito e la grande sfida dei prossimi anni, se non vogliamo tornare indietro alle vecchie forme patriarcali autoritarie oppure naufragare nel mare agitato della libertà senza strumenti.

Comunicare con efficacia e vivere le relazioni con gli altri in modo costruttivo è un'arte complessa, che si impara a poco a poco e che richiede conoscenze scientifiche, tecniche operative, consapevolezza e sensibilità e soprattutto metodi educativi che non si traducano solo in formazione professionale ma anche in maturazione e crescita personale, poiché questi due aspetti non sono separabili, specie nella sfera interpersonale.

Questo compito e questa sfida di imparare nuovi modi di stare in relazione richiede un grande impegno sia agli individui sia alle società. Ai primi è richiesta la disponibilità a mettersi in discussione, ad abbandonare vecchie abitudini, ad apprendere nuovi modi di comunicare con gli altri, di ascoltarli e comprenderli e anche di ascoltare e comprendere se stessi. Alle seconde si domanda invece un grande sostegno alla ricerca e alle iniziative educative e formative orientate in tal senso, considerando l’una e le altre non come lussi o spese ma come investimenti indispensabili e anche produttivi. Finora sia le società sia le organizzazioni hanno privilegiato gli investimenti sugli aspetti materiali connessi alla loro esistenza e sviluppo (edifici, attrezzature, infrastrutture etc.); adesso è giunto il momento di investire seriamente anche su beni immateriali ma altrettanto (e forse più) essenziali, come la qualità delle relazioni, la comunicazione interpersonale, la prevenzione e gestione dei conflitti, in modo da creare quella cultura del dialogo e della cooperazione che sola può preservarci dai rischi di un progressivo degrado nei rapporti sociali, interpersonali, interculturali e internazionali.

 

 

Bibliografia

 

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Stone h., Stone s., Tu ed Io: incontro, scontro e crescita nelle relazioni interpersonali, MIR edizioni, Montespertoli, 2003.

 



[1] Enrico Cheli, psicologo e sociologo, è docente di Sociologia delle relazioni interpersonali all’Università di Siena dove dirige un Dottorato di ricerca sulla risoluzione del conflitti interpersonali e interculturali, un Master in comunicazione e relazioni interpersonali e vari corsi di perfezionamento sull’intelligenza emotiva, la consapevolezza dei sentimenti e delle emozioni, l’educazione delle abilità comunicativo-relazionali. E’ ideatore e coordinatore del progetto CO.R.EM. che oltre a una vasta gamma di corsi universitari comprende anche corsi di formazione sulle abilità comunicativo-emotivo-relazionali rivolti a vari tipi di organizzazione: imprese, strutture sanitarie, scuole, P.A. (www.corem.it). Tra le sue più recenti pubblicazioni: L’età del risveglio interiore (Franco Angeli, 2001); La comunicazione come antidoto ai conflitti (Punto di fuga, 2003); Teorie e tecniche della comunicazione interpersonale (Franco Angeli, 2004); Relazioni in armonia (Franco Angeli, 2005). E-mail: cheli@unisi.it - sito web: www.corem.it

[2] La possibilità di svolgere un lavoro che piace è più elevata nel lavoro autonomo e in alcune ristrette nicchie di lavoro dipendente come ad es. l’insegnamento universitario, mentre è ancora lontana nel lavoro dipendente e quindi nelle organizzazioni, anche a livello di quadri e dirigenti.

[3] Non ho niente contro l’ingegneria, finché si occupa di edifici, ponti,veicoli,  congegni meccanici o elettronici, ma ho molte riserve sul fatto che possa essere applicata  alla vita sociale degli esseri umani.

[4] Come ho meglio illustrato altrove (Cfr. E. Cheli 2004a), l’illuminismo rappresenta un punto apicale di un processo evolutivo socioculturale i cui precursori si erano affacciati sulla scena vari secoli prima con la nascita dei liberi comuni, l’emergere della borghesia, e le aperture e artistiche e filosofiche del rinascimento.

[5] Fino agli anni ’50 – quando finalmente fu abolita per legge la mezzadria – il padrone non solo poteva legalmente sfruttare il lavoro del mezzadro e della sua famiglia, ma aveva anche il potere di decidere sulla loro vita privata: come dovevano vestirsi e comportarsi, se e quando un membro della famiglia poteva andarsene ad abitare altrove e via dicendo. D’altra parte, un simile regime autoritario vigeva anche nella famiglia del mezzadro (e in ogni altra famiglia): il patriarca decideva delle vite dei figli, delle donne, dei nipoti, come se fossero oggetti di sua proprietà e non soggetti autonomi dotati di diritti – pertanto non era così strano che il padrone facesse altrettanto con lui e la sua famiglia.

 

[6] Cfr. J. von Neumann e O. Morgensten, 1944.

[7] Lo scenario patriarcale, autoritario, rigido e severo, aveva per la verità iniziato a mutare già col rinascimento e ancor più con l’illuminismo, la rivoluzione americana, la rivoluzione francese. Tuttavia è solo a seguito della seconda guerra mondiale e della controcultura degli anni ‘60, che questo mutamento sociale e culturale si è diffuso in tutta la collettività e non solo in alcune classi sociali, scardinando valori e modelli relazionali vecchi di secoli e aprendo la strada ad una maggiore libertà nel modo di vivere le relazioni con gli altri.

[8] E. Cheli, Nuovi modi di stare in relazione, in I. Buccioni (a cura di), Relazionarsi oggi, edizioni Comune di Firenze, 2004, disponibile anche su web all’indirizzo: www.unisi.it/mastercomrel.

 

[9] Il counseling è una professione di aiuto psico-sociale finalizzata a stimolare e facilitare l’individuazione di soluzioni pratiche a problemi di tipo personale, esistenziale, psicologico o comunicativo-relazionale. Il counseling relazionale ne è una branca specifica rivolta a singoli, famiglie, gruppi con problemi specificamente attinenti la sfera comunicativo-relazionale. Si tratta pertanto di un’area professionale da non confondersi con il counseling tout court né tantomeno con la psicoterapia, pur presentando varie interconnessioni con entrambi questi campi.

 


 

Il Facilitatore: un antidoto al comportamento negativo
di Pino De Sario

Consulente, psicologo sociale, formatore facilitatori, counselor presso Ferrari (Maranello).

 È indubbio che la qualità migliore un Facilitatore la può mettere nell’accogliere e gestire la negatività. Negatività - critiche, squalifica, distruttività, malintesi, sfiducia, opposizione, conflitto – riscontrabile nelle riunioni di gruppo (facilitatore tecnico), nel coaching e nelle reti interorganizzative (facilitatore professional), in aula (formatore facilitatore), nel proprio team in qualità di leader (facilitatore expertise).

 

1.      La negatività é una risorsa?

      Il negativo è infatti pena e tensione, lutto e dolore. Dall’altra, non possiamo non vedere che, la negatività espressa da una persona, in una diade o in gruppo riesca a mobilitare nuove energie e vitalità; la negatività fa ritrovare identità, aumenta la motivazione, l’attenzione e la coscienza dei ruoli. Libera forza e il senso di oppressione non infrequente nelle organizzazioni, nella vita.

     Il conflitto come risorsa relazionale dunque, E. Spaltro (1990) ne definisce i vantaggi: un conflitto aumenta le motivazioni; aumenta la mobilitazione dell’energia psichica; la coscienza del proprio ruolo e del proprio potere; l’identità da parte delle due o più componenti conflittuali; un’attenzione a tutti i tipi di conflitto intrapersonale compreso.

     “Questa riunione è inutile, intanto è già stato deciso tutto!”, “Non c’entra nulla quello che si sta facendo qui con quello che si fa in officina”, “Ci voleva anche un facilitatore per intortarci meglio, vabbene così…intanto noi molliamo tutto”, “Ma non si può, il collegamento con l’altro stabilimento, di fatto, non lo vuole nessuno, figurati a noi quanto ce ne può….”

 Sono solo alcuni esempi sperimentati in diretta sul campo o durante corsi di formazione di facilitatori. Queste frasi alzano subito la tensione emotiva del gruppo, qui il Facilitatore può entrare in crisi, sentirsi a disagio. In mancanza di una formazione particolare nell’affrontare queste frasi che squalificano il suo lavoro (a volte dirette a sé, altre volte rimbeccate tra due membri del gruppo), egli potrà sentirsi ansioso, ferito e fragile, con la “mente chiusa”, ovvero con un corpo carico emotivamente e, allo stesso momento, con una difficoltà a concentrarsi e procedere fluidamente.

 

2.  Saper stare nella negatività

      Ricordo una frase pronunciata da un insegnante di poesia: “Il desiderio di leggere una poesia è pari al desiderio di vedere da vicino un incidente stradale”. “Voglio vedere il sangue!” Credo che la stessa curiosità, assistere cioè allo scontro tra due persone, crei un picco di attenzione nel gruppo. L’ambiente è vero, è teso, raggelato. Il Facilitatore, o la persona che ha ricevuto l’attacco, si sente schiacciata, non avrebbe alcuna chance di trovare i mezzi per trasformare la situazione; se invece se non si fosse preparata con una formazione specifica.

     Quali sono le conseguenze positive ed immediate della “critica negativa” diretta al Faciliatore (o alla persona)?: un’energia del gruppo più alta; un’attenzione più acuta dei membri; un senso del “dramma”; il confronto con un tema fondamentale; un test di competenza per chi la riceve.

     La neurofisiologia del trauma, secondo la ricerca di Alan Schore e Bessel Van Kolk rivela che la negatività può coinvolgere parecchi livelli del cervello: il lobo frontale, il sistema limbico, l’ipotalamo, il tegmentum ed il midollo (2). Questi livelli possono mostrare uno stato di ipereccitazione, in cui i muscoli diventano tesi, il cuore batte più rapidamente, la corteccia cerebrale mostra “ipervigilanza”, la bocca diventa secca e la faccia esprime un ghigno. Infatti tutto ciò indica un aumento della “vitalizzazione” del corpo. Inoltre Van Kolk  mostra un fatto particolarmente interessante: al momento dell’esperienza traumatica, coinvolgendo il sistema

limbico, c’è una secrezione dei “neuropeptidi del piacere”. Ciò vuol dire che la persona sente un tipo di “calore” durante l’esperienza traumatica, e questo comporta un desiderio di rivivere la stessa esperienza.

     Insomma l’esperienza traumatica è associata ad un certo livello di piacere e di calore e, di conseguenza, la persona sente il desiderio di ripeterla. Questa reazione psicofisica può diventare contagiosa. Coloro che stanno accanto ad una persona che è in questo stato di “ipereccitazione,” “ipervigilanza” e “vitalizzazione” possono sentirsi automaticamente coinvolti: sentono i brividi, un senso di agitazione, una tensione nel corpo, uno stato di allerta, ecc. Possiamo chiamare questo stato fisiologico, attivazione (arousal).

     Il punto è che la negatività, anche (o soprattutto) quando rappresenta “una critica negativa” o “una critica distruttiva,” può comportare un’attivazione del gruppo.  Contrariamente, la positività talvolta crea un’energia più piatta, soprattutto se non è preceduta da una situazione drammatica di opposizione, sfida, conflitto, ecc.

 

3.  La comunicazione ecologica

 La comunicazione ecologica prova a rendere conto dell’incessante rapporto tra il negativo e il positivo. Una visione suggestiva che riteniamo di poter richiamare in tal senso può essere concettualizzata come una spirale, che continuamente cresce e si allarga per arricchimenti e accordi negoziali successivi. Negativo e positivo che “danzano” come variabili di un sistema spiraliforme che evolve, secondo la logica dell’alternanza di simpatico-parasimpatico propria del Sistema Nervoso Autonomo – si veda la ricerca di H. Gelhorn (3) - contraendosi (chiusura) ed espandendosi (apertura). Una spirale che richiama ad una certa sfericità del campo di forze: a volte il negativo si trova a rigenerare il positivo e a volte è il positivo che richiama il negativo, secondo un andamento di attrazione e compenetrazione.

     Tutto questo ci spiega la complessità dinamica in cui è immersa l’interazione, il gruppo, epicentro di interdipendenze e influenze reciproche dei fattori in gioco.

     Due possibili tecniche proposte dalla Comunicazione ecologica e in dotazione ai Facilitatori sono la Parola chiave e la Parola direzionale.

 

     Parola-chiave. Possiamo distinguere due grandi gruppi di parole, il gruppo delle parole semantiche (significanti) e quello delle parole sintattiche (che costruiscono la struttura della frase). La parola-chiave è la parte forte di una frase, che dà peso e significato all’intero messaggio ricevuto. Esempio, il Facilitatore durante una riunione in azienda è attaccato da Falchi, sul ruolo del capo reparto: “Non siamo degli psicoanalisti lo vuol capire? Quel collaboratore “ci marcia” e ruba lo stipendio tutti i mesi!” La tecnica suggerisce che il Facilitatore ripeta la parola-chiave con un tono attento di riflessione: “Non psicoanalisti, mmh…” e aggiunga “…voglio riflettere su questo”. In questo modo l’intensità della critica non è diluita. Il punto è quello di non bloccare subito la tensione drammatica.

      Parola direzionale. È la tecnica che si aggiunge alla parola-chiave nel tentativo di esplorare il messaggio ricevuto e imprimere una direzione ai fatti. Come suggerisce H. Lasswell (4) si prenda uno tra “chi”, “cosa”, “come”, “quando” “dove” e si rimandi all’emittente. Esempio: (“non psicoanalisti, mmh”)…“Quando nella riunione ha sentito esagerazione da parte mia?”; oppure “Cosa delle tecniche presentate di accoglienza e direttività le sembrano sbagliate, impossibili”, o ancora “Dove non si sentirebbe affatto di applicare queste tecniche: al magazzino prodotti forse?”

     La Comunicazione ecologica, per concludere, è un approccio a forte componente di interazione. Mi trova d’accordo la definizione di comunicazione che hanno proposto Emiliani e Zani (1998) “a proposito dei soggetti implicati nel processo di comunicazione, non sono più considerati emittenti o riceventi, ma co-enunciatori, cioè interlocutori impegnati in un’azione comunicativa congiunta di cui sono corresponsabili”. Ancora una volta dalla psicologia sociale proviene il contributo (si vedano autori come Moscovici, Doise, Argyle) che per autorevolezza equipara la molto citata Scuola di Palo Alto con Bateson, Watzlawick e Jackson. Emittente e ricevente non più entità astratte, ma soggetti dotati di pensieri, emozioni, affetti, identità sociali, espressione della loro collocazione familiare, di gruppo, istituzionale.

     Jerome Liss (1992), l’ideatore del metodo comunicativo ecologico costruisce la sua definizione sull’applicazione dei principi ecologici alle relazioni umane: coltivare le risorse di ogni persona; rispettare le diversità; mantenere una coesione globale in modo che le persone possano agire insieme per un obiettivo comune. 

 

4.      Importanza del facilitatore

 Il merito maggiore della Comunicazione ecologica è quello di essere concreta, sia nella costruzione dei modelli, che nelle metodologie d’aula formativa. Gestire il negativo e il positivo in un gruppo, far crescere le risorse personali, rispettare le diversità: da solo un gruppo non ce la fa a mantenere viva l’attenzione su tutti questi aspetti. Occorre un aiuto, individuato nella figura del Facilitatore. Liss: “Come gli enzimi in biologia aiutano le cellule, così i Facilitatori (neutrali) guidano il dialogo nei gruppi, la maturazione attraverso una continua attenzione per sviluppare azioni appropriate.”

     Dal ’92, dall’azione del prof. Liss si è creato un certo movimento intorno a questa figura, quale agente di processo per accompagnare il gruppo, la riunione verso l’efficacia, l’organizzazione verso i suoi significati e obiettivi.

     Mentre in questi ultimi cinquant’anni si capiva via via l’importanza della comunicazione nelle organizzazioni, da Shannon e Weaver a Elton Mayo, da Watzlawick a Bales, poca strada a mio avviso si è fatta per individuare quelle figure di servizio al gruppo, che concretamente gli possono portare sollievo ed efficacia. La psicologia sociale americana con Lewin, Lippit e White (1939) é arrivata a configurare una figura di “direttore della discussione” che coincide sostanzialmente con il leader del team. Weick (1997) attribuisce alle riunioni la costruzione dei significati, l’incarnazione e la concretezza dell’organizzazione; egli definisce le riunioni come luogo di ambiguità e mobilitazione delle varietà non prevedendone tuttavia figure di facilitazione. Schein (2001), dal canto suo, attribuisce al consulente di processo la facilitazione dei gruppi di lavoro, delle relazioni interpersonali, del dialogo interno.

     Chi si avvicina maggiormente e fornisce una definizione convincente di Facilitatore, sono alcuni ambienti della psicologia sociale italiana (Orletti, 1983) che prevede la presenza di una regia nell’interazione: “La gestione della conversazione è assunta da un partecipante che funge da regista o da leader degli scambi…per la gestione di due meccanismi: quello dell’attribuzione del turno e quello dell’organizzazione tematica”.

     La psicologia di comunità (D. Francescato, 1995; R. Martini, 2003) individua nel Facilitatore “il vigile che dirige il traffico, operativamente neutrale, non entra nel merito dei contenuti in discussione con proprie proposte, si occupa della gestione della modalità del lavoro funzionale al raggiungimento degli obiettivi, garantendo la massima partecipazione”.

   

5.      Il facilitatore professional

 Dalla psicologia dei gruppi (R.F. Bales, 1950) ne ricavo una chiave concettualmente fondamentale che integra le basi metodologiche della Comunicazione ecologica. Mi riferisco all’introduzione che Bales fa di comportamento diretto al compito (attività strumentali) e comportamento diretto alla relazione (attività espressive).

     La ragione di esistere di un gruppo è la realizzazione di un compito (obiettivi, azioni, risultati). Nell’ambito di quest’attività sorgono tuttavia problemi che minacciano la stabilità del gruppo stesso: disaccordo sui modi per raggiungere gli obiettivi, vissuti emotivi tra i membri del gruppo, lotta per sostenere l’identità di ogni singolo membro mentre si lavora, bisogni di potere, di affiliazione, di realizzazione di performance eccellenti.

     La qualità di un gruppo si misura dunque sulla capacità di mirare verso gli obiettivi e i compiti che, per essere svolti e raggiunti, obbligano il gruppo stesso a curare i diversi piani relazionali (comunicazione, interazione, competenze sociali ed emotive). Alla luce di queste considerazioni Bales progettò uno schema di codifica per l’osservazione e l’analisi dell’interazione di gruppo: dell’Interaction Process Analysis, IPA, ne fanno parte tre atti, l’area socio-emozionale positiva, l’area socio-emozionale negativa, l’area del compito neutra.

     Il Facilitatore professional, la versione più completa, è l’agente con alte competenze relazionali. Egli sovrintende l’area del compito e della relazione, ai fattori interpersonali e organizzativi durante riunioni e tavoli, colloqui, affiancamenti, mediazioni. E’ la figura specialistica che presidia le competenze sociali, gestisce le dinamiche di gruppo, la relazione di aiuto. Facilita e conduce riunioni negoziali nelle organizzazioni, nel sociale, sul territorio. E’ in grado di interagire in un’ottica di networking, scambiando e facilitando messaggi e transazioni nella dimensione intergruppo e interassociativa. Le quattro aree di competenza sono: Partecipazione, Conflitto, Emozioni, Empatia.

 

6.  Il facilitatore tecnico

 

     Se il “professional” è competente su comunicazione e relazione d’aiuto, consulenze faccia-a-faccia e di gruppo, il Facilitatore tecnico è la versione più mirata alle riunioni e alla loro facilitazione. Gli assi di riferimento in esse sono quello del compito e quello della relazione. Le aree di competenza sono: Comunicazione, Partecipazione, Conflitto, Animazione.

     Il “tecnico” facilita il gruppo sull’area del compito.

·         Motivare il gruppo. Contribuire a mantenere alto il livello di partecipazione ai contenuti che il gruppo affronta: lo sviluppo di idee nuove, l’invito a individuare le multi-cause che hanno prodotto un problema e i multi-fattori che lo connotano, allargare al massimo l’area delle proposte di soluzione analizzandole secondo l’epistemologia di C. Hempel (1) dei vantaggi-svantaggi di una stessa idea (anziché la contrapposizione di due idee, di cui una è giusta e l’altra è sbagliata).

·         Far circolare conoscenza e informazioni.

La quantità e la varietà di informazioni disponibili facilitano la soluzione dei problemi e la presa di decisioni. La necessità di distinguere tra fatti e opinioni. Questa funzione si espleta anche tramite richieste di chiarimenti, la raccolta di fatti pertinenti, il coinvolgimento di esperti.

·         Far esprimere i punti di vista. Le informazioni si riferiscono ai fatti (ciò che una cosa è, le sue manifestazioni riscontrabili concretamente), le opinioni si riferiscono invece a ciò che si pensa (l’area delle deduzioni e delle credenze).Spesso si verificano blocchi e incomprensioni nei gruppi perché i fatti vengono confusi con le opinioni. Tenerli distinti contribuisce alla chiarezza. Dare quindi spazio in questa maniera a entrambi costituisce comunque un apporto allo sviluppo del gruppo e della riunione.

·         Coordinamento e connessione. Talora le idee vengono formulate in modo impreciso e incompleto, si possono dunque riformularle brevemente facilitandone la comprensione, raccogliendo aggiunte e pareri, evidenziare il divenire della questione, definendone le posizioni raggiunte.

Organizzazione pratica. Il Facilitatore nello specifico ruolo di “presenza neutra” rileva le principali opinioni nel gruppo, annota il cammino fatto, le decisioni prese, in ogni momento è in grado di riepilogare il lavoro svolto e quello atteso da svolgere, gli obiettivi richiesti. Egli funge da ponte nel gruppo e tra il gruppo e le azioni individuate, in tal senso nel presidia la loro messa in opera nella componente progettuale e coordinativa, secondo lo schema “chi fa cosa, quando e con quali risorse”.

     Il “tecnico” facilita il gruppo sull’area della relazione.

     Per il funzionamento di un gruppo il Facilitatore tecnico introduce norme e strumenti di competenza comunicativa.

·         Incoraggiamento. Sostegno alla libera espressione di tutti i membri partecipanti, capace di elaborare, creare e contrastare, reciproca valorizzazione di contributi propositivi e contributi critici (positivi e negativi insieme).

·         Armonizzare le differenze. Nei momenti di tensione, quando il gruppo sembra polarizzato o addirittura frazionato in sottogruppi, la necessità di una voce di sintesi sulle posizioni, cercando di individuarne le connessioni, senza nascondere le diversità.

·         Ricerca dell’accordo. Può essere favorita riconoscendo errori, abbassando la soglia del giudizio, muovendo sia apprezzamenti che critiche, cercando di ammorbidire i punti di vista radicali, cercando di formulare accordi anche parziali, ma chiari e basati sui fatti.

·         Favorire la comunicazione. Nei gruppi trovano sede spesso due tipologie di comportamento ben visibili: quelli che monopolizzano la situazione e quelli che se ne stanno silenziosi. La comunicazione può essere favorita canalizzando gli interventi dei primi e sollecitando i silenziosi. Quando si profilano delle barriere (chiusura, discriminazione, pregiudizio, critiche astratte) è importante impedire che tali fenomeni si cristallizzino.

·         Promuovere le norme del gruppo. Durante le riunioni il Facilitatore sviluppa insieme al gruppo le norme di funzionamento (cornice del cosa e del come) relative sia ai valori-contenuto (i temi da dibattere) che alle modalità-relazione (i tempi, i turni per dibattere i temi stessi). Stesso discorso quando il gruppo è chiamato a prendere decisioni (precisandone la modalità). E’ molto utile costruire una base comune in tal senso, condividerla ed esplicitarla (con periodici richiami); spesso questa materia è decisa da minoranze e resa sottintesa nel gruppo. Tutti i membri sono così coscienti e responsabili del buon funzionamento del gruppo.

 

7.  Il facilitatore expertise

 

     Non sono ancora convinto della bontà del nome “expertise”, altresì ne vedo grande necessità nelle organizzazioni. Non tanto corsi di formazione sulla comunicazione (vanno sempre bene, si intende), bensì una formazione alle competenze di facilitazione a quelle figure responsabili e leaderistiche, ben definite in un ruolo professionale, che gestiscono persone o relazioni interpersonali significative. Qui il piano della facilitazione va a integrare le già affermate competenze tecniche riferibili a figure professionali certe e sviluppate. Mi riferisco a direttori di unità operative, manager, dirigenti, capi reparto, insegnanti, medici, educatori che possono divenire quindi manager-facilitatori, capi reparto facilitatori, insegnanti facilitatori.

     Le competenze qui corrispondono pressoché a quelle del “tecnico”, ovvero gestione efficace delle riunioni (coinvolgimento e partecipazione dei collaboratori), con un’abilità aggiuntiva rivolta alla facilitazione di colloqui professionali diadici. Le aree di competenza sono: Comunicazione, Partecipazione, Conflitto, Ascolto attivo.

     Per concludere, senza togliere che un Facilitatore possa essere anche un “complicatore”, sia per competenza (perché chiede di asciugare gli interventi, invita il gruppo a sostare nel conflitto, intensifica un dilemma o una contraddizione) che per negligenza (mette i suoi filtri sul cliente senza accorgersene, riversa nella consulenza suoi temi e sue tensioni, non trova le reali chiave di volta alla riunione o al colloquio, ecc.); tutto mi fa intendere che, in un mondo lanciato a forte ritmo sulla strada della complicanza, il Facilitatore qualche spazio lo possa attrarre e meritare.

 

Note

 

1

Hempel C., Aspects of scientific explanation,

The    Free Press, New York 1965

2a

2Schore A., Affect regulation and the origin of the self, Lawrence Erlbaum Associates, Publishers, 1994

2b

Van del Kolk B., Traumatic stress, The Guilford Press, 1996

3

Gelhorn E., La curva di azione-riposo propria del Sistema Nervoso Autonomo, in Boadella D., Liss J., La psicoterapia del corpo, Astrolabio, Roma 1986

4

Lasswell H.D., The structure  and fuction  of communication in society, in L. Bryson (a cura), The communication of ideas, Harper, New York 1948

5

Alcuni esempi concreti vedono la collaborazione di Jerome Liss.

6

Per saperne di più sui Facilitatori,

cell. 335.5616199; e-mail: esosfere@tin.it

 


Tipologie di Facilitatore

 

Tipologia

Competenza core

Capacità

Collocazione

Professional

Esperto delle relazioni

Consulente

Formatore

Facilitatore

Esterno all’organizzazione

Tecnico

Esperto delle riunioni

Facilitatore

Esterno all’organizzazione

Expertise

Expertise professionale (manager, medico) al quale si aggiunge la Competenza facilitativa

 

Manager-facilitatore

Capo reparto-facil.

Medico-facilitatore

Insegnante-facilitatore

Interno all’organizzazione

 

Competenze del Facilitatore professional

 

1.        Organizzatore (catalizzatore)

 

-         Istruisce l’azione con gli attori generando confronti, soluzione di problemi, decisioni.

 

 

 

ORIENTAMENTO AL COMPITO

2.        Comunicatore (mediatore)

 

-         Cura interazioni e transazioni in senso costruttivo, diretto, concreto.

-         Promuove la negoziazione come fattore permanente e di tipo integrativo, senzaperdenti.

 

    ORIENTAMENTO ALLA RELAZIONE

3.        Agente di aiuto motivatore)

 

-         Accompagna l’ascolto, sviluppa l’empatia, sostiene la persona, incoraggia l’emersione delle dinamiche di gruppo

 

CENTRATO SULLA PERSONA

4.        Animatore-tecnologo agente di processo)

 

-         Stimola la ricerca e la conoscenza come “gruppo che apprende”,  presidia la cooperazione, le metodologie partecipative e attive

 

    CENTRATO SULLA CONOSCENZA

 

I linguaggi del Facilitatore

 

1.        Performativo regolativo

 

-         Concretezza e struttura

-         Capacità di regolazione (saper chiudere e saper aprire)

 

(vs. ORGANIZZAZIONE)

2.        Narrativo induttivo

 

-         Argomentazione e presentazione di sé

-         Partire dal particolare per arrivare al generale

 

(vs. COMUNICAZIONE)

3.        Empatico provocativo

 

-         Immedesimazione nell’altro, role-taking

-         Accentuazione selettiva del contenuto per sollecitare una “rottura” costruttiva

 

(vs. AIUTO)

4.        Significativo umoristico

 

-         Capace di senso, sensemaking

-         Leggero, divertente, nell’area confort

 

 

(vs. APPRENDIMENTO)

 

Riferimenti bibliografici

 

ORGANIZZAZIONE

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COMUNICAZIONE

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K.E. Weick, Senso e significato nell’organizzazione, Cortina, Milano, 1997

 


 

Il tutor di gruppi di lavoro: il facilitatore di una riunione attiva
di Pino De Sario

“Siamo allo sfascio e che ci sia lei a coordinare questa riunione non cambia di molto le cose”. Il clima da svagato che era divenne di colpo teso e pesante. Il Facilitatore - incaricato dalla direzione a condurre il gruppo di lavoro composto da otto neo-capi reparto (ex operai specializzati) ai quali l’azienda chiedeva di gestire con la massima produttività l’officina montaggio e spedizioni - venne assalito dal primo serio dilemma. L’orgoglio, lo scontro, il muro? (“Perché così capiscono che non sono lì a fare da cuscinetto a nessuno”). Oppure, imboccare un’altra strada? Ma quale strada, con quali  mezzi e strumenti?

 

Una prima regola base per un facilitatore efficace è quella di non cadere nella trappola tesa dal lamentoso, combattivo o aggressivo di turno. Quando accade qualcosa di provocatorio non prende su di sé il carico, ma prova a smorzare tempestivamente la tensione e a rivolgere il problema al gruppo. Sondando, osservando, prendendo una qualche forma di distanza dall’accaduto. “Allo sfascio dice…” e produce una pausa, un’interiezione “mh…ah…”. E qui si possono utilizzare diverse tecniche.

 

La tecnica dell’evitare risposte trappola

 In questi casi vanno evitate le risposte dirette facilitatore-partecipante, siano esse di valutazione “L’azienda non è allo sfascio”; di interpretazione “Dice allo sfascio perché  non c’è chiarezza nella produzione?”; di sostegno-consolazione “Non si preoccupi, succede”; con uno stile incalzante “Perché dice questo; citi dei fatti; è da sempre o solo ora?”; di soluzione “Prenda in considerazione che….

 Altre espressioni di questa tecnica sono: “far girare la parola” (e sperare che altri partecipanti si facciano avanti esprimendosi e aggiungendo altri concetti, altri punti di vista); sapere sostare nel disagio, nel dilemma e nelle difficoltà.

 

La tecnica del campo

  La Tecnica del campo ci suggerisce che sono tre i livelli a cui il facilitatore è chiamato a modulare, in compresenza, le sue azioni. Orientandosi in modo alternato ora più sul:

a)       livello individuale: “L’azienda è allo sfascio. Qual è l’aspetto più forte che lei vede oggi?”;

b)       livello interpersonale: “Sfascio dell’azienda… – e rivolge la domanda su un altro partecipante – che ne pensa il capo-reparto delle spedizioni, settore solitamente pieno di problemi?”;

c)       livello di gruppo: “Sfascio, aggiungiamo altre idee, altri pareri, ci servono!”.

d)       La Tecnica del campo prevede anche la possibilità di ricorrere a due livelli insieme affermando per esempio: “Sfascio… altre idee. Lei alle spedizioni, come va? Gli altri reparti?”.

 

La tecnica della parola viva

 La fluidità è prodotta intenzionalmente da un’altra tecnica, quella della Parola viva, un cocktail di concisione e genuinità, capacità di senso (semantica), aderenza-concretezza (pragmatica); il tutto veicolato con vitalità: “Sfaaascio. Il proprio lavoro non funziona. Sìhh?!.. Raccogliamo nuovi dati. Altre idee!!”. E qui la ricerca è veramente aperta: come creare riunioni con significato! Riunioni che restino in contatto coi dilemmi e con le diversità. E per un facilitatore professional si tratta di una sfida costante per migliorare la qualità del proprio lavoro.

 

La tecnica del dialogo

 Di fronte a una frase provocante, il facilitatore può evitare la trappola e, anzi, provare a sviluppare un circolo virtuoso di espressioni nel gruppo. La Tecnica del dialogo è di supporto nel caso di una critica distruttiva diretta alla situazione (“L’azienda è allo sfascio”) oppure al conduttore stesso (“Lei questi discorsi sulla coesione del gruppo se li può scordare!”).

     Ecco come può essere efficacemente messa in atto:

1.       il partecipante lancia la provocazione “Questi discorsi se li può scordare…”;

2.       il facilitatore prova a “giocare” il problema per comprenderlo, attivando la parola dentro, ovvero uno spazio di autoriflessione, astenendosi da inutili reazioni; egli fa una pausa e prende tempo, impegnandosi a esplorare;

3.       nel suo dialogo interno il facilitatore evita di definire e risolvere subito; si impegna altresì a tenere una porta aperta, sa che la flessibilità in questi casi è prerogativa forte;

4.       il facilitatore accoglie la protesta facendo attenzione a contenuto e parole chiave;

5.       il facilitatore utilizza la tecnica di rimando: “Lei stai dicendo…”; “Mi sembra di capire...”;

6.       il facilitatore utilizza una voce calda e profonda, un ritmo del parlato lento, per esempio: “Se li può scordare…(parola chiave) Cerchiamo di comprendere meglio.” E a questo punto il facilitatore propone: “Ora, portiamo la nostra attenzione al tema…”;

7.       il facilitatore esprime quindi la propria idea con buona energia e con due accortezze: a) condividere il più possibile, cercando anche integrazioni; b) lasciare aperto uno spiraglio di non soluzione totale, dando il tempo alle diverse tipologie di partecipanti di “avvicinarsi” al gruppo e al facilitatore stesso. Infine egli fa propri i principi della comunicazione ecologica (1).

 

Dalle tecniche all’attivazione della riunione attiva

 

     Il comportamento distruttivo espresso tramite la critica e il chiamarsi fuori dal contesto autoescludendosi, rappresenta una delle insidie maggiori che si animano intorno ad un tavolo da riunioni. Le tecniche e gli strumenti sono importanti, ma da soli non bastano. Per la costruzione della riunione attiva, occorre invece che ci si prenda cura del:

-        clima;

-        interazione dinamica, interventi brevi, gestione dell’incertezza, alternanza tra “slow” (ascolto-esplorazione) e “performance” (orientamento all’azione);

-        figure-ponte, date dai linker istituzionali facilitatori e dai linker spontanei nel gruppo.

Nella riunione attiva si generano risorse, comunanze, condivisioni così come possibilità di scontro, disquisizioni e fenomeni di protagonismo ridondante. È in questo crogiolo per il facilitatore e per il gruppo che si acquisiscono più sollecitazioni, più opportunità e più verità.

     Le riunioni attive creano motivazione, coinvolgimento, stima personale. La domanda diventa quindi, come attivare sé (il facilitatore) e come attivare il gruppo. Alcuni suggerimenti per il “piano di attivazione” sono i seguenti:

1.       alla formalità va affiancata una qualche dose di informalità;

2.       occorre incoraggiare il gruppo attraverso alcune frasi: a) “Possiamo…”; b) “Possiamo insieme…”; c) “Ognuno come può”;

3.       compensare la passività del corpo, attraverso parole dinamiche, frizzanti, creative, umoristiche;

4.       modulare via via interventi brevi cosicché tutti possano esprimersi;

5.       il clima deve essere genuino, senza forzature, fluido, non astratto, non monopolizzato, sono ammesse sia critiche negative e positive;

6.       distribuire ruoli: chi verbalizza, chi scrive alla lavagna a fogli mobili, chi si occupa di dare più luce alla stanza, chi di procurare post-it utili per brainstorming e altro, far andare alla lavagna chi dice di avere l’idea risolutiva; in altre parole occorre che il Facilitatore distribuisca più “start” possibile, inventando e prendendo dagli eventi concreti il pretesto giusto.

 

     Il Facilitatore: “Bene, per lei la causa della perdita dei soci è stata la scarsa visibilità sui mezzi stampa. Un’idea chiara che comprendiamo, grazie. Cos’altro pensa il gruppo sul problema dei 350 soci in meno in un solo anno, la visibilità, ma ancora le risorse umane ed economiche, il clima nel gruppo…cosa?”.

     Qui il Facilitatore fa l’esploratore partecipativo e si impegna nell’autoriflessione (“Forse è il gruppo, forse è l’economia, forse è un po’ tutte e due, cos’altro?”). Questo modo di condurre un gruppo crea il trampolino per altri momenti: discussione, riflessione personale, prospettiva dell’altro, spiegazioni della dinamica relazionale, delle ricadute organizzative, ecc. La questione “Ma ognuno ha la sua idea, come facciamo ad arrivare a una soluzione insieme?” importante. Qui, il facilitatore può rispondere: “Affrontiamo questa domanda fra un momento!”.

     Questo ritardo nella fase di “costruzione” può creare per molti una certa frustrazione, il vantaggio è di accrescere la tensione “drammatica” e la voglia di sapere, la curiosità. Il lavoro prematuro sulle soluzioni, invece, più logico e lineare, può impedire una condivisione più completa in merito al problema e può anche sminuire “la sete di sapere” prima che raggiunga il suo apice.

     Dopo questa carrellata di virtù del facilitatore, di passi facilitanti, di partecipanti facilitati, conviene anche interrogarsi sui costi di tale conduzione. I costi culturali e di energia, ancora prima che economici. La riunione attiva ottiene risultati con più o meno dispendio di tempo e risorse umane, rispetto alle riunioni convenzionali? E ancora, un secondo interrogativo, il facilitatore può rischiare un eccessivo esercizio di “accudimento” degli adulti, dei partecipanti?

     Con livelli di sollecitazione delle idee, dei sentimenti, dell’appartenenza, del coping (es. istruire su nuovi modi di comunicare nel gruppo); non vi è dubbio che il partecipante sia chiamato ad una maggiore spesa. Il sistema partecipativo a rete, ove le dominanze vengono “armonizzate” al pari delle asimmetrie, richiede perlopiù un maggior impiego di risorse cognitive e affettive. Un processo partecipato, per sua natura, è più caotico, nebuloso, vagamente dispersivo. Ma quali risultati potremmo ottenere?

     Ne cito tre possibili: a) meno “corridoio”, luogo deputato delle informalità; b) inclusione degli attori alle scelte, ai processi e alle strutture; c) umanizzazione dei contesti. Non vi è dubbio infine, che la non-direttività va temperata con altre forme comunicative, non rinunciando a priori a passaggi di direttività e ad aperture pragmatiche nella sfera del compito. Penso che l’attuale organizzazione esigente rispetto all’individuo, debba e possa curare la persona in maniera diversa e più intensa rispetto ai decenni appena trascorsi. Il facilitatore, nel ruolo di tutor della riunione attiva, è una figura di servizio della più ampia famiglia delle professioni che a tale obiettivo si orientano (counselor, coach, mentori, mediatori).  

Note

 1.        I principi della comunicazione ecologica applicati alle relazioni sono: coltivare le risorse di ogni persona; rispettare le diversità; mantenere una coesione globale nel gruppo. L’approccio ecologico intende integrare i punti di vista, considerando il soggetto, le interazioni e l’ambiente dimensioni interdipendenti all’interno di un unico sistema.

 

 

Riferimenti bibliografici

 

Brown R., 1990, Psicologia sociale dei gruppi, Il Mulino, Bologna

De Sario P., 2002, Non solo parole, Angeli, Milano

Franta h., Salonia G., 1981, Comunicazione interpersonale, Las, Roma

Giovannini D., 1998, Colloquio psicologico e relazione interpersonale, Carocci, Roma

Lewin K., 1972, Teoria e sperimentazione in psicologia sociale, Il Mulino, Bologna

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Ricci Bitti P.E., Zani B.,  1983, La comunicazione come processo sociale, Il Mulino, Bologna

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Speltini G., Palmonari A., 1999, I gruppi sociali, Il Mulino, Bologna

Telfener U., Casadio L. (a cura di), 2003, Sistemica, Bollati Boringhieri, Torino