I GRUPPI E LE ESPERIENZE DI CRESCITA


In questo campo troverete: 1) una descrizione dei più interessanti e comuni gruppi di crescita e 2) delle esperienze dirette che le persone hanno vissuto al loro interno. I gruppi di crescita sono il più lampante e consistente fenomeno dell'energia collettiva di questo momento storico; quello che una volta veniva fatto a livello di terapia individuale in anni di lavoro, viene ora sperimentato e vissuto in modo estremamente più economico e rapido all'interno dei gruppi di crescita.

I gruppi di crescita sono dei laboratori collettivi in cui si ricreano le condizioni di una famiglia allargata, di un clan, di una piccola società, ma con un'atmosfera gestita con consapevolezza, dove si creano particolari condizioni di rispetto, di protezione, di condivisione, di armonia e unione tra le persone che permettono un fortissimo stimolo alla crescita personale, che aiutano a superare paure e blocchi, difficoltà di relazione e chiusure.

Vi sono gruppi che lavorano in modo generico sulle persone e gruppi che operano in modo altamente specifico, per andare a prendere coscienza, rimuovere e sciogliere specifici traumi o condizionamenti.


Questa sezione comprende i seguenti capitoli:

  1. I GRUPPI DI CRESCITA: Bioenergetica, Gestalt, Primal, Intensive Enlightnment, Who is in?, Giudice Interiore, Quadrinity Process, Family Constellation, Power, Co-Dependency, Tantra, Ciclo di Crescita dell'Accademia, Apertura del Cuore, Avatar, Sciamani, Reiki, 

  2. LE ESPERIENZE DEI GRUPPI DI CRESCITA: esperienze di un "Ciclo di Crescita" dell'Accademia Olistica - in cui vengono sperimentate molte differenti tecniche di gruppo e di meditazione. 

  3. L'ARTE DEL VIAGGIO: pellegrinaggi e percorsi di autoconoscenza e d'autoguarigione, a cura di Italo Bertolasi . Un viaggio sacro, nuovo turismo, percorsi nei quattro elementi, esperienze profonde. 


I GRUPPI DI CRESCITA

Primal

Nato due volte - Una seconda chance
di Premartha e Svarup

I riti di passaggio sono sempre esistiti in tutte le culture antiche di questo pianeta. Il loro intento era quello di aiutare gli individui, attraverso specifici rituali, a lasciarsi alle spalle stadi superati e vecchi della loro vita, e ad entrare nel nuovo.

Nella vita di oggi, questi riti di passaggio non sono più usati consapevolmente. Si ritrovano ancora degli elementi di essi per esempio nei festival o nei raduni musicali, o in avvenimenti sportivi o religiosi. In queste situazioni, in maniera collettiva, attraverso la danza, il canto, o le sostanze che alterano la coscienza, o semplicemente tramite l’incontro e la connessione, la gente trascende i propri limiti abituali, ed entra in aree di sé a loro poco conosciute.

Questi raduni collettivi producono già dei cambiamenti. Tuttavia, essi non affrontano le tematiche dei condizionamenti personali, ricevuti fin dalla più tenera infanzia, che ci legano e ci trattengono individualmente al passato e al conosciuto. A causa di questi condizionamenti, non ci è possibile affrontare la vita in modo fresco e nuovo. Già da giovani, tendiamo a vedere la vita attraverso occhi vecchi.

 

La Nato due Volte - Primal è un processo di gruppo disegnato in modo specifico per affrontare I condizionamenti del passato. Aiuta i partecipanti a diventare consapevoli delle loro tematiche irrisolte dell’infanzia, e a liberarsene.

Come per esempio  G., un giovane ventisettenne, figlio di genitori entrambi psicologi, con una buona educazione, alle prese con una seconda laurea, il quale, considerando tutto ciò, dovrebbe essere felice e soddisfatto della propria vita.  

Ma lui non lo è. Dentro di sé, egli ode continuamente I messaggi che provengono dai suoi genitori, le loro speranze e aspettative nei suoi confronti, e tutto ciò lo paralizza. A causa di questo, lui si ritrova a sabotare i propri studi, e a ritrarsi dal mondo. Il mondo non lo attrae. Gli sembra tutto prevedibile e vecchio.

Quando G. viene al gruppo di Primal, all’inizio si sente in imbarazzo. Ci sono altri che hanno problemi molto più importanti dei suoi. C’è gente che menziona violenza, abuso, abbandono nella propria infanzia. Lui prova anche invidia, perché li vede esprimere così appassionatamente le loro emozioni riguardo la loro infanzia, mentre, quando è lui a parlare, tutto suona così piatto.

 

I condizionamenti possono prendere forme molto diverse. Possono essere installati attraverso l’invasione fisica, come le botte o il rifiuto di contatto. Oppure emotivamente, attraverso il sabotare o il negare il sentire del bambino, o ancora a livello mentale, non dando al bambino la possibilità di scoprire chi è veramente, e cosa realmente gli piace.

Non solo ci impongono regole su come essere, ma si frappongono anche alla nostra ricerca di chi siamo realmente. Siamo condizionati da famiglia, scuola, religione, e ambiente. Molto di tutto ciò non accade a livello consapevole. La gente che ci condiziona per lo più sta semplicemente passando a noi ciò che è stato fatto a loro. I genitori di G., hanno passato inconsapevolmente a lui tutta la pressione che loro avevano ricevuto dal loro ambiente circostante riguardo al loro status, al lavoro, al denaro. Non volevano distruggere la sua vita di proposito. Eppure, il risultato del loro condizionamento è che G. non riesce a trovare la propria direzione, la sua volontà di vivere.

 

La situazione è diversa per A. Lei è una donna sui 40 anni. Da bambina, è stata picchiata, violata e abusata dal padre sin dalla più tenera età. Non ricorda il momento in cui ha cominciato a chiudersi, e diventare dura e aggressiva come lui.  Lei si odia per essere diventata così. Eppure, sarebbe troppo minaccioso per lei rilassarsi ed essere morbida. E in questo modo, lei distrugge tutte le sue relazioni.

Quando lei entra nel gruppo di Primal, si è appena separata da un alcolizzato col quale ha avuto una lunga convivenza. Dice di non sentire nulla, solo un costante mal di stomaco che non se ne va più via. Quando lei condivide, tutti la ascoltano. La gente è toccata dal dolore che emerge.

 

Il dolore inespresso del passato costituisce un blocco molto grande che ci impedisce di essere nel qui e ora. Aneliamo ad  aprirci, ad avere fiducia, ad essere ispirati, creativi, ma i condizionamenti del passato bloccano tutto questo potenziale.

Nei  gruppi, i partecipanti cominciano pian piano a riconoscere e ad ammettere i loro condizionamenti. Si sentono convalidati in questa esperienza, ascoltati. Forse questa è la prima volta che qualcun altro li rispecchia in questo modo. Tutti cominciano a sentire la forza di sostenersi sulle proprie gambe, e di difendersi. La capacità di schierarsi dalla parte del bambino del passato, quel bambino che ancora vive dentro di loro. E’ come se l’antico guerriero dentro di loro si risvegliasse.

 

Per la prima volta, G. ammette di avere della rabbia dentro. Egli comprende di avere rigirato tutta questa rabbia contro se stesso. E’ la rabbia contro i suoi genitori ben intenzionati, che non gli è consentito attaccare. Quando lui finalmente la esprime, diventa vivo,visibile, un uomo.

A. riconosce in modo profondo il proprio dolore, e la tristezza per avere perduto la sua infanzia. Le lacrime che sgorgano la addolciscono, lei diventa morbida, più femminile.

Dopo un una fase nel gruppo di pulizia delle ferite del passato, sia G. che A. si sentono pronti per riaprirsi nuovamente nei confronti dei propri genitori.

Solamente che questa volta l’apertura origina da un sentire diverso. Non dalla rassegnazione o dalla paura, ma dalla comprensione che al di là di tutti i condizionamenti negativi, senza amore, che loro hanno ricevuto, ci sono anche dei doni da parte dei loro genitori e dal loro passato, e che è necessario aprirsi per riceverli.

Entrambi scoprono che c’è ancora un bambino dentro di loro, ancora vivo. Un bambino che nessuno di loro due conosce molto bene. Durante una delle meditazioni attive, loro due si incontrano, nello spazio del bambino, e, per la prima volta in vita sua, G. diventa completamente selvaggio, salta, grida, fa smorfie, mentre A. si permette di fidarsi dell’esplosione di G, senza andare in panico o attaccare. Entrambi hanno riconquistato la loro connessione con la loro energia originaria di bambini.

 

Il processo di Primal che abbiamo chiamato Nato Due Volte ti dà in effetti una seconda chance. Sei tu che la dai a te stesso. E’ la scelta di non sprecare tempo nella nostalgia, o nelle vecchie ferite, e di non rimanere vincolato al passato, in un modo o nell’altro.

Ti insegna che anche tu puoi prenderti una seconda chance. E che te la meriti.

Una volta che hai compreso questo in modo profondo, puoi cominciare a riconoscere che la vita ti dà continuamente miriadi di nuove chance, che la convinzione che dobbiamo fare tutto giusto e perfetto al primo tentativo, che i vecchi condizionamenti ti hanno fatto credere, è un concetto obsoleto. Imparerai che la vita è un esperimento. Che ti invita a giocare, scoprire, continuando ad andare avanti. “Charavedi”, dice Buddha: continua ad andare avanti.

 


Intensive Enlightnment e Who is in?
 
I ritiri “Intensivi di Consapevolezza”

di Kapil Nino Pileri

 I ritiri di “Intensivo di Consapevolezza” hanno origine dalla creatività di Charles Berner che li creò nel 1968. Berner, Fisico,  matematico e ricercatore spirituale, aveva fondato nel 1954 l’Institute of Ability, basando il suo approccio sull’interazione relazionale fra gli individui. Come direttore spirituale dell’istituto, fece esperienza con moltissime persone sia in gruppi che in incontri individuali. Il suo lavoro era diretto verso lo studio dei fondamenti della vita, il miglioramento della capacità di relazionarsi e la liberazione dalle emozioni traumatiche. Nel 1968 creò l’Intensivo di Illuminazione, basandosi su una tecnica molto potente in cui è possibile avere un’esperienza diretta della propria natura divina. Per diretta si intende che l’esperienza non è mediata dai processi mentali di percezione e di interferenza. La grande intuizione fu di unire tecniche dell’antica tradizione Zen della scuola Rinzai con moderne tecniche di comunicazione. Nacquero ritiri inizialmente di tre giorni e successivamente di cinque, quattordici e ventuno. Quando questa metodologia di lavoro raggiunse il mondo di OSHO, dove furono apportate alcune modifiche inserendo le meditazioni attive e una attenzione alla non separazione tra corpo e mente, il nome cambiò da Intensivi di Illuminazione ad Intensivi di Consapevolezza.

Lo strumento usato nei ritiri è il Koan, cioè una domanda che può avere una risposta esistenziale e non intellettuale, cioè una risposta che arriva solo nel momento presente e che ha la capacità di fare emergere per ciascuno le proprie risorse dall’essere. I koan usati nei ritiri di tre giorni sono “Chi sono io?” o “ Chi c’è dentro?” e nella domanda stessa viene data la direzione dell'indagine, che è verso l'interno, con l’intenzione di avere un’esperienza diretta nel momento di “Chi sono io? “ o di “ Chi c’è dentro?”. Questi sono Koan esistenziali e possono essere esplorati anche per tutta la vita. Il maestro Ramana Maharishi ad esempio basava tutto il suo insegnamento e pratica solo ed esclusivamente sulla domanda “Chi sono io?”.

La struttura del gruppo riprende le antiche strutture dei Seshin dello Zen, e ad essa viene data particolare attenzione. Questa permette al partecipante di essere libero da qualsiasi impegno e di poter indagare con il suo Koan. Vengono date continue indicazioni per permettergli di essere presente a se stesso e alla possibilità che l’esperienza diretta del Koan possa avvenire in ogni momento, improvvisamente. La struttura rende visibile il nostro condizionamento, le identificazioni e le immagini di chi noi crediamo o abbiamo sempre creduto di essere, emerge la nostra struttura interna ed esterna ed è possibile disidentificarsi e lasciare che la consapevolezza si espanda. Tecnicamente il lavoro si svolge a diadi, cioè due persone si siedono una di fronte all’altra e seguendo le istruzioni a turno una persona sarà nella parte attiva, cioè esplorerà il Koan, e l’altra in una parte passiva, cioè ascolterà la persona che esprime. Nella parte attiva la persona riceve il Koan, lo lascia entrare e inizia ad esprimere ciò che emerge dentro di sé; l'espressione non è solo verbale ma coinvolge la mimica della faccia, il tono della voce, il movimento degli arti e del corpo, la luce negli occhi, il colore della pelle. E' un esprimere con totalità usando il Koan nel momento presente e non nelle idee o nel passato, un uscire dalla staticità dell’essere definito per quello che si fa per dirigersi verso il dinamismo dell’essere. Particolarmente importante è usare il corpo fisico nell'esplorare emozioni, sensazioni, tensioni, percezioni del momento e indagarle senza definirle o catalogarle, ma entrando nella verità personale di Chi sono Io o di Chi c’è dentro in questo preciso momento.

La persona nella parte passiva chiede il Koan alla persona di fronte usando la formula “Dimmi Chi c’è dentro” o “Dimmi chi sei tu”, e poi si apre completamente all’ascolto dell’altro senza fare cenni di assenso, diniego o altro, rimane immobile ed in silenzio e semplicemente ascolta. Ogni cinque minuti suona un gong e le posizioni si invertono, perciò chi era nella parte attiva passa nella parte passiva e viceversa.

Le sessioni durano quaranta minuti e si ripetono dalla mattina presto alla sera intervallate da meditazioni attive e da tutte le quotidiane attività come mangiare, riposare, farsi la doccia e una sessione di meditazione del lavoro. Non ci sono pause e i partecipanti vengono invitati a usare tutto quanto il tempo per essere in uno spazio di consapevolezza del corpo delle emozioni e della mente. L'invito è alla consapevolezza e alla disidentificazione.

Il ritiro si svolge in silenzio e isolamento. Il silenzio è di grande aiuto per mantenere l’energia all’interno. L’isolamento, come parte della struttura, rende possibile il portare alla luce della consapevolezza i meccanismi e le modalità che quotidianamente vengono usate per definirsi, e accompagna il partecipante in esperienze di presenza e di osservazione che gli permettono di fare un’esperienza diretta del Koan. Isolamento vuol dire non avere nessun contatto fisico o verbale con l’esterno o con gli altri partecipanti fuori dalle sessioni.

Sono inoltre previsti incontri individuali con il conduttore, dove il partecipante viene supportato nell'uso del koan e nell’imparare a stare nel momento mentre lo usa. Il tempo è scandito da cimbali durante tutto lo svolgimento.

In questi anni di conduzione ho osservato come sia importante questo lavoro per la consapevolezza  dei partecipanti nel fare esperienze dirette attraverso quello che succede nel corpo e contemporaneamente nella mente, come una cosa sola. Ci sono persone che inizialmente non riescono a stare sedute a terra e dopo due giorni lo fanno con facilità e si muovono nel loro corpo con flessibilità e piacere. Avere anche solo per un momento l’esperienza diretta di essere consapevole è qualche cosa di magico e misterioso che ha a che fare con la vita e le sue manifestazioni. E’ affascinante osservare come in soli tre giorni possano avvenire cambiamenti radicali nella capacità di essere presenti,  lasciando andare l'automatismo e la fissità di comportamento. La vita è dinamismo e si esprime dinamicamente nell’essere, momento dopo momento.

Dopo la conclusione del ritiro, il Koan normalmente non viene semplicemente dimenticato, ma entra a far parte della modalità di auto-indagine della persona, aiutando a integrare tutte quelle parti che solitamente restano nascoste, non viste, rifiutate o represse. La persona impara a chiedersi: Chi sono IO, in questo momento? Chi è che sta leggendo, proprio ora, o camminando o lavorando o facendo l’amore? Quale è la mia verità in questo momento? Rimanendo presenti a se stessi, con fiducia ed amore, spontaneamente si diventa presenti anche agli altri, e questo è possibile perché qui ed ora “Io ci sono”. Io che mi chiedo “chi sono io?”, il soggetto e l’oggetto non sono separati ma la medesima cosa, io sono il Koan.

 

Giudice Interiore

La libertà di essere se stessi e il lavoro sul giudice interiore
di Avikal E. Costantino

Nel lavoro sul "giudice interiore", Avikal E. Costantino condensa oltre 30 anni di esperienza nella ricerca psicologica e spirituale, gettando luce su uno degli aspetti fondamentali della crescita personale

Riconoscere la presenza del Giudice Interiore e divenire consapevoli delle conseguenze spesso distruttive di tale presenza è assolutamente vitale per ogni ricercatore.
Se prestiamo un po’ di attenzione non è difficile vedere e sentire come la nostra vita quotidiana sia costantemente piena di giudizi verso noi stessi, gli altri e la realtà che ci circonda.
A causa del continuo dialogo interiore non soltanto la nostra attenzione si sposta dal momento presente e dall’esperienza esistenziale all’attività’ mentale, ma anche la nostra percezione è completamente offuscata dall’imposizione di valori vecchi e ricevuti da altri. Questo dialogo interiore ci mantiene, inoltre, in uno stato quasi continuo di conflitto e di reattività.
Il superego (giudice interiore) è la parte più strutturata della nostra psiche ed esiste come memorie cellulari che si manifestano attraverso una rete di tensioni fisiche ed emozionali. Continuiamo a essere bambini impauriti dal mondo, dalle relazioni, dal sesso, dalla libertà, dal crescere, dipendenti dall’approvazione e dal riconoscimento altrui, soprattutto del nostro giudice, che non è altro che l’interiorizzazione delle figure d’autorità dell’infanzia.
Non è un caso che nelle tradizioni mistiche come lo Zen, il Sufismo, l’Advaita e molte altre, le prime esperienze di risveglio spirituale coincidano con l’acquietarsi del dialogo interiore e la scomparsa, almeno temporanea, del giudice interiore. E infatti, non importa quante intuizioni meravigliose, esperienze spirituali e stupende comprensioni abbiamo, se non facciamo i conti con il nostro superego, crescita e trasformazione avverranno con passi avanti e passi indietro e sabotaggi, sensi di colpa, vergogna e incertezza…  e siatene certi, il superego prenderà tutte le nostre comprensioni e le userà contro di noi.

“La libertà di essere se stessi” è il nome di un insieme di gruppi che affrontano le tematiche essenziali riguardanti la presenza del giudice interiore.
Il primo: Conoscere il Giudice Interiore, mette a fuoco l’origine di questa struttura psichica in relazione all’ambiente famigliare. Affronta la questione della necessità del superego alla sopravvivenza e le modalità del suo funzionamento. Esplora il rapporto tra Ego e Superego e le difese inconsce, nonché le forme di auto-punizione quali il senso di colpa e la vergogna. Infine porta l’attenzione sull’importanza dell’assunzione di responsabilità’ per la propria vita e la capacità di riconoscere il proprio valore intrinseco come essere umano piuttosto che in maniera dipendente dall’esterno o dal giudice interiore.
Il secondo: Immagine di Sé e spazio, penetra nella parte centrale del nostro rapporto con il superego. Essa ha a che fare con il senso d’identità e quello che crediamo di essere, e affronta la questione della nostra identificazione con un set di immagini, rappresentazioni interiori createsi nell’infanzia e che continuiamo a credere essere il nostro Sé. Questo falso sé è composto fondamentalmente da un’immagine esterna che presentiamo agli altri e da una interna: queste immagini sono molto spesso non solo in conflitto ma quasi antagoniste. Questo stato di tensione interiore e il vivere attraverso immagini strutturate nel passato, creano una fondamentale dissociazione dalla realtà e un senso d’instabilità e mancanza di consistenza. In parole semplici: non sappiamo chi siamo veramente, solo facciamo finta di saperlo, coprendo noi stessi con la maschera della personalità.
Il terzo: Dalla scarsità all’abbondanza, è centrato sul comprendere esperienzialmente come il rapporto infantile con il nostro giudice interiore, inevitabilmente ci faccia vivere in uno stato mentale, fisico ed emotivo di scarsità e mancanza. Quando la consapevolezza individuale radicata nel momento presente prende il posto delle regole imposte dal passato e dalla paura per la sopravvivenza, il mondo si rivela un luogo misterioso e abbondante, un fluire di opportunità guidato da una forza evolutiva di cui siamo parte. Scompaiono allora le resistenze e il lamentarsi e cominciamo a vivere e gioire dell’avventura dell’esistere qui/ora.

L’esplorazione/auto-inchiesta/condivisione (inquiry) è la metodologia fondamentale del lavoro con il giudice interiore, insieme a esercizi di centratura, radicamento e apertura sensoriale. Insegnamento, comprensione esperienziale e meditazioni formano il filo conduttore dei seminari.

 

 

Quadrinity Process

Una psicoterapia a orientamento positivo per sperimentare la nostra luminosità interiore

di Aurora Maggio Cooper

Abbiamo rivolto alcune domande a Bob Hoffman, creatore del Quadrinity Process, a Lisa Wenger e a Daniela Uslenghi, insegnanti dell'Hoffman Institute Italia.

Robert Hoffman è nato 70 anni fa in America, vive a Oakland in California. Con Fischer, ha creato il Quadrinity Process e, ancora oggi, fa regolarmente la supervisione al lavoro degli 'insegnanti'. 'Il processo ideato da Hoffman è... uno strumento potente per sviluppare l'amore verso se stessi e gli altri'. A dire ciò è Claudio Naranjo, psichiatra cileno stabilitosi negli Stati Uniti, coautore dell'opera 'La psicologia della meditazione' e figura chiave da diversi anni, dell'Istituto Esalen in California.

Quadrinity è la nostra quadrinità di corpo, emozioni, intelletto e spirito. L'io emozionale accoglie e contiene i modelli emozionali dell'uomo. Secondo l'opinione non solo di Hoffman, questi modelli derivano dalle esperienze inevitabili dell'infanzia e corrispondono allo stato di immaturità anche dell'uomo cosiddetto adulto, a meno che non di provveda ad un 'risveglio di coscienza' o 'pulizia dell'anima'. L'intelletto, per mancanza di maturità del bambino emozionale, deve addossarsi una funzione di equilibrio interiore ed esteriore per permettere a se stesso di vivere. Ciò comporta una deformazione. Là dove 'il bambino' prova senso di colpa, paura, rabbia, spirito vendicativo e simili, l"intelletto' si intromette con un ordine apparente, in verità sta solo razionalizzando e, così facendo, si sopravvaluta a dismisura. Fondamentalmente, le motivazioni emotive sono puerili, mentre la spontaneità è una caratteristica della emozionalità adulta. Il bambino viziato e l'intelletto deformato creano un'alleanza malsana, sono la 'dualità programmata al negativo' per Hoffman. Ne rimane illeso, pur essendone coperto l'io spirituale, l'essenza perfetta che sorge dalla 'vitalità e sorgente spirituale e dalla natura divina... ' un 'bellissimo diamante coperto da un telo nero', come dice Hoffman nel suo libro 'No One Is To Blame'.

Compito del Quadrinity Process è ripulire la dualità negativa, guarire e maturare l'io emozionale e intellettuale per arrivare alla collaborazione sana e armoniosa della triade formata dal piano emozionale, dalle capacità intellettuali e dall'essenza spirituale dell'essere umano. In un successivo passo questi tre elementi si uniscono al corpo in un matrimonio alchemico per raggiungere l'integrità, la quadrinity.

Domanda: Che cos'è l'amore negativo?

Lisa Wenger: La nostra epoca è caratterizzata da tendenze autodistruttive che si manifestano con sempre maggior chiarezza. L'odio per noi stessi, l'incapacità di avere un rapporto umano con gli altri, le assuefazioni ed i conflitti sono diventati il quotidiano individuale, e si sono trasferiti anche nel sociale e nella politica dove sperimentiamo collettivamente comportamenti sempre più disumani. Questo comune denominatore - il comportamento disumano - nasce sempre dal sentimento di non sentirsi amati. Ed è proprio da qui dalla 'sindrome dell'amore negativo', come la definisce Hoffman, che inizia il Quadrinity Process.

Anche da adulti ci comportiamo secondo modelli che abbiamo imparato durante l'infanzia, inseguendo la necessità di conquistare l'amore dei genitori. Per il bisogno non colmato di accettazione, di affetto, di tenerezza ed amore per noi stessi così come siamo, continuiamo a comportarci come pensiamo vogliano i nostri genitori e, dato che siamo come loro, inconsciamente li imploriamo di amarci. Cerchiamo di ottenere con tutti i mezzi la loro attenzione. Poi, se il metodo di adottare le loro caratteristiche non funziona, ci ribelliamo per avere almeno la loro attenzione negativa. e la conseguenza della ribellione è vergogna, senso di colpa, auto-punizione.

Domanda: Qual è il punto di forza del Quadrinity Process?

Lisa Wenger: La forza del Q.P. sta nel suo aspetto iniziatico. Come nella tradizione di antichissimi riti di iniziazione, in esso si rivive ancora una volta la pubertà, quel momento cioè, di distacco dai genitori per poi compiere l'iniziazione del risveglio.

Domanda: Quale è stato il percorso che ha portato al Q.P.?

Lisa Wenger: Il Q.P. esiste dal 1967. E' nato come lavoro individuale, vis-à-vis e in origine si chiamava Fischer Hoffman Process, perché era stato elaborato da Fischer e da Hoffman. Più tardi Claudio Naranjo (noto psichiatra e terapeuta Gestalt) aiutò Hoffman a rendere il Q.P. accessibile a gruppi e ad usare, in tal modo, l'energia psicodinamica di più persone in interazione. Il processo durava tre mesi e si svolgeva in sedute settimanali o durante i weekend. Poi, nel 1985, sempre in collaborazione con Claudio Naranjo, Bob creò l'attuale forma del Q.P.: un workshop esperienziale, intensivo, residenziale, molto strutturato, di 7 giorni e mezzo.

Domanda: Da quanto tempo il Q.P. è proposto in Italia e quali sono comportamenti condizionati tipicamente italiani?

Lisa Wenger: In Italia è approdato nell'agosto 1990. Come è successo in altri paesi dove viene proposto (Austria, Australia, Brasile, Canada, Belgio, Francia. Germania, Inghilterra, Spagna Svizzera e prossimamente anche nell'ex - URSS) alcune persone, noi in particolare per l'Italia, hanno partecipato al processo; noi ne siamo rimasti colpiti, arricchiti, entusiasti ed abbiamo chiesto a Bob Hoffman di aprire un istituto qua. Ora il nostro istituto si trova a Cerro Maggiore, vicino a Milano in un fienile ristrutturato con tanto di giardino... il seminario invece si tiene in un albergo, nell'entroterra riminese, in prossimità della Rocca di San Leo, luogo affascinante e conosciuto per le gesta di Cagliostro, situato proprio di fronte alla sede in cui svolgiamo il Q.P.

Ho insegnato il processo negli USA, in Australia" in Francia, in Svizzera, Austria e Germania oltre che in Italia. Tutti hanno una cosa in comune: nella loro infanzia non è stata riconosciuta né sostenuta la loro essenza profonda. Tutti a causa della mancanza di genitori capaci di amare incondizionatamente, hanno adottato pseudo - caratteristiche che ora accettano come una realtà impossibile da cambiare. I tedeschi sono ostili, i francesi intellettuali, gli svizzeri con i paraocchi e sottomessi, gli austriaci barocchi, gli americani superficiali e gli italiani emozionali. Ovviamente, queste sono generalizzazioni massicce, ma qualcosa di vero c'è.

L'essere emozionali, tipico degli italiani, rende il cuore sempre presente e questo è importante e bello. Gli italiani sperimentano sentimenti e emozioni molto velocemente ed in generale sono disponibili ad esprimerli. Questo è il lato positivo. Ma con l'esprimere esteriormente sentimenti si crea una certa superficialità: solo con un'attitudine più interiore, introversa la percezione di sentimenti ed emozioni può essere vissuta con chiarezza. La nostra parte profonda è così in grado di trarre conclusioni e fare collegamenti: difficile a farsi quando si è catturati, come spesso gli italiani, da una forte emozionalità! Sì è vero, agli italiani piace divertirsi e il gruppo li rassicura più che l'introspezione individuale.

Domanda: Chi aderisce alla proposta del Q.P.?

Lisa Wenger: Un bel miscuglio di gente. Dai 20 ai 75 anni, dall'uomo di successo al fallito, da chi inizia la via dell'autoscoperta al terapeuta con molta esperienza che vuole sperimentare anche questa. Casalinghe, insegnanti, genitori, preti, operai, professori universitari, psichiatri, alcolisti, bulimici e psicosomatici, depressi. Tutti coloro che non vogliono vivere più come hanno vissuto sino ad ora e vogliono fare qualcosa di positivo per se stessi.

Domanda: Parlami della spiritualità nel Q.P..

Lisa Wenger: Siamo quattro: emozione, intelletto, spirito e corpo. Le parti programmate nell'infanzia, la parte emozionale (paure, cocciutaggine, vizi, 'non ce la faccio', invidia, gelosia, gioia, giochi) ed intellettuale (controllo, analisi, superbia, opportunismo, decisione ecc.). La parte spirituale, la nostra essenza, la parte collegata all'universo, al tutto, la parte che non giudica ma accetta semplicemente, la parte che è, che sa. Questa parte è quasi sempre coperta dai comportamenti coercitivi delle prime due. I1 corpo, infine, che riflette tutto quello che succede dentro di noi, subendone le conseguenze: è curvo, si ammala, oppure è aperto, la bocca ride... le gambe ballano... il cuore vibra...

Nel Q.P. una delle prime esperienze è la sperimentazione delle quattro parti, anche della parte spirituale, del Buddha in noi. In un'esperienza di visualizzazione guidata diamo forma a questo aspetto centrale di noi. Che avvenimento per la maggior parte dei partecipanti! Un viaggio nello sconosciuto che nel processo si vive nell'immediatezza. Questa esperienza iniziatica indica la strada verso cui ci si può sviluppare e quale è il potenziale inesauribile che dorme in ognuno di noi e dal quale si può attingere.

Questa esperienza aiuta in modo notevole a lasciar cadere le maschere dell'ego. Perché? Perché nell'infanzia molte delle caratteristiche indesiderate erano meccanismi di protezione, di sopravvivenza molto efficaci.

Se ora ci viene richiesto di lasciar cadere le nostre caratteristiche negative temiamo, ricadendo nei sentimenti infantili, di correre il pericolo di morire. Ci si rende conto di essere diventati queste caratteristiche, questi meccanismi di protezione, di riconoscerci e definirci attraverso questi modelli. Ecco che riconoscendo il nostro aspetto spirituale profondo, esso diventa un punto di riferimento che ci permette di abbandonarci totalmente al cambiamento, di toglierci le vecchie maglie che avevamo scambiato per noi stessi.

Domanda: E l'umorismo ?

Lisa Wenger: L'umorismo autentico dà sostegno, dà sollievo, è un grande aiuto per superare e negare stress, depressione e negatività. I1 vero umorismo parte dall'umorismo per se stessi, dal saper ridere di noi stessi e imparare a non prenderci troppo sul serio. E' costante la raccomandazione ai partecipanti di usare consapevolmente il loro senso dell'umorismo. Con l'umorismo molti problemi di sciolgono più facilmente. A noi piacciono molto le situazioni umoristiche e ci piace ridere di gusto.

Domanda: Quali sono le tecniche terapeutiche usate nel Q.P.?

Daniela Uslenghi: Le tecniche e gli strumenti utilizzati sono molteplici. Come psicologa mi ero chiesta spesso perché bisognasse sposare una teoria, una scuola. Quello che cercavo era un metodo terapeutico e di crescita personale che riuscisse ad integrare tutto ciò che di valido esiste nel panorama psicoterapeutico, psicologico. I1 Q.P. me lo ha offerto. Durante i sette giorni e mezzo vengono utilizzate tecniche di Gestalt, di bioenergetica, di psicodramma, concetti analitico/simbolici e comportamentali, visualizzazioni guidate... e tutto al momento opportuno, con un obbiettivo specifico alla persona cui è rivolto.

I1 Q.P. è un puzzle di tecniche, in cui ogni tassello è perfettamente in armonia con l'altro e funzionale al quadro complessivo individuale Per dare un esempio: un esercizio bioenergetico può venire usato per abbattere barriere di resistenza e aprire energeticamente le persone prima di una sessione importante o prima di una visualizzazione.

Inoltre, e questo è per me cruciale, i partecipanti apprendono consapevolmente ad utilizzare questi strumenti in modo indipendente Possiamo dire che i partecipanti si portano a casa una valigetta di strumenti spirituali, pronta da aprire. Loro conoscono la combinazione nel caso insorgano difficoltà.

Domanda: Qual è la sua opinione sul mondo attuale?

Bob Hoffman: Il mondo dovrebbe essere 'in uno' e allora la tolleranza, la comprensione, la compassione, l'accettazione e l'amore sostituirebbero l'attuale dogmatismo, il bigottismo dilagante, la povertà, l'intolleranza razziale e l'ingiustizia sociale! Viviamo in una società completamente nevrotica. Dalla vita quotidiana all'alta politica, la gente si tratta in modo disumano. Misurato alle effettive possibilità della persona completamente evoluta, il comportamento nevrotico è sempre disumano. Lo stato della persona nevrotica è caratterizzato dal fatto che non si sente amata. Se pensiamo alla vita dell'umanità, vediamo le sofferenze ed i conflitti causati da modelli di comportamento 'nevrotici' e negativi che hanno portato disgrazie orribili nel mondo, ancora e ancora e sempre più. Sono questi comportamenti che impediscono non solo la felicità individuale ma anche la pace sul nostro pianeta.

Domanda: Quindi per cambiare lo stato attuale del mondo occorre riconoscere e superare i comportamenti nevrotici generalizzati?

Bob Hoffman: Il mondo e la socialità in genere si compongono di sistemi etnici di credenze che si passano di generazione in generazione. Per trovare vera libertà e pace olistica, il genere umano ha bisogno di accettare che l'amore per se stessi e il flusso di questo amore verso gli altri può portare a cambiamenti politici reali e positivi creando un'armonia globale sul pianeta.

Nella mia ricerca per aiutare le persone 'ad aiutare se stesse' e trovare un equilibrio armonioso dei quattro aspetti della loro quadrinity, ho scoperto che, quasi sempre se non sempre, l'essenza spirituale universale dell'essere viene ignorata e nascosta.

La storia dell'umanità mostra che l'aspetto di luce, l'essenza spirituale del genere umano è coperta e controllata dagli aspetti programmati socialmente del nostro essere, e cioè dalle emozioni e dall'intelletto, e anche da quanto c'è in noi di non integrato, il nostro lato ombra, il nostro punto oscuro. Malgrado i nostri sforzi emozionali, intellettuali e spirituali per raggiungere l'obbiettivo di integrare l'amore olistico, ogni tre passi di avanzamento ci sono nel sociale due passi in retrocessione.

Il 3 luglio 1987 stavo visitando l'appartamento di Freud a Vienna e sulla guida mi è caduto l'occhio sulla seguente citazione di una lettera di Freud a Romain Rolland scritta il 29 gennaio 1926: 'Personalmente, ho sempre sostenuto l'amore verso il genere umano non per sentimentalismo o idealismo, ma per ragioni sobrie, economiche perché di fronte ai nostri istinti e al mondo così come è, ero costretto a considerare questo amore indispensabile per la preservazione della specie umana. Quanto aveva ragione Freud e quanto ha ancora ragione.

Domanda: Perché l'amore non è più o non è ancora la forza trainante del genere umano?

Bob Hoffman: Il genere umano non è ancora riuscito a liberare totalmente la parte di luce dentro di sé e renderla capace di dirigere la nostra vita. E' necessario perciò che gli individui raggiungano amore e pace interiore e solo così si avrà un'armonia mondiale vera e integrata.

Ovviamente non è una cosa semplice da raggiungere. Dopo avere insegnato l'Hoffman Quadrinity Process per 25 anni, posso affermare che si è rivelato uno dei metodi esperienziali sul piano emozionale, intellettuale, spirituale e fisico, più efficaci che può portare e porta all'amore interiore delle persone. Collettivamente parlando il Quadrinity Process. in un tempo futuro, può -attraverso la rieducazione emozionale che propone- contribuire a creare una società olistica, ben integrata e equilibrata. E questa società olisitica sarà la conseguenza dell'aver attinto al flusso dell'amore universale che altro non è se non la nostra luce interiore.

Non importa quanti giorni ci rimangono su questa terra, scegliamo di renderli gioiosi e felici, lasciando così vivere la luce spirituale in noi. L'Hoffman Quadrinity Process è un passo su questa strada.

 

Tantra
di Gitama Wolter

L'Osho Tantra è un rivoluzionario approccio alle relazioni d'amore nella sua comprensione della dinamica tra uomo e donna. Dà un'opportunità di scoprire e vivere per davvero l'amore che è il nostro potenziale e desiderio più profondo.

Di solito noi incontriamo “l'altro” carichi di esperienze passate. Quando ci incontriamo in questo modo il sogno, presto o tardi, diventa un incubo.

Guidati dal nostro desiderio di unirci ma privi della giusta comprensione, tendiamo a muoverci in un circolo vizioso di speranza e frustrazione. Invece di entrare in ciò che viene dal passato risolvendo i problemi o focalizzandosi sulle vecchie ferite, l'intento dell'Osho Tantra è di guarire se stessi, tramite l'incontro di chi si ama, con consapevolezza e accettazione nel presente.

L'amore è la fragranza della tua presenza e la tua disponibiltà all'adesso.

E questo è il terreno e il mistero del tantra.

E' questo il momento dedicato alla ricerca di chi siamo realmente oltre che essere amanti, genitori o partner.

In un'atmosfera amorevole e nutriente illuminiamo e comprendiamo tutte le nostre modalità collettive di comportamento. Queste modalità, che in modo ricorrente, restringono la nostra libertà come individui e procurano grandi sofferenze.

Condividiamo e lavoriamo su questi temi:

Avremo la possibilità di diventare più consci delle nostre profonde convinzioni contro il nostro essere. Attraverso la consapevolezza e la guarigione di quei punti, saremo capaci di amarci e abbracciarci.

La terapia meditativa dell'Osho Tantra ci porta alle radici della nostra natura e ci eleva a tutto quello che in noi è sacro.

Questo processo segue la mappa di Osho del percorso di svolgimento dell'energia sessuale (amore di sé, condivisione con lo stesso sesso, incontro con l'altro sesso)

A ogni passaggio scopriremo e cureremo vecchie ferite, giudizi e paure, per riconquistare completamente la nostra capacità di godere del nostro corpo e condividere piacere e amore con gli altri.

Recuperando compassione per la tua sensualità e prendendo il coraggio per fare nuovi passi, diventa disponibile una vasta risorsa di fresca energia, vita positiva e appassionata.

In un'atmosfera di amicizia e intimità diventerai capace di innamorarti di te e di celebrare con gli altri il flusso vitale della tua sessualità. Questa esperienza restituirà piacere alla tua vita e un'apertura alla beatitudine nel tuo intimo più profondo.

Con il condizionamento e la morale noi abbiamo imparato a trattare il nostro corpo, il tempio della nostra anima, come un mezzo per performance o come un oggetto di vergogna. Abbiamo dimenticato come goderne e rispettarlo.

Sarai invitato a riscoprire la stessa meraviglia, qualità naturale e orgasmica che tu avevi da bambino.

E' un esperimento nell'energia umana e un'esplorazione dei nostri corpi, della capacità di sentire e godere del piacere nel fluire della nostra vitalità.

Usare il respiro profondo, il movimento e la danza, le meditazioni con il corpo attivo e il lavoro sull'energia dei chakra per sciogliere il corpo e i suoi muscolari ci permette di contattare livelli più profondi de relazione e sensitività

Impareremo a connetterci con il nostro stesso sesso al di là della paura della omosessualità, della competizione, del rifiuto, tutti quei tratti che hanno creato in tutti noi un profondo senso di alienazione dal nostro stesso genere. Quando non possiamo connetterci e trovare la nostra identità sessuale il sesso diventa una tensione, una performance. Imparando ad essere a proprio agio con il proprio stesso sesso diventerai capace di rispecchiarti negli altri, e un profondo senso di appartenenza ti farà sentire più nutrito, rilassato e pronto a fare i passi per incontrare l'altro sesso.

Una parte importante del lavoro è “Inner man inner woman”: è basato sul fatto che ogni essere umano è effettivamente metà maschile e metà femminile.

Fino a quando non avremo scoperto la profonda armonia tra le polarità, le nostre relazioni con gli altri rifletteranno i nostri conflitti interni. Qui esploreremo le diverse persone che siamo, inclusi i loro bisogni e modalità di integrazione. Apriremo una porta a una vita più completa.

Ci apre all'incontro tra uomo e donna, la radice principale che fa accadere la vita e il potenziale per espanderla nella meditazione. Un esperimento nell'intimità e nella presenza in amore, dove si possono unire le nostre energie essenziali maschile e femminile nell'amore e nella consapevolezza.

Useremo differenti strutture e tecniche per riunire l'energia sessuale e la meditazione supporterà l'apertura e la capacità di esplorare la dimensione tantrica del far l'amore.

Una volta che avviene il naturale scorrere dell'energia tra uomo e donna, c'è il quarto stadio: puoi toccare dentro di te lo spazio dell'unione e della completezza in cui ti sciogli come un individuo separato, rimanendo rilassato e presente, come una manifestazione del divino.

 

Ciclo di Crescita dell'Accademia

L'Accademia Olistica e il grande esperimento del ciclo di crescita collettivo
di Nitamo Federico Montecucco

Il movimento del potenziale umano e la rivoluzione dei gruppi di crescita

Alla fine degli anni sessanta inizia la rivoluzione dello “Human Potential Movement”, il movimento del potenziale umano e dei gruppi di crescita personale che, dagli USA, si propagano in tutto il mondo. Il concetto di sviluppo del potenziale umano implica che esistano nell'essere umano potenzialità nascoste o inibite dalla società, che possono essere nutrite e sviluppate, realizzando una vita più autentica e completa. Le potenzialità non devono essere intese come "poteri psichici paranormali” o “mistici" ma come qualità umane profonde, naturali e universali - come la consapevolezza, la sensibilità, l'intuizione, l'amorevolezza, la pace interiore, la verità, l'intelligenza – che, se fatte crescere adeguatamente, possono portare ad una vita più intensa e degna di essere vissuta. Questo movimento, iniziato storicamente nella famosa comunità terapeutica di Esalen in California, è poi dilagato negli USA e nei cinque continenti. All’interno di questo movimento si sviluppano metodiche di grande efficacia terapeutica e profondità come la gestalt di Perls, la primal therapy di Yanov, la vegetoterapia di Reich, la bioenergetica di Lowen, gli encounter group di Roger, lo psicodramma di Moreno, l’intensive enlightenment di Berner, ecc.. Grazie allo yoga, al buddhismo, al tai c'i, alla filosofia di Aldous Huxley, di Alan Watt e alla psicologia transpersonale di Assagioli, Maslow e Wilber, le tecniche di meditazione cominciano timidamente ad entrare nell'ambito terapeutico e nei gruppi di crescita. Poi, nel 1974, il maestro spirituale Osho riunisce a Poona, in India, un grande numero di psicoterapisti, medici e group leaders, di ogni nazione, scuola e religione, che, catalizzati dalle sue potenti tecniche di meditazione attiva (dinamica, kundalini, ecc.) creano un ulteriore evoluzione nella sintesi psicosomatica tra psicoterapia ed evoluzione interiore. Per la prima volta in un unico centro diventano costantemente disponibili decine di differenti gruppi, permettendo ad ogni persona un proprio “percorso di crescita” specifico. Questa opportunità richiama milioni di persone da ogni parte del globo e fa diventare l’Ashram di Poona il più grande centro di terapia e di crescita interiore del mondo. Negli anni Ottanta e Novanta i gruppi di crescita si sviluppano in ogni parte del mondo: Europa, Australia, Sud America, Giappone, Russia. Oggi queste esperienze di crescita personale sembrano aver raggiunto una consistente parte della società, le ricerche sociologiche sui “creativi culturali” e le nuove tendenze della cultura rilevano che le persone che hanno frequentato esperienze di crescita si aggirano intorno al 25% della popolazione totale!

 

Il “ciclo di crescita di un anno”: lavorare sull'unita' e sui sette livelli psicosomatici 

Ritornato in Italia dopo sette anni di full immersion nelle intense esperienze e nei training dei gruppi di crescita dei grandi centri indiani e statunitensi, mi rendo conto che il panorama psicoterapeutico italiano è ancora poco incline alla sperimentazione, ma soprattutto che le persone non sono consapevoli dell’esistenza di strumenti di crescita e di evoluzione personale, che possono realmente cambiare la vita. Per questo, dopo aver creato il gruppo di ricerca psicosomatica intorno alla rivista Cyber, nel 1989 riunisco le conoscenze terapeutiche e il patrimonio di esperienze maturate e organizzo il primo “ciclo di crescita collettivo” dell'Accademia Olistica, un anno di percorso progressivo sui sette livelli psicosomatici, diviso in nove incontri-weekend mensili, dove vivere esperienze di trasformazione, consapevolezza ed evoluzione personale. Lo scopo è di fornire alle persone gli strumenti più efficaci e avanzati del panorama internazionale. Un lavoro globale su di Sé che affronta gli aspetti corporei, energetici, emozionali, psicologici e spirituali e integra le più utili tecniche psicoterapeutiche, mediche e meditative in un percorso organico e unitario. Un percorso in cui si lavora parallelamente sul “positivo” e sul “negativo” come elementi polari dell’unità. In realtà è proprio nella trasformazione del “negativo” psicologico, emozionale e corporeo che si liberano enormi risorse per la trasformazione. Un corso creato per chi sta vivendo un momento di cambiamento di vita, ma anche per chi soffre di paure, depressioni, chiusure e vuole liberarsi dei vecchi schemi.

Questo percorso di crescita collettiva oggi conta oltre cento partecipanti più una sessantina di allievi all’anno, tra cui molti medici, psicologi, counselor e operatori, e viene diretto da sette co-conduttori e numerosi assistenti. Non irrilevante è l’aspetto economico: riunendo gruppi numerosi riusciamo a tenere i prezzi accessibili a tutti e a risolvere problematiche psicologiche in tempi molto brevi. Come associazione scientifico culturale abbiamo sempre fatto sconti speciali per studenti e persone non abbienti, arrivando a istituire anche “borse di studio” per permettere di partecipare all’intero corso anche a coloro che non hanno reddito.
 

 

Il buddhafield: la sincronizzazione collettiva delle coscienze

Il lavoro di gruppo inizia con il rinforzo del positivo: un incontro di grande piacere e unità, in cui potenziamo la percezione della coscienza di Sé delle persone e, insieme, si crea un “campo di coscienza collettivo”. Una delle scoperte scientifiche che ci permette di creare un buon gruppo, riguarda infatti l'esistenza del “campo di energia-informazione-coscienza collettiva” e la capacità che le persone hanno di sintonizzarsi tra loro e creare questo campo, che chiamiamo “Buddhafield”. Le nostre ricerche rivelano che questo “campo di coscienza collettiva” viene facilitato da tre fattori: 1) l'empatia, l’amorevolezza ossia: il contatto emozionale, la connessione di cuore, 2) la coscienza, la meditazione come stato di consapevolezza vuota e silenziosa in cui l'io della mente scompare momentaneamente e per un po' ci sentiamo connessi con l'esistenza, 3) l'orientamento, la sinergia: la consapevolezza di essere un gruppo che si muove in una stessa direzione, con una precisa finalità di lavoro su di sé e con la consapevolezza di agire per il bene comune: la coscienza globale. Sono fondamentali le presenze dei “vecchi” (io, gli assistenti e i collaboratori), per creare la base amorevole, consapevole del  “campo di coscienza collettiva” percepito anche dai partecipanti appena entrati.

 

Le risorse: si parte con il corpo, sede viva e sensibile dell'anima

Il “ciclo di crescita” dell'Accademia Olistica inizia a metà Settembre e sin dal primo incontro insegniamo alle persona a sentire la forza nel corpo, il potere dell’essere e usarlo come risorsa  per “lavorare sul negativo”. Si parte col blocco di base: la paura che inibisce le percezioni del corpo e le sue energie vitali. Senza energia il Sé è troppo debole per manifestarsi. L'amorevolezza del gruppo, gli esercizi di bioenergetica e di Qi Gong, l’uso della voce istintiva e delle meditazioni attive, consentono di iniziare ad aprire il piacere del corpo. Con tecniche di respiro globale e di “anatomia esperienziale” lavoriamo sui blocchi psicosomatici delle gambe e del coccige, legati alla paura, attuando una “esposizione” progressiva e graduale. Nell'arco di due giorni le persone liberano le prime tensioni ed entrano in contatto col potere del corpo: l'energia vitale e intensa che si libera quando ci permettiamo di non cadere vittime della paura e dei giudizi sociali. Le persone in difficoltà sono sostenute da allievi degli anni precedenti. Invitiamo tutti ad “essere totali”. Ognuno fa quello che può e che riesce, nel rispetto dei propri tempi e delle proprie possibilità. Non c'è giudizio per chi fa bene gli esercizi o che non li riesce a fare del tutto: siamo un gruppo e tutto ciò che accade tra noi è materiale utile per la crescita globale.

 

I condizionamenti evolutivi dell'infanzia - liberare le energie bloccate e inibite

I primi tre incontri sono orientati allo scioglimento dei blocchi infantili. Bowlby insegna. Applichiamo delle regole provvisorie al gruppo per facilitare il processo di regressione e di proiezione, lo scopo è di liberare i reali sentimenti vissuti ma repressi nei primi mesi e anni di vita. Lavoriamo sui blocchi psicosomatici della pancia, dell’ombelico e dello stomaco-diaframma. Sperimentiamo le prime tecniche di respiro profondo, di regressione, di primal therapy e co-dependency per sciogliere i blocchi e gli schemi corporei infantili attraverso l'espressione delle emozioni trattenute: salgono molte tristezze, molte ferite, si liberano reazioni di rabbia e di chiusura. Dedichiamo il sabato all'apertura del materiale psicologico ed emozionale negativo, represso, rimosso, mentre la domenica, con le tecniche di meditazione, centratura, condivisione e distacco, è dedicata alla rielaborazione somatica, energetica, emozionale e psicologica dei vissuti traumatici e dolorosi ritornati alla coscienza.

 

 Riaprire il cuore e prendere coscienza di sé

A dicembre l'incontro è di tre giorni, tanti sono necessari per il delicato lavoro sul cuore e sull’identità profonda. Si inizia a toccare il blocco psicosomatico primario che ha interrotto la vitalità naturale del Sé e la gioia di esistere. Utilizziamo meditazioni dell’Advaita Vedanta per risvegliare la coscienza di Sé, e le associamo alle respirazioni profonde per raggiunge il punto più intenso del dolore che ha chiuso il cuore, dando inizio alla propria reazione di sopravvivenza (attivazione dell’asse dello stress o dell’inibizione dell’azione). Nel secondo giorno utilizziamo tecniche derivate dallo “psicodramma” e dalla “family constellation” per rievocare le situazioni più critiche legate ai blocchi dell’identità, che ora, grazie alla maggiore forza e presenza, è possibile riaprire, esprimendo le risposte emozionali un tempo bloccate. Ci si riequilibria con le danze Sufi, il canto, il riso. L’apertura del cuore rappresenta il primo salto, individuale e collettivo, verso la dignità e l’integrità.

Si comincia così a prendere coscienza dei sei principali schemi psicosomatici PNEI, di reazione al dolore, che portano ai sei tipi di ego, le personalità dell’io mediate istintivamente dei neuropeptidi.  I partecipanti iniziano a sentire chi sono stati realmente da piccoli e come, per sopravvivere, per essere accettati dalla famiglia, hanno creato un io, una personalità mentale, emozionale o istintiva. Il seminario termina con una serie di condivisioni, rielaborazioni sull’accettazione. Si apre il cuore con le meditazioni di Atisha; si crea un'energia bellissima, intensa e unita che lega in profondità tutti i partecipanti, me e gli assistenti compresi. Da questo momento le regole del gioco cambiano, ciò che prima era proiezione ora diventa consapevolezza e accettazione di sé.

 

Risvegliare la presenza interiore nella vita quotidiana

Dopo l’apertura del cuore e del senso di Sé si entra nell'”intensivo di consapevolezza”: tre giorni di “monastero Zen”, senza cellulari, in silenzio, con cibo e ritmi francescani, soli con Sé stessi e con la meditazione del “chi sono io?”. Si sperimenta in profondità la più importante tecnica per il risveglio della coscienza di Sé, e si comincia a portarla negli infiniti momenti del nostro presente quotidiano. Il Dio delle piccole cose.

Da questo seminario in poi si lavora sul presente, si affrontano le paure con livelli sempre più maturi di consapevolezza, si sperimentano strutture di Gestalt molto intense sulla relazione con il potere, si entra nei condizionamenti famigliari con la PNL, gli esercizi di sistemica famigliare e di impersonificazione. Si utilizzano le pratiche Sufi di lavoro sul “Giudice Interiore” (il super io), su come neutralizzare i suoi giudizi e liberarsi dei suoi schemi. Negli ultimi incontri sul sesto e settimo livello si approfondisce il risveglio della coscienza, l’arte del distacco e della centratura con la meditazione taoista della “circolazione della luce”, la “vipassana” e l’”anapana sati yoga”. Si impara, dopo mesi di catarsi emozionali e di rielaborazioni cognitive, ad utilizzare la consapevolezza di Sé per liberarsi delle identificazioni e dei traumi del passato e vivere il più possibile presenti a noi stessi. Si termina con il lavoro sulla morte e la sua accettazione.

 

 Il training olistico: essere autentici e aiutare gli altri

La nostra scelta forte riguardo al training fu di privilegiare e anteporre il “lavoro di crescita personale” alla classica “istruzione teorico-pratica”. Così decidemmo, sia per i medici, gli psicologi e gli psicoterapeuti del “Master in Psicosomatica”, che per gli operatori e i counselor del “Corso di Formazione Triennale”, di inserirli dal primo anno, come partecipanti a tutti gli effetti, nel ciclo di crescita, che divenne così il “corso base” dell'intera Accademia Olistica. Il risultato fu eccellente! L'unica concessione fu di dare loro qualche informazione “mentale” in più riguardo agli strumenti e alle strutture operative del ciclo di crescita, che permettesse loro, senza “andare troppo nella testa”, di comprendere meglio la logica multidimensionale dell'intero lavoro e di apprendere meglio l'uso delle tecniche utilizzate. Il risultato fu sin dall'inizio estremamente positivo: gli allievi dei training imparavano prima su di sé l'effetto reale delle tecniche e solo successivamente apprendevano le più sottili e articolate basi teoriche e metodologiche per utilizzare al meglio le pratiche sui loro pazienti.

 

Sentirsi parti creative del grande gioco della crescita planetaria

Desidero terminare questa sintetica presentazione del ciclo dell’Accademia, che è parte del “progetto per l’educazione globale” del Club di Budapest, testimoniando quanto si sia rivelato utile per la crescita e la guarigione, proporre ai partecipanti, compresi i più malati e svantaggiati, di sentirsi parte e di collaborare attivamente al grande “gioco” e “lavoro” della crescita planetaria. Sentirsi cocreatori di un grande processo di trasformazione globale stimola l’intelligenza e mobilita le risorse creative per la guarigione e l’evoluzione di Sé stessi e del pianeta.

 

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LE ESPERIENZE DEI GRUPPI DI CRESCITA

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ESPERIENZE DI UN CICLO DI CRESCITA DELL'ACCADEMIA

DIARIO DI UN VIAGGIO EVOLUTIVO 

ATTRAVERSO I SETTE LIVELLI PSICOSOMATICI

 

 

UN ANNO DI CRESCITA  IN SETTE SEMINARI

Quelle che seguono sono delle testimonianze di un corso di crescita umana e psicosomatica chiamato Accademia di Medicina Olistica, ideato e condotto dal Dott. Nitamo Federico Montecucco. Attraverso l’esperienza diretta in gruppo dei vari livelli psicosomatici e dei loro relativi blocchi, si passa alla fase della terapia, dell’apertura energetica, della risensibilizzazione interiore e dell’evoluzione della coscienza. Le testimonianze sono divise in sette capitoli-seminari. La prima parte di ogni capitolo è scritta dal Dott. Nitamo Montecucco, la seconda da Silvia Basso Zendali e la terza da commenti ed esperienze dirette dei partecipanti.

 

 

VUOTO - PUNTO ZERO

I° Seminario - Pomo Rosso 20-21 Maggio 1995

 

 

Il Pomo Rosso, un luogo sacro nella natura

Nell’Aprile del 1995 iniziammo il sesto corso dell’Accademia. Il luogo prescelto è il Pomo Rosso, un’oasi di venti ettari nelle colline dell’Oltrepo Pavese, a seicento metri di altezza. Il Pomo Rosso è un piccolo paradiso di natura incontaminata, vicino all’antico bosco del Baccano (dal Dio Bacco protettore delle foreste e della natura selvaggia) e lontano qualche chilometro dal primo villaggio. Il Pomo Rosso è un luogo assai selvaggio e primitivo, dove abbiamo creato il minimo essenziale di strutture per un gruppo di venti, trenta persone. E’ il luogo ideale dove perdere i ritmi urbani e i comportamenti più civilizzati, ritrovando la semplicità della natura e dei sensi. In questo luogo abbiamo sempre sentito una fortissima energia vitale e un profondissimo silenzio interiore, per me è certamente un luogo sacro che ci aiuta nel difficile lavoro di ritrovare la nostra unità perduta e la verità interiore.

 

 

Inizia un nuovo ciclo

Ero molto soddisfatto per la qualità delle persone, di differenti età e livelli culturali, che vi partecipavano; c'erano un certo numero di persone dell’anno precedente che volevano completare il loro processo di decondizionamento e crescita e un buon gruppo di nuovi. In realtà alcuni di loro avevano faticato non poco per decidersi ad entrare in questa avventura. Spesso le persone migliori, le più percettive e intelligenti, proprio per la loro sensibilità vengono maggiormente inibite dalla società o dalla famiglia, che seleziona i più aggressivi e potenti. Chi non vuole usare la propria forza in modo aggressivo, per ragioni di senso altruistico e umano, spesso si ritrova a doversi ritirare, a ritrovarsi da solo giudicato come uno strano, un debole, un introverso.

Questo tipo di persone deve perdere i giudizi che la società gli ha inculcato e cominciare a sentire che quelli che sono considerati i suoi difetti dagli altri in realtà sono i suoi grandi valori umani e spirituali. Per queste persone riuscire a stimarsi per ciò che si è produce una tremenda forza trasformativa e spesso una grande propensione alla spiritualità; esse quindi avrebbero un estremo bisogno di sentirsi parte di un gruppo. La loro struttura mentale tuttavia gli consiglia di non rischiare, gli ricorda le infinite volte in cui si è aperto ed è stato tradito o ferito, gli rammenta le sconfitte e i timori.

Il primo giorno dell’Accademia eravamo in una trentina, con una prevalenza di donne, la sensazione nel gruppo era quella solita di incertezza ed emozione. Il mio ruolo nel gruppo è quello di essere un attivo e creativo testimone, ossia cercare di restare in uno spazio di meditazione e silenzio, senza giudizi (cosa non facile), e provocare delle reazioni collettive orientate alla comprensione e alla crescita.

 

0 come Olos, il livello zero dell’essere umano

Come nel modello Cyber, il livello zero corrisponde all’unità di coscienza. Lo zero è il numero più magico, rappresenta il nulla, il vuoto da cui originano tutti i numeri, o, nello schema tridimensionale da cui hanno origine gli assi cartesiani e, associato ai numeri stessi (10, 1000, 1000000) indica il valore decimale, centesimale ecc. Lo zero è rappresentato come 0, un cerchio vuoto, il simbolo della coscienza immateriale da cui emergono e si creano tutte le dimensioni dell’esistenza. In medicina olistica iniziare dallo zero significa iniziare dalla coscienza di una persona, percepire la sua interiorità e creare le condizioni affinché anche lei sia in grado di sentirla e riconoscerla. Iniziare dalla coscienza è come mettere in chiaro le vere ragioni di una relazione, che sia medico-paziente o di amicizia o di lavoro poco importa, l’anima trascende i valori materiali e ci connette profondamente, ci fa sentire veri.

La maggior parte delle persone non sente e non è consapevole di essere una coscienza vivente, lo dà per scontato, e quindi è necessario ricreare questa consapevolezza interiore, attraverso la nostra "presenza" attenta e pacifica, attraverso la qualità spirituale di ogni azione o discorso, attraverso la pratica della meditazione o il contatto con il Divino.

 

Si parte da zero: meditazione e Buddhafield

Avevo deciso, contrariamente agli anni precedenti, in cui iniziavo con il primo livello fisico per terminare con gli stati più spirituali, di tentare già dal primo seminario di sperimentare stati di coscienza sacri. Iniziamo così con lo zero, il primo numero sacro, il simbolo del vuoto e del nulla che, in ogni tradizione, è l’origine e il contenitore di ogni cosa. Il vuoto deve essere sperimentato nel silenzio della meditazione, nel vuoto interiore che tanto temiamo.

Normalmente è bene iniziare un seminario di due giorni con una o due ore di meditazione. Solitamente preferisco iniziare con la meditazione dei "Sette Suoni", che è facilmente seguita anche dai neofiti e che riattiva e risensibilizza l’intero essere. Invito tutti a percepire questo vuoto.

Dopo questa ora di meditazione tranquilla si passa a delle tecniche pratiche o ad una meditazione come la "chakra breathing", che permette di osservare l’intera struttura psicosomatica e di identificare le aree bloccate. La "chakra breathing" è una tecnica molto duttile, può essere fatta con un’energia soffice o con molta forza, in questo secondo caso provoca spesso delle catarsi spontanee, soprattutto le prime volte che la si pratica. Il gruppo reagisce bene.

La seconda caratteristica dello zero è il cerchio o meglio la sfera, il simbolo di ciò che racchiude insieme, parlo del gruppo come Buddhafield, come sfera di energia. Un gruppo di crescita è un insieme di persone molto particolari e selezionate che, contrariamente alla maggioranza delle persone, sente il desiderio di cambiare, di trasformarsi, di ritrovare se stesso. È questa la caratteristica che li unisce come un sottile legame, nonostante le differenze anche consistenti della personalità o delle opinioni. Un gruppo di crescita nasce da un’esigenza ancora indistinta di stare bene, che lentamente prende forma fino a diventare un forte bisogno di radicale cambiamento, un sentimento di ricerca della verità e del sacro che durerà per tutta la vita.

 

La meditazione dei Sette Suoni: per iniziare una ricerca olistica del proprio essere

Questa tecnica che abbiamo chiamato dei "7 suoni" è nata migliaia di anni fa quando i primi ricercatori della coscienza iniziarono ad ascoltare dentro di sé il "suono del silenzio". In Oriente la sperimentazione del suono primordiale OM e dei mantra da esso derivati è antichissima. Una larga parte dello Shivaismo, dello Yoga, del Tantra e del Buddhismo tibetano è basata sull’uso consapevole dei suoni e dei suoi potenti effetti psichici, fisici e spirituali. Per la sua semplicità ed efficacia questa tecnica permette ad ognuno di sperimentare l’esperienza olistica in se stesso, ossia l’esperienza di unità di corpo, energia, psiche e coscienza. Provate a mettere la mano sul petto all’altezza del cuore e cantate un suono con la voce più bassa e profonda che riuscite a fare, poi piano piano aumentate fino a salire ad una nota medio-alta. Noterete che il torace vibra maggiormente su una certa frequenza media e poco su quella bassa. Ora spostate la mano sulla sommità del capo e provate ad aumentare ancora la vostra tonalità fino ad arrivare alla nota più acuta che potete, sentirete che la cima della testa vibra meglio sulle tonalità più alte. Siamo quindi come una cassa armonica dove le note più gravi risuonano in basso, nel ventre, quelle medie nel torace e quelle più alte nella testa. Se Dio si manifestò come verbo o suono, l’essere umano, immagine di Dio, è come un’ottava musicale di sette note. Quando una delle nostre parti, dai piedi alla testa, non è in sintonia con le altre, la sua vibrazione non è armonica e noi la percepiamo come stonata o dolorosa o vuota e senza suono. Seguendo quindi i sette suoni della musica della cassetta noi facciamo vibrare tutte le sette zone del corpo e diventiamo consapevoli delle zone che sono in sintonia e quelle che sono disarmoniche. Le zone del corpo possono essere bloccate per motivi fisici di tensione muscolare, per emozioni bloccate o per condizionamenti mentali. Alcuni blocchi sono di origine spirituale. Questa tecnica può essere fatta in cerchio, come un "trenino" energetico, appoggiando le mani sul chakra della persona di fronte partendo dal basse e salendo fino al settimo. L'immagine di copertina raffigura il momento di lavoro in cerchio sul settimo chakra. In cerchio questa meditazione attiva enormemente le capacità curative e l'energia totale del gruppo.

 

I 7 suoni

Nella cassetta da noi prodotta sono registrati suoni e voci su sette differenti frequenze, ogni suono dura circa due minuti. C’è un breve intervallo di silenzio tra un suono e l’altro. Si inizia dal basso facendo, per due minuti, un suono che faccia vibrare la zona del primo chakra, poi si passa alla zona del secondo chakra per altri due minuti e così via seguendo la musica. Alla fine dei due minuti sul settimo centro la musica cala di tono e vi sono due minuti per scendere velocemente dal settimo al primo e fermarsi un attimo in silenzio prima di riiniziare la seconda salita. Ogni salita e discesa prendono quindi circa un quarto d’ora. La tecnica prevede tre salite e discese per un totale di 45 minuti. Al termine di questi 45 minuti di suoni, si resta in silenzio per 15 minuti e si sperimenta uno stato di profondità, vuoto e pace. Si sente tutto il corpo che vibra leggermente e le energie molto cariche e vitali. Si sta seduti o coricati; questo è il momento più importante della tecnica, i primi 45 minuti servono per fermare il pensiero, aprire e riequilibrare le energie psicofisiche del corpo, gli ultimi 15 minuti sono di esperienza unitaria, si sperimenta lo stato più profondo di coscienza, la meditazione.

 

 

Diagnosi olistica

Questa tecnica ci permette di fare una diagnosi psicoenergetica globale. Consigliamo al termine dell’intera ora di prendere un foglio da disegno e dei pastelli o delle matite a cera e di disegnare liberamente le varie zone del proprio corpo. E’ necessario fare l’intera immagine del corpo grande come l’intero foglio e raffigurare, con i colori che ci vengono spontaneamente, sia le esperienze piacevoli e luminose sia le sensazioni di tensione, dolore e blocco. Dove non si è percepito nulla si lascia vuoto e, nelle volte successive si cerca di percepire meglio e con più sensibilità il suono di quella stessa parte. I risultati della tecnica sono abbastanza evidenti e si manifestano come maggiore benessere, senso interiore di unità, tranquillità. Nelle prime sedute è possibile sperimentare qualche sensazione particolare come giramento di testa, lieve nausea o sonno. Questi ultimi sono effetti di una stimolazione in persone molto bloccate o mentali. Perseverando e rilassandosi prima della meditazione, magari con un bagno, un poco di ginnastica o un massaggio alla pancia nel caso di nausea, questi sintomi spesso scompaiono da soli. Dai disegni spesso si possono osservare delle trasformazioni evidenti dei colori e delle zone scure.

 

Bodhicitta e Karuna: la coscienza luminosa e compassionevole

Nel Buddhismo tibetano due vengono considerati i punti essenziali per una corretta evoluzione spirituale: bodhicitta, la coscienza illuminata che nasce quando diventiamo totali e karuna, l’attegiamento compassionevole ossia empatico, di amore impersonale verso ogni altra creatura. Sulla base del modello Cyber la luce pura, che corrisponde ad uno stato di coscienza unito e silenzioso, nasce quando tutti i colori sono fusi. Sul piano psicosomatico questo significa allineare tutti i chakra ossia unire pensiero, emozioni, volontà e coscienza. In termini concreti questo vuol dire fare un lavoro sulla totalità: come? Ad esempio creando una forte apertura emozionale o una difficoltà e lasciando ad ognuno la scelta. Nella nostra società vi sono tre grandi tabù: il sesso, la morte e Dio. Iniziammo a parlare di Dio, non a livello teorico ma ricercando nella memoria le esperienze spirituali più intense, le sensazioni infantili di contatto con angeli o con Dio stesso, le "peak experiences" ossia i momenti di estasi, di sentirsi fusi con l’esistenza, di sentire tutto come sacro. Escono molti ricordi, si condividono molte esperienze, il gruppo si ritrova unito da un legame sottile ma intenso. Parlo di Gaia, la coscienza planetaria, inizio a spiegare che cos’è un gruppo di ricercatori spirituali e quali sono le sottili regole per farlo crescere o crollare, come stare attenti agli altri, come rispettare il silenzio collettivo alla fine di una meditazione quando magari non siamo riusciti ad entrarci e ci viene voglia di muoverci e parlare.

 

 

Il Buddhafield e la coscienza di Gaia

Nella giornata di domenica propongo di fondere le nostre potenzialità spirituali provando a creare un contatto con Gaia, con la coscienza planetaria che rappresenta la porta al divino. Attraverso il riconoscimento della Terra come Anima Mundi, come divinità planetaria entriamo in contatto con la coscienza cosmica, con il Cristo Cosmico. E’ un esperimento che da anni attendevo di fare e che è perfettamente riuscito. La tecnica è semplice, occorre sentirsi realmente un gruppo che diventa una unità di energia, le emozioni sono state molto intense, come da anni non mi capitava di sperimentare, l’energia sacra respirava in noi, ognuno ne era pregno e illuminato, proprio come sentirsi in Dio, e molti l’hanno percepito anche se non avevano mai fatto meditazione prima d’ora. La descrizione della tecnica verrà spiegata nel commento al sesto seminario.

 

Totalità: il patto di alleanza

Spesso all’interno di un gruppo esistono differenti livelli di persone, e questo va bene, in quanto crea movimento e dinamiche più forti. La diversità è una ricchezza, non un ostacolo alla crescita. Il vero ostacolo nei gruppi è l’indifferente, lo scettico, l’inconsapevole delle proprie paure, chi ha un timore celato di cambiare perchè cambiando potrebbe perdere anche il poco che ha. A volte bastano anche una o due persone resistenti o scettiche, in un gruppo di venti o più, per bloccare quasi completamente la fluidità e il senso di unità. Molto meglio partire in pochi ma uniti che rimorchiare pesi inutili, ognuno ha i suoi tempi e bisogna rispettarli. Meglio partire con regole chiare e precise, anche se dure, piuttosto che ritrovarsi con un gruppo indeciso e inconsistente. Il gruppo di crescita è come un lungo viaggio di esplorazione, non si sa esattamente che cosa si scoprirà, ci si potrà trovare in situazioni difficili, dolorose, occorre essere totali e decisi.

Il punto più importante da comprendere è che non esiste reale trasformazione senza toccare l’Ego e che quando si tocca l’Ego di una persona questa si rivolta immediatamente in quanto è totalmente identificata con il suo stesso Ego. Un gruppo di crescita deve invece creare una sorta di patto di alleanza, di giuramento collettivo di unità, per cui ci si sente tutti legati fino alla fine del gruppo stesso, ci si aiuta a superare gli ostacoli, si gioca ad abbandonare vecchi schemi, e dove nessuno deve abbandonare il gioco, nessuno deve fuggire di fronte alla paura di non farcela. Così si può crescere insieme ad una velocità incredibilmente maggiore di quella possibile dai singoli separatamente.

 

Dentro o fuori: si lavora per la totalità

Il gruppo termina con una prova, un lavoro sulla totalità: propongo ad ognuno di decidere "qui ed ora" se intende essere parte integrante del gruppo o andarsene. E’ una richiesta secca e precisa, espressa proprio per cozzare quella barriera che la mente crea intorno a sé per difendersi senza prendere decisioni, per restare in quel limbo in cui sono gli altri che scelgono. Scegliere è usare la volontà e la determinazione, è prendere una posizione estremamente precisa e - soprattutto - senza il tempo per poterci pensare su. Chiedo a chi vuole entrare nel gruppo di esprimerlo con parole proprie e di entrare direttamente nel centro della sala. La tecnica funziona perfettamente, tranne i primi molto decisi, sorgono subito incertezze, problemi, ansie. Invito coloro che sono già nel gruppo a chiedere a chi ne è rimasto fuori chiare spiegazioni sui perchè di queste incertezze. Emergono problemi di grande insicurezza, di non sentirsi degni di far parte di un gruppo così bello, di paura di essere rifiutati. Sento che per alcuni questa tecnica è decisiva per entrare, per altri è decisiva per decidere di andarsene. Perdiamo cinque persone, tra cui un paio di grande sensibilità e bellezza. Peccato ma è così, ora il gruppo è già integrato sin dal primo seminario.

Silvia: E’ il primo giorno di Accademia, e piove. Qui, al Pomo Rosso, dove dovremo incontrarci per così tanti week-ends (addirittura sette!!), l’aria è ancora fresca, la primavera ormai inoltrata ancora non si mostra in tutta la sua bellezza.

Poco alla volta, quasi a grappoli, i miei compagni arrivano, alcuni già li conosco, ma la maggior parte di loro mi è completamente estranea: tanti giungono da altre città, anche lontane, e tra signore di mezza età, pensionati, medici, casalinghe, studenti e "uomini in carriera", ci ritroviamo tutti insieme in una grande confusione. Ma un filo sottile, trasparente già ci lega: la consapevolezza di essere insieme per poter cambiare qualcosa di noi e del nostro mondo. Ci studiamo reciprocamente, quasi di nascosto, e l’emozione, la paura, la voglia di comunicare frenata da vecchi pudori, emergono a tratti dal nostro comportamento. Ma quasi non c’è il tempo di vivere questi contrasti interiori, perchè in mezzo ad una risata, un nervosismo, un affanno, ci sediamo tutti in un grande cerchio, pronti ad iniziare il lavoro. La sala che ci ospita, e che sarà la nostra "nuova casa" per un lungo periodo, ci sembra quasi un Tempio: è un luogo permeato di spiritualità, qui, sotto queste travi, molte persone prima di noi hanno meditato, e questa atmosfera sacra sembra accoglierci, darci il benvenuto. E questo nostro cerchio - che disegniamo con i nostri corpi seduti sul pavimento tenendoci tutti allargati per mano - così ampio, è quasi un mandala (siamo in 30), e sento già nel mio cuore che la sua forma ci darà la forza, l’energia e la concentrazione di cui avremo bisogno per la nostra trasformazione.

A turno annunciamo ora il nostro nome, mentre teniamo in mano un grosso bastone nodoso con la testa di serpente, per rendere più importante la cerimonia della presentazione, che ognuno di noi fa, di sé, a tutto il gruppo: come tanti capi tribù di un’epoca ormai scomparsa, la nostra voce risuona, acquistando uno spessore diverso. "E’ proprio mio questo nome? Lo voglio tenere? Rappresenta quello che sento intimamente di essere?" E quando esprimiamo il desiderio di ottenere qualcosa per noi stessi da questa esperienza, l’impegno di essere qui prende corpo, diventa reale, si delinea davanti ai nostri occhi la traiettoria di una strada da percorrere fino in fondo. Subito una domanda ci sorge spontanea, quale premessa necessaria a questo discorso comune: cosa intendiamo veramente quando pensiamo la parola "Dio"? E’ un concetto così grande, e nello stesso tempo così povero di significato per noi, piccoli e doloranti inquilini di questo pianeta terra alla deriva di fine secolo. Le risposte che diamo sono forse diverse le une dalle altre, ma qualcosa le accomuna, perchè, malgrado noi si sia inevitabilmente figli dell’epoca nichilista che viviamo, tutti abbiamo una percezione, un sentimento del divino. Alla fine si presenta al nostro sguardo l’immagine di un Dio non più convenzionale, non più limitato, che non si compiace che io sia buono, riflettendo in questo modo solo la mia egoicità, ma il Dio degli opposti, che è dappertutto, totale e onniscente, un’energia cosmica che ci avvolge nel suo mistero.

Con questa nuova consapevolezza che ora ci attraversa cominciamo a camminare sparpagliati nella sala; il nostro passo è lento, attento, i nostri piedi appoggiano sulla sacra terra, e sacro è il nostro incedere mentre ci avviciniamo al compagno più vicino per abbracciarlo: lo stringiamo tra le nostre braccia, percependo in lui l’immagine di Dio. Un’emozione mi assale, quanto vorrei che questa piccola tribù fosse l’inizio di un’unione più vasta, di quel Villaggio Globale che da così tanto tempo abita i miei sogni!

Fuori ancora piove. Ci sediamo di nuovo nel cerchio; rimanere qui, dentro queste mura, ci fa sentire al caldo, tra di noi, e dentro noi stessi. La tensione iniziale si sta ora dissolvendo e i volti si rischiarano, forse siamo pronti per il nostro primo contatto con GAIA. Nitamo ci stimola ad attivare i chakra, all’inizio soprattutto il primo, quello che ci collega direttamente alle profondità della terra, e poi sempre più su, in verticale, pancia, cuore, fino al settimo, l’ultima estremità del canale, la nostra antenna sull’universo. E GAIA arriva: all’inizio quasi in punta di piedi, la sua energia è leggera, scaturita dalla terra e contemporaneamente piovuta dal cielo, penetra i nostri cuori e ci fa sentire vivi, vivi quando lo si è veramente, una sensazione così autentica che avevamo dimenticata. Improvvisamente lo scoppio di un pianto, è Nitamo. Dopo tanta acqua è spuntato il sole; ci attende una colazione all’aperto, ma non siamo più gli stessi. Al posto dell’usuale ressa al buffet, una calma ordinata dirige i nostri gesti, che sono più fluidi, leggeri, la presenza di GAIA ci accompagna anche fuori sul prato. Un silenzio armonioso ci trattiene a lungo in questo stato di meditazione, quando anche le cose più semplici, come mangiare, bere, riposarsi, diventano sacre, uno spazio che vorremmo sempre poter ritrovare.

Questo nostro primo incontro volge ormai già alla sua conclusione, ed il tempo ci è quasi scappato dalle mani intriso come è stato delle intense emozioni che insieme abbiamo già vissuto. La figura del cerchio che riformiamo lentamente, ancora presi come siamo dal ricordo della presenza vivificante e rasserenante di Gaia, ci aiuta a trattenerci con maggiore attenzione sul momento che stiamo vivendo. Ed è questo preciso momento che Nitamo sceglie per porre tutti di fronte ad una scelta radicale di assunzione di responsabilità verso se stessi e verso gli altri; una scelta decisa, da "punto zero", un aut aut che non lascia alternative, obbligandoci ad entrare direttamente e senza indugi nel contatto più intimo con noi stessi e le nostre intenzioni più profonde. "Chi fra noi è disposto a rimanere insieme, su questa strada comune fino alla fine, qualunque cosa accada durante il viaggio?" Nitamo ci pone la domanda, chiedendo a chi è disposto di entrare nel centro del cerchio. Siamo in pochi all’inizio, e i compagni rimasti fuori ci guardano dubbiosi, intimoriti, incerti. Ognuno di loro giustifica la sua astensione con all’apparenza valide motivazioni. Ma quale sentimento si nasconde dietro esse? E’ la paura, paura di esserci, di dire "si" al cambiamento, alla trasformazione; ma anche paura di non farcela, di rimanere indietro, staccati dagli altri, a quel punto più soli di prima. Capiamo allora che i nostri compagni hanno solo bisogno di essere rincuorati, che noi li si faccia sentire parte insostituibile di questo cammino che ci vede tutti accomunati dagli stessi timori e bisogni. E’ una svolta: il patto che in questo momento facciamo di rimanere legati per tutti e sette i seminari qualsiasi cosa accada, vincolerà i nostri comportamenti futuri, a questo patto non ci potremo più sottrarre, senza sentirci in qualche modo "traditori". Non tutti, purtroppo, riescono a fare il salto, a giungere con un unico balzo sull'altra sponda del fiume. E se c'è tristezza nei nostri cuori per il precoce abbandono di alcuni compagni che avevamo appena incontrati, e che già si apprestano a lasciarci, comprendiamo anche come tutto questo fosse necessario per fare subito chiarezza su di noi, sulle nostre vere intenzioni, e prepararci così, già da ora, un terreno autentico di lavoro comune fondato su un sincero ed irrevocabile desiderio di trasformazione.

 

Programma svolto nel primo seminario

Meditazione vipassana sul vuoto interiore

Meditazione dei sette suoni con disegno del proprio corpo

Primo Cerchio: presentazione di ciascun partecipante agli altri componenti del gruppo (il nostro nome, se lo vorremmo cambiare, cosa facciamo nella vita)

Cerchio: esprimere un desiderio personale da realizzare in questo corso

Abbracciare un compagno del corso come se fosse un fratello o una sorella da tempo lasciata e dire cose di cuore

Tecnica: "dimmi chi sei" a coppie

Meditazione serale

Cerchio: discorso sulla percezione individuale del divino

Richiamo di GAIA, riuscito

Lavoro sulla totalità: o tutti dentro o niente gruppo. Ognuno deve prendere una decisione al 100%

 

ESPERIENZE PERSONALI

 

Quale motivazione ti ha spinto a frequentare l'Accademia

 

Vittorio - Sono al corso per sapere chi sono, prendere maggiore fiducia in me stesso, superare alcuni blocchi che mi impediscono una maggiore espressione, recuperare vitalità, alla ricerca di esperienze un po’ arricchenti, di nuove aperture, alla ricerca di spiritualità.

 

Raffaella - Ho scelto di partecipare all’Accademia perchè mi sembrava un modo interessante di approfondire la psicosomatica e la medicina olistica: ritenevo che le tecniche insegnate direttamente e praticate di persona potessero aiutarmi a conoscermi più a fondo, a migliorarmi, e a risolvere alcuni dei miei problemi, e che la presenza di altre persone mi sarebbe stata di conforto e di sostegno, quando si fosse creato un certo affiatamento. Inoltre avevo fiducia nel modo di lavorare di chi teneva il corso.

 

Renata Avendo già intrapreso un cammino di tipo spirituale, si è venuta a creare in me la voglia di approfondire. Per cammino spirituale intendo ricerca interiore. Questa ricerca era già approdata ad altri corsi, tutti significativi, ma nessuno in grado di andare in profondità. Poi un giorno, leggendo una rivista del settore, sono rimasta colpita da un articolo di Nitamo Montecucco. In questo articolo, tra l’altro si parlava di un corso di psicosomatica. Ho allora telefonato a Cyber e mi sono fatta mandare il programma. Il programma illustrava perfettamente quello di cui ero alla ricerca.

 

Flavia Alcuni mesi fa c’è stata una virata nella mia vita. Io amavo già molto la vita: mi sembrava di celebrarla già nella natura, nel contatto con gli amici, nell’ estasiarmi dell’arte e della letteratura, ma quando ho intravisto quanto si poteva espandere questa gioia, questa naturalità del vivere, questa dimensione spirituale, ho sentito che non ne avrei potuto fare a meno, anche se a volte il prezzo di paura e inadeguatezza è stato grosso. Perché sono all’Accademia allora? Per crescere in tutto il mio io.

 

Giovanni Sono venuto in questo gruppo perchè non mi sono mai trovato bene nei rapporti con gli altri. Mi è sembrato che in questo gruppo si proponesse la ricerca di un nuovo modo di rapportarsi con gli altri, gettando i semi della trasformazione che dovrebbe improntare i rapporti della nuova era dell’Acquario. L’aspettativa è che si riesca a creare una struttura che possa essere come una cellula di questo nuovo modo di essere.

 

Erminia E’ maggio, ma piove e fa freddo e io mi busco una forte bronchite con la tosse che mi squassa e non mi dà tregua nè di giorno, nè di notte. Provo le varie terapie da me conosciute e usate negli ultimi tredici anni nei quali ho imparato a curarmi da sola, e che ogni volta mi hanno aiutato ad uscire dai guai, ma la bronchite non passa, e in modo particolare la tosse che mi sfinisce. Mi sembra di non avere l’energia necessaria per arrivare al domani. Un mezzogiorno, a tavola, mentre cerco di inghiottire il mio cibo preferito (che in quel momento non va giù), improvvisamente, come una luce, mi viene in mente "Nitamo". Smetto di mangiare e telefono subito. Mi risponde lui. Così, dopo quattro anni torno al Pomo Rosso e comincio a lavorare su di me sotto la sua guida, ritrovando energia e benessere. Siamo alla fine di settembre, sono contenta di essere tornata tra quelle colline dove ho vissuto nell’89/90 la mia prima esperienza di ricerca del sé e da dove me ne sono andata per fare altre esperienze, conoscere altri traguardi, ma tutto finalizzato a conoscere me stessa.

 

Federico La vita mi aveva portato di fronte ad una porta chiusa. L’ennesima esperienza di solitudine, anzi, l’essere abbandonato da una donna che avevo disperatamente amato, il suo scomparire lasciandomi nella disperazione più totale e nella mancanza assoluta di uno scopo per cui vivere, non mi lasciava più alcuna via d’uscita.Volevo capire, conoscermi a fondo e trovare i motivi di una solitudine così profonda da cui non riuscivo a venire fuori. Mi resi conto, grazie ad un’esperienza precedente che mi sarebbe stato di grande aiuto trovarmi in mezzo a persone che, pur partendo da situazioni molto diverse, volevano tutte lavorare su sé stesse in profondità, per raggiungere una coscienza e una consapevolezza molto più profonde, e che avrei potuto superare le mie timidezze, le mie ritrosie, e buttarmi con totalità in un’esperienza molto intensa ed unica. Ora il lavoro su di me continua anche in altri modi e soprattutto cercando di trasportare nella vita di tutti i giorni l’esperienza insostituibile della meditazione, ma questo gruppo resta la situazione centrale su cui basare la mia ricerca.

Piacere del contatto

 

Lorenza Abbracciarsi, dirsi delle cose dolci, tutto ciò è molto intenso. Mi scatena delle tristezze, delle tenerezze, tutto. Mi viene voglia di stringere la persona forte, molto forte, sentirla tutta accanto a me, pancia contro pancia, petto contro petto, faccia contro faccia. Mi viene voglia di accarezzarla tutta e di piangere, piangere tanto, tantissimo. Non so perchè, è più forte di me, è triste ma è anche bellissimo, è forte. La sensazione più forte di piacere, tenerezza e voglia di abbandonarsi è quella che ho provata nel parlarsi uno di fronte all’altro, in piedi, di respirare insieme e poi di abbracciarsi, cambiando anche partner, come è avvenuto nel primo incontro. Mentre altre situazioni di relazione, più dure, il dirsi cose negative o il raccontarsi esperienze personali, o tirare fuori l’aggressività mi coinvolgono pure molto, nel senso che mi mettono in difficoltà, faccio proprio fatica ad affrontarle.

 

 

Cerchio

 

Renata Siamo di nuovo seduti a terra, in cerchio. Nitamo comincia a parlare, qualcuno interviene, ascolto. Poi Nitamo prende un bastone, ognuno di noi dovrà prenderlo con la mano sinistra, appoggiando la destra sulle spalle della persona vicino. Dobbiamo dire cosa ci aspettiamo dal corso. Comincia il giro da Nitamo, io sarò l’ultima. Le persone cominciano a parlare ad una ad una, poi viene il mio turno. Prendo il bastone, appoggio la mano sulla spalla di Nitamo e guardandolo gli dico "io voglio guarire". Ora Nitamo ci dice di prendere il bastone con la mano destra e questa volta dobbiamo presentarci, dire cioè come ci chiamiamo, se ci piace il nostro nome, chi siamo, quali sono i nostri ideali, ecc. ecc. Devo cominciare io. Panico. Prendo il bastone. Comincio "mi chiamo Renata" e a questo punto improvvisamente mi viene da piangere, non ce la faccio a parlare. Proseguo "mi chiamo come mio padre ed è lui che ha scelto questo nome per me". Sono sempre stata fiera del fatto che mio padre mi abbia dato il suo nome, ma ora sento un profondo disagio. E’ terribile. Nitamo mi chiede se voglio cambiarlo. Ci penso un po’, ma poi decido di tenerlo.

 

Iside Questa tecnica mi coinvolge sia quando capito in mezzo al cerchio, sia quando faccio parte del cerchio. Quando sono in centro sento il gruppo intorno che mi sostiene, che mi vuole aiutare, e questo mi emoziona molto e mi stupisce sempre; quando sono fuori, faccio miei il dolore e i sentimenti di chi sta al centro e mi stupisce sempre come un gruppo di persone così diverse, possano essere anche così simili.

 

Sette Suoni

Renata Siamo seduti in cerchio, dobbiamo concentrarci su dei suoni riprodotti su una cassetta. Ad ogni chakra corrisponde un suono. Noi dobbiamo emettere questi suoni. Si comincia. Sento il mio suono, sento il suono degli altri, è un coro meraviglioso. Man mano che proseguiamo nella meditazione, i suoni sembrano diventare sempre più rarefatti. E’ una meditazione molto bella.

 

 

Vipassana

 

Flavia Ho ascoltato il respiro con calma. Sentitevi tutti interi, come siete, come avvolti in una sfera di luce e di energia..., dice Nitamo. Si, è stata un’esperienza di espansione, dal mio nucleo raccolto nella sfera di luce, ho sentito dilatarsi questa sfera fino ad inglobare tutta la stanza del Pomo Rosso, come se la luce sferica lievitasse scintillando e poi, via, via, andasse a comprendere tutta la collina del Pomo Rosso e poi, sempre sfericamente e irraggiandosi, la terra, tutta la terra fino ad arrivare all’universo, con questa sensazione di compenetrazione e inglobamento nell’universo. Sono passati mesi ma, del Vipassana di quella mattina mi è rimasta un’impressione di indimenticabile vivezza e di indicibile intensità.

 

Esperienza del Divino

 

Raffaella Siamo in cerchio. Nitamo ci domanda se qualche volta abbiamo avuto esperienze di incontro con "Dio". Solo poche persone affermano di non aver provato questa esperienza. Ci sono comunque livelli diversi di profondità e di esperienza sacra: da quello più superficiale di contatto con la natura a quello più profondo di incontro, di percezione del divino. Nitamo propone di provare ad incontrarci col divino. Siamo in cerchio con gli occhi chiusi, Nitamo ci conduce e a poco a poco, sento circolare un’energia spirituale particolare, molto sottile all’inizio, poi sempre più intensa e forte. Io sento intensamente la presenza del divino dentro di me e in tutte le persone del cerchio. Sento che circola, che diventa via via più forte. Sento che si libera dalle impurità, è autentica. C’è una tensione intensa e viviamo un momento di grande consapevolezza. Nitamo ci invita a dire ad alta voce le nostre invocazioni al divino, insieme. C’è molta autenticità e coinvolgimento, si sente che "ci siamo" tutti. Io, alla fine della meditazione, sento molto intensa una "nostalgia del divino" e vorrei che questo momento non finisse più, non ho voglia di staccarmi da quest’aria in cui si respira in pieno la socialità. Sono passati già tre mesi da quel giorno, ma mi sono accorta scrivendo che quelle sensazioni sono ancora molto forti dentro di me (in questo momento sto piangendo perchè rivivo quella struggente nostalgia del divino) e scopro che, pur avendo in genere una scarsa memoria nelle conoscenze teoriche, delle esperienze intensamente vissute non va perso nulla.

 

Renata Siamo in cerchio. Nitamo chiede se qualcuno di noi ha avuto un contatto con "Dio" o, perlomeno delle esperienze spirituali significative. Io alzo la mano e la alzano altre sei o sette persone. Sono la prima a parlare. Avrei da dire tantissime cose ma il mio cuore batte all’impazzata. Mi concentro sul mio terzo occhio e dico: "Per me Dio è pace e tranquillità". Nitamo mi guarda cercando di entrare nelle mie parole. Capisce e dice: o.k., va bene.

 

Lorenza Le persone del gruppo dicono pian piano le loro sensazioni e io intanto penso alle mie. Io non so che cosa sia Dio. Da bimba lo pensavo proprio come una grossa persona, saggia, con la barba bianca, e spesso gli chiedevo anche aiuto. Dentro di me, in silenzio, dicevo: "Aiutami, aiutami" quando dovevo superare qualcosa o volevo qualcosa. Però, già da bimba quando in cielo vedevo quelle nuvole grosse, bianche, basse, che sembrano panna montata, anche con un cielo limpido e molto sole, io, alla finestra mi soffermavo per molto tempo a guardarle e pensavo: Dio, Dio è là e sentivo qualcosa di molto forte dentro, che non so ancora spiegare. Anche quando vedevo un raggio di sole sbucare fra le nuvole, quando proprio è chiaro e si vede bene, pensavo: è Dio, eccolo là, e mi fermavo a guardare. Ora che sono adulta penso a Dio come ad una forza, una grande forza positiva che a volte vedo nella natura, nella luce, nei bambini, nell’energia luminosa che si sente nell’aria di alcuni luoghi. Dove ci sono templi o chiese. Altre volte mi piace pensarlo come una persona luminosa, molto luminosa, bianca, calma e saggia. Mi sembra di sentire l’energia di Dio quando faccio certe meditazioni o tecniche nelle quali sento molto forte il piacere della luce, dell’energia luminosa che mi avvolge, degli spazi aperti che mi circondano, dell’infinito che vedo intorno a me, chiaro, azzurro, limpido, bello, felice.

 

Raffaella Si è parlato della fede in Dio. La maggior parte delle persone, compresa me, ha detto di non riconoscersi in alcuna religione, ma di avere un concetto di Dio che va al di là delle diverse dottrine religiose. L’unica situazione da me vissuta che si può definire "esperienza di Dio", anche se forse in senso un po' lato, è stata la sensazione di percepire l’anima, la coscienza, lo spirito e ciò che è vita dentro di me, distaccata, separata, distinta dal corpo, da tutto ciò che è forma, materia, non solo del mio corpo, ma anche degli oggetti intorno a me. In quel momento ho percepito il tempo come un tutt’uno, dal passato più antico al presente, come se non esistesse il trascorrere delle cose.

 

 

La paura del contatto

Raffaella Sono arrivata al Pomo Rosso così: un po' di timore per un’esperienza completamente nuova, un po' di fiducia per l’interesse e la volontà di conoscermi a fondo che ho sempre avuto, e un po’ di paura di non essere in grado di sostenere psicologicamente e fisicamente quello che avrei affrontato. Tuttavia il primo impatto è stato positivo: ho avuto la sensazione di trovarmi in un posto "selvaggio", in mezzo a persone altrettanto "nude" o "selvagge", dove avrei potuto spogliarmi al più presto di tutto ciò che non era necessario, dalle paure e timidezze a tutte le maschere sociali. Ho cominciato a perdere quel senso di relativa tranquillità iniziale non appena si è trattato di camminare ad occhi chiusi, di muoversi in mezzo agli altri o di abbracciarsi con persone appena incontrate o sconosciute. A quel punto ho cominciato ad avere un senso di rifiuto che è aumentato quando si è trattato di fare lunghi e sonori respiri all’aria aperta. Infatti non solo mi dava fastidio ciò che facevo io, il mio respiro, la mia posizione, ma ancor più mi metteva in difficoltà sentire come alcune persone lasciassero andare, voce e respiro, molto di più di quello che a me pareva necessario e sufficiente, per trarre un’immediata sensazione di benessere nell’esercizio che stavamo facendo. Poiché questo in effetti mi sembrava l’unico scopo possibile che ci si potesse prefiggere. A quel punto non volevo più rimanere, volevo andare via e tornare a casa immediatamente. Oppure avevo bisogno di parlare con qualcuno, di raccontare quello che sentivo, dire che avevo mal di stomaco e non avevo voglia di mangiare, che mi sentivo al posto sbagliato, in mezzo a gente "ammalata", e, ancora, che avevo voglia di conoscere presto qualcuno per avere un punto di appoggio e non sentirmi più così sola e così diversa. Per fortuna qualcosa sono riuscita a comunicare e qualche parola di conforto l’ho trovata da quelli che stavano intorno a me. Ho tenuto duro ancora per un po' e finalmente nel pomeriggio è venuto il momento delle presentazioni. A questo punto, ascoltare qualche parola dalla bocca di ognuno, ha diminuito di molto la paura degli altri, e il mio sentirmi estranea non mi è sembrato più strano: mi è stato di grande sollievo lo scoprire successivamente che anche altre persone avevano provato nella mattinata le stesse cose che avevo provato io. Grazie a chi si è raccontato, magari con grande difficoltà, a chi ha cercato di esprimere quello che non gli andava, a chi ha avuto il coraggio di essere sincero con se stesso, a chi prendeva in giro un po’ tutti e conosceva già l’esperienza del gruppo, si è creata un’atmosfera nella quale ho percepito una grandissima umanità, un forte senso di amicizia e di contatto tra le persone. Questo mi è bastato per essere convinta che valesse la pena di continuare, per rendermi conto che non volevo più andare via come poche ore prima: davo al gruppo la mia completa fiducia. Al ritorno da questo week-end ero, tutto sommato, entusiasta. Nei giorni seguenti mi sentivo più serena, più fresca, più positiva e mi sono persino scoperta più generosa. Uno degli insegnamenti che ho imparato e ho cercato di mettere in pratica è stato quello di essere "totale" in tutto ciò che facevo.

 

 

Meditazione di Gaia

Iside Ogni esercizio o meditazione ha la sua difficoltà, ma la "meditazione di Gaia" è stata solo bella. Tutti in cerchio ad occhi chiusi sentendo l’energia che scorreva nel gruppo, aprendo il nostro primo chakra verso il centro di Gaia, la nostra terra, ed entrare in comunicazione con lei per donarle la nostra energia, il settimo chakra rivolto al cielo. Ho cercato con tutte le mie forze di frenare la mia mente che scappava, di non pensare alla mia incapacità, di pensare solo a Gaia e, ad un certo punto non ho avuto più bisogno di sforzarmi, ero calma, il mio cuore era lì, aperto a tutto e le mie mani, le mie piccole inutili mani, contenevano due globi di fuoco.

 

EVO.70.278- La coerenza

 

Flavia Nitamo pone al gruppo una scelta da fare con responsabilità e molta nettezza: decidere di stare nel gruppo in modo totale, partendo dal nostro punto zero, dalla nostra disponibilità totale a farci vuoto e campo di esperienze. Giocando tutto di sé stessi e non importa se ci si riuscirà sempre, ma questo deve essere un impegno molto preciso da prendere con sé stessi. Altrimenti si deve lasciare il gruppo. La cosa mi spaventa perchè, conoscendo la mia vigliaccheria so quanto mi costerà affrontare tutte le proposte, le tecniche, le dinamiche che mi coinvolgeranno, ma nello stesso tempo sono contenta di questa richiesta che non mi lascia scampo, perchè quello che voglio è proprio andare più a fondo nella ricerca del mio essere spirituale, con qualsiasi mezzo e a qualsiasi prezzo. Tutti o quasi avevamo delle resistenze e paure, incertezze sul "ce la farò" e "cosa ne sarà di me". Vittorio ha fatto una lunga questione perchè diceva che doveva essere una cosa da non imporre, che lui poteva scegliere di aderire a questa richiesta se non era data come un obbligo, una "condicio sine qua non". Direi che il gruppo si è speso molto e senza riserve, credo proprio grazie a questa iniziale premessa di coerenza e adesione.

 

 

I° CHAKRA

II° Seminario - Pomo Rosso 3-4 Giugno 1995

 

Il primo livello: il corpo fisico e le radici del corpo

Il secondo seminario è orientato al lavoro sul primo livello, che in medicina olistica si riferisce al corpo fisico e all’area del primo chakra. Nella nostra società il corpo fisico è particolarmente negletto nella sua natura, inibito nelle sue funzioni spontanee, schiavizzato dalle necessità dei doveri economici e familiari. Il primo chakra quindi, che nei bambini è ancora aperto e di colore rosso brillante, si chiude e si oscura. La nostra società essendo orientata alla mente, e quindi dando attenzione alle attività della testa genera un classico sbilanciamento delle energie verso l’alto, che i medici tibetani chiamano eccesso di aria, a tutto discapito delle energie basse che risiedono nella pancia e nelle gambe. I disturbi e le malattie caratteristiche del primo livello sono tensione o dolore alla zona anale e alle gambe, talloniti, emorroidi, prostatiti, rigidità del bacino, delle gambe e della schiena, rigidità nucale e alle spalle, impotenza o eccesso di desiderio sessuale, coliti, pancia eccessivamente calda oppure "morta" e fredda. La grande maggioranza delle persone ha forti blocchi nell’addome e negli arti inferiori e questo porta alla necessità di un intenso lavoro psicosomatico sul primo livello e sul corpo fisico. E’ necessario quindi innanzitutto fare esercizi di riapertura delle tensioni e necessariamente quindi si inizia ad entrare in contatto con i blocchi psicosomatici e con la paura che li contraddistingue.

La zona fisica connessa con il primo chakra è la zona del coggige e dell’ano, le gambe fino alla pianta dei piedi. Si lavora con esercizi di grounding, di bioenergetica, con l’osservazione del nostro modo di camminare, si esplorano le tensioni delle gambe piegandosi lentamente su di esse, e restando così abbassati fino a che le tensioni non emergono anche in modo intenso. Ci si massaggia molto e si inizia a sentire il corpo in una maniera più interna e sottile. La riapertura del corpo presuppone anche una corretta informazione sull’alimentazione del corpo fisico. Ma soprattutto con il primo livello si entra nel lavoro psicosomatico della paura e dell’inconscio. Inizia il lavoro con gli esercizi reichiani, con la "chakra breathing" spinta al massimo, con la meditazione dinamica fatta la mattina della domenica appena alzati, con il respiro globale e con il "cerchio".

 

Il lavoro sul negativo

I seminari di lavoro sui primi tre livelli sono i più intensi e pesanti. In essi si opera sull’ombra, sul negativo che deve essere riportato alla luce della coscienza e reintegrato nella nostra identità. Come abbiamo rilevato all’inizio, la nostra società dicotomica dividendo il sacro dal profano divide necessariamente anche il bene dal male, accettando il bene e rifiutando il male. Ma dove vanno le infinite esperienze negative? Dove possiamo scaricare tutte le emozioni non volute, i pensieri non accettati, i sentimenti vergognosi? La nostra mente è strutturata come una gigantesca memoria che continua a immagazzinare informazioni; questa memoria tuttavia non può cancellare nulla e non può nemmeno sbarazzarsi di qualche informazione non desiderata, l’unica possibilità della mente è quella di dividersi a sua volta in due parti, una conscia dove immagazzinare le parti "buone" ossia che sono accettate e una parte in cui immagazzinare ogni sorta di memoria "negativa". L’io della mente, l’ego, cercherà di utilizzare solo le memorie buone, "dimenticandosi" ossia "rimuovendo" tutte quelle non desiderate. L’inconscio diventa quindi un immenso serbatoio di memorie represse, che continua a esistere sotto il velo leggero delle apparenze diurne, per poi uscire dai sogni, o tormentarci creando ansie, irrigidimenti o scoppiando infine nelle depressioni, nelle fobie. Nei miti antichi l’eroe, prima di salire in cielo, doveva scendere all’inferno, di solito per liberare una fanciulla imprigionata. Questo mito simboleggia la nostra necessaria via di crescita; per ritrovare la nostra parte superiore, celeste dobbiamo prime liberare la nostra anima infantile dal giogo delle negatività e dei giudizi sociali. Dobbiamo scendere nell’inconscio individuale e collettivo e recuperare i valori perduti o dimenticati, questa è un’opera di gran coraggio, entrare nell’inconscio è un vero inferno, si riaprono le vecchie ferite, i vecchi problemi mai risolti, si riaccendono le paure e le angosce più antiche dell’infanzia.

 

La paura e l’inibizione dell’azione

Come abbiamo già spiegato esistono due sistemi di base per lavorare sui blocchi: il primo utilizza tecniche per aumentare l’energia globale dell’intero sistema umano, la seconda andando a toccare con il dito direttamente sulla ferita che ha causato il blocco.

Nei seminari dell’Accademia utilizzo entrambe le tecniche; per l’attivazione leggera e per "aprire le danze" e sciogliere un poco le inibizioni più esterne utilizzo tecniche come: il "gibberish", correre dandosi delle pacche sul sedere, gli insulti di gruppo, gridare e urlare e la "chakra breathing", mentre per l’attivazione profonda quelle che preferisco sono: la meditazione dinamica, il "respiro globale" o "breath therapy". Per andare a toccare la causa psichica utilizzo il "cerchio".

Uno dei punti chiave per lavorare sulle negatività è proprio di utilizzare la forza del gruppo. Le negatività che ci teniamo dentro sono al novanta per cento originate dai genitori e dalla società, e quindi per superare un condizionamento inibitorio familiare o sociale è necessario ricreare un’altra società più umana e amorevole dove liberarsi. Il gruppo assolve perfettamente a questi bisogni. Uno dei meccanismi fondamentali da capire è il tabù, oggi più scientificamente chiamato "inibizione dell’azione", termine inventato dal neurofisiologo Henry Laborit per designare un particolare stato neuropsichico in cui il soggetto è congelato, non si muove più, non sa come reagire e si irrigidisce nella sua posizione. Questo accadeva ai topi che, inizialmente, erano messi in una gabbia con il fondo diviso in due, mezzo elettrificato e mezzo no, quando si accendeva una luce una metà del fondo era percorsa da corrente e il topo prontamente imparava a saltare nel lato opposto. Crudelmente gli scienziati provarono a dare corrente a tutto il fondo, con il risultato che i topini, dopo aver provato a saltare alcune volte di qui e di là, si accucciavano in un angolo irrigiditi e immobili: era scattata nel loro sistema nervoso l’inibizione dell’azione.

Negli esseri umani questo accade quando non riusciamo a trovare vie di uscita da una situazione. Il bambino non si sente amato e accettato dai genitori ma sa di essere troppo piccolo per andarsene e quindi si inibisce e si chiude in se stesso, e questa chiusura si ripresenterà quando deve prendere decisioni, quando vorrebbe aprirsi agli altri bambini giocando o più tardi nell’innamoramento. Vi sono centinaia di inibizioni dell’azione, sono i piccoli e grandi tabù della nostra società: essere aggressivi con i genitori, lasciarsi andare all’amore o al sesso, rispondere ad un superiore, dire di no ad un gruppo di persone, parlare ad una folla e così via. Ci si può tuttavia liberare da una inibizione dell’azione in modo molto semplice, basta agire! Individualmente è molto difficile superare un’inibizione forte, ma in gruppo questo diventa molto più semplice.

 

La meditazione dinamica

La meditazione dinamica è una delle più potenti tecniche di meditazione esistenti. Inventata da Osho negli anni Sessanta, assemblando 5 tecniche di scuole diverse in un mix esplosivo, è stata utilizzata in ogni parte del mondo, dai manicomi, alle squadre sportive, dai gruppi di ogni tipo alle carceri, con risultati sempre intensi e significativi. La dinamica è una tecnica da fare con la massima totalità oppure è meglio non farla. Normalmente si fa la mattina appena alzati, strettamente a digiuno, in piedi, gambe divaricate e piegate e con gli occhi chiusi meglio se bendati, seguendo la musica della cassetta.

Si inizia con dieci minuti di respirazione caotica, aiutandosi con le braccia concentrandosi sull’espellere tutta l’aria dai polmoni. Questa respirazione caotica altera i normali equilibri tra emozioni e condizionamenti e stimola la componente più profonda e autentica di noi, gli istinti e le passioni, che si mettono in movimento. La seconda fase è di catarsi: per un’altra decina di minuti ci si lascia liberi di esprimere ogni rabbia, urla, grida, pianto o riso che emergano. L’intero gruppo si lascia andare, si perdono i normali codici inibitori di autocontrollo, ci si sente liberi e selvaggi. La terza fase è saltare per dieci minuti, si salta, con le braccia verso il cielo facendo il mantra Hu... Hu... Hu. Questo mantra viene come proiettato verso il primo centro alla base della colonna vertebrale e lo sblocca permettendo alle energie liberate di salire rapidamente verso l’alto. Alla fine di questa fase, assai faticosa per chi ha le gambe bloccate, c’è una voce che dalla cassetta grida "Stop!". Si cerca di congelare ogni movimento, pensiero, atteggiamento del corpo e del viso esattamente nella posizione dello stop. Come se fosse un flash di una foto che ci ferma in quell’istante. In questa fase si resta immobili per un’altra decina di minuti; il corpo caldo e le energie vitali in movimento si interiorizzano e si entra in uno spazio di meditazione spesso molto intensa. La quinta è la fase della celebrazione, cadenzata sulle note di una musica dolce e ritmata, ci riporta nel corpo, nel movimento con una sensazione di grande forza fisica e vitalità da tempo sconosciuta.

 

 

Il "cerchio": come usare l’energia del gruppo per liberarsi dalle inibizioni

La logica del cerchio è universale e semplice, i partecipanti si devono sentire uniti tra loro e creare un cerchio tenendosi per mano, seduti a terra. La tecnica è stata usata, dall’alba dell’umanità, come momento di unità e aggregazione ed è stata poi utilizzata in migliaia di gruppi di terapia della Gestalt e di Encounter. Un partecipante, quando vuole parlare prende in mano il bastone del potere e, rivolgendosi all’intero gruppo, esprime se stesso, quando invece si sente di fare un "salto" di crescita entra nel cerchio e si esprime, raccontando il suo problema o la paura che lo blocca, e lasciandosi aiutare dall’energia concentrata del gruppo per superare la sua limitazione e ritrovare la sua natura. Normalmente in quel momento intervengo e suggerisco come agire per rendere reale il proprio atto, per esprimere meglio l’emozione, l’espressione o quanto altro c’è di bloccato. Il gruppo aiuta chi sta al centro con la massima attenzione e partecipazione, continuando a respirare, e cercando di sostenere la verità. Se per esempio la persona si è bloccata davanti al ricordo del padre, magari perchè non riesce a manifestare rabbia (o amore), gli chiedo di prendere una persona dal gruppo che gli ricorda anche vagamente il padre e di dirgli tutto quanto sente dentro e che non ha mai avuto il coraggio di esprimere. Normalmente la tendenza della mente è di dire qualche cosa in modo intellettuale, astratto o generico, senza entrare in "contatto" con le emozioni e la verità del sentimento. Sia la persona che rappresenta il padre sia l’intero gruppo è tenuto a reagire, a stimolare questa risposta anche a costo di provocare chi sta nel mezzo. Se l’intensità del gruppo è buona l’inibizione cede, si scioglie, si manifestano le vere emozioni profonde: si libera una voce autentica, disperata, che piange, urla, implora... tutto il gruppo vive ciò che sta vivendo la persona al centro, essa rappresenta un’anima del gruppo, un archetipo di emozione e situazione, e spesso questo genera delle reazioni a catena di pianto o di rabbia, spesso qualcuno si alza e gli si avvicina, o scoppia a piangere, aiutato prontamente dagli altri. L’apertura dell’inconscio individuale ha fatto da "trigger", da miccia ad un’apertura dell’inconscio collettivo del gruppo. Entra in gioco l’empatia, la sincronicità tra le persone è massima, il gruppo cresce e diventa forte.

 

Silvia: Sono già trascorse due settimane e siamo di nuovo tutti insieme qui, al Pomo Rosso, ancora sotto la pioggia. Il breve tempo che ci ha tenuti separati dal nostro primo incontro non ci ha allontanati, ognuno di noi porta ancora nel cuore le emozioni condivise, un ricordo gravido di aspettative.

Il protagonista di questo secondo incontro è il I chakra e il suo tema è la paura; dovremo impegnarci molto e a fondo, perchè la scommessa è quella di superare le nostre inibizioni nell’agire, i nostri timori nell’esprimerci, nell’esternare le emozioni. La prima mattina di lavoro comincia presto, alle sette, l’ora più indicata per sottoporci tutti alla meditazione ritenuta dalla maggior parte di noi la più faticosa, stancante, ma nello stesso tempo, forse, anche la più liberatoria, quella che richiede il coinvolgimento totale delle nostre energie fisiche, psichiche, emozionali. Questo appuntamento, già annunciato la sera del nostro arrivo, aveva caricato il gruppo di una strana ansia: "domani c’è la Dinamica!" "Ce la farò?". Si è instaurato così un clima quasi di inquietudine, la preparazione corale in vista di questo impegno ci fa ritrovare tutti insieme nella grande stanza di lavoro nella medesima condizione di allerta che precede il momento fatidico, ormai fatalmente ed irreversibilmente giunto, del sottoporsi ad un esame molto temuto. Il futuro più prossimo che ci attende sarà un’ora, un’ora soltanto, che temiamo possa sembrare interminabile. Lo spazio di un tempo in cui dovremo svuotare il nostro corpo di tutti i suoi contenuti, facendo uscire fuori, con tutta la forza di cui saremo capaci, il respiro della vita dalle narici, liberando così dall’irrigidimento delle nostre consuete difese tutto ciò che teniamo sempre rinchiuso: la frustrazione, la rabbia, la tristezza, il dolore. Per entrare dentro a tutto quello che emergerà, e vivendolo, riconoscerlo nella sua apparente realtà. Dovremo poi fermarci improvvisamente, bloccare le nostre membra in un istante fuori dal tempo, e da qui, da questa parentesi nella nostra esistenza, osservare ed osservarci nel più completo silenzio, prendere atto finalmente di "noi stessi". Infine riprenderemo posto nel fluire del fiume della vita che scorre nel corso del tempo, ci lasceremo trasportare dalla musica che ci accoglierà nella danza rinnovati, alleggeriti e rasserenati, pronti adesso ad iniziare veramente la nostra giornata. L’"ora" tanto paventata è infine trascorsa, anche questa prova si è conclusa rivelandosi al contrario di ogni aspettativa molto costruttiva per la nostra persona. Siamo forse un po’ stanchi, ma anche felici: la sensazione comune che proviamo è di esserci ripuliti, di avere cambiato pelle come tanti serpenti, e di averne indossata ora una nuova.

La mattina prosegue, dopo il giusto compenso di un’abbondante e ricca prima colazione, con un’inusuale sfilata: ad essere osservato in passerella in questo momento non è infatti il nostro vestito bensì il nostro portamento, l’incedere del corpo per valutare la sua postura, il suo livello di "grounding", di radicamento. Da questo momento inizia la nostra vera, reciproca conoscenza: ognuno di noi, malgrado se stesso, si manifesta agli altri così come è veramente, senza bisogno di alcuna parola è il corpo a parlare per lui, il corpo che non mente. Questo corpo che ci è stato dato come promessa già al momento del concepimento e che dobbiamo imparare a conoscere e rispettare, emerge ora in primo piano con le sue necessità: così semplici, ma quanto spesso trascurate, o addirittura dimenticate! Prima fra tutte l’alimentazione. E’ un argomento molto banale all’apparenza, così risaputo! Ma quanti di noi nell’immediatezza del quotidiano seguono con coerenza un’alimentazione corretta? Tanta letteratura ormai si occupa di questo tema, così che, a propria discolpa, non vale neanche la scusa della nostra ignoranza; e mentre i discorsi e le domande nel cerchio si intrecciano, mi risuonano ancora nell’orecchio le parole di Schopenhauer che mio nonno amava citare: "L’uomo è ciò che mangia". Cerchiamo allora, una volta per tutte, di rompere la spirale delle vecchie abitudini che ci avvolge, condizionando ogni nostro comportamento, e di mettere in pratica ciò che da tanto, magari ancora inconsapevolmente, sappiamo. Il cibo che mangiamo durante i nostri pasti qui, al Pomo Rosso, dopo questo discorso non ci appare più così "nemico" e fonte di rimpianti (come vorrei essere a casa mia in questo momento!) mentre cominciamo a guardarlo, con occhi nuovi, dentro ai piatti. Il riposo è più leggero, anch’esso ecologico, e quando giunge il momento di risalire le ripide scale di legno per inoltrarci ancora nel nostro "Laboratorio" e proseguire il lavoro, mi sento rinata.

La tecnica di Bioenergetica che dobbiamo affrontare ora è impegnativa anche dal punto di vista fisico, così come per la maggior parte degli esercizi che facciamo. Il corpo si muove, e muovendosi lascia uscire da sé spontaneamente, a volte drammaticamente, tutte le emozioni, i comportamenti, le vicissitudini della nostra vita passata in esso stratificatesi, che hanno contribuito a renderlo così come è ora, e che chiedono di essere finalmente liberate. Ci sdraiamo sul materassino e ascoltiamo la musica, mentre cominciamo a muovere ritmicamente con energia le gambe unite da una parte e dall’altra. L’energia che si libera si sostituisce adesso alla nostra volontà, e conduce il gioco.

Le immagini che ci attraversano veloci la mente ci obbligano a rivivere ora le nostre paure, l’iscrizione dei nostri comportamenti in quella "legge del padre" che ci rinchiude nella sua sterile immobilità. Vedo trascorrere davanti ai miei occhi le immagini di un mio sogno recente: la stanza della navicella spaziale in cui mi trovo si apre sulle profondità oscure dell’oceano, dovrei uscire, bagnarmi e nuotare nell’acqua della vita che mi attende per farmi nascere, ma non posso, due donne bionde, fredde, distanti, in una tuta spaziale argentea me lo impediscono, creature di altri mondi, un "super io cosmico" che mi tiene rinchiusa in una luce scintillante.

La mattina di domenica la nostalgia di GAIA si fa sentire in tutto il gruppo: oggi non c’è tra noi quell’atmosfera di coesione di cui abbiamo così bisogno per andare avanti. Ci sediamo nel cerchio un po’ sfiduciati, forse poco impegnati, così che, nonostante il desiderio di averla tra noi, Gaia non arriva. Siamo bloccati, negli occhi di alcuni compagni scorgo l’incertezza, la paura di proseguire il percorso. Il filo che invisibilmente ci teneva strettamente uniti pare essersi allentato, ci sentiamo distaccati, lontani dalle radici così profonde che ci collegano alla "terra madre" e che ci fanno essere insieme gli uni con gli altri, quasi raccolti e sostenuti in un unico grande abbraccio.

Ma questa situazione di apparente stasi ed immobilità si spezza improvvisamente quando coloro che sentono di avere maggiormente sofferto nella loro vita entrano adesso nel cerchio sacro, il temenos che ci sostiene anche nei momenti più drammatici ( la zona sacra che nell'antichità delimitava lo spazio in cui sorgeva il tempio). Ed è Renata la prima a farsi avanti. L'episodio drammatico della sua vita che ci ha raccontato spinge le altre donne che hanno abortito ad entrare anche loro nel centro, a circondarla ed abbracciarla per condividere con lei il loro dolore. Sono stati toccati sentimenti così "umani" da cambiare il nostro stato interiore; la paura di affrontare le nostre emozioni più profonde e nascoste ci riporta alla sofferenza che si cela dentro di essa, sofferenza dalla quale cerchiamo ostinatamente di tenerci lontani. Il recupero di questa nostra sofferenza, quella fisica e quella psicologica, nel suo dolore ci rende interamente uomini e donne.

Questo sentimento comune ci unisce ancora di più, tutti ci riconosciamo nel dolore che stringe indistintamente le creature di questa terra collegandole in un medesimo destino di esseri viventi, di cellule di GAIA; comprendiamo ancora di più come niente e nessuno su questo pianeta sfugga alla sua legge di "gravità", niente e nessuno ne è indenne, tutti paghiamo il prezzo della creazione. A questo punto siamo innervati in GAIA: c’è chi, ancora immerso nel suo dolore vi si sente sprofondare, e chi invece riesce a tenere insieme il vissuto del dolore e la sua consapevolezza, tanto da avvertire la percezione di un unico campo comune di energia, dal quale ognuno di noi emerge con la sua individualità, come tante teste collegate ad un solo grande corpo.

Prima di salutarci e darci l’arrivederci al prossimo appuntamento, un’ultima cosa resta da fare: promettiamo di lasciare dietro alle nostre spalle una parte di noi ormai vecchia, da abbandonare, in vista del raggiungimento di un nostro nuovo modo di essere.

 

Programma svolto nel secondo seminario

Sette suoni

Chakra breathing

Passerella individuale per valutare il "grounding" personale

Discorso di Nitamo sull’alimentazione corretta

Bioenergetica: Esercizio sdraiati sul materassino con la musica di sottofondo, si muovono braccia e gambe a ritmo accelerato

Meditazione Dinamica

I Tentativo di richiamare GAIA, non riuscito

Cerchio: Entrano le persone che hanno maggiormente sofferto, richiamo di Nitamo sul valore della sofferenza che accomuna tutte le creature del pianeta

Secondo contatto della giornata con GAIA, riuscito

Cerchio: Chiusura finale, proponimento di ciascuno di lasciare una parte vecchia di sé stessi alle spalle.

 

ESPERIENZE PERSONALI

 

 

Dinamica

Anonimo - La dinamica è la meditazione più difficile e faticosa. Inizialmente bisogna respirare in maniera caotica ed espellere molta aria. La prima volta è stato traumatizzante: non riuscivo né a respirare, né ad espellere l’aria. Avevo persino dei conati di vomito e non potevo andare avanti, per di più ingurgitavo aria e dopo due minuti avevo la nausea e vedevo verde, non andavo avanti e mi perdevo, continuavo vanamente. Ho provato le volte successive a lasciar fluire questo senso di vomito che mi prendeva e a respirare sempre più a fondo. Sentivo finalmente di staccare con la testa e i pensieri, ho sentito il vuoto, superavo un limite: è stata una sensazione di dissolvimento che è venuta fuori durante la respirazione ed è continuata nella fase di catarsi. Per la prima volta sono riuscita a staccare. A impazzire. Mi è sembrato di essere al limite su un confine, davanti ad un abisso spaventoso e attraente. Non sono riuscita ad andarci dentro perchè sono stata assalita da una sensazione più forte di quella di prima, un vero e proprio panico. Paura della pazzia, paura di impazzire. Terrore. E poi mi sono fermata e ho sentito una grande tristezza, una sensazione di buio e chiuso. La fase catartica mi dà un grave senso di disorientamento. Più faticosa di tutte però rimane la fase dello "hum". Ho sentito come se tutte le energie e le emozioni si ricompattassero e tornassero a ricomporsi in una nuova forma e in un nuovo significato. Questo movimento ritmato e il battito dei piedi per terra, è anche un modo per me di scrollarsi di dosso anche tutte le sensazioni negative che mi sono venute fuori. La fase di meditazione finale è bellissima. Mi sono sentita come galleggiare e trasportare dalla corrente di un fiume, leggera e quasi inconsistente.

 

Raffaella - Nella seconda fase sono riuscita bene (e me ne sono meravigliata) a tirare fuori l’aggressività e la rabbia represse per tanti anni. Per la prima volta avevo la bocca semiaperta con i denti fortemente serrati, emettevo versi ed urli rabbiosi, avevo le dita delle mani rigide ed arcuate, pronte a graffiare. Mi sono ribellata in questo modo alle prepotenze, alle angherie e alle ingiustizie subite quando ero bambina e avevo l’etichetta "buona" e "brava". Etichetta che ho pagato nella mia vita sino ad ora, anche quando ero moglie sottomessa e incapace di ottenere il rispetto come persona. Poi sono riuscita a gustare il "lasciarsi andare" completamente dopo lo sforzo fisico e l’intensità delle emozioni dolorose. Alla fine ho provato una forte gioia perchè ho capito che ora "ci sono", cioè, so che sono viva!!!

 

Vivien - Ci alziamo presto e non facciamo colazione. Con una fascia sugli occhi cominciamo a respirare caoticamente col naso. Mi sento soffocare, i polmoni non si muovono. Sento la voce di Nitamo "respirate!". Continuo. La testa mi gira e cado a terra, mi rialzo, continuo. Le mie ginocchia saltano e intanto la musica si fa più forte. Seconda fase e catarsi. Grido. Ho un diverbio con Amala, anche stamattina mi ha portato via un materassino, lasciandomene solo uno. Comincio a picchiare. Dalla mia bocca escono parole rivolte a mia sorella. Rabbia e impotenza. Io voglio bene a mia sorella e non riesco a dirle niente di quello che cova in me da anni. Mi fermo ma c’è una vera e propria intolleranza. E ricomincio, mi sto sforzando. Le mie mani mi sembrano di gelatina, come paralizzate. Sono senza forza. Provo con le gambe, con i piedi. La vedo sotto di me, le salto addosso. Mi rendo conto di odiare il suo corpo. E’ come un uomo con le tette. Nella mia famiglia tutti dicono che io sono brutta e lei bella. Provo schifo. La vedo tagliata a pezzettini. Piano, piano, comincio a sentire il dolore e scoppio a piangere. Mi accascio sul materassino. Un film di umiliazioni si presenta ai miei occhi. Sto male. Sento il cuore schiacciato, come se vi fossero delle pietre sopra. Non respiro, ma continuo a picchiare. Non ce la faccio. Non riesco fino in fondo a "scoppiare". Capisco che mia sorella era molto importante per me. La musica cambia, siamo adesso nella fase "hum-hum". Salto, balzo su e giù, quasi sospinta da terra come un pallone. Una sensazione piacevole mi passa sotto il corpo, ma un attimo dopo sono nuovamente contratta. Capisco che non riesco a sentire il piacere. Provo a esserci, ma la mente mi distrae. Sono dispiaciuta, la piacevole sensazione di prima non torna più. Finisco con "stop" e danzando. Sto bene. Mi sento piena di forze, ma anche un po' confusa. Penso a mia sorella. La doccia e la colazione mi riportano in gruppo. Comincia una nuova giornata di ricerca. Inno alla giornata che inizia.

 

Valeria - La Dinamica di quest’anno è stata particolarmente intensa. Questa volta infatti ho accusato un dolore che mai avevo sentito prima, ma che era come sepolto nel mio essere. Ma non mi fermo e continuo. "Stop", finalmente lo "stop". Io sono immobile, i piedi sono attaccati al pavimento e c’è un gran silenzio. Subentrano una profonda malinconia e una grande tristezza e dallo stomaco nasce un’angoscia che prende tutto il torace. Si aggiunge anche un forte dolore al cuore che aumenta questo mio stato di disagio. L’immobilità permane e io vivo fino in fondo, con grande sforzo, quest’agonia. Il cuore sta per spezzarsi, per il dolore e l’angoscia sento un forte senso di panico e la necessità improvvisa di scaricare. Persisto e continuo a sentire questa forte angoscia di morte fino che l’immobilità termina con la necessità violenta di vomitare.

 

Gemma - Questo esercizio mi ha fatto capire che bisogna partire dalla materialità per raggiungere la spiritualità. Il corpo deve essere forte, e la volontà potente, per raggiungere una specie di orgasmo che si tramuta in spiritualità o amore per se stessi e per tutto quanto ci circonda. La Dinamica trasforma il mio corpo e mi fa sentire libera, ma non totalmente. Le mie caviglie sono strette da una morsa dolorosa e mi arriva l’immagine delle catene. Mi riprometto di superare questo limite la prossima volta. Capisco che per me, l’ottenere dei buoni risultati dipende anche dalla continuità con cui eseguo le tecniche perchè il mio corpo, mancando questa continuità, sviluppa delle resistenze più forti di quelle iniziali.

 

Charumati - Due serie di Dinamiche di gruppo mi muovono dentro vecchie storie di "frustrazione, impotenza, rabbia". Il mattino dopo decido di fare una dinamica solo per me e non come assistente (come facevo di solito). La prima fase di respiro caotico è squarciante. Sento il petto che si apre, i muscoli che fanno male, la milza che sembra scoppiare. Dentro, però, una forte determinazione, un’energia incredibile che mi spinge a continuare. Nella seconda fase sento l’intromissione della mente che mi dice "fermati, non ce la fai più" e l’energia di rabbia e di disperazione che esce sotto forma di pianto, urla e calci. Come al solito dopo queste due fasi mi viene un mal di testa lacerante che, per fortuna, anche questa volta mi passa facendo la terza fase. Questa è la parte più bella, ma più difficile perchè è faticoso saltare sui talloni. E’ questo il momento in cui sento di più la mente che vuole frenare il corpo dicendogli "quanto è stanco". Ma sento che è importante continuare, perchè dentro di me tutto quello che ho mosso, energia fisica ed emozioni, sta andando a posto e sta prendendo il ritmo delle mie pulsazioni ed anche la mente si sta calmando. Nella fase dello "stop" mi rendo conto che tutto è andato a posto e sento il mio corpo come se fosse una centrale elettrica ed ogni cellula vibrasse di vitalità. Rimango con questa sensazione di incredibile estasi finché la musica non ricomincia e sento che il mio corpo, senza nessuna spinta interna o esterna, vuole muoversi al ritmo di questa musica. E’ la fase della celebrazione. Celebro il nuovo mattino e nella danza ringrazio il gruppo che mi ha fatto arrabbiare, o meglio, che mi ha fatto "ricordare" di essere arrabbiata. Era molto che non godevo così una meditazione dinamica.

 

Flavia - La prima volta la "Dinamica" l’ho odiata. Mi confondevo cercando di fare la respirazione forzata dal naso, che mi sembrava faticosissima e interminabile. Per di più non riuscivo a sfogare a sufficienza la mia rabbia, non riuscivo a gridare, a rotolarmi. I salti dell’"hum" mi stancavano e mi veniva la nausea. Ma la terza o la quarta volta che ho sperimentato questa tecnica, tutto è stato diverso. Non più troppo faticosa e innaturale l’espirazione caotica dal naso, i dieci minuti non sono più pesanti. La catarsi è stata forte: pugni, calci, sbattimenti, urla senza doverci più mettere la testa. E’ molto bella la fase dell’ "hum", non avvertivo più alcuna stanchezza, sentivo l’energia della terra salire, e poi la riprendevo al salto successivo, le gambe, i polpacci non facevano più male. La fase dell’immobilità per me difficilissima, stavolta riuscì per tutto il tempo. Non avevo mosso niente e niente si muoveva o cambiava. Stavo ferma e basta. E infine, bellissima, la parte celebrativa di abbandono alla danza di gioia e gratitudine, di senso di sé, di consapevolezza che ce la posso fare, sento che ci sono e che mi accetto, smetto di menarmela per i miei limiti. Sono in pace con me stessa e l’universo intero.

 

Il cerchio

 

Vittorio - Sono stato colpito favorevolmente da una inversione di polarità. Mi spiego, cioè tento. In due o tre occasioni mi è successo di essere fortemente aiutato dal gruppo, a superare alcuni blocchi molto forti: ne sentivo il bisogno e non sarei stato assolutamente capace da solo a superarli.
Dopo una di queste esperienze, da cui alla fine ero uscito particolarmente spossato, mi sentivo svuotato, come privo di forze, in quanto avevo scaricato molta aggressività repressa, rancore, tristezza, disperazione. Ed ecco il flash: l’energia nuova è sorta come trasmutata da quella ancora latente o negativa. Una persona all’interno del cerchio mi chiede di aiutarla a rivivere una sua situazione passata, per farle superare i blocchi che ne sono derivati, ed io sono stato come irrorato, vivificato da una nuova energia, come se aiutare un altro mi provocasse un cambio di polarità: dal ricevere al dare, come se le mie energie latenti imbrigliate nei muscoli, nelle viscere e nella testa potessero liberarsi. Questa esperienza mi è successa anche oggi quando da uno stato di semi-torpore, sono stato scelto da Flavia come persona da fissare negli occhi, perchè potesse raccontarmi alcune sue emozioni: improvvisamente sono uscito da questo stato e sono riuscito, come Flavia mi ha poi detto, a trasmetterle energia positiva, di rassicurazione, di fiducia, di comprensione, di affetto.

 

Renata - Ad un certo punto Miriam dice che non ce la fa più e che preferisce andarsene. Nitamo va da lei. Cerca di convincerla a rimanere. Lei comincia a piangere. E’ in preda ad una crisi. Nitamo le dice di chiudere gli occhi e di respirare profondamente, poi la fa mettere all’interno del cerchio. Miriam comincia a parlare di sé, piange sempre più forte. Mi sento coinvolta. Ad un certo punto Miriam comincia a parlare di sua madre e del dolore che il padre le arrecava. Comincio a piangere anch’io. Nitamo chiede a Miriam cosa vorrebbe dire a suo padre, e lei, in preda ad un pianto disperato, comincia ad urlare che è un bastardo, uno stronzo, che non lo sopporta per tutto il male che le ha fatto. Sono disperata anch’io. Nitamo mi si avvicina, mi chiede perchè piango, ma io non so perchè piango. Sento solo che nelle parole di Miriam c’è qualcosa che mi tocca profondamente. Nitamo mi fa andare in mezzo al cerchio. Io chiudo gli occhi e comincio a respirare. Sono in preda ad una forte crisi. Nitamo mi chiede che cosa c’è. Ed è qui che rivivo quel giorno a scuola. Stavo in piedi alla lavagna quando ad un certo punto sentii le gambe che mi tremavano e cominciai a sudare freddo. Poi rivolsi la mia attenzione alle finestre: erano chiuse! Fui presa dal panico, era come se stessi soffocando. Sentii che stavo per svenire. Chiesi di uscire. Andai in bagno. Non ci vedevo quasi più. Riuscii ad appoggiarmi al lavandino e cominciai ad avere dei conati di vomito. Cominciai a piangere e a battere i denti. Mi spogliai, buttai via la canottiera. Era zuppa di sudore. Nitamo mi chiese perchè mai avessi avuto quella reazione, in quel giorno. Gli rispondo che non lo so. Allora mi chiede se ci fosse stato un fatto scatenante avvenuto qualche tempo prima. A questo punto comincio a piangere forte. Si, c’è stato un fatto. Urlo: "ho abortito!" Ed è proprio qui che scopro la mia rabbia verso mio padre. E’ lui che mi ha accompagnato quel giorno ad abortire. Comincio a tremare, a battere i denti. Sento che non controllo più il mio corpo. Nitamo invita tutte le donne del gruppo che hanno abortito ad andare in mezzo al cerchio. Apro per un attimo gli occhi. Vedo entrare cinque o sei donne, tra queste Miriam. Ci mettiamo sedute in cerchio e ci prendiamo per mano. Nitamo invita tutti a concentrarsi sul respiro. Ma io non ce la faccio. Sento un dolore enorme. Ho freddo. Tremo. Pian piano mi rilasso. L’energia del gruppo mi aiuta. Finisce così questo secondo incontro. Sono stanca. A casa, nei giorni successivi, dormirò tantissimo.

 

Iside - Il pomeriggio è cominciato nel solito modo: una ragazza è entrata in mezzo al cerchio ed ha cercato di tirare fuori la propria difficoltà, in questo caso la difficoltà a stare tra la gente. E’ uscito che aveva questo problema da quando, ancora ragazza, suo padre l’accompagnò in ospedale ad abortire. Ha fatto uscire la sua disperazione per quanto le accadde.....è qui che il pomeriggio ha preso un’intonazione diversa. Nitamo a questo punto ha invitato tutte le donne che avevano abortito a raggiungere Renata al centro del cerchio. Ci siamo alzate in quattro, ci siamo prese per mano ed insieme abbiamo formato un piccolo cerchio di dolore nel grande cerchio di dolore. Piangendo abbiamo accarezzato i punti dove il nostro corpo fisico era stato picchiato, o maltrattato o ferito. Il dolore mi sembrava così forte da essere tangibile. Mi rendo conto di quanto sia difficile rendere a parole queste sensazioni così intense, posso solo dire che il dolore evocato ed esternato dai due gruppi era così tanto e così forte che mi sentivo squarciare e mi veniva spontaneo un grido: ma Dio, davvero esisti nelle lacrime e nei fiori? Nel dolore come nei colori, nella sofferenza come nell’amore? Dio, ma davvero ci vuoi con te? Nella pace del "dopo esercizio" ho provato anche fierezza per me stessa: per essere riuscita ad entrare nel gruppo al centro, ed ammettere così, pubblicamente, una colpa che ho tentato in tutti i modi di seppellire e che era a conoscenza di pochissimi. Questo secondo week-end devo ricordarlo anche per altro. Durante un Respiro Globale sono entrata in iperventilazione, per me sconosciuta, che mi ha spaventata e mi ha lasciata strana. Sentivo i miei occhi grandi e dolorosi, qualcuno mi ha detto: "hai gli occhi che pregano".

 

Federico - Avevo intuito che lavorare in gruppo, anziché da soli con il terapista, poteva sviluppare una quantità enorme di energia, aiutare ad affrontare blocchi profondamente radicati nel nostro intimo, ma provare tutto questo in prima persona è stato qualcosa che veramente mi ha trasformato. Mi era necessaria una quantità enorme di energia, e dovevo proprio mettercela tutta per affrontare e sciogliere uno dei blocchi più importanti che mi portavo dentro e che mi complicavano enormemente la vita. Io non riuscivo a chiedere a una donna se voleva stare con me, non riuscivo ad esprimere i miei sentimenti e ciò che provavo. Fu così come un sogno (è così che lo ricordo, anche se era così reale...) che mi scattò qualcosa dentro e mi trovai in mezzo al cerchio che cominciavo a spiegarmi. Partii molto da lontano, e cioè dalla figura di mio padre che non mi aveva trasmesso energia di alcun tipo, passai attraverso quelle poche (e disastrose, ovviamente) esperienze sentimentali, fino ad arrivare al momento in cui mi trovavo. Quindi mi indirizzai verso la più bella ragazza che vedevo (che mi piaceva tantissimo e con la quale cominciai a intrecciare un bellissimo rapporto) e di fronte a lei, balbettando e con molte difficoltà riuscii a dire che mi piaceva e che volevo fare l’amore con lei. Un applauso, un piccolo pianto nervoso e CE L’AVEVO FATTA!!! I giorni che seguirono furono molto particolari: mi trovai in un’energia grandissima, e persi un po’ il controllo rompendo le scatole ad alcune mie amiche e colleghe, facendo loro delle avances e comportandomi in maniera molto esplicita nei loro confronti. Non successe nulla in quei giorni, ma ciò mi fu utile e i cambiamenti nella mia sfera sessuale e sentimentale avvennero qualche tempo dopo. E’ comunque certo che senza quell’esperienza io non sarei mai stato capace di affrontare quella mia paura e, soprattutto, di vincerla.

 

 

Postura

Renata - Nitamo ci fa alzare e ci mettiamo all’attenzione della nostra postura. Cominciamo a camminare ad uno ad uno, potendo quindi notare, sugli altri e su di noi, gli effetti che hanno le problematiche relative al primo chakra sulla postura. C’è chi ha una camminata troppo leggera, c’è chi ce l’ha troppo pesante, chi mette i piedi all’interno, chi ha una camminata stanca, chi muove troppo le spalle. Cammino anch’io. Sento di essere abbastanza nel primo centro, e Nitamo me lo conferma, ma mi fa notare che ho un problema tra il terzo e il quarto chakra, infatti quando cammino è come se il terzo chakra volesse esplodere, è troppo in avanti. Il mio problema è relativo al fatto che nella vita sono stata costretta a far vedere, a mostrare troppo.

 

Meditazione con Gaia

Serena - Siamo tutti in cerchio e facciamo un primo tentativo di metterci in connessione con Gaia, ma le energie sono troppo basse e ci fermiamo semplicemente ad una respirazione. Nel primo pomeriggio, durante una sessione aperta, alcune persone del gruppo condividono con molta profondità e molta intensità le loro emozioni, coinvolgendo tutti nel loro dolore. Il dolore è molto presente e attraverso questa intensità, credo vera per tutti, comunque vera per me. Nitamo ci guida verso il contatto con tutto il creato. Il dolore delle ossa, quello del corpo, quello degli alberi, degli animali, quello della terra soffocata dal cemento o sconvolta dai terremoti. Sento con estrema chiarezza che il dolore accomuna tutte le creature. E poi è come se mi sentissi sprofondare nel ventre della terra, sotto la crosta terrestre, nel ventre di questo immenso organismo che è Gaia, la madre che nutre. La Terra: è quasi come se mi sentissi ruotare con Lei nell’Universo. Mi sento annientata, inesistente, un’infinitesimale limite tra Terra e Cielo. Un senso di spazio infinito e di materialità totale al tempo stesso, si sostituisce quasi alla percezione abituale del mio corpo. E insieme a questa fusione con la Terra e con il Cielo, subentra una grande pace, un senso di presenza e di comunione. A questo punto dire "mi sento" non è veritiero: sento. Sento e basta, ed è meraviglioso.

 

 

2° CHAKRA

III° Seminario - Pomo Rosso 24-25 Giugno 1995

 

Il secondo livello: sesso, piacere ed energie materne/femminili

Il secondo livello corrisponde sul piano psicosomatico al corpo vitale, alla pancia, ombelico, sesso e quindi alla madre come figura dispensatrice di piacere e affetto fisico. L’energia del secondo livello si manifesta come vitalità e piacere di vivere, ogni funzione fisiologica: mangiare, dormire, lavorare, scaricarsi, bere e così via, è intrinsecamente piacevole; mentre ogni blocco del secondo livello può essere osservato come bassa energia, scarsa voglia di vivere, incapacità di godersi il corpo e le sue funzioni, che vengono espletate meccanicamente e senza sensibilità. I disturbi e le malattie psicosomatiche tipiche del secondo livello sono: tutte le malattie e i disturbi sessuali e della sfera genitale, ogni turba del ciclo mestruale, impotenza, anorgasmia, dolore e tensione vaginale, eiaculazione precoce, cistiti e disturbi intestinali da eccesso (diarree) o da mancanza (stitichezze), pesantezza alle gambe, stasi venosa e ritenzione idrica (cellulite). Le emozioni del secondo livello sono legate al piacere e alla sua inibizione, alle sensazioni di affettività che nascono da relazioni interpersonali e allo "stare bene nella propria pelle". Nelle società primitive una persona che non sorrideva o che non era felice era considerata malata, le nostre città sono piene di malati cronici del secondo livello; ma ormai questo viene considerata la norma.

Il lavoro del seminario sul secondo livello si articola in due direzioni: la prima di sentire in modo intenso e piacevole tutte le sensazioni del corpo, e questo si ottiene rallentando i tempi di azione: camminare lentamente, respirare consapevolmente e profondamente nella pancia, muoversi globalmente e con piacere ascoltando la musica come se si fosse immersi nel miele o nell’acqua, portando in profondità le tecniche di meditazione, massaggio, respirazione ecc. già in parte sperimentate nel primo seminario; la seconda direzione è di riaprire le emozioni e i ricordi bloccati.

 

Il respiro globale

Simile alla prima fase della dinamica è la tecnica del respiro globale che è simile al rebirthing e alla respirazione olotropica. Le differenze tra queste tecniche non sono sostanziali, l’effetto è invece potente e profondo. Il respiro globale, il rebirthing inventato da Leonard Orr e la respirazione olotropica ideata da Stanislaf Grof si basano su una respirazione intensa e profonda, senza pause (circolare), coricati ad occhi chiusi, con una durata variabile fino alle quattro, cinque ore continuate. Nella respirazione globale, non vi sono vincoli di sorta alle variazioni terapeutiche, si respira come nella dinamica, con il torace o con la pancia o caoticamente, si può essere toccati o stimolati a gridare o a indirizzare le memorie su alcuni soggetti chiave come la madre, il padre, le ferite emozionali e così via.

Questa tecnica è ovviamente basata su una iperstimolazione delle energie vitali dove l’eccesso di ossigeno/prana porta i blocchi psicosomatici a manifestarsi con evidenza, per questo può essere potenzialmente pericolosa per persone con turbe psichiche latenti, asme gravi, malattie cardiocircolatorie, ipertensione, epilessie. Tra le espressioni psicofisiche più comuni la tetania più o meno generalizzata, con spasmi alle mani, bocca, braccia ecc., il vomito, le crisi di paura. Come tutte le tecniche forti richiede una sapiente preparazione terapeutica e un buon contatto umano, ma i risultati sono evidenti. Esistono infinite variazioni sulla tecnica di base per poter operare in differenti e più specifici ambiti di lavoro psicosomatico: si può lasciare che la respirazione compia spontaneamente il suo lavoro intervenendo solo marginalmente per sostenere i bisogni della persona che la pratica o stimolare particolari reazioni a persone che sono in un preciso stato, come quella di fare urlare chi è bloccato sulla gola, far picchiare pugni a chi ha un blocco fegato-braccia-mani, di toccare il dolorosissimo punto del cuore a chi è oppresso dai dolori affettivi e così via. E’ una tecnica realmente psichedelica o spirituale, nel senso che quando si sono aperti i blocchi si sperimentano stati psichici di estasi, di esperienze transpersonali o mistiche.

 

 

Nudi sulla collina

Uno dei motivi ricorrenti del lavoro sul secondo livello è il non amore per il proprio corpo. Non importa come esso sia, la cosa importante è che è il corpo, non è una cosa da giudicare o rifiutare, ma da accettare perchè lo si sente proprio. La maggior parte delle persone non accetta il proprio corpo, perchè è brutto, è grasso, magro, alto o basso, o con la cellulite o troppo peloso o troppo carino e così via. Il punto non è mai il corpo, il punto siamo noi che non ci sentiamo noi stessi e quindi non sentiamo il corpo come nostro. Nel secondo livello si lavora molto per entrare nel corpo a livello di energie sottili, vitali, si sale sulla collina, sul punto più elevato da cui magicamente si vede l’intero arco delle Alpi che circondano la Pianura Padana, dall’Emilia, alla Liguria, al Piemonte, Lombardia e Veneto, e si respira nel corpo sentendo gli elementi dei sette livelli psicofisici: la terra, l’acqua, il fuoco, l’aria, l’etere, la luce-coscienza e il vuoto. Altre volte si respira con le mani verso il sole o il cielo fino a sentirsi pieni di energia, che prima va alla testa, poi al cuore e infine alla pancia, e per finire ci si scarica sdraiandosi a terra in silenzio. Uno degli esercizi più forti, che non accade molto spesso è quello di creare un cerchio ad occhi chiusi e lentamente spogliarsi e sentire il sole sulla pelle, il vento e gli elementi, sentire il corpo che incarna e vibra degli stessi elementi che ci circondano fino a provare un senso di grande piacere, di benessere globale. Poi se il gruppo è molto unito e sincronico, suggerisco di restare completamente nudi. Se la sensazione di unità era corretta tutto il gruppo si spoglierà; poi invito ad aprire gli occhi e a guardarsi e a sentirsi bene per ciò che si è realmente, senza veli o paure. Il risultato è di grande fiducia e riapertura delle energie vitali dell’intero essere e della propria identità. Accettare il proprio corpo e sentirlo con forza e amore è esattamente come sentire il proprio io vivo e vitale.

 

 

Liberare la pancia, sciogliere i legami con la mamma

Il lavoro sul lato psicoemozionale è di solito facile, basta pigiare sul bottone giusto. Ognuno di noi ha una sua ferita affettiva, ha sofferto qualche abbandono, si è sentito poco compreso e amato e così, in un ambiente amichevole e protetto come il gruppo, appena si attivano le energie e si tocca questo argomento si apre una vera fontana di emozioni e ricordi, le catarsi diventano collettive. Per ottenere questa liberazione del secondo livello si deve innanzitutto creare nel gruppo un’attenzione a questa parte di noi, alla pancia, alle sue sensazioni ed emozioni, ai ricordi ad esse legati. Si pratica molto "hara-breathing", la respirazione nell’Hara, il secondo chakra della tradizione giapponese, si esce all’aperto a ossigenare il corpo, ci si coccola con dei massaggi soffici, si creano delle situazioni in cui ci si abbraccia e ci si sente vicini come fratelli o sorelle.

Una delle tecniche più ricche di risultati in questo senso è la tecnica della "respirazione globale" collettiva. Dopo i primi venti trenta minuti di respirazione profonda, continua, in tutto il corpo, da coricati, quando ormai l’energia vitale è molto alta in ogni persona e alcuni sono già entrati nella loro dimensione subconscia-emozionale, suggerisco di ripetere ad alta voce la parola "mamma". Questa parola apre immediatamente i numerosi ricordi legati a questa figura e naturalmente riapre anche le emozioni antiche e trattenute. Essendoci già un livello piuttosto elevato di energia e di apertura dell’intero corpo, l’intensità delle emozioni esplode: escono le emozioni represse e trattenute nell’inconscio, inizia la catarsi collettiva. La sala diventa una bolgia, un girone del nostro inferno quotidiano in cui emergono i veri sentimenti negativi verso la mamma e la famiglia in generale, a volte anche verso il partner o il coniuge. L’inconscio, come compresso serbatoio del non-detto e del non-agito, si scioglie e si sgonfia. Le emozioni negative sono un vero veleno interiore che offusca e rende amare le tenere sensazioni di affetto e amore, quando le emozioni si liberano la pancia e l’intero corpo si rilassa e ritorna a pulsare e a sentire il piacere, di esistere e di darsi affetto.

 

Kundalini: diventare energia evolutiva

La kundalini è una delle meditazioni più semplici ed efficaci mai inventate. Si divide in quattro fasi di 15 minuti l’una, le prime due dinamiche attive, e le seconde due meditative e passive. Nella prima, in piedi ad occhi chiusi, seguendo la musica della cassetta, si entra in vibrazione, si lascia che il corpo si muova con un movimento spontaneo e ritmico, flessuoso, avanti e indietro come un serpente, che parte dal basso e lentamente prende l’intero corpo, si entra in energia, si sente il proprio corpo, dalla testa ai piedi come energia libera; è una sensazione di profondo piacere e potenza sottile. In questa fase si sciolgono col movimento flessuoso le tensioni in tutto il corpo e particolarmente sulla colonna vertebrale. Nella seconda fase, sempre ad occhi chiusi, ci si muove e si danza liberamente, così si ridistribuisce l’energia liberata nella prima fase. Nella terza fase ci si siede con la colonna eretta, si ascoltano i suoni e si entra in meditazione cercando di non identificarsi con i pensieri che sorgono, ma lasciandoli scorrere come nubi nel cielo. La quarta fase è di grande rilassamento, coricati e immobili, si entra nella fase di meditazione più profonda e silenziosa. La Kundalini è molto amata perchè dona simultaneamente carica e rilassamento, perchè è facile e non faticosa da fare ma può dare grandi esperienze. Si pratica nel secondo pomeriggio, verso le cinque o le sei, ed è un toccasana per lasciare le tensioni e i problemi della giornata alle spalle.

 

 

Tibetan Pulsing Healing

Una delle tecniche più interessanti per entrare in contatto con le energie del corpo e della pancia è il Tibetan Pulsing Healing, una tecnica antica recentemente riscoperta da Swami Shantam Deeraj, e da lui propagata in tutto il mondo. La tecnica consiste in un pulsare ritmico che si esercita su differenti parti del corpo e delle ossa, stimolando la liberazione di energie trattenute e lo scioglimento dei blocchi. Tra le innumerevoli tecniche del Tibetan quella che utilizziamo è la seguente: metà dei partecipanti si sdraia supina con la testa verso il centro del cerchio toccandosi mani e piedi, l’altra metà gli sale a cavalcioni, con estrema delicatezza e si posiziona esattamente sopra l’osso pubico, cominciando a muoversi su e giù ritmicamente seguendo una musica. Questa pulsazione risveglia antichi dolori (spesso fortissimi), sensazioni assopite, emozioni e ricordi drammatici e le riporta a galla, liberandole e trasformandole.

 

 

Silvia: Una serie ininterrotta di casi fortuiti, una sequenza negativa di accadimenti, mi ha fatto giungere questo sabato mattina al Pomo Rosso pensierosa riguardo al significato della vita. Ritrovandoci tutti insieme, mi rendo conto di non essere la sola oggi a riflettere su questo tema. Così ci viene spontaneo di iniziare la giornata soffermandoci sul problema della conoscenza. "Tutto ciò che accade ha un senso o avviene per puro caso? Il male, il dolore che ottenebrano il mondo, rispondono ad una necessità intrinseca delle cose, o sono solo il frutto di quella legge entropica alla quale obbedisce il nostro pianeta terra?" Tutta la storia passata dell’umanità è percorsa da questo interrogativo, così tanti pensatori, filosofi, poeti hanno speso la loro vita nella ricerca di una risposta a questa domanda, da lasciarci incerti nell’affermare il nostro pensiero. Forse, dal livello di consapevolezza in cui ci troviamo, sarebbe più semplice spiegarci tutti gli accadimenti come se fossero il frutto sia del caso che della necessità: il bene, la verità, non potendo appartenere a questo mondo se non a tratti, giusto per ricordarci un’altra dimensione dell’essere, di natura contraddittoria rispetto alla nostra condizione terrestre. Ma questa visione delle cose ci appare ormai vecchia: forse, invece, l’uomo è ponte fra la terra e il cielo, che in lui si sono divisi ma che in lui si possono riunificare; forse, la sua appartenenza a questo mondo è significativa, come quella di ogni altro essere, qui, disperso nell’esistenza; forse il mondo è una trama di significati, che aspettano solo di essere svelati con il nostro aiuto, come in un silenzioso gioco di risonanze, attraverso un salto di consapevolezza.

Abbiamo la sensazione adesso di immergerci nel lavoro fisico che l’esercizio di Bioenergetica richiede, con un’attitudine diversa, sappiamo di partecipare al mondo anche con i nostri gesti, interpreti di ogni aspetto della nostra anima, e capiamo che quando riusciremo di nuovo a vivere il reale, riconoscendolo come un tutto simbolico, pienamente esisteremo. Ora, dalla posizione eretta in cui ci troviamo, ci pieghiamo sulle gambe, e rimaniamo così, sospesi in questa posizione; l’energia sale alla pancia, vi si concentra, sentiamo che la pancia è l’asse della terra, il luogo da cui proveniamo, il centro della creazione, da qui si diffonde il soffio vitale. Avvertiamo anche dolore, tensione: non è così facile nascere e vivere. Torniamo con il ricordo a nostra madre, la catena delle vicende passate e presenti che ci legano a lei scorre davanti ai nostri occhi: è qui, davanti a noi, è nostra madre. Improvvisamente una spirale di energia si impossessa della sala, smuove le emozioni, i sentimenti; la nostra infanzia ritorna in primo piano e ci libera: c’è chi urla drammaticamente "mamma ti odio!!!!", chi, rotolandosi per terra piange disperato, chi ancora non riesce ad entrare in questo dramma e rimane a guardare. Adesso sì, siamo pronti per ritornare veramente indietro, per andare a ritrovare la bambina e il bambino che siamo stati, e che vive ancora in noi, nella speranza che ci parli e ci dica di cosa ha bisogno. Inizia così la prima Regressione. Distesa sul materassino ascolto la musica di sottofondo che quasi mi sorregge, e poco per volta sprofondo sempre più in giù, sotto la "soglia del corpo", mentre una voce comincia a contare i gradini della scala del mio passato che devo scendere: 1, 2, 3,.. arrivo fino a 10, ed ecco davanti a me la porta della stanza che contiene i ricordi della mia infanzia. La apro ed entro nella camera da letto dei miei genitori, per incontrare la bambina di dieci mesi, con la veste bianca ricamata sul petto, che sono io. La guardo: è sola, spaesata, questo non è il suo mondo! Il colore della sua pelle è chiaro, trasparente, lampi di luce verde le attraversano gli occhi, e non vuole camminare. E’ in piedi, dritta davanti a me, nella sua fredda lontananza non ha nulla di umano. Tutto le risulta estraneo, non desidera comunicare; il suo distacco da questa vita e dall’ambiente così familiare che la circonda è totale. Vivere, lo si intuisce subito, per lei è un peso insopportabile. Sono un’aliena. Comprendo di più adesso la mia incapacità ad accettare l’esistenza, e il mio cuore si riempie di tristezza.

Abbiamo vissuto emozioni intense durante questa Regressione, e ci sentiamo un po’ provati; la cosa migliore da fare, allora, ci sembra quella di approfittare di questa bellissima giornata estiva. In fila indiana, seguendo il sentiero che taglia l’erba alta dei campi, raggiungiamo la cima della collina, e qui, sotto un sole caldo ma non soffocante, ricostituiamo in piedi il nostro cerchio. Cominciamo a massaggiarci delicatamente i canali energetici che collegano le gambe alla pancia, al torace, alle braccia, tocchiamo questi punti del nostro corpo che vogliamo risvegliare con sempre più energia, e intanto avvertiamo una sensazione di appartenenza totale alla natura che ci circonda, la riconosciamo "viva" così come siamo vivi noi. E’ una riconciliazione: per celebrarla ci togliamo un indumento alla volta, lentamente, con grazia, fino a rimanere nudi, ci scopriamo interamente perchè ci sentiamo finalmente anche noi "natura". Ci guardiamo, e un unico pensiero ci attraversa contemporaneamente: "non siamo mai stati così belli!" Poche decine di metri più in basso l’acqua fresca di una piscina ci aspetta, a tutti il costume appare ormai una cosa inutile, ci tuffiamo con allegria, è un bagno nella vita!

Acqua, madre, sensazioni, piacere... mancano poche ore ormai alla partenza ed è tempo di ritornare all’interno della nostra sala, il tardo pomeriggio che si sta lentamente insinuando - con le sue ombre a poco a poco emergenti dal rapido declinare del sole all’orizzonte - è infatti la cornice più adatta alla meditazione Kundalini a cui ora dobbiamo applicarci. Sparpagliati riempiamo ogni angolo dell’ampio locale, in piedi, con la testa leggermente piegata in avanti, attendiamo in silenzio il lento avvio di un ritmo musicale che gradualmente si impossessa di ogni fibra del nostro corpo, lo invita a vibrare in ogni sua singola cellula con una intensità sempre crescente, mentre un’energia viva, profonda, sale dalla terra e percorre in verticale tutta la nostra persona, via via espandendosi dall’asse della colonna vertebrale fino alla periferia degli arti; risveglia così al suo passaggio i sensi e con essi l’intera percezione dell’esistenza. Ormai calati nella ricchezza di emozioni che solo il vero contatto con il nostro corpo può darci, viviamo il momento della danza che segue con partecipazione totale, che è giusto preludio e preparazione all’ultimo e più importante atto di questa meditazione: il raccoglimento e l’ascolto di noi stessi nel silenzio del corpo e della mente.

Più sensibili ora verso il nostro essere e verso tutto ciò che ci circonda ci prepariamo ad affrontare insieme un tema doloroso, quello delle violenze sessuali. Ci mettiamo in coppia e raccontiamo al nostro compagno le violenze che nostro malgrado nella vita abbiamo subito. E quando entrano nel centro del cerchio tutti coloro che sono stati toccati da questa violenza, il nostro cuore si riempie di commozione e di stupore: è quasi uno shock toccare con mano ciò che siamo abituati a leggere solo sui giornali. I racconti dei nostri compagni risuonano ancora dentro di noi, mentre sdraiati per terra in cerchio ci prepariamo per l’ultima tecnica della giornata: Tibetan Pulsing.

Ci è sembrato durante questa esperienza di essere entrati nella profondità di noi stessi, di avere portato allo scoperto tutti i vissuti di paura, desiderio, violenza che lì si celavano, mai assopiti, ai nostri stessi occhi. E’ stata un’immaginaria, ma quanto reale, immersione nell’inconscio, attraverso la messa in scena intensamente vissuta di quell’atto sessuale, così originario, da rappresentare la metafora della nostra stessa esistenza. Il sesso - che è metafora dell’energia che sostiene l’universo intero, e che nell’uomo può raggiungere il suo significato più spirituale in quell’unione dei "diversi", il maschile e il femminile, così bisognosi l’uno dell’altro per continuare ad essere partecipi della creazione - quel sesso, che innocentemente vediamo raffigurato nei bassorilievi dei templi indiani, in quelle figure di corpi nudi divinamente intrecciati, diventa in questo sacro spazio di purezza, veicolo di quel rapporto con la trascendenza che andiamo cercando. L’immagine spontanea, che sorge anch’essa dalle profondità dell’inconscio, è quella dell’acqua zampillante di una fontana che così fresca e pura ritorna sempre su se stessa, alimentando di nuovo il suo limpido sgorgare. Ben diversa dall’immagine usuale del sesso ridotto a pornografia che la nostra società così spesso ci propone, ci sembra essere ora la coppia tantrica: è lei ad impersonare nella verità l’eterno gioco di due anime che si incontrano. Come non ritornare ora alle nostre case, alla nostra vita con chi ci circonda, con la sempre taciuta speranza di trovare anche noi ciò di cui, nella sua semplicità, abbiamo più bisogno: un vero amore. Ci salutiamo così, con questa promessa nel cuore.

 

 

Programma svolto nel terzo seminario

Cerchio: Discorso intorno alla conoscenza (mondo come trama di significati)

Tecnica Bioenergetica

Alcune catarsi "mamma ti odio!!!"

Prima respirazione globale sull’infanzia

Cerchio: Racconto dei ricordi emersi

Cerchio: In cima alla collina, attivazione dei canali energetici dalle gambe in su

Cerchio sulla collina, quasi tutti nudi

Bagno in piscina

Seconda Respirazione sull’infanzia

Meditazione Kundalini

Esercizio a coppie: Racconto delle violenze sessuali subite nella vita

Tibetan Pulsing

Cerchio: Discorso sul sesso.

 

 

ESPERIENZE PERSONALI

 

Lavoro sulle gambe e la pancia

 

Renata - Nitamo ci dice di alzarci e, ad occhi chiusi, cominciamo a prendere consapevolezza della nostra posizione eretta. Cominciamo a muovere il bacino come se fosse una danza del ventre. Ci tocchiamo le gambe, le cosce, il bacino, i fianchi, la pancia. Prendiamo consapevolezza di queste nostre parti del corpo. Poi sempre con questo movimento pieghiamo le gambe. La danza continua dovendo fare forza unicamente sulle gambe. E’ dolorosissimo. Scendiamo, scendiamo, fino a non poterne più. Poi ci sdraiamo, e in questa posizione cominciamo di nuovo a muovere il bacino. Ci tocchiamo, ci accarezziamo le gambe, i fianchi, la pancia, il seno, il collo, il viso, è come fare l’amore. La danza continua fino a non poterne più.

 

Tecniche di relazione

 

Renata - Iniziamo a camminare a piccoli passi. Passi leggeri, morbidi. Muoviamo le braccia, lentamente, poi pian piano il bacino: è una danza lentissima, leggerissima, bellissima. Comincia una musica, è dolcissima. Ora mettiamo una mano sulla pancia e una sul cuore, continuando a danzare piano piano. Sento piangere. Continuo la mia danza. Mi viene da piangere ma mi trattengo. Sento piangere più forte. Scoppio a piangere anch’io. Penso a mia madre, rivedo la sofferenza di mia madre. Nitamo ci dice di scegliere una persona vicino a noi e di abbracciarla. Mi avvicino ad una donna, l’abbraccio ma non sono sciolta. Lei mi stringe, così mi lascio andare. Mi sento vicino a lei. Lei piange, io piango. Poi Nitamo ci dice di cambiare partner, e forse ci dice qualcos’altro perchè a questo punto il mio pianto diventa più disperato. Cambio partner, è un’altra donna e con lei sento il bisogno struggente di abbracciare mia madre. Ci stringiamo, ci accarezziamo e rivivo tutto il dolore che ho dentro, il dolore di non essere mai stata abbracciata da mia madre. Ma ora sento il desiderio di abbandonarmi. Le tocco le spalle, le accarezzo i capelli, lei mi stringe, piange anche lei, mi accarezza, sento il mio corpo, sento il suo stretto al mio, è come se fossimo due amanti, e in questo abbraccio sento di perdermi.

 

Erminia Stavo molto male per una riacutizzazione di una mia vecchia bronchite che per me si identifica con mia madre. Entrata nel cerchio sono riuscita a dire, o meglio, a urlare cose che avevo dentro da sempre e che non ero mai riuscita a dire a nessuno, e tanto meno a lei. Le ho urlato tutto il male che mi ha fatto con rabbia, tutta la rabbia di cui in quel momento sono stata capace. Poi mi sono lasciata prendere da un pianto dirotto che è venuto su da solo. Io in quel momento mi sono sentita solo testimone, sia della rabbia che del pianto, ho dato solo spazio a ciò che c’era in quel momento e questo mi ha liberato sia dalle forti emozioni, sia dalla bronchite (voglio precisare che da tre mesi sto perfettamente bene, nonostante l’estate bizzarra, la pioggia, l’umidità e le basse temperature). Dopo qualche giorno in me è scesa una pace che non conoscevo nei confronti di mia madre. Proprio più nessun rancore. Penso alla mia infanzia, penso solo che quella è la mia storia, punto e basta, e che da quella storia esce l’Erminia di oggi, alla ricerca di se stessa.

 

 

Respiro Globale e Regressioni

 

Renata - Regressione con la mamma. Mi vedo neonata, ho circa 6 o 7 mesi. Sono sdraiata a pancia in giù e vedo mia madre che si avvicina e cerca di mettermi una supposta: è una scena terribile, sto male e comincio a tremare. Sento la voce di Nitamo che ci dice di rientrare nella stanza, di risalire le scale. Siamo di nuovo tra noi. Ci mettiamo tutti seduti in cerchio e Nitamo ci invita a parlare di questa esperienza. Le persone cominciano a raccontare. Io sto male, vorrei parlare ma non ce la faccio, alla fine chiedo di poter parlare e così comincio, ma ho un nodo in gola, tremo, ho paura. Nitamo mi fa andare in mezzo al cerchio, mi dice di scegliere una persona, una donna, che possa in qualche modo assomigliare a mia madre e così scelgo Renata, che in questo momento ha un viso austero. E’ in piedi davanti a me, che sono in ginocchio e piango. Devo respirare, respiro e mi sento soffocare. Mi rivedo bambina e ho paura di mia madre, devo dire a mia madre tutto quello che avrei voluto dirle e Renata è davanti a me, è mia madre. Ho paura di lei, comincio a gridare: "Non sono cattiva, non sono cattiva!" E mentre grido mi piego su me stessa, ho paura che mi picchi, ma devo continuare, devo insistere a parlarle. Comincio ad urlare "stronza, figlia di puttana, ti odio, ti odio, ti odio!" ma non riesco a guardarla negli occhi. Nitamo mi dice "più forte, più forte!" e così grido con più forza, chiudo i pugni, le vado più vicino, non ho più paura. Urlo con tutto il fiato che ho in gola. Sono di nuovo in ginocchio, la guardo, non sento più niente, è finita.

 

Iside - Sono sdraiata sul materassino ad occhi chiusi respirando piano. La voce mi invita dall’esterno a scendere per una scala, contandone i gradini ...scendo lentamente, un poco insicura, sostenendomi alle pareti scavate nella roccia. C’è poca luce, ma i gradini li vedo distintamente. Al termine c’è una porta, la apro, entro in una specie di vestibolo sul quale si aprono altre quattro porte, ho un attimo di indecisione su quale scegliere, ma poi mi dirigo verso quella che mi sta di fronte. Entro e mi trovo in uno stanzino illuminato solo in parte, c’è una bambina (la bambina che ero io da piccola) bionda con gli occhi azzurri, che mi guarda nella sua solitudine come per chiedermi aiuto. La vedo così sola che mi si stringe il cuore. Le chiedo cosa posso fare per lei, per alleviare la sua tristezza e lei mi chiede l’unica cosa che non posso darle: la mamma. Cerco di consolarla in qualche modo, ma lei si mette a piangere e non riesco a farla smettere. Non era la prima volta che facevo questo esercizio, ma la bambina non mi aveva mai risposto chiaramente prima, si limitava a guardarmi. Invece questa volta la risposta mi è apparsa chiara in testa, come scaturita dal nulla. Ho provato molta emozione ed un po’ di fierezza per essere riuscita nell’intento di far parlare la "mia" bambina.

 

Valeria - Respiro con fatica, con blocchi al centro del retro della testa. Nitamo mi aiuta. La respirazione diventa meno faticosa ma più profonda con un secondo blocco al torace. Sento delle voci intorno che mi invitano a continuare ma ho paura. A livello del torace visualizzo una luce chiara con al centro un tondo grigio, e molto dolcemente le voci mi dicono di continuare, ma ho una grande paura perchè ho perso il contatto con loro. Continuo a respirare, mi lascio guidare, sono io, sola con il mio respiro, sospesa in una luce immensa, con tanto calore, sono al centro, sento le quattro direzioni, ma il sud in realtà non lo sento. Le voci mi invitano a sentire quella direzione e i sette punti. Sono io in questo momento, sono stata un punto che respirava e amava.

 

Lorenza - Ad un certo punto mi sono sentita molto irrigidita. Le gambe erano durissime e vibravano, così come le braccia e le mani. Il respiro andava da solo e una musica molto ritmica è entrata dentro il mio corpo: la sentivo molto nelle gambe, avrei voluto muovermi, avrei voluto essere tutt’uno con essa. Era molto bello. Il bacino, il sedere, la vagina erano allargati, aperti. Era molto bello. La sensazione era troppo forte, sapevo di essere vicina a qualcosa di grande, volevo, avevo molta voglia di sapere cosa poteva succedere. Avevo voglia, molta voglia di spingermi in là. A questo punto però ho avuto paura, così ho chiamato qualcuno per farmi rassicurare nella speranza di sentirmi dire "vai più in là, non avere paura!". Ma in una frazione di secondo ho sentito risalire dalla pancia la mia paura, la solita paura che io conosco bene. E così da quel momento è stato un calando, ho cercato di recuperare, di respirare forte, ma non ci sono riuscita. E’ subentrata la tristezza, la rabbia di non aver visto cosa c’era nella mia pancia sotto quella paura. A questo punto avrei voluto risentire quel vuoto nella pancia, ma senza tutta quella paura.

 

 

Nudi sulla collina

 

Renata - Siamo in piedi, in cerchio. Nitamo dice di sentire un’energia stanca. Quindi cominciamo ad assorbire energia dal sole. Cominciamo di nuovo a sentire il nostro corpo. Le gambe, i fianchi, la pancia. Cominciamo a toccarci. E’ un piacere incredibile. Poi arriviamo al cuore. Facciamo degli esercizi con le braccia concentrando l’attenzione sul respiro. E’ molto bello. Nitamo ci dice che se vogliamo, possiamo spogliarci. Ho voglia di spogliarmi. Mentre respiro e faccio gli esercizi, pian piano mi spoglio. Sono nuda. E’ una sensazione meravigliosa. Apriamo gli occhi. Siamo in cerchio e siamo quasi tutti nudi. Ci guardiamo ed è bellissimo.

 

Diletta - Siamo andati sulla collina e in cerchio abbiamo cominciato a lavorare cercando di liberarci dal rancore nei confronti di chi in qualche modo aveva abusato sessualmente di noi. La tecnica consisteva nel buttare fuori con forza, anzi con violenza, il rancore usando le mani per scaricare. Come nel karate, le mani portavano l’energia dal basso verso il plesso solare, e da lì in fuori verso l’avversario che noi dovevamo immaginare di avere di fronte. Dopo aver ripetuto questo esercizio per alcuni minuti ed essersi quindi in un certo senso liberati, abbiamo cominciato ad accarezzare il nostro corpo, partendo dalle gambe e, via via, salendo in tutto il corpo, liberandoci dei vestiti e degli indumenti intimi. Alla fine abbiamo chiuso il cerchio tenendoci per mano, nudi e gioiosi, come bimbi. Per me è stato bellissimo soprattutto nell’ultima parte. Sono riuscita a spogliarmi, davanti a persone che conoscevo appena, rispondendo a un bisogno di libertà, non solo di movimento, ma anche interiore. Sentivo il mio corpo accarezzato dal sole, dal vento, dall’erba, i miei piedi nella terra, e mi sentivo bella, pura, contenta. Ho sentito molto amore, sia dal gruppo che dalla natura che ci circondava. L’energia era molto forte ed è rimasta ad un livello alto per tutto il giorno.

 

Flavia - Siamo saliti sulla collina: c’è il sole, sono circa le undici del mattino ma l’aria è fresca, leggera sulla pelle. Ci siamo messi tutti in cerchio, i piedi nudi sull’erba morbida e viva. Gli occhi chiusi, e nelle orecchie il canto degli uccelli, e la sensazione che questo canto entri nella gola, con il respiro, giù, fino al cuore, per cantare dentro di me. Il piacere dell’aria, di essere vivi e con i sensi aperti lì tutti insieme, ascoltando il proprio respiro e muovendo il nostro corpo, diviene un bisogno di contatto totale con la natura e con l’aria. Mi viene in mente quella scena del film "Orlando" in cui lui/lei, si butta a terra come se abbracciasse una creatura, e prova il desiderio imperioso di far l’amore con la natura: è un’emozione che provo spesso anch’io. Per la prima volta nella mia vita, avverto come naturale e assoluto il bisogno di togliermi tutto di dosso, e di lasciare che la pelle si nutra di aria, di brezza , di sole, di calore, di amore e di accettazione. Prima ancora di essere invitati a farlo, io mi sono già spogliata di tutti gli indumenti, non provo nessun imbarazzo, anzi, la sensazione è di agio totale, di completa naturalezza, di assoluto benessere. E infatti anche dopo, lasciata la collina e rotto il cerchio, rimane questa naturalità serena dell’essere svestiti. Nel tempo successivo, e intendo i mesi seguenti, mi rendo conto di come è cambiato il mio senso del corpo, della nudità, come contatto con la natura, le persone e la vita, ed esserne consapevoli è una grande scoperta.

 

 

Kundalini

Raffaella - Penso che Kundalini sia la meditazione "su misura" per me. E’ una meditazione di movimento, ma non mi sfibra, ha ritmi alternati che rispondono alle mie esigenze. Insomma, quando c’è in vista una Kundalini, sono felice. La prima fase è di movimentazione delle energie: le prime volte non riuscivo a capire il movimento, e perdevo il ritmo per me troppo veloce e se mi concentravo sul movimento non entravo in meditazione: insomma, un vero disastro. Ma adesso va decisamente meglio. Mi sento più sciolta ed essendo più morbida sento il movimento che passa in tutto il corpo, dai piedi, su a tutta la colonna, alle braccia, alla testa. Forse ho trovato "il mio stile" di Kundalini e non facendo più la fatica di concentrarmi sul movimento mi viene più spontaneo entrare in meditazione, e senza fatica. Le prime volte danzare liberamente mi metteva a disagio, mi sentivo molto rigida, impacciata, danzavo con la testa. Ora invece mi piace molto il senso di libertà nel movimento, il lasciarmi andare e sento un vivo piacere per la fluidità che pervade il mio corpo. Probabilmente sono ancora legata ma rispetto a come ero non mi riconosco nel godimento che provo diventando un tutt’uno con la musica. Ho scoperto che anche quando ballo in altre occasioni mi piace molto tenere gli occhi chiusi e lasciarmi andare. Avevo molta difficoltà a non viaggiare con la mente in queste fasi e ne ho ancora, ma comincio a sentire un bel passaggio di energie in tutto il corpo. Purtroppo ho ancora la tendenza a seguire i pensieri che si presentano alla mente. Questo mi dispiace perchè da quando provo il piacere del vuoto nelle meditazioni, il tempo in cui rincorro i miei pensieri è tempo perso. Mediterò più spesso: è l’impegno che voglio prendere con me stessa.

 

Tibetan Pulsing Healing

 

Renata -Una persona deve sdraiarsi e l’altra deve sedersi all’interno delle sue gambe, prendendo con una mano il piede della persona sdraiata e con l’altra mano battere, picchiettare su di esso, cominciando dalle dita fino ad arrivare al tallone, avanti e indietro, per circa venti minuti. Quindi si proseguirà con l’altro piede. Mi sdraio. La musica comincia, si sente in sottofondo il rumore dell’ acqua. La mia compagna inizia a battermi il piede. E’ una bella sensazione. Ad un certo punto però la mia attenzione va al suono dell’acqua, e comincio a ricordare. Mi sento dentro mia madre, sono nel suo utero. Sono un feto. E’ una sensazione meravigliosa. Sento di essere nell’acqua, sento l’acqua, forse sono acqua e tutto è musica. Poi all’improvviso è come se tutto fosse finito. Sono disperata, voglio ritornare lì dentro, a quelle sensazioni meravigliose, a quella felicità, ma non è possibile perchè ora sono qua. Piango, è un pianto di disperazione e di tristezza. La mia mammina non c’è più, è come se fosse morta, soltanto lì sento che ero la sua bambina, soltanto lì ero felice. La tecnica continua con l’altro piede e queste sensazioni diventano sempre più forti, più intense. La tecnica finisce, mi rialzo, mi sento bene. Ho rivissuto il periodo prenatale, è stato un bel viaggio.

 

Giovanni - Durante la tecnica, nel momento in cui ero sotto, il dolore causato dal mio partner, che era sopra, ha suscitato in me un senso di incomprensione, che mi ha portato al ricordo delle incomprensioni affettive di mia madre verso di me provate nell’infanzia. Durante la fase finale, poi, ho sentito una grande connessione con il gruppo e la percezione netta di una circolazione di energia soprattutto nelle mani, il riaffiorare dei ricordi dell’infanzia che mi facevano provare una grande tristezza e, infine, lo sfogo diretto nel pianto. Finalmente ho sentito un senso di pace e di riconciliazione con me stesso e con il mondo circostante.

 

Fullera - Metà delle persone in cerchio, braccio sotto la nuca del vicino, in modo tale da mantenere un contatto energetico. Le rimanenti persone, inginocchiate, a cavallo del bacino del proprio partner, incominciano a pulsare. E’ la prima volta che scelgo come compagno un ragazzo, sento dentro di me una resistenza, una paura che mi blocca. Paura del sesso forse, di esprimere la mia irrazionalità, di lasciarmi andare completamente all’esperienza. Ma sento che non è più possibile continuare a negare una parte di me che cerca così intensamente di uscire, questa voglia di essere totale, di godere di tutto ciò che la vita mi offre. Così il mio partner ora è Michele; la musica mi trapana il cervello, il ritmo del mio corpo mi ipnotizza, la fatica mi ottenebra la mente. E incomincio a stare male, sento un rigetto verso questo corpo sdraiato sotto di me, sento una furia omicida che mi sale da antiche memorie, fino a cristallizzarsi in una chiarissima immagine. Un coltello di pietra in mano, un movimento veloce, fulmineo, che taglia il corpo del mio nemico (che in questo caso è il povero Michele) come una croce sul petto. E poi il suo cuore nella mia mano, che pulsa ancora. Mi spavento all’immagine, mi spavento del fatto che provo una gioia selvaggia nell’uccisione del nemico, nell’annientamento totale di una altro essere umano, nella vittoria. Finisce la musica, mi devo sdraiare. La paura mi paralizza, forse anche il senso di colpa per l’immagine che ancora è così chiara nella mia mente. Michele si siede sul mio bacino, le mani sul seno e comincia a pompare. Dolore, tristezza, paura mi attorcigliano lo stomaco. Mi sento violentata, urlo. Poi incomincio a piangere, e non smetto fino alla fine dell’esercizio. Cos’è questa pena che mi porto dietro da anni? Perché mi sento così male? Non lo so, ma piangere mi fa sentire meglio, mi risana, lenisce ferite nascoste che ora riaffiorano dal mio inconscio. FINALMENTE!

 

Lorenza - C’è un’atmosfera molto forte, la musica è da sentire molto dentro, la sensazione generale è molto forte, inspiegabile. L’energia è molto intensa. Ho viaggiato nell’infanzia e compariva un’immagine fissa: io da piccola in un angolo, tutt’intorno scuro, seduta quasi coricata, il viso triste che guarda in basso. Questa tristezza, che vedevo nella bimba, mi faceva piangere moltissimo. Mi faceva pensare a quella tristezza profonda che avevo sempre da bambina e che non sono mai riuscita a spiegarmi. Piangevo, piangevo, avrei pianto per tanto tempo, avevo la sensazione che non avrei mai smesso di piangere e non volevo neanche, perchè tutto ciò mi faceva quasi piacere. E’ come se avessi voluto tirare fuori o buttare fuori tanta tanta tristezza. Per tutta la durata della tecnica ho avuto sempre davanti ai miei occhi l’immagine di quella bimba triste (una bimba un po’ diversa da me, come "Alice nel paese delle meraviglie", vestita come lei, solo con i capelli scuri).

 

Flavia - La seconda volta che ho fatto l’esperienza del "Pulsing" è stato molto diverso. Questa volta l’energia si muove in me con un senso di dilatazione e di vibrazione del primo e del secondo chakra, c’è un senso di vuoto vibrante ed attivo. Rivivo quella sensazione incredibilmente forte, emozionante ed unica, di quando il mio bambino esce dalla mia pancia simile ad uno strappo dal e del proprio corpo, che è quasi desiderio di seguire il bambino appena uscito, ma che lascia questo senso di pieno nel vuoto, o come succede dopo avere fatto l’amore, il sentirsi pieni di estasi e di benessere dopo che l'uomo si è ritirato. Su, dal fianco dei seni fino alla testa sento una vibrazione molto forte, anche nelle gambe, nelle braccia, nelle mani c’è intorpidimento. Penso a mia madre e riesco a prenderla nella mia pancia, (per riuscire a pensare a lei, prima dovevo sforzarmi e ricordarmi che "io" ero stata nella sua pancia). E non mi fa più paura, né rabbia, non la sento più cattiva, non spodesta più il mio corpo, l’accetto, le perdono tutto e di nuovo mi riappare il mio bambino morto quando aveva due soli giorni di vita, ma che per me è stato un’eternità di sogni, di amore, di emozioni, bambino a cui non riuscivo quasi mai a pensare, di cui mi era rimasto il lacerante rimpianto di "non avergli potuto dare neanche un bacino" e adesso, qui, è come se me lo potessi coccolare e abbracciare in questa pancia e pensarlo tanto, finalmente. Ero molto felice, sentivo di trasmettere tanta energia e benessere anche al mio compagno.

 

Renata - La musica comincia, chiudiamo gli occhi ed inizia il nostro movimento. Mi sento male, e non so perchè. Provo una sensazione di fortissimo disagio tanto che comincio a sudare. Sento delle persone piangere. Poi ad un certo punto vedo un’immagine: mi vedo piccolina, neonata, e sono attaccata al seno di mia madre. Vedo anche che a mia madre non piace e mi prende una sensazione bruttissima, sento un forte senso di colpa. Ora all’improvviso tutto è chiaro: non ho mai vissuto appieno il piacere, ed il piacere per me è sempre stato legato a questo senso di colpa originario. Poi queste immagini svaniscono e comincio a sentirmi meglio. La prima parte finisce e comincia la seconda. Mi metto sdraiata ed Erminia è sopra di me. Avverto un po’ di dolore. La musica comincia ed Erminia inizia a muoversi. All’inizio sento tutto il suo peso sulle mie ovaie. E’ doloroso, ma cerco di sopportare. Poi pian piano il dolore se ne va e comincio ad emettere dei suoni. Anche Erminia. Siamo perfettamente sincronizzate. Entrambe emettiamo gli stessi suoni, sempre più lunghi. Lei è su di me e continua la sua danza su di me. Sento una sensazione fortissima alla testa, è un grande piacere.

 

 

III° e IV° CHAKRA

IV° Seminario - Pomo Rosso 14-15-16 Luglio 1995

 

 

Il terzo livello: le emozioni, il padre e il potere

Il quarto seminario di tre giorni è suddiviso in un giorno e mezzo di lavoro sul terzo e un giorno e mezzo di lavoro sul quarto livello.

Il terzo livello psicosomatico si identifica con il "corpo" delle emozioni o corpo astrale e con il terzo chakra, che alimenta l’area dello stomaco, fegato, cistifellea, milza, pancreas, reni, diaframma, duodeno. Su questo livello viene rilasciata l’adrenalina, l’ormone dell’aggressività, dell’attacco o della fuga, il principale agente neuroendocrino dello stress. Le emozioni del terzo livello sono legate alla società e al potere, che viene identificato come potere dato dal nostro valore e prestigio sociale; quindi su questo livello troviamo l’infinita gamma dei giudizi, dei valori, delle paure dei giudizi degli altri, delle invidie, delle spinte al dovere, dei sensi di colpa, dell’insicurezza e del timore relativo al nostro ruolo e alla nostra personalità. Per questo il terzo livello è forse il più teso del corpo, il più stimolato, il più sotto pressione. Il ruolo dell’autorità, in gran parte identificato con la figura del padre, è un punto centrale per il lavoro su questo livello. I blocchi del terzo si manifestano come stress, nervosismo, problemi di digestione e assimilazione, problemi di tensione diaframmatica per cui la respirazione non è fluida tra pancia e torace, ma spezzata, difficile.

 

 

Le quattro categorie del potere

Quando inizio il seminario sul terzo chakra deliberatamente non faccio fare le meditazioni iniziali, e riduco al massimo tutte le manifestazioni di gruppo, cerco di usare la mia energia di terzo chakra e parlare senza amore e comprensione, sparo più giudizi che posso e così creo i presupposti di divisione, aggressività e reazione che permettono la liberazione dei contenuti repressi del terzo livello. Se le condizioni globali di un gruppo sono buone, nel senso che le persone si sentono realmente libere e indipendenti, quando si attua una spinta negativa, invece di creare la consueta inibizione dell’azione, si genera reazione e questo è ciò che permette la ripulizia e la guarigione su questo livello.

Il lavoro sul terzo livello è improntato alla liberazione dai giudizi derivati dal padre, dalla madre e da ogni altra persona autorevole della società. Il vero problema del potere è la confusione del potere personale con il potere sociale. Il potere personale è la forza di essere ciò che si è, di vivere autenticamente la propria vita, di rischiare e usare il coraggio (da core, cuore) per sostenere le scelte e gli ideali che ci ispirano. Il potere sociale dipende invece dai valori della società in cui viviamo, da tutto quel marasma di false morali, di etiche opportuniste, di perbenismo e meritocrazia che spara giudizi a tutto e a tutti. La logica della nostra società è di terzo livello ed è quindi orientata alla competizione, alla supremazia di un individuo o di un gruppo sugli altri, alla gerarchia di valori. Liberatore, un grande artista italiano conosciuto in tutto il mondo per il suo durissimo fumetto "Ranx Xerox", aveva suddiviso la società in quattro categorie: i potenti, i prepotenti, gli impotenti e i postpotenti. I potenti sono quei pochi che, per ferocia o per eredità, hanno in mano le redini della società e che decidono la vita degli altri, i prepotenti, che sentono di avere del potere che tuttavia non è ancora effettivo, ma che comunque lo impongono agli altri, gli impotenti, le masse di persone che come pecore seguono remissive gli avvenimenti della loro vita senza veramente poter decidere nulla e infine i post-potenti, coloro che avendo già avuto potere, ora lo conservano senza utilizzarlo, restando ai margini del grande gioco e osservando l’incedere degli avvenimenti.

 

 

Il padre, il padrone e la società

La logica di questo livello è ben incarnata dalla figura paterna classica, ossia dal padre patriarcale, dal padre padrone. In realtà questa figura archetipica può essere sostituita da una madre dispotica o da una nonna "generale" o da qualsiasi altra figura di potere. Il meccanismo con cui si opera sul terzo livello sarà quindi essenzialmente il meccanismo della proiezione dei giudizi e quindi della paura dei giudizi relativi a noi, alle nostre azioni e pensieri. Il terzo livello è particolarmente ricco di negatività e dolori, a livello psicosomatico questa è la zona del corpo più ricca di divisioni e organi (ben 10: stomaco, duodeno, fegato, cistifellea, milza, pancreas, rene destro e sinistro, surrene destro e sinistro) che corrispondono ad altrettante differenziazioni psicoemotive, in ordine: orgoglio, subordinazione, rabbia, ira, tristezza, rimuginazione, invidia, lussuria, aggressività e paura. Questa miriade di emozioni sono trattenute, dal giudizio del super-io, in gran parte sotto il diaframma, dove rappresentano la sacca di veleno più nefasta di ogni individuo. Queste energie devono dapprima essere liberate, poi deve cessare il giudizio sulla loro presunta negatività ed infine possono essere riequilibrate e trasformate in energie costruttive ed evolutive.

 

Le tecniche olistiche di sblocco e riapertura: chakra breathing

La chakra breathing è una meditazione sviluppata presso la International Commune di Poona all’interno della Osho School of Misticism da Wadud e Waduda, due famosi terapisti e ricercatori. E’ una tecnica molto scientifica e completa e quindi perfetta per iniziare un lavoro di psicosomatica in gruppo. La logica è simile a quella della sette suoni: tre salite e tre discese più un quarto d’ora di meditazione. Le differenze consistono nel fatto che viene fatta in piedi e che la modalità di attivazione non è solo il suono ma soprattutto il respiro e il movimento. Partendo da una posizione stabile, le gambe leggermente flesse e i piedi allargati quanto le spalle, si inizia a muovere il bacino avanti e indietro, respirando nei vari centri, dal primo al settimo, in modo intenso e lasciando uscire in espirazione un suono basso per i centri bassi e via via sempre più alto. Il movimento del bacino porta, nelle persone sane, ad un movimento flessuoso di tutta la colonna vertebrale che crea una progressiva apertura sensoriale. Nelle persone bloccate questo movimento è impacciato, duro, meccanico e poco fluido, questa tecnica permette così di osservare direttamente le zone aperte o bloccate del corpo e la situazione psicofisica generale della persona. L’intera tecnica si pratica seguendo la cassetta di musica per la chakra breathing e lasciandosi muovere dal ritmo della musica. Il ritmo può essere seguito in modo più armonioso o in modo estremamente intenso, nel primo caso si ottengono soprattutto effetti di attivazione psicoenergetica, nel secondo effetti di sblocco e di catarsi. Gli effetti collaterali più comuni di questa tecnica sono senso di nausea, vomito e mal di stomaco (da imputarsi al classico blocco di terzo chakra), giramento di testa (blocco del quinto e della nuca) e mal di testa (blocco del settimo).

 

Il gioco della verità

Nel gioco delle divisioni del terzo livello non vi sono apparenti scappatoie, o si vince o si perde, o si usa o si viene usati, o si abusa o si subisce. Il lavoro sul terzo livello è un lavoro essenzialmente sull’ego, sulla nostra identificazione, positiva o negativa, con il nostro ruolo sociale, con la nostra facciata sociale. Una delle tecniche che uso per questo lavoro è il "gioco della verità", la tecnica di base è quella del "chi sono io?" fatto però in gruppi di quattro e consigliando di essere estremamente chiari, realisti e sinceri su ciò che si dice agli altri di sé stessi. La persona che parla guarda negli occhi solo chi gli sta di fronte, le due persone ai suoi lati osservano in silenzio; quando tutti hanno parlato a turno per due o tre giri, chiedo di invertire la tecnica, uno si pone in posizione ricettiva e passiva e ascolta gli altri compagni che a turno gli esprimono quanto più chiaramente e senza peli sulla lingua è loro possibile ciò che pensano di lui o lei. Chi ascolta non può in alcun modo argomentare o rispondere, così si scoprono i giudizi collettivi, si rivelano le proprie reali debolezze e i propri limiti, con chiarezza e realismo. Nella vita normale nessuno dice mai la verità fino in fondo, sapere la verità su sé stessi è una grande opportunità di trasformazione globale, di trascendere l’ego come maschera esteriore.

 

La via di uscita è il cuore

Gli ego di terzo livello della nostra cultura collettiva hanno creato questa società dello spettacolo, dell’avere e dell’apparenza. L’unica possibile uscita da questo inferno degli specchi è quella di ritrovare il proprio potere personale e la propria via, la via che ha un cuore. Per questa ragione cerco di unire il seminario sul terzo con il quarto livello, così da poter spingere sulla più integrale espressione delle emozioni negative e subito dopo passare al cuore e trasformarle ad un livello di frequenza superiore. Durante il seminario sul terzo livello si vivono i conflitti e questi spesso arrivano a farsi sentire nella loro durezza anche all’interno del gruppo, come litigi seri tra i partecipanti, tra essi e il conduttore e all’interno dello stesso staff. Se non si passa nell’inferno del terzo livello non si può realizzare una vera salute e una vera pace; chi salta gli evidenti e radicati problemi di questo livello, sperando di "trasformare" le energie o di "sublimarle" in vibrazioni spirituali si sta semplicemente illudendo di crescere, la sua sarà una evoluzione spiritualeggiante, falsa, di testa essendo priva della forza e del potere necessari all’evoluzione. Gli eroi dell’antichità scendevano all’inferno per liberare la propria anima e ascendere poi al cielo. Il potere individuale deve temprarsi, esprimersi in ogni sua deviazione fino a ritrovare la purezza del cuore che trasforma. Non ci si può trasformare solo pensando alle emozioni, elaborandone per anni i contenuti psichici non si cresce spiritualmente, bisogna entrare nel vivo della nostra realtà e da li ripartire.

 

 

Quarto livello: il cuore e il senso dell’io

Il quarto livello corrisponde evolutivamente al genere umano, il terzo al regno animale, il secondo al regno vegetale e il primo al regno minerale. Quando si inizia a lavorare sul terzo livello si liberano le componenti più animalesche della nostra natura (che spesso le persone più sensibili ed evolute si rifiutano di esprimere e riconoscere in sé stesse) ed è quindi necessario riaprire immediatamente, con consapevolezza e decisione, il quarto livello in modo che le energie liberate possano trovare la loro naturale via di progressione evolutiva. Le malattie psicosomatiche del terzo livello sono infatti in realtà delle malattie di quarto, nel senso che dipendono in larghissima parte da una chiusura del cuore e dei corrispettivi sentimenti umani più elevati. La stagnazione dell’umanità al terzo livello rivela dunque una cronica incapacità a vivere col cuore, ad amare sé stessi e l’esistenza in ogni sua forma. Psicosomaticamente il quarto livello è estremamente semplice; il cuore e i due polmoni. In realtà i polmoni corrispondono solo parzialmente al quarto livello in quanto sono parte integrante del sistema respiratorio connesso con il quinto. Il cuore rappresenta il sole, circondato dai polmoni che rappresentano il cielo; la sua conformazione anatomofisiologica rivela la sua logica unitaria che si riflette nei sentimenti ad esso correlati. Il cuore è l’organo più centrale del corpo, la sua funzione, come il sole che porta luce e toglie l’oscurità, è quella di dare energia e nutrimento a tutte le cellule del corpo e liberarle dalle sostanze di scarto. I sentimenti del quarto livello sono orientati all’amore impersonale, alla con-passione per ogni aspetto dell’esistenza e per ogni creatura vivente. Il cuore, dicono i testi induisti, è la sede del Jivatma, l’anima vivente, che corrisponde al "senso dell’io", per questo quando diciamo "io" istintivamente la mano segna la zona del cuore. Quando il cuore è nutrito di benessere e amore il nostro io è felice di esistere, quando il cuore si chiude per dolori, ingiustizie, violenze il nostro io si rinchiude in una sorta di isolamento, di bozzolo o corazza e rifiuta di voler vivere. Il limite del quarto livello è di identificarsi con l’oggetto amato, sia esso cosa, creatura, idea o ideale. La malattia psicologica più tipica del quarto livello è la mancanza di gioia di vivere, che può manifestarsi come tristezza, depressione, apatia, dolore precordiale o sternale, o, quando in eccesso come atteggiamento pletorico, sentimentale, ciarliero, ridanciano. Chiudendo il cuore, si blocca il diaframma e si frenano le energie dei primi tre chakra, che tendono a salire, che così si arrestano sui livelli inferiori. Una persona bloccata sul quarto livello si nota per una errata respirazione toracica o in un tipico atteggiamento del torace in perenne costrizione, come se fosse sempre in espirazione forzata, con i polmoni svuotati, il petto piatto o addirittura incavato e le spalle strette. L’atteggiamento opposto, di una persona che soffre di eccesso, si nota per il torace in perpetua iperespansione, in atteggiamento da Superman (che infatti ha un cuore stampato sulla tuta) come se non fosse capace di espirare e rilassarsi, con le spalle larghe e un senso (apparente) di perenne sicurezza.

 

Ferita del cuore, ferita dell’anima

Lavorare sul cuore è insieme molto piacevole e molto doloroso. I blocchi di questo livello sono spesso estremamente dolorosi, essi riguardano le ferite del cuore, le situazioni che hanno negato, schiacciato, offeso il senso dell’identità della persona. Non è l’offesa all’orgoglio o all’ego, che spesso si ritrova nel lavoro sul terzo chakra, ma la sensazione che hanno i bambini e le bambine nei primi anni di vita quando non si sentono amati e accettati, quando sentono che la loro stessa presenza e individualità è soltanto un peso economico o uno dei tanti problemi dei suoi genitori, che nessuno prova vero amore e rispetto per loro come piccola anima bisognosa solamente di una madre donatrice di tenerezza, carezze, abbracci, di un padre che li sappia guardare negli occhi con rispetto e gioia. La ferita del cuore è spesso una ferita dell’anima, il senso dell’io è ciò che di più intimo possediamo e la porta della nostra interiorità. Per lavorare sul quarto livello occorre andare molto in profondità, occorre che l’energia del gruppo sia calda e protettiva altrimenti l’inconscio si sente in pericolo e non lascia emergere in superficie gli antichi dolori. Contrariamente al terzo livello qui si insiste sulle tecniche di gruppo e sulla sensazione di essere parte di un unico Buddhafield, si praticano tutte le tecniche che aumentano la sincronicità e comunione tra i partecipanti. Per esempio si fanno meditazioni, come la sette suoni, in cerchio poggiando le mani sui chakra della persona di fronte, come si può vedere nella foto dove stiamo energizzando collettivamente il settimo chakra in cerchio. Si praticano giochi di energia a coppie e si pone l’attenzione sulla sensibilità del cuore. L’energia che si sprigiona nelle meditazioni collettive in cerchio o in forme tipo mandala, è di gran lunga superiore a quella che si genera quando le persone sono sedute in modo casuale nella stanza.

 

 

La meditazione di Atisha: l’alchimia della trasformazione

Una tra le più utili tecniche di riapertura del cuore è la meditazione di Atihsa, dal nome di un antico maestro illuminato dell’antica tradizione buddhista tibetana. La tecnica attiva la capacità del cuore di trasformare il negativo in positivo, di trasmutare alchemicamente l’ombra in luce. Questa meditazione consiste nell’inspirare nel cuore l’energia negativa, visualizzata come una nebbia o fumo scuro o nero, il cuore la "brucia" come fosse carbone, trasformandola in luce che viene espirata e proiettata ad illuminare la zona dove prima c’era oscurità. Nel corso dei primi tre seminari dell’Accademia i partecipanti imparano a percepire le varie zone del loro corpo dall’interno, vedendole con differenti intensità luminosa e con differenti colori. Le zone aperte si percepiscono come chiare e luminose mentre le zone bloccate si percepiscono come scure o nere. Dopo aver attivato il cuore con altre tecniche si inizia a inspirare le negatività (o oscurità) dalla zona intorno al cuore per poi estendere questo lavoro di progressiva pulizia o illuminazione al corpo intero. Solo quando tutto il corpo viene percepito come luminoso è possibile praticare la meditazione di Atisha anche per ripulire e illuminare le energie intorno a noi, come la nostra stanza, la nostra casa o l’ufficio dove si lavora o le persone che vivono con noi e che sentiamo molto negative. Questa meditazione rende le persone estremamente positive e radianti.

 

 

La quattro direzioni, Chi sono io

Tra le moltissime meditazioni che donano centratura e aprono il cuore si può elencare anche la tecnica Sufi delle "quattro direzioni" o della "No Mind" (non mente). In questa tecnica il cuore diventa il centro da cui si dipartono le energie delle quattro direzioni Nord, Est, Ovest e Sud. E’ bello fare questa meditazione all’aperto, dove si può vedere l’orizzonte. La tecnica dura un’ora e si pratica in piedi, inspirando le mani accompagnano l’energia dalla pancia al cuore e poi espirando la inviano con la mano ai quattro punti cardinali, iniziando dal Nord, poi ad Est, a Ovest e a Sud, per ricominciare ancora da Nord e così via. Il corpo si muove ruotando sul proprio asse centrale fronteggiando e guardando nella direzione a cui si manda l’energia. Questa meditazione assomiglia ad una danza sacra basata sul respiro dove, ad ogni respirazione, l’energia passa per il cuore. Le due tecniche differiscono per il fatto che la "quattro direzioni" fa prima alcuni minuti a Nord poi a Est e così via, mentre la "No Mind" inizia subito con le quattro direzioni. La musica che accompagna la tecnica è fondamentale per dare lo stesso ritmo di movimento e di respirazione all’intero gruppo che si muove all’unisono. La complessità del movimento richiede una forte centratura e un buon coordinamento psicofisico, è facilissimo sbagliare o confondersi ma si deve riprendere immediatamente con il corretto movimento insieme agli altri. Dopo una quarantina di minuti di questa danza si entra in whirling, si ruota su sé stessi come una trottola, come un girotondo, dapprima lentamente poi velocemente e in questo movimento vorticoso, dove il mondo diventa una serie di strisce colorate ai nostri occhi, ci si sente centrati internamente e si entra nel silenzio. Poi al termine si cade a pancia in giù e si abbraccia la terra rilassandosi.

 

Silvia: E’ arrivato il momento di lavorare sul 3 chakra, il centro dei desideri, delle emozioni e delle passioni. Siamo a metà luglio e ci ritroviamo in sintonia con l’elemento fuoco che caratterizza questo centro; l’estate, ormai, si è insediata definitivamente su queste colline e ci invita a sostarvi. Sappiamo di dover affrontare l’incontro più faticoso, dovranno essere messi in gioco infatti gli aspetti più "pesanti" della nostra personalità: il rapporto con il potere, i giudizi di valore, sia positivi che negativi, che nutriamo verso noi stessi e verso gli altri, il nostro legame con la società.

Iniziamo quindi la mattinata già concentrati sulla relazione con i nostri compagni, è venuto il momento di dirsi "tutto", ha inizio il gioco delle proiezioni. Giriamo per la sala, incontriamo il nostro vicino pronti ad esternargli tutto il nostro odio e disprezzo, pronti a sostenere il peso di essere uno contro l’altro, di non avere paura, di non fuggire. Alcuni di noi si sentono confusi, imbarazzati, tanta violenza verbale risulta loro così estranea da non riuscire ad esprimerla neanche per gioco, altri si immedesimano con più facilità nella parte e, abbandonando ogni educazione, sfogano la loro aggressività. Riuscire a reagire, a dirsi di tutto, a dimenticare per un momento lo schema rigido di comportamento in cui siamo stati cresciuti, non è poi così difficile, se solo troviamo il coraggio di lasciarci un po’ andare.

E’ stato un avvio promettente, liberatorio; così, quando ci sediamo in cerchio per approfondire il discorso sui condizionamenti, Nitamo fa a tutti una proposta molto impegnativa: liberiamoci da ora, per tutta la durata dell’Accademia, delle nostre personali "dipendenze"! Allora, chi a malincuore, chi con slancio, buttiamo in un cesto al centro del cerchio tutti i nostri vizi: sigarette, dolci, alcool, caramelle, cioccolatini, tutto vola via dalle nostre mani, accompagnato anche da autentiche espressioni di disperazione. E sì, perchè se non siamo disposti a liberarci noi per primi dai condizionamenti che ci creiamo con le nostre stesse mani, sarà impossibile affrancarsi da quelli della società in cui viviamo. E quanto questo non sia facile, lo leggo sul volto rattristato dei miei compagni.

Il clima tra noi, contrariamente alle aspettative, è sereno. Non c’è quell’atmosfera di reciproca ostilità che ci aspettavamo lavorando su questi temi. Siamo quasi stupiti, non c’è traccia di possibili proiezioni, non vale neanche la pena di provare a scatenarle. Ripensando al nostro primo incontro, tutto questo mi sembra invece naturale: si era avvertita, da subito, la mancanza di tensioni nel gruppo, e questo, forse, è il regalo più bello che potevamo farci. Ma se tra noi regna la calma non è così tra lo staff: l’astinenza forzata infatti sta già mietendo le sue prime vittime, ed è il caos. Un litigio verbale, scatenatosi improvvisamente in seguito alle privazioni imposte indistintamente ad ogni "abitante" del Pomo Rosso, fa si che potenti urla si sprigionino dalla cucina, rendendo imbarazzante il nostro consumo della cena; ci sentiamo tutti fuori posto, imbarazzati, in questo momento vorremmo solo non essere qui, spettatori involontari di vecchie incomprensioni. Cerchiamo, con quanta naturalezza possibile, di continuare gli abituali discorsi che accompagnano il pasto, rimpiangendo solo di tanto in tanto la tradizionale sigaretta che chiude la serata, o i dolci cucchiai di zucchero che riempiono il caffè.

Questa giornata di sabato che sta per cominciare ci riserverà molte emozioni; saliamo le scale del nostro "Laboratorio" pronti a incominciare. Michele, uno dei nostri compagni più giovani, studia per diventare giudice, professione impegnativa, che richiede grande senso di responsabilità nel giudizio, ed è proprio da qui che prendono il via i feed-back del gruppo sulla sua persona: se vorrà essere un vero giudice, un giudice con le "palle", Michele dovrà staccarsi dalla sua dipendenza familiare, che non gli permette di crescere come individuo autonomo. Michele resta trafitto da queste parole, colpito a fondo dalla loro verità a cui non riesce a replicare, cade improvvisamente all’indietro, i suoi occhi si rovesciano, in un solo istante appare come morto davanti ai nostri sguardi attoniti. Il colore della sua pelle è grigio, senza vita, una sensazione di gelo invade la stanza, mentre immediatamente viene soccorso e riportato tra noi. Ma sono bastati quei pochi minuti di sospensione per riempirci di un unico lungo brivido di paura, prima di capire cosa era successo, e che il pericolo era passato. Michele, riavutosi, non balbetta più ora come faceva prima, sembra più sciolto adesso, più disinvolto, ci ha testimoniato ancora una volta, nel modo più drammatico, quanto sia precario il nostro modo di essere quando non si fonda sulla nostra unica, insostituibile evoluzione.

Usciamo all’aperto, abbiamo bisogno di respirare profondamente l’aria nei polmoni, di liberare tutto il nostro organismo dal grande stress che abbiamo appena vissuto; iniziamo la "Meditazione delle quattro direzioni", seguita dal "Whirling". Queste meditazioni fatte all’aperto ci donano ogni volta un senso di appartenenza alla vita, di unione con l’esistenza: le "Quattro Direzioni" ci ricollocano al centro delle nostre coordinate spazio-temporali, che sono poi quelle della stessa terra; il "Whirling", riportandoci ai giochi della nostra infanzia, quando era per noi così naturale, spontaneo, girare vorticosamente su noi stessi fino a perdere l’equilibrio, e con questo la nostra stessa forza di gravità, ci restituisce il gusto di lasciarci andare con innocenza al rischio della vita: a quel divenire mutevole e cangiante che ruota ora intorno a noi in un turbinio di luci e di colori, che appena intravvediamo, immersi come siamo nell’immobile spazio vuoto dell’essere. La vita, un’avventura da percorrere fino in fondo, a qualsiasi costo, che ci riserva a volte dolori immensi. Ed è pensando a Flavia, la nostra compagna che oggi non è qui con noi, che ci stringiamo in cerchio davanti a casa, Flavia, che ieri ha perso la sua nipotina, condannata da una malattia incurabile, dopo mesi di sofferenza; ci teniamo tutti per mano, anche la sua mano è stretta tra le nostre, la sentiamo qui, presente in mezzo a noi.

Sono già trascorse due giornate, e ci sembra che la nostra barca abbia attraversato una tempesta: ma ora il mare si sta calmando, tutti indenni siamo arrivati ad un momentaneo approdo, e in questa quiete possiamo valutare il passo avanti che il nostro gruppo ha compiuto: siamo riusciti a creare dei rapporti autentici fra noi, quella vera amicizia che non teme la verità, dirsi tutto quello che si ha nel cuore senza perdere con ciò l’affetto reciproco. Siamo passati inavvertitamente al livello superiore del nostro essere, a quel quarto chakra che è quasi una frontiera tra vecchio e nuovo mondo: qui si creano il nostro senso di identità, l’amore impersonale, l’autocoscienza. Il cuore è il nostro sole, da cui lasciarci scaldare, così come stiamo facendo adesso mentre danziamo, tutti insieme in questa serata estiva, e ancora di più mentre facciamo cerchio intorno al fuoco sacro, cantando accompagnati dalle note di una chitarra. Domani sarà il nostro ultimo giorno di lavoro prima delle vacanze, ma è qui che ci stiamo già salutando, in questa ritrovata armonia.

E’ domenica mattina: ci svegliamo quasi tutti nello stesso momento, nella sala di lavoro che ospita anche i nostri sonni; un po’ turbati dall’incalzare continuo delle zanzare che hanno più volte interrotto i nostri sogni. La meditazione sul respiro che conduciamo all’interno ci riporta nel silenzio di noi stessi, in quello spazio vuoto che con sempre maggior intensità impariamo ad amare. E’ un momento di felice concentrazione, di attenzione verso noi stessi: e come per incanto, mi ritrovo improvvisamente in un punto dell’universo, la mia "casa" è lì, su quello sfondo scuro e muto dove brillano sparse le stelle, e brillo anch’io, con loro, di luce trasparente. Ora sono nuovamente qui, in cerchio, tra i miei compagni, e davanti ai miei piedi percepisco chiaramente una fonte di luce che mi riflette, illuminandomi: il mio corpo è solo una sua proiezione, che trova in questo preciso spazio-tempo la sua manifestazione visibile. Il ritorno all’immediatezza concreta, ma forse ancor più illusoria, del vivere, è istantaneo con l’esercizio che andiamo a cominciare del "Dimmi chi sei". Siamo di nuovo qui, ora, a fare i conti con la nostra precaria identità, con il vissuto che possediamo di noi stessi, così lontano in verità dalla nostra più intima essenza, quel "Sé" impersonale che ci fonda e ci sostiene.

Ancora un "gioco" ci attende prima di lasciarci: a turno entreremo nel centro del cerchio per affermare con decisione ai compagni i nostri difetti più nascosti, quei comportamenti e desideri che non abbiamo il coraggio di confessare apertamente; pochi coraggiosi osano per primi sfidare l’arena, microfono alla mano salgono sul palcoscenico, recitando con fermezza la loro parte. Si avverte nel gruppo una tensione positiva, la nostra comprensibile ritrosia nel metterci così a nudo viene incoraggiata ad infrangersi da questa vibrante energia. Ma quando viene il momento per Alba, di andare allo scoperto, tutto si rompe: il suo rifiuto infrange il patto di coesione che avevamo sottoscritto, questo inaspettato "tradimento" ci impedisce ora di vibrare ancora insieme, e l’energia improvvisamente cala, sostituita dal proseguire di una tragicomica messa in scena. Un’atmosfera pesante ora ci avvolge, una sottile insoddisfazione si impadronisce di alcuni di noi, e c’è chi, sconfortato, sente il suo cuore richiudersi.

Il nostro commiato non è così gioioso come ci saremmo aspettati. Il gruppo si smembra poco alla volta, quasi indolenti raggiungiamo le nostre macchine pronti a partire, ma la consapevolezza degli ostacoli di cui è sempre cosparso un cammino così impegnativo ci aiuta a rasserenare gli animi, la prossima volta sarà diverso!

 

 

Programma svolto nel quarto seminario

Cerchio: Discorso di Nitamo. Si lasciano in un cesto al centro del cerchio tutte le sostanze dannose di cui si fa uso (sigarette, dolci, alcool ecc...) con l’impegno di non farne più uso per tutto il week-end

Tecnica del dirsi reciprocamente cose negative (insulti, cattiverie ecc...)

Forte tensione in tutto lo staff dovuta alla forzata interruzione del consumo delle sostanze nocive da cui si dipende

Respirazione e numerose catarsi

Meditazione delle quattro direzioni davanti casa

Whirling davanti casa

Cerchio davanti casa in onore della morte di Anita

Serata danzante, cerchio intorno al fuoco

Meditazione Vipassana

Cerchio: Si esce a turno per dire agli altri i nostri aspetti più negativi che teniamo nascosti

Cerchio finale con dissensi

 

 

ESPERIENZE PERSONALI

 

 

Chakra Breathing

 

Raffaella - Durante la Chakra Breathing del quarto incontro sono riuscita ad utilizzare la voce per esternare ciò che sentivo. Ho osservato che è aumentata la mia capacità di rimanere concentrata su me stessa e fare ciò che sento senza occuparmi del comportamento degli altri o preoccuparmi del loro giudizio. Tra le sensazioni che ho vissuto nelle quali mi sono sentita bloccata in qualche modo dal dire o dal fare qualcosa, ho ricordato in particolar modo la paura di dire ciò che penso, la paura di amare e di esprimere affetto, e la paura che un uomo abusi del mio corpo.

 

Federico - E’ una meditazione estremamente dinamica, che ha il pregio di far effettuare una profonda discesa nel corpo energetico e personalmente posso dire che dopo aver vissuto per trent’anni solo ed esclusivamente nella mente, mi trovo molto bene con le meditazioni, che mi riportano profondamente nel corpo e mi danno la sensazione di essere una persona intera e non più divisa. Questa è una meditazione che amo davvero.

 

Alfredo - Continui movimenti del bacino con respirazioni sincronizzate. Tu respiri, respiri e oscilli con il bacino muovendo le mani per accompagnare il movimento sui vari Chakra. Ed eccomi lì che mi muovo, ansimo, sbuffo, sussulto, godendo e scazzandomi nello stesso istante. Mi dico: e vai.., ed allora mi impegno sempre di più e aumento il ritmo e di colpo la mia voce ha un’eco, un’eco lungo, come se rimbalzasse altrove. Mi sento trascinato indietro e mi muovo sempre più velocemente e vado sempre più indietro ed urlo e ho paura. Mi fermo. Ritorno a pensare normalmente e sono ancora Io. L’Io normale di sempre. E allora mi rimuovo con forza e capisco di aver perso, perso, l’occasione di impazzire veramente, di morire di pazzia, di uscire fuori, di uscire fuori, di uscire fuori. E mi ritrovo a piangere, urlando disperato come un bambino..... E urlo e piango per il controllo che ho in me e che, al limite, mi permette solo quello.

 

Raffaella - Non avere una voce che continuamente dia i comandi su come comportarsi, o corregga e consigli, è stato uno stimolo per rimanere molto concentrati e costantemente totali nella meditazione. La prima risalita mi è servita in generale per entrare in contatto con i vari chakra e misurare in un certo senso la mia determinazione a rimanere concentrata. Nella seconda risalita ho ascoltato con più attenzione le informazioni che mi arrivavano dall’interno. Per il secondo chakra ad esempio, mi sono accorta di come potevo muovere molto di più il bacino, soprattutto all’indietro, per lasciar fluire maggiormente l’energia in questa zona. Analogamente mi sono accorta che per ora mi sono sempre sforzata di lasciar uscire la voce dalla gola senza muovere minimamente la bocca. Accompagnare la voce con il movimento della bocca è invece una cosa completamente diversa e mi dà l’idea di essere più presente e più convincente nel "messaggio" che lancio. Durante la terza risalita c’è stato un momento, infine, in cui ho sentito il mio corpo letteralmente ondeggiare con fluidità. In questo momento potevo lasciare andare anche la mente razionale, invece ho avuto paura, di impazzire, di fare cose strane, di non ritornare più in me.

 

 

Tecnica sul giudizio

 

Renata - Lavoriamo sul giudizio, il nostro e quello degli altri. Nitamo ci dice quindi di essere sinceri tra di noi. Ogni cosa che pensiamo, bella o brutta che sia, dobbiamo dirla. Non dobbiamo avere paura della persona che ci sta di fronte. A questo proposito cominciamo a lavorare con una nuova tecnica: ci mettiamo l’uno di fronte all’altro cominciando ad insultarci. Iniziamo, ma è faticoso perchè ci viene da ridere. Cerchiamo di prendere la cosa un po’ più sul serio, ci riusciamo. Delle persone però non ce la fanno, non riescono ad insultare, alcune preferiscono piangere e ritirarsi piuttosto che aggredire, altre preferiscono schermarsi con un "non ti insulto perchè sono superiore". Mano a mano che proseguiamo il tono diventa sempre più acceso. Ci aiutiamo con il corpo e con le mani. E’ un crescendo. Mi scopro molto aggressiva.

 

Feed-back

 

Anonimo - Tra i feed-back che ho ricevuto in diverse tecniche psicosomatiche, due mi hanno colpito in modo particolare. Col primo mi è stato detto di essere una persona che tende alcune volte a piangersi addosso inutilmente, ad abbattersi di fronte a piccoli problemi. In questo caso mi sono resa conto che col mio comportamento cerco, non appena è possibile, di nascondere le mie paure e sembrare forte. In realtà la mia fragilità appare chiaramente agli occhi degli altri. Un’altra persona, invece, ha avuto l’impressione che io non fossi, in pratica parte del gruppo, ma vivessi in un mondo mio, fatto di idee e di sogni. Questa opinione mi ha addirittura demoralizzato: il pensare che il gruppo non mi sentisse quando invece io stavo cominciando ad inserirmi e a godere di ciò che facevo senza pensare di smettere o di essere estranea, significava che gran parte dei progressi che mi sembrava di aver fatto erano pura illusione e che più di tutto mi mancava quell’aspetto pratico che io non avevo nemmeno preso in considerazione. Diverse persone nel quarto incontro si sono lasciate andare spontaneamente, in momenti di dialoghi, non di meditazione o di lavoro con qualche tecnica, e hanno superato alcuni dei loro blocchi non singolarmente, ma con l’aiuto del gruppo. Credo che la spontaneità con cui queste "catarsi" sono nate abbia dato fiducia e soddisfazione a tutte le persone del gruppo che a loro volta hanno partecipato a ciascuna di esse, condividendo, sia il blocco, sia il suo superamento.

 

 

 

Tecnica del "chi sono io".

 

Rosa - Inizialmente mi sentivo abbastanza tranquilla e ho cercato di descrivere con chiarezza come mi sentivo e quali erano i punti di riferimento della mia esistenza. Il potersi definire è già molto difficile, certamente con persone che non si conoscono e che dovranno poi risponderti può essere facile da un lato, ma pericoloso dall’altro. Quando ho cominciato mi è sembrato facile ma poi, man mano che le parole mi uscivano dalla bocca, mi sembravano forzate. Se mi dichiaravo coraggiosa, contemporaneamente mi accorgevo di avere delle paure banali e radicate. E tutto mi si presentava con chiarezza straordinaria di fronte agli occhi della mente. Questa resa dei conti così forzata, questa totalizzazione indotta del proprio io, portava con sé impaccio e sofferenza. Il sentimento prevaleva quando ho finito di parlare, è stata la tristezza per la mia incapacità di definirmi, di darmi in maniera chiara dei contorni. Poche parole, sicuramente sincere, ma nella testa una grande confusione, una girandola di idee. Il gruppo a cinque mi è servito moltissimo perchè mi ha dato e ha colto punti di debolezza: io avevo affermato che mi sentivo molto bene da sola, che stavo molto bene con me stessa, ma mi è venuta da Vittorio un’affermazione che mi ha colpito come un pugno nello stomaco: palle, palle, palle mi ha detto (proprio così), non è vero che tu stai bene, è un falso. Tu stai male, tu fingi. E’ impossibile che tu ti senta felice così. Da qui è nata la consapevolezza e la sensazione di sentire il cuore chiuso.

 

Enrica - In questo esercizio mi sono sentita estremamente idiota, incapace di parlare di me stessa, anche se ci ho provato. Credo però di avere raccontato di tutto tranne che sviscerare chi sono io. Ma forse sto esagerando perchè qualcosa di me, anche se proprio poco, l’ho tirato fuori. L’esercizio veniva ripetuto con persone diverse e ci veniva chiesto di entrare di più in noi, ma nonostante i miei sforzi - e insisto nel dire che ci ho provato - il risultato ai miei occhi era misero. Non solo, ma mi accadeva che più parlavo di me stessa, meno mi riconoscevo. Parlavo di me e vedevo un’estranea. Per un momento pensavo di essere io, poi mi dicevo "ma cosa stai mai dicendo"? Oltretutto chi mi ascoltava aveva il divieto di mostrare delle espressioni, per cui non capivo se ero creduta o no. Un vero disastro. Comunque mi interessava ben poco di quello che pensassero. In realtà la persona che doveva essere convinta ero io, e non lo ero per niente o meglio, ero piena di contraddizioni. Dicevo una cosa e subito pensavo: sarà vera? ne dicevo un’altra e subito mi venivano dei dubbi. Insomma, per quanto riguarda "chi sono", sono di un imbranato totale. E pensare che mi piacerebbe moltissimo conoscermi, darei chissà cosa per potermi vedere come sono veramente, l’Enrica al 100 %.

 

Quattro direzioni

 

Renata - Siamo fuori all’aperto. Dobbiamo con le mani portare su l’energia dalla pancia fino al cuore, inspirando. Quindi lasciare la mano sinistra sul cuore, ed espirando, portare fuori la mano destra e la gamba guardando di fronte a noi, cioè a nord. Proseguiamo alternando le mani e le gambe, una volta portando fuori la destra e una volta la sinistra. Poi dobbiamo rivolgerci verso est. Muoviamo in fuori la gamba destra e lo sguardo, anch’esso va ad est. Ritmicamente inspiriamo ed espiriamo facendo sempre questo movimento. Proseguiamo quindi verso Ovest ed infine verso Sud. Comincio a girare. Penso che magari cadrò. E invece non è così. Giro più forte, più velocemente. E’ una sensazione bellissima. L’energia mi va alla testa. Giro, giro, giro e sono perfettamente centrata.

 

 

Festa

 

Anonimo - Dunque anche la festa di sabato è avvenuta in un’atmosfera di grande coinvolgimento e affiatamento e io l’ho consolidata. Ballare insieme, giocare ad intrecciarsi, scontrarsi ed accarezzarsi, fare il bagno di notte, parlare e cantare intorno al fuoco è stata un’esperienza meravigliosa dentro il cuore aperto del gruppo.

 

 

Meditazione di Atisha

 

Renata - Di nuovo seduti in terra in cerchio ci teniamo per mano. Ad occhi chiusi ci concentriamo sul respiro. Lo sento, il respiro, che entra piano piano. Entra dal naso, scende in gola, lo sento in gola. Scende e va al cuore. Sento il respiro sul cuore, nei polmoni, nelle spalle, nelle braccia, nelle mani. Sento il palmo della mano destra che pulsa. Il respiro risale lungo le braccia e sento le spalle più sciolte. Poi il respiro scende, va alla pancia. Come è dura! Sento la pancia tesissima. Ma anche la pancia pian piano si rilassa e il respiro va giù, all’ano, ai genitali, più giù, alle gambe, ai piedi. I miei piedi respirano, sento il respiro nei piedi. Poi ritorno su...dall’ano, nella pancia, nel cuore, nella gola, nel naso. Sento di essere aperta.

 

Renata - Siamo seduti in cerchio. Dobbiamo concentrare l’attenzione sul respiro e sul cuore. Il cuore farà da trasformatore, trasmuterà cioè il fumo grigio dell’energia stagnante di ogni organo in luce. Andiamo a toccare tutti gli organi partendo dal cuore. E’ una meditazione molto bella.

 

Raffaella - Atisha è una delle meditazioni che ho seguito meglio, nel senso che sono riuscita a rimanere concentrata più a lungo e a sentire l’energia che muovevo dentro di me. Avevo la sensazione di vedere il nero, il buio dentro il mio corpo e in particolare in alcune zone come lo stomaco, la gola e la nuca e di riuscire a mandare luce, a trasformarle in luminosità, in colore giallo vivo. Dopo questa meditazione, durante il quarto gruppo diverse persone hanno vissuto la loro "catarsi", hanno lasciato andare quello che sentivano. Tra queste persone, anch’io. Sentivo un dolore forte allo stomaco e i nervi delle mani, della faccia e delle gambe, tesi. Avevo voglia di piangere, scaricare qualcosa che avevo dentro di profondo, che stava lì da tanto e non si decideva mai ad uscire completamente. Mi sentivo triste. Ho parlato dei miei genitori che sono tristi, dimessi, scoraggiati, negativi, di mio padre che si chiude in se stesso, nel suo dolore e nelle sue paure e in questo modo si uccide con le sue stesse mani. Mentre piangevo avevo le mani completamente irrigidite e fredde. Chi era intorno a me mi ha dato il suo braccio da stringere forte con le mani, affinchè tornassi a sentirle completamente. Mi è stato chiesto se volevo rimanere in questa famiglia così triste o se volevo andarmene, e perchè non l’avevo già fatto. Ho risposto che non me ne ero andata perchè avevo cercato di aiutare i miei genitori, di dare loro un po' di fiducia nella vita, un po' d’amore e di positività. Nello stesso tempo sono stata portata a riflettere su ciò che volevo io dalla mia vita e se volevo vivere e diventare come i miei genitori. Ho detto che non lo volevo affatto: credo nelle persone vive, nella creatività, nell’umanità, in chi "vive fino in fondo". Ma a quel punto ho sentito e ho toccato veramente con mano la paura di lasciare la mia famiglia, la mia casa, le mie abitudini, tutto ciò che mi dà sicurezza, anche se non mi piace, nella vita di tutti i giorni. Arrivare a questa consapevolezza è stato determinante. Mi sono accorta di quante cose ho continuato a fare e a sopportare, sentendo benissimo che non mi andavano, non mi piacevano, soltanto per la paura di sconvolgere tutto ciò che mi dava sicurezza. Mi sono resa conto di quanto spazio dò nella mia vita a ciò in cui credo, e in quale modo fetente relego questa mia spinta interiore ad un mondo di idee e di progetti futuri senza alcuna base concreta. Ho compreso che se volevo veramente arrivare alla libertà, all’apertura, alla cultura e a tutte quelle cose o persone che in alcuni momenti mi avevano aperto il cuore, dovevo cominciare da me, dalla pulizia della mia vita, dal far valere ciò in cui credevo, prima di tutto me stessa, e dovevo scendere dal mondo delle idee e dei sogni. Questa consapevolezza è stata una ferita incredibile nel cuore, un taglio dal quale voleva uscire qualcosa di forte. Una volta uscita dal gruppo, nei giorni seguenti ho continuato a sentire lo stesso "grido" del cuore, l’esigenza di fare qualcosa per allontanarmi da tutto ciò che è comodo, che è facile, che è scappatoia e non porta da nessuna parte. Ma insieme a questo richiamo ho sentito la paura della mente presente e razionale che non vuole staccarsi e mettersi in gioco veramente e concretamente.

 

 

Considerazioni

Serena - Ultimamente mi sento come imprigionata nel gioco folle del terzo chakra. Una specie di tormento senza fine, una voce che dice, "sono migliore", "sono peggiore", "sono più piccola", "sono più grande". Una raffica di giudizi, specie all’inizio del gruppo. Una raffica di paragoni. E la comprensione di questo ultimo periodo è proprio questa: si tratta di una strategia, di un baluardo che erigo per paura di crescere: e crescere per me significherebbe, in questo momento, aprire davvero il cuore. Passare dal terzo al quarto, e riconoscere che posso amare, ricevere, dare, non importa. Ma so che è solo nel cuore che si possono sciogliere le mie paure e le mie insicurezze da bimba. E’ un bel regalo questa comprensione: ora si tratta di farla calare un po’ alla volta nella mia esperienza quotidiana. Accademia per me, in questo momento è come un meraviglioso banco di prova, una specie di cartina di Tornasole, per sperimentare, per rischiare, per imparare ad avere più fiducia in quello che faccio. Dico: una cartina di Tornasole perchè ogni volta che vado con il cuore sento che faccio la cosa giusta per me e anche per gli altri. I feed back, in questi casi, sono dei regali meravigliosi.

 

Meditazioni sulla collina al tramonto

Raffaela - Mi sento veramente parte dell’universo quando medito in mezzo alla natura. Improvvisamente mi sono accorta dell’ampiezza del mio respiro, ho sentito l’aria espandersi in tutto il mio torace. Devo precisare che prima, anche quando respiravo a fondo, avevo sempre la sensazione di "blocco del respiro". Mi ero accorta infatti in più occasioni e con persone diverse che nella meditazione "sette suoni" in coppia io dovevo prendere il respiro due volte per avere la lunghezza del suono del mio compagno di meditazione. Pertanto ho gustato molto questa sensazione di respiro libero, e sono contenta che continui a permanere questo cambiamento di ampiezza del respiro, anche quando non sto meditando.

 

Cerchio

 

Raffaela - Siamo in cerchio, io comincio a singhiozzare perchè ho avuto un’intuizione veloce come un fulmine che mi illumina... il significato di un mio caratteristico atteggiamento psicologico che ha forgiato tutta la mia vita sino ad ora, e che potrebbe rimanere come impronta incancellabile nella mia vita futura, se non ne prendo coscienza. Sin da bambina ho avuta appiccicata l’etichetta di buona, brava, mentre a mia sorella spettava quella di cattiva e monella. Solo oggi ho capito quanto mi è costato l’essere all’altezza di questa immagine ideale attribuitami dai miei familiari e che anch’io avevo finito con l’accettare. Questa tensione continua verso l’essere buona, in ogni occasione, mi ha impedito di essere libera, di essere me stessa, di accettarmi per quello che sono, compresa la mia parte negativa.

 

Raffaella - Durante il quarto incontro una delle tecniche eseguite mi ha coinvolto in modo particolare: si cominciava scrivendo su un quaderno ciò che facciamo o pensiamo ma che non vorremmo mai che le altre persone sapessero, un aspetto di noi stessi che conosciamo, ma che vogliamo nascondere, quello che siamo ma non vorremmo essere. In seguito, ma questo non si sapeva all’inizio, dovevamo ripetere agli altri ciò che avevamo scritto, ma in modo "positivo", cioè ripetendo le stesse parole usando però un tono che doveva esprimere orgoglio, naturalezza, tranquillità, come se questa parte "negativa" non fosse che qualsiasi altro aspetto di noi stessi e del quale parlavamo con fierezza e serenità. Per me era stato già difficile trovare il coraggio di scrivere cose di cui mi vergognavo, temendo che chi mi stava vicino potesse leggerle o che comunque, una volta scritte fossero sotto gli occhi di tutti. Ero molto tentata di celare alcune cose che mi sembravano insostenibili, e di aggiungerne qualcuna di quelle di cui riuscivo almeno a parlare. . Pensavo che, chiuso il quaderno, la cosa sarebbe finita lì. Quando ho saputo che, uno alla volta si doveva andare nel centro a ripetere tutto a voce, avrei voluto sotterrarmi e sparire. Sono stata in agitazione finchè non è venuto il mio turno. D’altra parte, vedere che persone che avevano parlato prima di me erano in difficoltà nel dire cose che io avrei detto più facilmente mi aiutava a ridimensionare la mia vergogna, così come vedere l’impegno che alcuni avevano messo nell’esporre i loro aspetti negativi mi dava un po’ di coraggio. Sono andata al centro e ho detto velocemente quello che mi ero imposta di dire, (non credo di aver usato il tono positivo che si richiedeva) poi sono ritornata al mio posto. Il coinvolgimento che ho provato è stato determinato non solo dall’essere stata toccata nella paura che avevo di dire qualcosa di cui mi vergognavo profondamente, ma anche dall’aver sentito il coraggio degli altri e dall’aver capito quanto la vergogna sia una cosa goffa, assurda, ridicola.

 

Lorenza - Ricordo volentieri questo piccolo momento perchè l’ho fatto con piacere, stranamente senza timore. Ho detto delle cose intime al microfono, di fronte a tutti, con molta tranquillità. Strano, e quella sensazione di piacere, soddisfazione e lucidità mi è rimasta impressa. Avevo molta voglia di dire le cose che ho detto, a tutti, di farle sentire a tutti, di buttarle fuori.

 

 

IV° e V° CHAKRA

V° Seminario - Pomo Rosso 14-15-16-17 Settembre 1995

 

 

Il quinto livello: creatività è esprimere chi siamo

Con il quinto livello si entra nella fase più divertente dell’Accademia, si sperimenta la creatività e la gioia di potersi esprimere liberamente. In realtà in un gioco olistico di trasformazione come il nostro sin dal primo livello si lavora su tutti i livelli e comunque sempre sul quinto che è legato all’autoespressione. La liberazione dei blocchi relativi ad ogni livello deve necessariamente interessare l’espressione delle emozioni e dei ricordi. In questo quinto seminario quindi molto lavoro di ripulizia e scioglimento è stato già fatto e ci si può dedicare a chi ancora sente delle difficoltà di espressione e soprattutto entrando nel lavoro creativo. Il quinto livello è connesso con il centro della gola, il sistema respiratorio, le vie aeree inferiori e superiori, dai polmoni, alla gola, orecchie, al naso e ai seni nasali e paranasali, le vertebre cervicali e la ghiandola tiroide. Ogni disturbo della respirazione o dell’espressione è da riferirsi al quinto livello, i più tipici sono bronchite, asma, sinusiti, balbuzie, nodo in gola. Essendo ogni aspetto dell’essere umano un ologramma sincronico della sua totalità, la voce di una persona può essere facilmente letta come una sorta di test diagnostico sullo stato di salute psicofisica globale; lo stato di benessere si esprime con una voce piena e di pancia, il blocco di diaframma si percepisce come una voce senza bassi e quindi meno armonica e profonda, il blocco di gola si manifesta in una voce acuta, stridula, roca, forzata o nasale. Dall’analisi della voce si possono facilmente individuare i blocchi principali e quindi lavorando con la voce si possono iniziare a sentire e sciogliere.

 

 

Pillole Preziose Tibetane

Durante il seminario di settembre si concretizzano le condizioni per prendere una pillola preziosa. Alcuni anni fa, da un monastero himalayano mi venne misteriosamente inviata una certa quantità di pillole preziose, una sorta di potente aiuto che la medicina tantrica tibetana da secoli ha creato per depurare i nostri corpi inquinati di questo fine millennio, che i tibetani considerano la fine del grande ciclo del Dharma iniziato dal Buddha. Gli antichi medici illuminati previdero che in questo periodo si sarebbero create le condizioni per una estrema intossicazione da veleni chimici derivanti dall’inquinamento ambientale e crearono le pillole preziose come potenti antidoti depurativi così da permettere agli esseri in evoluzione di raggiungere delle mete spirituali altrimenti irraggiungibili con un corpo intossicato. Le pillole hanno un effetto di alcuni giorni, danno un grande rallentamento e aiutano ad entrare in uno spazio meditativo e rilassato, e vanno prese con una precisa ritualità, il cui senso ultimo è quello di offrire la salute e l’evoluzione che ci deriverà dalle pillole stesse per aiutare la salute e l’evoluzione di tutti gli esseri senzienti.

 

 

Le tecniche del quinto: canti, mantra, Om Namaha Shivaya

Ogni tecnica che fa uso di suono o mantra è utile per lavorare sul quinto. Normalmente per aprire il quinto livello si inizia con un "Om" o meglio un "Om Namaha Shivaya", il mantra antico dell’India, caro a Babaji. Di solito mettiamo una cassetta di musica con un Om Namaha Shivaya cantato e noi - come un karaoke mistico - ci uniamo al coro. Cantare all’inizio è imbarazzante, la maggior parte delle persone non accetta la propria voce, si sente (e spesso è) stonata e fuori tono, ma con un poco di sforzo la gola si rilassa, la paura si scioglie e con essa le tensioni alla gola che creano i suoni falsi e disarmonici, la voce ritorna ad essere piena, forte, decisa e bella. Cantare in coro apre il cuore e il quinto chakra, crea grande senso di unità e cooperazione, non a caso i Blues, e tutti i canti corali hanno una storia di sentimenti profondi.

 

 

Il Gibberish, vomitare il caos della mente e scendere dal cervello al cuore

La tecnica del Gibberish (nome inglese che significa blaterare) è di origine Sufi, la parte esoterica e mistica della religione Mussulmana. Si pratica lasciando che la bocca emetta ogni tipo di suono e ogni verso venga fuori, senza che abbia nessun senso o contesto. Si può iniziare ad occhi chiusi, quando le persone non sono preparate, o ad occhi aperti, se il gruppo è già forte. Si può gesticolare e anche gridare. Si lascia che il cervello liberi attraverso la voce e i gesti ogni genere di spazzatura emozionale, di pensieri, ricordi, gesti che trova. Io la suggerisco nelle classi di bambini o di adulti per sciogliere le tensioni, specie dopo un discorso troppo mentale, o un momento di eccessiva serietà, e riportare così in pochi istanti l’energia alla pancia e al cuore. L’effetto del Gibberish è di stimolare la risata, di divertire, di abbassare i giochi di ego e di personalità. All’inizio la tecnica genera un incredibile imbarazzo a chi ha paura di apparire ridicolo, e di "perdere la faccia", che a volte si inibisce, si chiude o fugge. Gli altri invece si divertono molto e così si crea un’atmosfera di maggiore apertura e amicizia.

 

 

Il terrore di parlare alla folla con un microfono

Il quinto livello è estremamente legato al quarto, così come la voce è legata al senso dell’io e alle emozioni. Uno dei primi esercizi che facciamo è quello di far ripetere ad ognuno il proprio nome ad alta voce. La grande maggioranza delle persone non si sente identificata con il proprio nome, non si identifica nemmeno con la propria voce che sente distante e falsa. Più facile invece è sentire identità dicendo semplicemente "Io". Lo stesso esercizio, fatto dopo una meditazione sul cuore porta a risultati molto più positivi perchè le persone sentono di essere entrate in contatto con il proprio sé. Una delle tecniche principali per sciogliere velocemente le inibizioni del quinto livello psicosomatico è quella di rinforzare la personalità attraverso la voce, come quando si parla da un palcoscenico ad una folla. Nel gruppo creiamo quindi un palco, diamo un microfono in mano ad un partecipante alla volta, e questo deve salire sul palco, ci si deve presentare, con voce alta e ferma, e si deve raccontare qualche cosa, come storie di vita o episodi interessanti, il pubblico può applaudire o lamentarsi. Tra i partecipanti di solito serpeggia il panico, soprattutto prima di parlare, ma dopo essersi espressi l’identità si rinforza, ci si sente bene come se si fosse superata una grande prova.

 

 

Dio è un creativo, e tu?

Ogni religione ha chiamato Dio "il creatore", ogni infinitesima parte dell’esistenza coopera a questa creatività incessante. Essere creatori significa essere la mano di Dio, partecipare alla grande opera divina. Creatività è ogni cosa fatta con entusiasmo (che letteralmente significa avere Dio dentro) con piacere e senso estetico, può essere cucinare, disegnare, curare le piante, danzare, suonare, costruire grattacieli, inventare nuovi giochi, pensare nuovi pensieri. Questa è una fase delicatissima del processo di crescita in quanto tutti siamo stati inibiti alla libera espressione creativa, ci hanno obbligato a disegnare in modo ripetitivo e meccanico, senza poesia, senza libertà. Ora è tutto da rifare, e vi sono infinite tecniche per sciogliere le paure e riaprire il senso creativo, dal disegno alla scrittura.

 

 

Nadabrahma: il suono globale

La Nadabrahma è una tecnica di meditazione elementare che utilizza il suono per rivificare le energie assopite del corpo e sperimentare il vuoto e l’assenza di io. Non si utilizza un mantra ma un suono, una sorta "Mmm", di vibrazione fatta quasi a bocca chiusa seguendo i suoni della cassetta. Stando seduti con la schiena eretta si produce questo suono modificandolo leggermente fino a sentirlo vibrare in tutto il corpo. Si continua così per circa 40 minuti e in quel tempo accade la magia di dimenticarsi di sé stessi e di sentire che solo il suono è rimasto. Dopo la prima fase, sempre ad occhi chiusi per cinque minuti si dà energia dalla pancia all’esistenza, con le mani a palme in su, poi per altri cinque minuti si prende energia da fuori verso la pancia con le palme rivolte verso il basso. Al termine ci si corica per dieci minuti in totale silenzio e meditazione. La Nadabrahma genera una grande quantità di energia, apre la gola e tonifica la pancia riportando le energie vitali nel corpo fisico e caricando quindi tutto il corpo. Molto utile nei depressi, e nelle persone con troppa energia in testa (intellettuali, lavoratori a tavolino) e per rilassarsi.

 

 

Nataraji, la danza della vita

Shiva, dalle origini preariane, è la divinità indiana della creazione e della distruzione. Shiva Nataraji rappresenta la manifestazione creativa di Shiva che danzando crea gli universi, per questo viene raffigurato con infinite gambe e braccia. La Nataraji è una meditazione di un’ora, in cui si balla ad occhi chiusi, lasciando che il corpo segua la musica non guidato dalla mente ma mosso dalle sue energie profonde e istintive, i movimenti vengono da soli, la musica della cassetta aiuta a trovare infinite emozioni e nuove forme di espressione dinamica; al termine dei quaranta minuti di danza ci si abbandona a terra per dieci minuti in silenzio e immobilità assoluta, per poi rialzarsi alla fine per seguire gli ultimi minuti di una musica dolce e delicata che ci riporta alla vita. E’ una danza sacra primordiale e libera, che porta molta energia e senso di unità e creatività, insieme alla Dinamica, alla Kundalini e al Tai Ci la Nataraji è una delle più classiche tecniche di meditazione in movimento.

 

 

Silvia: Due mesi sono passati, e per molti di noi le vacanze estive sono ormai solo un ricordo. E’ ricominciata la pioggia, con essa anche il nostro abituale ritmo di vita, così che questi ultimi week-ends da trascorrere lontani dalla città diventano ai nostri occhi ancora più preziosi. E’ sera, il Pomo Rosso ci accoglie nuovamente in questo ultimo scorcio d’estate, ed è facile ritrovarsi qui, insieme, dopo due mesi di lontananza: mentre ci salutiamo abbracciandoci notiamo che solo il colore della nostra pelle è un po’ cambiato, più abbronzato. Il grosso temporale che da poco ha spazzato via tutte le nubi dal cielo ha lasciato dietro di sé un’aria tersa e limpida; un’atmosfera un po’ magica ci circonda, un rito ci attende in questa notte di luna al chiarore delle stelle, e l’aspettativa e il timore si mischiano in un unico sentimento mentre saliamo le ormai note scale che ci conducono a ricomporre il cerchio.

Una ciotola giace su un piccolo tappeto variopinto ricamato con antichi simboli; ci stringiamo attorno incuriositi a guardare le pillole dai diversi colori qui contenute: Nitamo ci racconta che sono il risultato di una lunga preparazione, avvenuta con scrupolosa cura, ad opera di monaci tibetani; un rimedio di amore e sapienza offerto dall’antica scienza medica ai mali che affliggono l’uomo in questa nostra epoca. Ogni colore corrisponde ad un diverso tipo di patologia, insieme leggiamo con attenzione tutte le loro proprietà terapeutiche, e, in base ad esse, scegliamo: c’è chi prende la blu, che cura gli occhi, chi la rosa, adatta agli shock infantili, e poi la verde, la bordeaux, ognuno si ritrova in una tinta diversa, ma quello che all’apparenza può sembrare quasi un gioco è in realtà per tutti un sacro impegno: il beneficio che trarremo dal loro apporto, così ricco delle qualità superiori di saggezza e compassione dei medici guaritori, diventa infatti obbligo per noi di aiuto nei riguardi dei compagni che incontreremo sulla nostra strada. Ci sediamo attorno al tavolo che ospita i nostri pasti con lo spirito rivolto a questa promessa: è notte ormai, e i raggi di luna rischiarano la stanza, il canto di un antico "Mantra della Guarigione" - OM MUNI MUNI MAHA MUNI SHAKYAMUNIE SOHA - accompagna i nostri gesti, mentre immergiamo in un bicchiere d’acqua la nostra medicina spirituale. Solo domattina all’alba la potremo bere, continuando questo rituale che ci aiuta a trovare la via comune della spiritualità.

Il risveglio è all’apparenza "normale", e solo con la ripresa delle consuete azioni quotidiane cominciamo ad avvertire il cambiamento in noi avvenuto: tutto

 

accade al rallentatore, i nostri passi, gesti, obbediscono ora ad un ritmo più lento, ci troviamo in uno stato di meditazione permanente, silenzioso, dove potersi ascoltare, vicini a sé stessi. Ma non per tutti è così: al posto di uno stato di concentrazione interna per alcuni è subentrata infatti una scomoda pesantezza dovuta al repentino rilassamento dell’energia indotto dalla pillola, e c’è chi si trascina un po’ svogliato, anche ammalato, alla ripresa del lavoro. Trascorse poche ore, siamo quasi tutti usciti ormai dagli schemi consueti del tempo che regolano il vissuto ordinario delle nostre relazioni, e la scena che si presenterebbe ora agli occhi di un inaspettato visitatore del Pomo Rosso sarebbe quella di un microcosmo "addormentato", quasi ripiegato su se stesso.

La meditazione sul cuore che apre la giornata riattiva le nostre percezioni più profonde, abbiamo bisogno di tornare in noi stessi, di ritrovare i sentimenti che ci appartengono maggiormente e risvegliarli; ci aiuta in questo tragitto disegnare il nostro cuore così come lo percepiamo all’interno del torace, e, mentre ne sottolineamo la realtà fisica, lo riconosciamo anche in quella più propriamente simbolica. E’ dal cuore che dobbiamo infatti ripartire, e da qui, dal nucleo che racchiude la nostra vera identità, troppo spesso nascosta, poi salire al chakra della gola, il centro creatore delle nostre possibilità espressive: solo dopo che avremo trovato ciò che veramente siamo, ci sarà infatti possibile poter esprimere, in modo autentico, tutte le risorse della nostra creatività. Continuiamo a disegnare, cerchiamo di rappresentare adesso la nostra faccia, l’immagine interna che di essa possediamo. Poi, ancora, la nostra faccia "cattiva", quella nascosta, sempre celata, che ora sovrapponiamo al nostro volto, una volta bucata la carta nel punto dove appaiono gli occhi: e ci guardiamo l’un l’altro, dapprima sorpresi, poi spaventati, infine divertiti: la nostra "ombra" appare in primo piano, nella sua visibile concretezza, per essere finalmente riconosciuta e accettata.

Sembra più facile ora uscire al centro del cerchio e scoprirsi, ed è Flavia a farlo, mostrandosi ai suoi compagni così com’è, con i suoi pregi e le sue mancanze, non temendo più di togliersi la maschera. E i compagni le restituiscono la consapevolezza del suo modo di essere, così forte all’apparenza, ma quanto fragile nella realtà: "due" Flavie coesistono nell’unica donna, sicura di sé e incerta allo stesso tempo, e quante altre "Flavie" ancora esistono in lei, così come è per ognuno di noi. Le molteplici, diverse parti che ci costituiscono, che indossiamo come tanti vestiti, ognuno adatto ad una circostanza, in nessun modo infatti potranno mai rappresentare ciò che, dietro questo caleidoscopico gioco delle apparenze, veramente siamo: quel contenitore vuoto delle nostre azioni, eterno e immutabile, luogo d’incontro di passato, presente e futuro, che possiamo ritrovare ogniqualvolta ci immergiamo nel silenzio della nostra anima. Riconoscerci nella nostra vera essenza significa allora anche poter riconoscere gli altri nella loro verità, aiutarli a crescere spiritualmente in un reciproco rimando di rapporti tesi ad un fine comune, la trasformazione dell’uomo, tappa indispensabile e necessaria nel cammino odierno dell’umanità. E, se dirci "ti amo" mentre ci abbracciamo a coppie non è per tutti una cosa facile, l’aiuto ci può venire solo dal sentire il nostro cuore battere insieme, all’unisono, con il cuore degli altri, come un unico grande cuore che soffre e che ama il destino del mondo.

Ora danziamo: l’espressione silenziosa dei movimenti del nostro corpo diventa testimonianza leggera e profonda del rapporto di un’anima con l’esistenza; la gioia e la tristezza di vivere si rivelano insieme nei molteplici gesti ritmati, qui prendono corpo spontaneamente emozioni e sentimenti contrastanti che ci aprono ad un senso più allargato dell’essere. Emerge in primo piano la complessità della vita, la sua ricchezza espressa e contenuta nelle forme più svariate, le sue possibilità infinite che aspettano solo di essere interrogate, il mistero che da sempre ci accompagna, tormentandoci a volte con i suoi interrogativi non risolti ma sempre presenti: siamo soli nell’universo? Questa esistenza attuale è l’unica che ci è data di vivere? Altre presenze, oltre alle forme normalmente visibili, a noi familiari, costellano il mondo? Tutte queste domande insopprimibili, sempre più urgenti, affollano ora i nostri pensieri, chiedono con insistenza di essere interpellate. Ricostituiamo il cerchio, sentiamo, attraverso le parti più sottili di noi stessi, che la realtà racchiude in sé mondi inesplorati, altre dimensioni, abitate da altri esseri, pure presenze spirituali, e di queste ora parliamo. E raccontiamo quei rari, preziosi momenti della nostra esperienza, quando ci è stato dato di entrare in contatto con le più sottili entità che velatamente popolano il creato, silenziose figure angeliche che hanno aperto, mostrandosi, gli orizzonti consueti della nostra coscienza: creature diverse, ma a noi affini, anch’esse figlie di quell’unico Dio vivente che ci appare essere l’universo.

Inizia una nuova giornata, la salutiamo con il racconto di prima mattina dei sogni in cui ci siamo avventurati durante la notte. Il tema che li accomuna e che traspare dai loro simboli è quello del sesso, come è consuetudine quando si lavora sul quinto chakra. L’espressione creativa, propria dell’uomo, trae infatti il suo alimento da un’unica energia primaria, e, trasformandola, la sottrae al suo percorso naturale, la rende disponibile a sempre nuove possibilità di sintesi; queste poi, evolvendosi su sempre più elevati livelli di consapevolezza, formano quell’unica spirale di conoscenza che è senso del nostro stesso esistere, e che collega dal basso verso l’alto, in un unico movimento che nulla esclude, l’intero corpo vivente. L’energia che ora scorre in un movimento continuo, liberatasi, non ristagna più nei chakra inferiori, e va ad alimentare quelli superiori, in un flusso perpetuo di informazioni in divenire, da esprimere in tutta la loro ricchezza.

Disegniamo ora la nostra gola, il nostro collo, cerchiamo di rappresentarli così come li percepiamo internamente, osserviamo la figura tracciata sul foglio per cercare di cogliervi tutti i segni rivelatori dei blocchi e delle chiusure che impediscono all’ espressività di fluire creativamente. Ci apriamo nel cuore, e liberiamo la nostra voce in un canto corale, diamo spessore con il suo tono all’emergere delle emozioni, al suono dell’anima. Sentiamo alleggerirsi gradualmente il peso delle vecchie costrizioni, dei vecchi condizionamenti, e un nuovo spiraglio di vita lentamente si apre. Esigenze un tempo avvertite come irrinunciabili e poi dimenticate, rivivono ora improvvisamente, e chiedono di essere ancora esaudite. E’ un risveglio, a cui partecipiamo con tutte le nostre energie: e diamo ascolto al nostro essere, non lo teniamo più rinchiuso, anche se ha subito così tante catene, violenze nella sua storia, lo lasciamo riemergere ora nella sua verità, rendendogli l’appoggio e l’aiuto di cui ha bisogno per rinascere.

Siamo allargati di nuovo nel cerchio, in sintonia l’uno con l’altro stringiamo le nostre mani in un unico tocco, e un’unica corrente di energia ci attraversa tenendoci collegati: un’ atmosfera leggera ci circonda, propizia a intense emozioni, ed è con l’aiuto di Renata che le vivremo; Renata, che si fa ora intermediaria per noi di presenze che da tempo l’accompagnano, presenze amorevoli, soccorrevoli, che la guidano nel suo cammino di trasformazione. Restiamo assorti, quanto più possibile vicini a noi stessi, attendiamo con fiducia questo incontro. Con gli occhi chiusi, udiamo improvviso un pianto: Renata è scossa da profondi singhiozzi; il grande dolore che abita il mondo ci viene ricordato dagli esseri spirituali che ora ci avvolgono, penetrano la stanza, sostano sui nostri cuori e li riempiono di una leggera, tangibile pienezza. D’un tratto siamo invasi, sostenuti da una energia bellissima e penetrante, tutte le cellule del nostro corpo ne sono imbevute, dissetiamo le nostre anime a questa fonte di trascendenza che ci rigenera e ricrea, donandoci la consapevolezza di quanto possa essere ricca di spiritualità la nostra esistenza, solo che le si lasci sempre la porta aperta. Ci è difficile il distacco, cerchiamo di sostare il più a lungo possibile in questo spazio di vera pace e di benessere, e quando riapriamo infine gli occhi, i visi dei compagni ci appaiono tutti illuminati da una medesima luce. L’esperienza con Renata, il rapporto con la trascendenza che abbiamo appena vissuto, come per incanto ha trasformato il gruppo: i legami tra di noi si fanno ancora più armoniosi, si respira ovunque una sensazione di profonda coesione, che stimola la collaborazione reciproca; la gioia e una profonda serenità risplendono ora sui nostri volti. E quando, per concludere la giornata, riattiviamo i chakra del corpo per immergerci un’ultima volta nell’energia ristoratrice di GAIA, il miracolo della nostra trasformazione appare definitivamente compiuto; è il momento giusto, questo, per cominciare a trascrivere le esperienze intense che abbiamo vissuto, per cominciare a comporre il libro che andiamo scrivendo.

Per molti di noi il ricordo di questa giornata rimarrà sempre nel cuore; lo spirito di unione che qui si è creato, non solo all’interno di questo gruppo, ma verso tutti gli esseri della terra, è una testimonianza d’amore che ci incoraggia a proseguire su questo nostro cammino.

 

 

Programma svolto nel quinto seminario

Pillola tibetana

Meditazione sul cuore

Disegno del cuore così come lo percepiamo

Meditazione Nadabrahma

Disegno della nostra faccia così come la percepiamo dall’interno

Disegno della nostra faccia "cattiva". Ce la indossiamo e ci guardiamo

Cerchio: Uscita di Flavia, feed-back del gruppo su Flavia

Cerchio: Discorso di Nitamo

Meditazione Chakra Breathing

Dire "ti amo" al nostro compagno

Danza Nataraj

Cerchio: Discorso di Nitamo sugli esseri spirituali

Cerchio: Sogni sul sesso durante la notte, come è giusto quando si lavora sul 5 chakra

Disegno della nostra gola e del collo

Cerchio: Discorso di Nitamo sull’espressione

Cerchio: Renata ci mette in contatto con gli spiriti

Cerchio finale: Totale coesione del gruppo, intensa emozione di appartenenza al creato

 

 

ESPERIENZE PERSONALI

 

Om Namaha Shivaya

Raffaella - Al termine della prima meditazione rimaniamo seduti, in silenzio, ad occhi chiusi. Ascoltiamo le reazioni del corpo e della mente cercando di non interferire. Poi piano piano mandiamo la nostra attenzione e il nostro respiro sul quarto chakra e da questo sul quinto..

Riprende la musica, lentamente a bassa voce cominciamo a cantare sulle parole del mantra "Om Namaha Shivaia". Alziamo la voce in modo da raggiungere un volume normale e non cantare tra i denti, e cerchiamo di entrare nel canto.

 

Quando riformiamo di nuovo il cerchio e apriamo gli occhi, parliamo di quest’ultima meditazione. Si è sentita oggettivamente la difficoltà a cantare, a tirare fuori la voce, a sentirla e ad entrarvi.

Chiudendo gli occhi sentiamo di nuovo il gruppo, la sua energia. Siamo tornati dopo una lunga pausa estiva e ci apprestiamo a rimanere un lungo week-end insieme e a lavorare insieme. Sentiamo il nostro cuore e il cuore del gruppo e per scambiarci un po’ di questo amore abbracciamo la persona che ci sta accanto e raccontiamo quello che sentiamo, con il cuore: tristezze, amori, gioie, avventure come fanno vecchi conoscenti nelle tribù indiane.

 

 

Disegno del cuore, della gola e del viso

 

Raffaella - Questa mattina prepariamo fogli e tavole a colori per disegnare. Seduti ad occhi chiusi sentiamo il cuore, così com’è, così come siamo. Quando la sensazione è abbastanza chiara e definita, apriamo gli occhi e la riproduciamo a colori sul foglio. Diverse persone hanno disegnato delle forme "viste" più che sentite, per cui ci fermiamo alcuni momenti a riflettere sulla differenza che c’è tra la sensazione e la visione interiore, su cosa significa sentire e come si può riprodurre una sensazione attraverso i colori. Ora ci concentriamo sul primo e sul quinto chakra e di nuovo, quando la sensazione è netta la traduciamo in disegno. Cinque minuti di Gibberish ci aiutano a salire alla faccia, territorio protetto dal quinto chakra, prenderne coscienza e liberare il cervello dai pensieri. Ad occhi chiusi sentiamo la faccia dall’interno. Cerchiamo di capire se è uguale o diversa da quella vista dall’esterno, se è simmetrica o asimmetrica, e quali colori abbia. Su un nuovo foglio la riproduciamo con i pastelli. Adesso proviamo a fare una smorfia, una qualsiasi purchè sia esagerata. Rimanendo in questa posizione la sentiamo dall’interno, così com’è, e la disegnamo non appena siamo pronti. E queste sarebbero le nostre facce? Foriamo i fogli negli occhi e li avviciniamo alla nostra faccia come se fossero delle maschere. Prima un foglio, poi l’altro. E' domenica, di nuovo utilizziamo la tecnica del disegno per prendere coscienza dei nostri blocchi. A riprese successive sentiamo la zona del collo e della gola (compresi i denti e la mandibola) ripensando a situazioni diverse che abbiamo vissuto. Dapprima disegnamo questa parte come la sentiamo ora, così come siamo. Poi ritorniamo col ricordo a quando ci siamo trovati, a scuola alla lavagna, davanti ad un professore che ci interrogava, e sul terzo foglio riproduciamo la sensazione che avevamo quando abbiamo cantato qualche volta con gli amici, e poi ancora il nostro collo in un momento di rabbia. Ora, ad occhi chiusi, ritorniamo a sentirci nel presente e proviamo un’altra volta a pronunciare il nostro nome e la frase "io sono io". La prima difficoltà che viene evidenziata è quella di sentire le proprie parole sopra quelle di tutti gli altri, che, contemporaneamente, pronunciano il loro nome e quindi lo sforzo di rimanere concentrati su se stessi in presenza di altre persone che parlano. Altra grossa difficoltà per alcuni è l’entrare in contatto col proprio io, sentirsi veramente "io" quando si pronuncia la parola "io".

 

Rosa - Quello di cui voglio parlare riguarda i disegni che ho fatto molte volte durante gli incontri del gruppo. Mi è piaciuto molto questo trasferire sul foglio le sensazioni di quel momento, usando i colori. Come prima cosa è stato necessario entrare in contatto con le mie sensazioni e sentire ciò che effettivamente era in me, senza giudicare nè aggiungere immagini mentali o pensieri. Per aprire questo canale del sentire è stata usata la meditazione e il localizzare l’attenzione su determinate zone del corpo. Una zona sulla quale ho provato questa tecnica è la parte relativa al centro cardiaco, il cosidetto "chakra del cuore". La prima volta mi è arrivata un’immagine mentale di una superficie, ondulata di velluto rosso, che ho trasferito sul foglio bianco con i pastelli a cera. Ma questa non era ancora la sensazione, alla quale sono giunta dopo una meditazione più profonda, cercando di individuare il sentire in se stesso, e tenendolo separato dalle altre cose che non ne sono parte. La seconda volta ho sentito nella zona del cuore un piacevole calore, allegria e amore, e in fondo a ciò, una piccola parte di angoscia. Ho trasferito queste cose sul foglio usando i colori rosso, amaranto, arancione e giallo che formavano una sorta di figura rotonda in espansione verso l’alto, con attaccato in basso, quasi alla base, un cerchio piccolo di colore marrone scuro. Quella piccola zona scura (un buco nero) rappresenta la piccola sensazione che sta in fondo, e si nasconde sotto la solare volontà di vita e di gioia colorata di rosso e di arancio. Questo portare sul foglio la sensazione, mi ha dato la possibilità di scoprire questo angolino nero di angoscia, e di poterlo così vedere e riconoscere lavorandoci su, e poi andare oltre. Abbiamo fatto un lavoro interessante anche sul sentire il viso dall’interno, e disegnare poi sul foglio queste sensazioni, con le loro eventuali tensioni. Successivamente abbiamo esagerato l’ espressione del viso in senso negativo, ed anche per questo abbiamo poi disegnato la maschera relativa. Ho pensato che la prima "maschera disegno" del viso in stato normale, presentasse in latenza le stesse tensioni che, nella seconda risultavano molto accentuate, come se sempre ci portassimo sul viso le tensioni di qualcosa che non è stato risolto, e questo trasferirle sul foglio può essere un modo per acquisire consapevolezza.

 

Renata - "Disegno del viso". Oggi è stata una giornata molto significativa. Abbiamo lavorato sul cuore e sulla gola. Inizio parlando della prima meditazione. Siamo seduti in cerchio e cominciamo a respirare sul cuore. Sento il cuore, è una sensazione di leggerezza. Sento intensamente anche la pulsazione ai palmi delle mani, soprattutto alla destra. Ora, però, dobbiamo rappresentare queste nostre sensazioni. Prendiamo un foglio di carta e cominciamo a disegnare. E’ molto difficile, ma ci provo. Disegno il mio corpo in meditazione yoga e da questo corpo si vede una luce che parte dal cuore e dai palmi delle mani. Poi, finito di disegnare, ci mettiamo ancora in meditazione, questa volta andando più in profondità. Ci mettiamo di nuovo a disegnare ma questa volta la mia rappresentazione cambia. Il disegno che faccio, lo sento di più, è più vivo e più caldo. Sento di più il cuore, sento di più il mio essere. Poi Nitamo ci dice di percepire ad occhi chiusi il nostro viso. Sento il mio viso: è triste. Sento la parte destra attiva, mentre sento la parte sinistra come raggrinzita, senza tono. Soprattutto la bocca, è come se mi scendesse, tristissima. Gli occhi mi sembrano due palle enormi, mi mettono paura. Disegno quello che ho sentito. Il viso è grigio, la parte sinistra la disegno tutta rattrappita ma la parte superiore, dalle sopracciglia alla fronte è tutta colorata proprio perchè lì sento sempre una forte pulsione. Nitamo ci dice di chiudere di nuovo gli occhi e fare una faccia con delle smorfie. Rimaniamo con questa smorfia per qualche secondo in modo da percepirla bene, e poi, la rappresentiamo. A questo punto mi sento male. Provo una sensazione dolorosa. La mia smorfia e la mia nuova faccia non mi piacciono. Mi viene da piangere e faccio qualche lacrimuccia. E’ una faccia da cattiva, è una faccia che fa paura, la faccia di un mostro cattivo, una bestia. I denti, soprattutto, li sento come quelli di una bestia feroce. Disegno questa faccia piangendo. Non è la prima volta che ho queste sensazioni. Tante altre volte ho pianto nel momento in cui sono venuta in contatto con la mia faccia e i miei denti. Sapevo di avere questo problema. Qui però qualcosa è cambiato. Abbiamo bucato gli occhi dei due fogli dove abbiamo rappresentato i nostri visi, quindi ce li siamo messi addosso come se fosse una maschera. Prima un foglio e poi l’altro. Ci siamo guardati tutti attraverso i buchi. E’ una cosa spassosissima, divertentissima. Ora vedo come tutto questo è ridicolo. Tutti i miei complessi, i miei casini, sono veramente delle idiozie.

 

Massaggi a cinque

 

Raffaella - Riprendiamo il lavoro del gruppo con la tecnica del massaggio a 5: accanto ad ogni persona che si sdraia sui materassini, due massaggiano i piedi, uno ciascuno, due le mani e uno la testa. Per tutti sono 45 minuti di meditazione, ad occhi chiusi, che si svolge non singolarmente ma cercando di essere in sintonia con gli altri massaggiatori e con la persona massaggiata, che in questo caso fa da "tramite fisico" tra gli individui di ogni piccolo gruppo. Al termine coloro che hanno ricevuto i massaggi sono invitati a dire direttamente ai cinque collaboratori quali sono state le impressioni fisiche che hanno avuto al contatto, cioè, per ogni zona, se il massaggio andava bene o era troppo pesante, troppo leggero, se era in sintonia con quello degli altri e così via.

 

Vittorio - Il pomeriggio tardi di sabato avevamo fatto quell’esercizio in cui cinque persone massaggiavano e coccolavano uno di noi (io ero uno di quei fortunati). Per me era come essere ritornato nell’utero materno, mi sentivo come dondolare, in leggero movimento, sensazione gradevolissima ma sempre nell’utero, ed il mio problema attuale è quello che mi sentivo, volevo, dovevo uscire.

 

Raffaela - " Il mio percorso nel sentire il mio massaggio fatto da altri su di me e fatto da me su altri ". Ricordo il disagio, il senso di "paura" del rapporto con l’altro, provato nei primi massaggi ricevuti. Mi sentivo rigida, sulle difensive, mi chiedevo quale significato avesse ricevere un massaggio da una persona sconosciuta. Nello stesso tempo, quando capitava a me di praticare un massaggio ad altri, sentivo un senso di incapacità, di insicurezza e anche di paura dell’altro, del suo giudizio. Poi, piano, piano, mi sono lasciata un po' andare nei massaggi ricevuti, e ho cominciato a provare un senso di piacevolezza e di rilassamento sentendo quell’attenzione rivolta a me, a me sola. Ho apprezzato il calore delle mani dell’altro, lo stile particolare del "suo" massaggio: intensità di pressione, velocità, lentezza. Non era importante che io ricevessi il massaggio da un compagno di corso di professione massaggiatore, o da una persona inesperta come me, anche se nel primo caso potevo accorgermi della migliore preparazione tecnica. Contava solo che fosse una persona a massaggiarmi: mi sono accorta che la accettavo come era, che ero grata per la sua attenzione, per il suo impegno, per la fatica, per l’amore che mi dava (non era importante se poco o tanto) nel massaggiarmi. Certo, arrivo a godere ancora più intensamente se mi massaggia una persona con la quale ho vissuto esperienze intense nel gruppo o con la quale c’è un feeling particolare. Anche nel modo di offrire il mio massaggio c’è stata un’evoluzione dalle prime esperienze. Sicuramente ho ricevuto molto dai massaggi ricevuti e, man mano, ho affinato le mie abilità, in sintonia con ciò che io ho apprezzato di più (nei massaggi ricevuti). Dapprima, temevo il contatto con l’altro, e tenevo le mani appoggiate superficialmente, troppo lievi. In seguito mi sono rassicurata, e ho imparato a fidarmi di più di me stessa, ad ascoltare ciò che mi suggeriva il cuore, a dirmi: non importa se io non so fare un massaggio tecnicamente perfetto, io lo voglio fare con il cuore, e così facendo, sento che nel massaggiare l’altro gli dò il mio amore, tutta la mia attenzione con tutti i miei mezzi, anche se limitati. Sento che mi fido dell’altro, e che lui si affida a me. Sento il massaggio come un dono che si dà e che si riceve. Ed ora mi piace molto fare il massaggio ad occhi chiusi. E’ bello sentire come l’altro si affida a me, come sente il mio amore. E’ stata molto bella anche l’esperienza del massaggio di cinque persone (io ero una delle cinque) a Flavia. Era la prima volta che partecipavo alla tecnica del "massaggio intenso". Ho sentito una grande sintonia tra noi sei, avevamo la stessa intensità di amore che offrivamo a Flavia e sentivo chiaramente che Flavia sentiva questo nostro amore per lei. Una cosa mi ha colpito del massaggio intenso: non occorre esercitare pressioni forti, basta il contatto anche leggero ma con un continuo movimento, anche se lento.

 

Flavia - Non avevo mai fatto quest’esperienza. All’inizio mi sentivo un po’ imbarazzata ad avere cinque persone che si occupavano di me, del mio corpo. Ero un po' rigida, un po' tesa. Il mio stato d’animo era un po’ pesante per il lutto ancora caldo e recente (esattamente due mesi, e per quanto mi ripetessi spesso che non c’è nessun senso a pensare "sono passati due mesi", pure nella nostra vita di ritualità e di date, è inevitabile cadere anche in questo pensiero). Mi è piaciuto subito sentire le carezze, le mani appoggiate a toccarmi i piedi, muovermi con delicatezza e fermezza le dita, sentirmi sollevare il braccio, e i movimenti delle mani, a momenti più dolci e sottili, in altri più caldi ed energetici. La testa, la faccia (la parte più difficile per me da abbandonare) tra mani che, con un tocco di appoggio deciso e leggero mi hanno percorso gote, mascelle, fronte, con carezze, con movimenti che mi aiutavano ad abbandonarmi. Mi piaceva sentire i corpi vicini, i capelli sul braccio, e lasciare che tutto l’amore che sentivo in chi mi faceva il massaggio mi invadesse, riuscendo a farmi abbandonare tutte le tensioni e le tristezze di quest’ultimo periodo, e le paure e lo sgomento.

 

 

Buddhafield: il senso del gruppo

 

Erminia - Oggi per la prima volta dopo alcuni anni che partecipo ai gruppi, ho sentito la coesione tra di noi. Quando ci siamo presi per mano e Renata ha visto le presenze che erano tra di noi io ho sentito una grossa coesione, una sensazione di vuoto e di pienezza in me, e nelle persone che formavano il cerchio. Questo vuoto e questa pienezza apparentemente in contrasto erano assolutamente un’unità, un’insieme di calore, fusione, armonia di presenze. La stessa sensazione l’ho vissuta oggi nel pomeriggio quando, di nuovo in cerchio, ci siamo seduti scambiandoci le impressioni delle giornate vissute insieme.

 

Renata - Io sono qui. Sento una pace profonda. Una pace già provata, oggi condivisa. Sono in ognuno e ognuno è in me. Mi guardo dentro. I miei problemi rimangono, ma oggi è diverso. Mi passano davanti ma non c’è più emozione. Ci sono e basta. Sento di dover ringraziare ogni persona del gruppo. Tutti mi hanno dato qualcosa. Attraverso di loro ho capito delle cose fondamentali di me. Attraverso il loro amore, oggi mi accetto di più. Questo è amore puro, amore che non chiede niente in cambio. C’è e basta.

 

Giovanni - Oggi come si era già verificato durante il cerchio iniziale di questo corso, c’è stata da parte di tutti la percezione di questo grande nucleo di energia, d’amore, che si costituisce quando tutti sono riuniti con questo intento, e che è portatore in ognuno, di grande benessere e trasformazione.

 

Flavia - Renata ha parlato delle presenze che vede e l’accompagnano, la guidano. Abbiamo chiesto che chiedesse a queste presenze di venire nel nostro gruppo. Ecco, sono tra noi. Renata piange per la grande sofferenza che io sento di condividere, ma sento anche la presenza protettrice che mi avvolge, una grande pace, una grande energia benefica, il cuore mi si espande in una gratitudine che sento come forza ed energia scambievole, mi riempio di stupore, di meraviglia, di gioia per il mistero della vita che adesso sento di trovare qui, di vivere qui, come la cosa più importante della mia vita. Provo uno sconfinato senso di amore, di gioia e di pacificazione con l’universo. Non mi sento più separata da me stessa e dal mondo. Siamo sospesi nell’Armonia: un intreccio di forza, di amore, di armonia.

 

Iside - Oggi ho provato sensazioni che non credevo possibile provare. E pensare che c’è chi pensa che non esista la spiritualità e la comunione tra esseri umani. Avrebbe dovuto essere qui, oggi. Renata ci ha messo in contatto con gli esseri luminosi che abitualmente la circondano, e quando tutti ne siamo stati partecipi, l’amore dentro di noi si è espanso, ci ha pervasi. Personalmente penso di avere ricevuto una risposta a quello che avevo chiesto: sono un essere umano, esisto quando amo, sono Iside e mi piacerrebbe tanto amare sempre così.

 

Anonimo - Ho sentito il gruppo moltissimo, non c’erano tensioni ma una grande dolcezza e unione. Ecco come un sentimento di COMUNIONE sia nello stesso pensiero, una vera comunione di più anime. Come un filo che passava da cuore a cuore, e un mescolarsi insieme, e un grande senso di benessere e di pace. Una fusione e una disponibilità a dare e ricevere. Posso solo dire che è una condizione che si sente ed è difficile da descrivere. E’ stato come scoprire qualcosa di nuovo, provare una sensazione sconosciuta e piacevole, capire il senso della parola unione-comunione, vivendola. E’ come far parte di un unica connessione col mondo e con il tutto. Un qualcosa che credo difficile da realizzare, e che con il gruppo dell’Accademia avevo già sentito, ma è stato lavorando sul chakra del cuore che il sentimento si è acuito e rafforzato, e non solo in me, ma credo anche negli altri. C’è stato un momento di sensazioni forti, con la meditazione di Renata. Io ho sentito una vibrazione sul cuore, un grande stordimento e un legame fortissimo con gli altri.

 

Gemma - Non sono totalmente consapevole di quanto mi succede, forse è un po’ la paura che me lo impedisce. Sono certa di una cosa, il mio campo di amore si è allargato. Mi sono sentita invasa e penetrata da una forza o onda di luce che ho pensato di non tenere per me, ma di offrirla alla creazione. Non sono ancora sicura, se la mia tristezza mi stacca dalle cose vane di tutti i giorni, per spingermi verso il mio prossimo, (ahimè sentendo la sua sofferenza) e sia quindi utile o, invece, se sia un impedimento a vederci chiaro. Ho molte cose ancora da capire. Il pillolone mi ha causato un intorpidimento di testa concentrando la mia consapevolezza sul mio malessere interiore. Sento la sofferenza in maniera esagerata. Mi lascio penetrare anche dalla sofferenza degli altri e questo mi commuove.

Abbiamo tutti bisogno d’amore e spero di poterne dare tanto per tutti i giorni della mia vita. Prego tanto che la grazia scenda su di me, perchè sono stanca di essere pungente e poco gentile. Dio mi dia forza. Grazie.

 

Lorenza - Stamattina mi sembra di aver scoperto qualcosa di nuovo. Mi sembra di essere venuta in contatto con la grandezza, (e non so bene che termine usare) con il mondo, con tutto. Ho sentito (durante la meditazione con Renata) il dolore che lei diceva, ma anche l’amore, la pace grande dell’umanità.

Avevo anche molta paura, ma poi è stato bello sapere che posso ricevere delle comunicazioni così forti, e avere in seguito una sensazione di pace dal gruppo, dall’ambiente circostante, da tutte le cose.

 

Valeria - Oggi il gruppo l’ho sentito molto vicino, soprattutto per la conferma che si potrebbe continuare insieme questo sentiero così ricco di bene e di amore. Il concatenarsi di coincidenze e situazioni ha reso il lavoro più intenso del solito. Alla fine di questi tre giorni mi resta una forza e un calore umano, con la gioia di trasmetterlo fuori, al lavoro, alla famiglia, a tutti, perchè questo amore immenso si allarghi sempre di più.

 

Nitamo - Ci mettiamo tutti in silenzio. Dopo tre giorni di lavoro sul cuore e sull’espressione, tutto è più facile e spontaneo. Sento che tutti quanti sono in contatto con loro stessi. Respiriamo un po’ nel cuore e poi attiviamo il primo chakra, lo apriamo verso la terra, verso il suo centro, incandescente e abbagliante. Dalla terra l’energia sale, è una Kundalini tellurica, calda e viva. Sento che sale al cuore, lungo la colonna e prosegue fino alla nuca, sento che entra senza sforzo e si unisce alla luce del centro della testa. Qualcosa si apre e si alza verso l’alto. Tutto il gruppo entra in contatto con il cielo, e la luce dall’alto scende, si spande alla testa, si muove dolce, come una nebbia lucente scende al petto, al cuore, alla pancia, fino al primo chakra. Tutto il corpo ne è pervaso. Apriamo il cuore e sentiamo Gaia, i suoi insetti, le sue foglie, i suoi sassi, le sue atmosfere. Sentiamo il dolore e la sofferenza della terra e la respiriamo nel cuore, trasformandola in luce che rimandiamo dove è più necessario: dalla Bosnia, l’uccello che in quell’istante veniva ucciso dal colpo di fucile di un cacciatore (è il primo giorno di caccia), a Chirac... Poi sentiamo l’intera energia del gruppo. La sensazione di uovo "energetico" che mi avvolge fino ad abbracciare tutte le altre aure in un grande uovo aurico collettivo. Mi sento espanso e fuso senza limiti in questo campo di energia che chiamiamo Buddhafield. E’ uno stato di coscienza allargato, soave e forte. Poi, quando l’energia è più unita chiamiamo l’energia dei Maestri: Buddha-Maitreya (Luce/Amore). Si sente scendere luce nel centro del gruppo, nelle nostre teste, nel cuore, dentro ogni fibra del corpo. Il silenzio è denso e profondo. Si sente l’unità, il "contatto" con energie più elevate. Dopo qualche minuto di silenzio facciamo un Gachami.

 

 

VI° CHAKRA

VI° Seminario - Pomo Rosso 7-8 Ottobre 1995

 

Il sesto livello: Gaia e la visione globale

Il sesto livello corrisponde agli occhi, alla parte superiore del cervello e alla ghiandola ipofisi. Sul piano della coscienza corrisponde al livello della coscienza planetaria, ossia al livello in cui ci si sente uniti alla grande vita della Terra, alla coscienza di Gaia, dal nome della anticha Dea greca che anima il nostro pianeta. Il sesto livello contraddistingue i grandi santi e i maestri spirituali, come San Francesco, Atisha, Sosan, Alce Nero e infiniti altri saggi che hanno illuminato l’evoluzione umana. Questo seminario diventa un’occasione per parlare e per sentire la Terra vicino a noi, per percepire che noi siamo la Terra. Sperimentiamo ancora la meditazione di Gaia. Albert Einstein sosteneva che "La religione del futuro sarà una religione cosmica. Deve trascendere un Dio personale ed evitare dogmi e teologie. Includendo insieme il naturale e lo spirituale, dovrebbe essere fondata su un senso religioso nascente dall’esperienza di tutte le cose naturali e spirituali come una significativa unità." La Terra è un pianeta sacro perchè ospita la vita e la coscienza. La maggior parte dei pianeti hanno solo un corpo fisico, inanimato, come la luna, altri ospitano forme di vita primitiva, vegetale come forse Marte o Venere, ossia hanno un secondo corpo vitale, altri ancora ospitano anche forme di vita animali, come ha ospitato la Terra nelle ere precedenti alla nostra e come probabilmente innumerevoli pianeti nell’intero Cosmo. E’ questo il terzo corpo planetario, che corrisponde alla terza densità cybernetica relativa allo scambio di informazioni mentali-istintive tra gli esseri che abitano il pianeta. Queste prime tre categorie sono associate alla vita ma non ancora alla coscienza. La coscienza animale è una semplice consapevolezza di sé e dell’ambiente, non giunge alla comprensione dell’aspetto spirituale dell’esistenza. Solo la coscienza umana è capace di questo salto quantico verso il divino. Per questo la Terra è sacra, perchè ospita la coscienza. La coscienza, o meglio l’autocoscienza è la quarta densità di coscienza. La comunicazione di informazioni relative allo spirito, è il quarto corpo planetario: il corpo della consapevolezza di Sé. Il teologo e paleontologo Padre Teilhard de Chardin ha chiamato questo quarto livello evolutivo Noosfera dal greco Nous, la coscienza, la Mente pura. Noi esseri umani siamo le cellule di questo corpo di consapevolezza, noi siamo il sistema nervoso di Gaia, la sua parte pensante e cosciente. Purtroppo l’umanità attuale ha da tempo perso questo contatto con la propria anima e quindi si è sconnessa con l’Anima Mundi, la coscienza di Gaia. Per questo da millenni viviamo nella guerra e nella separazione. Occorre riaprire il nostro contatto col pianeta, e per questo prima occorre riaprire il contatto con la nostra anima, occorre riaprire il biofeedback cybernetico che riporta la coscienza su se stessa, quello che Teilhard de Chardin descriveva come la capacità della mente di rigirarsi su se stessa.

 

 

Contatto con Gaia, la coscienza planetaria

L’occhio che vede l’osservatore: il che osserva se stesso. La Terra è Gaia, è un pianeta vivo e sacro, con Lei possiamo di nuovo comunicare, entrare in sintonia, con la materia delle montagne e delle acque, con i suoi venti e i suoi infuocati vulcani, che ne manifestano il calore interiore. Possiamo di nuovo sintonizzarci con le foreste ed ogni singolo filo d’erba, possiamo guardare negli occhi delle sue creature e vedere lo stesso profondo oceano di vuoto e coscienza. Riapriamo ancora il cuore agli esseri umani e alla tremenda sofferenza che da millenni oscura il pianeta. Segno dei tempi oscuri degli ultimi millenni, quello che viene chiamato Kali Yuga, l’età della cecità spirituale. Fermiamo questa follia di distruzione ecologica, fermiamoci e ascoltiamo il cuore e il respiro, sistemi fisiologici connessi con la vita e la psiche. Tutti insieme, in cerchio entriamo in uno spazio di meditazione e, per dieci minuti, sentiamo il nostro corpo fatto di Terra (solidi, acqua, gas e calore), se avete bisogno di un po' di energia per concentrarvi pronunciate "om" nella pancia e dove siete seduti, poi per dieci minuti sentite il cuore, le braccia e le mani e respirateci dentro, apritelo e mandategli un sorriso, se volete potete usare il suono "ah", poi sentite il respiro che sale dal naso e arriva alla radice del naso, tra gli occhi, fino al centro della testa. Portatevi luce, attenzione, energia e respiro fino a che non sentite che si apre sopra la testa e percepite il contatto col Cielo, con la Luce, l’antico Dio Sole, se volete pronunciate "hum" e alzate le mani al cielo fino a sentire che si riempiono di energia soffice e densa, che scende al cuore e a tutto il corpo. A questo punto vi centrate e vi sentite voi stessi, siete Uno.

Chiedete il contatto con Gaia, per la vostra evoluzione e per il bene di "tutti gli esseri senzienti", chiedete di entrare in comunicazione con la saggezza spirituale che onora la Terra, con lo spirito di pace e unità che ci lega ai veri maestri. Questa motivazione di aiuto globale e disinteressato crea la giusta energia positiva per il contatto.

Ora aprite i canali della pelle, 360 gradi solidi tutt’intorno a voi. Siete in contatto con Gaia. Siete in contatto con la sua materia, vita, emozione, mente e coscienza

Vi sta arrivando un megatone di energia e sensazioni olografiche. I pori si aprono alle sensazioni, ad occhi sempre chiusi cominciate a vedere luminosità in trasparenza.

 

La visione spirituale del Buddhafield e del pianeta

Più entrate in silenzio più questa "Porta del tempio di Gaia" si apre a voi... e voi vi scordate per un istante (a volte lunghissimo) di chi siete e per un istante siete Gaia. Siete sempre stati parte di Lei, ora ne siete anche coscienti. Sei diventato un neurone luminoso nella rete di coscienza planetaria, una trama che con la tua luce e coscienza è diventata un poco più vicino all’unità. Di questa trama Internet, la rete planetaria dei computers, rappresenta la parte materiale-cybernetica: il suo sistema nervoso informatico.

Questa era anche una antica tecnica italiana, San Francesco la praticava incessantemente, come molti saggi Taoisti, Zen o Navaho, sentendo l’Acqua e il Sole e ogni cosa vivente come fratello e sorella. Vi sono innumerevoli gruppi nel mondo che praticano tecniche analoghe in tutto il mondo, per creare dei "Punti Luce" sempre più fitti. E’ come quando si accendono migliaia di candele o accendini nel buio, una in più fa differenza. Come quando migliaia di onde realizzano di essere l’Oceano. Siamo onde della grande coscienza, questo è il significato del simbolo e del segno dell’Acquario. "E la goccia si perde nel fulgido mare" sciveva un poeta mistico. Questa connessione con Gaia porta molta energia e pace: occorre utilizzarla per il bene di Gaia.

Nel lavoro sul sesto livello, connesso con il sesto chakra o "terzo occhio" viene data molta attenzione alla visione interiore, alla percezione del nostro corpo e dell’aura energetica che lo circonda come se fosse fatto di luce, con differenti densità di brillantezza e con differenti colori. Il sesto livello essendo connesso con il superconscio collettivo, o coscienza di Gaia, ci stimola a percepire soprattutto le energie collettive che si creano nel gruppo durante la meditazione in cerchio, che, la maggior parte dei partecipanti sente come una sorta di aura luminosa che circonda l’intero gruppo, come un uovo di luce bianca o dorata che lo sovrasta. Questa percezione corrisponde esattamente al Buddhafield, il campo sincronico collettivo delle coscienze. Alcune volte i partecipanti raccontano anche di aver visto l’intero pianeta come una grande luce o una sorta di rete di cui noi siamo uno degli innumerevoli piccoli nodi. Lo sviluppo delle percezioni sottili di se stessi, del gruppo o dell’intero pianeta, è e sarà una delle più importanti caratteristiche della nuova educazione, perchè permetterà di superare i concetti ideologici di fratellanza e uguaglianza tra le persone e i popoli della Terra con l’esperienza diretta della visione energetica dell’unità.

 

La grande incognita dei ricordi di vite passate

In questo seminario, grazie al lavoro di meditazione e liberazione delle energie precedentemente svolto, è possibile ricordare, attraverso precise tecniche di regressione, le memorie di vite passate. Nel sesto livello infatti noi attingiamo dalla coscienza collettiva una serie di informazioni estremamente elevate. I ricordi di vite precedenti rappresentano un grande enigma e una grande sfida per la nostra mente di occidentali, abituata ad una visione spirituale più razionale e ristretta. Negli ultimi dieci anni si sono moltiplicati infatti i casi riportati di bambini che affermano di ricordare vite precedenti nei particolari o di persone che, durante rilassamenti o normali regressioni ipnotiche, iniziano a rivivere intensamente delle emozioni e dei fatti accaduti centinaia o migliaia di anni fa, esattamente con la stessa certezza di ricordare avvenimenti vissuti in questa vita. Sono ormai numerosi i ricercatori come il Prof. Jan Stevenson o il Prof. Prasad che, presso università statunitensi, europee o asiatiche studiano i casi di reincarnazione in modo scientifico. A livello terapeutico i casi di regressione in vite passate (o in memorie di presunte vite passate) sono estremamente significativi riuscendo a produrre miglioramenti evidenti e subitanei in pazienti affetti da manie, fobie, paure o altre turbe psichiche croniche non correlabili a chiari eventi traumatici vissuti precedentemente. Queste memorie sono vere? Sono forse dei sogni così lucidi da apparire realmente vissuti? Sono realmente le nostre esperienze o forse sono memorie che noi captiamo dall’inconscio collettivo dell’umanità e in cui ci identifichiamo? Certo è che dopo un’esperienza di questo tipo molte persone smettono di avere paura della morte e assumono un atteggiamento molto più maturo e profondo, proprio come se la loro saggezza diventasse improvvisamente quella di chi ha vissuto molte vite.

 

 Tecniche: Tratak, l’occhio è lo specchio e la memoria dell’anima

Tra le numerose tecniche di sesto livello non si può dimenticare il Tratak. La sua attuazione in un gruppo richiede un livello già abbastanza profondo di esperienza interiore, durante il sesto seminario è quindi possibile farla. Si pratica da seduti, a coppie, semplicemente guardando un partner negli occhi per un tempo dai trenta ai quaranta minuti, senza chiudere o muovere gli occhi. Occorre farla verso sera o di notte con due candele accese ai lati di ogni coppia, spesso è molto fastidioso inizialmente non ammiccare, gli occhi bruciano e lacrimano, ma bisogna tenerli assolutamente fermi e aperti. Si sperimenta dapprima una sorta di alterazione visiva di origine neurofisiologica, i colori e la forma del viso cambiano e si trasformano, e in quella modificazione l’inconscio ha uno schermo potente su cui proiettare le proprie paure. Nella prima parte della meditazione si vede il viso del compagno o dalla compagna diventare mostruoso, o deforme o vecchio, durante questa fase non ci si deve molto preoccupare di ciò che si vede, è una sorta di pulizia dell’inconscio. Nella seconda parte il viso ritorna "normale" ma è come se fosse il viso di un’altra persona, a volte di altre razze o di altre età, solo gli occhi - vero specchio della nostra intima identità di coscienza - restano gli stessi, siamo entrati in contatto con le memorie karmiche della persona di fronte, vediamo le sue vite passate, conosciamo i suoi dolori e le sue profondità.

 

Silvia: Iniziamo questo seminario di ottobre già preparati spiritualmente ai temi che dovremo indagare, poichè il clima che ci sostiene e in cui ci muoviamo è quello, ormai, di un allargato stato di coscienza. Le esperienze intense che insieme abbiamo vissuto hanno infatti contribuito ad innalzare il nostro livello di consapevolezza sui centri più elevati del nostro essere, verso quella visione interiore, propria del "terzo occhio", che è sintesi, nel centro della fronte, dei due separati sguardi degli occhi fisici. Lo scopo che ora ci proponiamo è di riuscire a "vedere" con gli "occhi della mente", di riuscire a portare il centro di comando delle idee e delle emozioni, che ha sede nella testa, su un più elevato livello di lettura della realtà, che è dato da una comprensione profonda, sottile, trasparente, del mondo dei significati.

Iniziamo il lavoro distesi a raggiera nel cerchio, come tanti petali di un unico fiore, quasi a delineare, con questa figura di rotondità, la compenetrazione dei due emisferi cerebrali in un’unica entità vivente. In questa posizione ci massaggiamo gli occhi, li facciamo poi roteare seguendo il percorso di una lancetta che scorre le ore sul quadrante di un orologio, fino a coprire tutto il campo visivo disponibile intorno a noi: notiamo i punti mancanti, tutti gli spazi che questo sguardo panoramico non è riuscito a carpire. Queste sono le zone oscure, anche di noi stessi, che ancora ci rimangono precluse, buchi neri di consapevolezza che sfuggono alla nostra attuale comprensione.

Per rimuovere il più possibile i blocchi, all’altezza della nuca, che ostruiscono il canale di trasmissione dell’energia informazione - a volte troppo intensa, proveniente da tutti i punti del corpo, (canale che dal collo sale alla testa) - ci massaggiamo, in coppia, il collo, la testa, le palpebre; ricongiungiamo così il flusso vitale, che era rimasto separato dal "capo". Il "capo": che nella sua pretesa di "governare" troppo spesso è portato a dimenticare l’esistenza e le necessità più vere dei suoi "sudditi", che sarebbe invece suo compito considerare. Questo "capo", a volte così rigido da non voler vedere, è chiamato ora da noi, a lasciar cadere il bastone del suo comando, e a sostituirlo con una visione più allargata, e comprensiva, delle proprie realtà interne e di quelle esterne. Ed è per capire più a fondo "Chi siamo", quello che veramente conosciamo di noi stessi, che Antonella esce nel cerchio."Dimmi Chi sei!" "Dimmi Chi sei!" "Dimmi Chi sei!", la voce che le pone la domanda non le lascia tregua, la incalza, esige una risposta, qui, adesso. Antonella piange, si dispera, non si ritrova più nelle maschere abituali che ha indossato per così tanto tempo, non si ritrova ancora all’interno di sé, nello spazio vuoto e immenso dell’anima. Recuperare un’immagine più vera, allargata della nostra identità, significa allora "disidentificarci", prendere le distanze dal vissuto immediato della nostra vita presente, riconnetterlo al ricordo delle tante vite passate, nelle quali, in altri tempi, ci siamo calati, e che hanno contribuito a renderci così come ora siamo; cerchiamo, allora, di aprire l’armadio che contiene tutti i nostri "vestiti", non solo quelli già usati, anche quelli futuri, e quelli indossati su altri pianeti, in altri punti del cosmo, partiamo per un viaggio attraverso il tempo alla ricerca di noi stessi. Ci sdraiamo sul materassino, vi aderiamo quanto più possibile, quasi a cercare protezione e sostegno durante il viaggio, come tanti astronauti nelle loro navicelle spaziali, in attesa di iniziare il volo. Chiudiamo gli occhi, la musica inizia a suonare, comincia la Regressione... Terminato il "viaggio" ci sediamo tutti insieme nel cerchio, pronti a raccontare le esperienze che abbiamo vissuto, ancora per metà sospesi negli spazi che abbiamo attraversato, immersi nelle diverse epoche che abbiamo visitato.

Mi trovo in un convento, l’epoca è il Medio Evo, sono in una grande cucina dove su un lungo tavolo sono appoggiate sparse delle patate da pulire. Sono molto giovane, quindici o sedici anni al massimo, bruna, piena di voglia di vivere, indosso un abito lungo di velluto, bordeaux, e una collana di pietre di colore giallo. Osservo il mio sguardo, che incrocia quello di un giovane uomo, anche lui bruno, che si trova in quel momento a passare nella stanza vicina, accompagnato da un gruppetto di persone, che ricoprono un ruolo di potere all’interno del monastero. I suoi occhi, anche se solo di sfuggita, mi comunicano un desiderio di amore che io contraccambio. Ma una relazione tra noi è impossibile; entrambi apparteniamo a famiglie "importanti" della zona, tra breve prenderò i voti, e anche lui già occupa, o occuperà, una carica ecclesiastica all’interno della struttura religiosa. Mi trovo ora in una camera da letto nuziale, il chiarore del giorno si espande dalla finestra aperta sul verde della natura; osservo il letto, sfatto, protetto da veli, ormai vuoto. Vado al momento della mia morte. Giaccio, seduta su un pagliericcio, in una piccola e nuda cella di monaca; qui, serenamente, sono assorta nei miei esercizi di contemplazione, e aspetto la morte come fosse una benedizione. Dalle sbarre della finestrella vedo irradiarsi una luce luminosa, un sole che espande i suoi raggi all’interno dell’umile stanza, e a questa luce va incontro il mio essere, abbandonandovisi con gioia.

Scendo nuovamente i dieci gradini della scala che mi conduce ad un’altra vita del mio passato. Siamo in una città francese. Un uomo ormai vecchio, incurvato dagli anni e dalla responsabilità che sente verso l’umanità, cammina con passo lento, affaticato, nel suo "studio" di alchimista, medico, farmacista. Conosce i segreti della natura, la chiave per svelare i misteri del mondo, per alleviare le pene degli altri; a questa, che sente come una missione, ha consacrato l’intera sua esistenza. Lentamente si siede vicino ad una specie di tavolo rotondo che contiene nel centro un’ incavatura, è un "mobile" da lavoro, una sorta di calderone per "sperimentare". Ora, con gesto lento, prende una tazza appoggiata sul bordo, ne beve il contenuto, e improvvisamente si torce su se stesso, quasi fulminato dal veleno che ha ingerito, solo pochi attimi di dolore lacerante lo separano dalla sua morte, si accascia ripiegato sulle sue gambe, ormai privo di vita. Vedo una fiammella di luce salire velocemente al di sopra del suo corpo, sospinta da un’energia molto forte che la innalza in verticale, con una traiettoria diritta, e senza indugi si allontana. Al di sotto, poco sopra il mare, una nuvoletta di vapore bianco-latte lentamente si "scioglie" e si disgrega. (La città forse era vicina al mare, Marsiglia.)

Comincia l’inbrunire; stiamo raccolti nel centro della grande stanza sempre più debolmente illuminata dalla luce del tramonto. Il momento e l’atmosfera ovattata che ci circondano sono favorevoli per cominciare il Tratak, un’altro percorso attraverso il tempo: scegliamo un compagno, ci sediamo di fronte a lui formando così due cerchi concentrici, uno esterno e uno interno, e ci fissiamo negli occhi, senza distogliere mai lo sguardo, concentrati a vedere le immagini che coglieremo riflesse sui visi, a leggere nel volto che abbiamo di fronte lo scorrere delle molteplici identità delle sue vite passate. Sono seduta davanti a Miriam, e vedo, nello specchio del suo volto, l’immagine di un "Tuareg", di un uomo del deserto, che sta combattendo a cavallo; vedo il viso, vecchio e rugoso, di una donna indiana d’America. E Miriam scorge, in me, l’immagine di una anziana donna tibetana con la pelle profondamente solcata dal tempo.

Il cielo si è ormai completamente oscurato, una grande luna, quasi piena, diffonde la sua luce tutt’intorno alle colline, penetra nei boschi, e, facendo dono di sé, visita la nostra sala. Ci sediamo nella posizione del loto, silenziosamente, con rispetto, nel cerchio luminoso che si è creato, come d’incanto, in questo sacro spazio di meditazione; respiriamo i suoi raggi, e con essi, l’atmosfera notturna dell’universo. E sentiamo il nostro essere dilatarsi, rompere gli argini angusti del confine della sua persona, interamente ora espandersi per penetrare sempre di più nel mistero dell’esistenza.

Stiamo entrando, ormai, nell’Era dell’Acquario, e tutte le gocce d’acqua dei mari si uniranno nel grande oceano di questo pianeta-terra, solo se, e quando, l’uomo

 

sarà disposto ad essere parte, con gli altri uomini, di una comune coscienza planetaria; solo se, le tante cellule, che noi stessi siamo, di un unico organismo, la terra, saranno disposte a riconoscersi, a collaborare insieme al progetto dell’evoluzione, che è il senso del loro stesso esistere. L’Era dei Pesci, che ormai volge al tramonto, segnata dalla lacerante opposizione di "contrari" sempre in conflitto, emerge ora nel suo proprio significato di una mai appagata sintesi di conciliazione e pacificazione, dai nostri stessi racconti, dagli episodi che emergono delle nostre vite passate, in cui, esclusi pochi, rari momenti, protagonisti assoluti appaiono essere la violenza, l’incomprensione, la scissione. Questa Epoca, che ancora viviamo, si presenta ora al nostro sguardo in trasparenza: come il tessuto più recente su cui si intrecciano ancora i diversi fili delle nostre esistenze, il grande arazzo delle infinite vite, che hanno abitato, e abitano tuttora, la terra. Ed è per cominciare a cambiare, realmente, il disegno di questo arazzo che siamo qui; e insieme a noi, tanti altri gruppi nel mondo stanno lavorando a questo cambiamento, consapevoli tutti di quanto sia preziosa, insostituibile, la volontà di ogni singolo essere per attuare il processo globale della trasformazione.

Il prossimo sarà il nostro ultimo incontro; l’ultima, provvisoria tappa di questo percorso comune, nel quale ci ritroviamo tutti compagni di strada, di un cammino che continua.

 

 

Programma svolto nel sesto seminario

Cerchio: Discorso di Nitamo sul terzo occhio, la visione interiore

Massaggio degli occhi

Massaggio a due del collo, della testa, delle palpebre

Cerchio: Discorso sul "dimmi chi sei", Antonella esce nel centro

Commento 4+4 su Antonella, feed-back

Regressione n.1

Tratak

Meditazione Vipassana al chiaro di luna

Cerchio: Discorso di Nitamo sulla disidentificazione. Passaggio dall’era dei Pesci all’era dell’Acquario

Respirazione Globale di due ore

Massaggio a due alla testa

Regressione n.2

 

 

 

ESPERIENZE PERSONALI

 

 

Cerchio

 

Flavia - Antonella entra nel cerchio. Di sé ritrova l’immagine, che si è sempre data, del clown che fa ridere (ma anche piangere), e che non le serve più a niente, e non sa chi è e se ne dispera. A quattro a quattro ci interroghiamo su cosa ha suscitato in noi la disperazione di Antonella. Anch’io non so più chi sono, sono sopraffatta dal dolore di aver sempre aderito ad un’ immagine che mi faceva credere di essere accettabile, amata e voluta, un’immagine buona e acquiescente. Vorrei essere quel che sono senza più bisogno di chiedermelo, vorrei staccare la spina della testa che è sempre lì ad interrogarmi, catalogarmi, etichettarmi, paragonarmi agli altri. Essere e basta, accettarmi e basta, senza più il bisogno di sapere cosa sono o di conformarmi. Sento quanto egoica, narcisistica sia quella strada, sento che la mia coscienza ha bisogno di direzioni diverse, senza mete, senza modelli. Poi vivo momenti di grande sconforto (sempre l’ego lì in primo piano a sentirsi importante e a riferire tutto a sé). Penso che mi ci vorranno venti Accademie per trasformarmi ed io ho già 53 anni.

 

 

Regressioni

 

Lorenza - Ho avuto paura nel vedere la mia morte. Ci ho girato intorno per un po' di tempo, non volevo. Poi mi sono decisa, volevo superare questa paura. Allora sono morta, sono uscita dal corpo, sono risalita in cielo volando e mi sono guardata per molto tempo con soddisfazione perchè non avevo paura di guardare il mio corpo morto.

 

Lorenza - Ricordo bene il vissuto di questa tecnica, mi è rimasta vivamente impressa. Ricordo le scale, la porta, e poi l’uccello, un grande uccello sulla cima della montagna, a picco. Bellissima la sensazione e la visione del paesaggio intorno. Spazio, tanto spazio, aria, tanta aria, cielo, lontananza, e poi un enorme senso di libertà. L’uccello si libra in volo con delle ali grandi, grandi, e guarda in basso tutto lo spazio infinito. Sta bene, è soddisfatto, si sente forte e soprattutto libero, libero. Quella sensazione di libertà e di piacere che provava l’uccello non riesco proprio a dimenticarla.

 

Vittorio - Ciò che è molto importante per me è il ricollegarsi con il mio spirito, con il mio corpo di luce, in modo da riconquistare quel fluire con il tempo eterno, in una dimensione terrestre in cui possa ritrovare in maggior misura il senso della vita, chi sono e che cosa sono qui a fare. Penso, che solo riallacciandomi ad esperienze passate, possa scoprire tutto ciò; un barlume l’ho intravisto: sono uscito come corpo di luce, mi sono unito al mio corpo attuale... per curare il prossimo con la mia energia, forse, vedrò!

 

Flavia - Apro la porta della mia casa di campagna dove sono vissuta nei primi 3/4 anni dell’infanzia (c’era la guerra), la casa dei miei nonni che abitavano con noi, con altre figlie (le zie). La stanza è grande e piena di gente, io sono piccola e sono accucciata sul tavolo, gattono qua e là, sono al centro dell’attenzione e dell’amore di tutti, specialmente del nonno, che è tenerissimo con me perchè sono l’ultima della covata di bambini. Mi sento privilegiata, contenta, mi dispiace lasciare questa stanza così ricca di calore, di calda atmosfera familiare, quella che poi in futuro sparirà per sempre dal mio vissuto, e che non saprò ricreare nemmeno nella mia famiglia. Apro un’altra porta (questa non riesco a vedere bene come è fatta) ed entro (ho 5/6 anni) in una stanza dove su un letto c’è una ragazza di 19 anni morta. E’ il mio primo impatto con la morte e ne sono molto colpita. Non è una persona che conosco, ma sono molto commossa lo stesso. Non so se è cominciata allora la mia attrazione-paura nei confronti della morte. Chiedevo a cugine e amiche, a quale delle loro compagne di scuola era morta la mamma, o (ma mi colpiva un po’ meno) il papà. Giravo a lungo nei cimiteri, identificandomi soprattutto nei bambini morti. La ragazza che ho visto nella stanza si chiamava Teresina, aveva dei lunghi capelli biondi e le braccia incrociate. E’ il primo momento di mistero profondo che ho vissuto.

 

Flavia - Per la prima volta affiora non un’immagine dell’infanzia, ma già mentre scendo le scale, vedo il muro di pietra sul quale appoggio la mano, è una scala vecchissima, siamo forse nel ‘600, indosso un vestito lungo, sono una donna di circa 35 anni. In fondo alle scale mi accosto ad una porta di ferro rossa e la stanza in cui entro mi fa un po’ paura, è tenebrosa. Io non capisco all’inizio perchè ho paura, poi mi sembra di sapere che ho paura degli uomini. E non so se la stanza è un rifugio o una prigione. Ci sono molti libri e vari attrezzi. La paura mi si scioglie un po’ quando scopro che c’è una finestra, piccola, dalla quale si vede un bellissimo prato verde. Il luogo potrebbe essere l’Irlanda o un posto della Francia con vecchi castelli e fortezze. Al momento di visualizzare la mia morte appare un’immagine fugace di un letto a baldacchino, ma non è lì che sto morendo. C’è anche una specie di torrente un po’ in piena ma anche lì non mi vedo morire, mi vedo invece subito dopo la morte, salire velocemente senza attraversare tunnel, in una luce sconfinata nella quale prendo a fluttuare, ed è una sensazione di profonda gioia e benessere. Quando lasciamo la stanza e ricomincio a salire le scale, sono ancora una forma di luce, non ho più nè il vestito nè il corpo. Quando di nuovo nel cerchio ci diamo le mani, sento tutti gli altri come forme di luce e sento tutta la terra avvolta anch’essa da una coperta di luce, e noi qui al Pomo Rosso collegati da un’unica energia lucente. Per me è stata un’esperienza molto forte e molto nuova: vorrei trattenere questa sensazione e continuare a vedermi e a vedere negli altri quella forma di luce così vera.

 

Tina - Regressione 1. C’è un sole accecante, orci di terracotta, dei cammelli. "Io" sono a cavallo. Sono un uomo di 32 anni, ho i capelli neri. Monto una splendida cavalla araba, candida. Sono un principe, un capo villaggio. Vado alla ricerca della mia casa e mi trovo in un patio. La luce è cambiata completamente, non c’è più ora il sole accecante ma un’ombrosa frescura, palme, cespugli verdi, gorgoglio di fontana. Cammino sotto il porticato di questo patio, indosso una lunga veste svolazzante, mi corrono incontro 5 o 6 bambini in età tra i due e gli 8 anni. Io li amo. Entro nella casa ed in ombra ci sono le mie quattro mogli. Non provo per loro nessuna emozione, fanno semplicemente parte della casa. Passando ho per una di loro un gesto sgarbato, quasi violento. (Devo andare avanti negli anni e raggiungere il punto della mia morte). Sto galoppando, ho ancora una volta una cavalla bianca che amo molto. Sono avanti negli anni, posso dire che sono un vecchio. Sto conducendo un’azione di guerriglia ed è evidente che a queste scaramucce sono abituato. Galoppo davanti agli altri, solo il mio cavallo e il mio turbante sono bianchi, gli altri al mio seguito hanno cavalli e turbanti scuri. Imbraccio un fucile e sparo galoppando a briglia sciolta, ed ecco che in pieno petto mi raggiunge una fucilata: la mia emozione più grande è di incredulità, non c’è dolore ma un enorme stupore: mi credevo invulnerabile! (Ora devo uscire dalla porta di quella vita ed entrare in un’altra).

 

Tina - Regressione 2. Sono una donna greca giovane e bella, prosperosa. Indosso un abito di un marrone caldo dorato, con un velo dello stesso colore ornato da una medaglietta dorata. Credo di essere una zingara. (Devo andare al momento della mia morte). Sto affogando nelle acque del Mediterraneo. Mi manca il respiro, e sto piangendo quando mi viene detto di lasciare il corpo, ed io vedo uscire dall’acqua un velo di fumo bianco. Sono nel nulla, ho un momento di incertezza e poi via, verso est, LA LUCE, quella è CASA, quello è il posto dove vorrei essere e una nostalgia struggente, la madre di tutte le nostalgie mi prende al petto e piango, piango, piango...... il mio è un dolore inconsolabile, ma non cerco consolazioni, voglio tenermi questo dolore, questa emozione, voglio tornare a CASA!

 

Tina - Regressione 3. Sono un uomo, un samurai, ho la netta sensazione di un corpo dalla statura più bassa di quella mia attuale, e sono ingabbiato in una armatura poderosa nera e oro. Davanti a me si apre una radura, tra gli alberi, ricoperta di cadaveri, di guerrieri morti - a me sembrano gusci vuoti - e, al di là di questi cadaveri, c’è il mio compagno. Ci guardiamo (è come se lui fosse la mia parte oscura). Ripuliamo le nostre katana senza la minima emozione, e ci allontaniamo a cavallo. (Questa totale indifferenza mi sconvolge e piango). (Devo andare al momento della morte). Vedo la scena di una battaglia, una grande battaglia. C’è molto fumo, rumore, cavalli, guerrieri... Io sono sotto un albero, colpito da una lancia. Al mio fianco è disteso il mio compagno. Siamo morti insieme.

 

Tina - Regressione 4. Sono un ragazzo di 24 anni, con i capelli lunghi fino alle spalle. Indosso una calzamaglia rossa, un giustacuore di velluto verde scuro, un cappello di velluto morbido con una piuma, ed una corta mantellina. Sul petto ho un medaglione intagliato. Sono a Siena ed è il 1300 circa, mi trovo vicino ad un pozzo ottagonale in pietra scura, il selciato della piazza è in pietra chiara ed intorno c’è un porticato con gli archi a sesto acuto. Guardo le ragazze che passano, loro mi sorridono, ma dentro di me non ci sono emozioni. Una ragazza mi guarda più delle altre, ha una acconciatura di velluto viola, ed è accompagnata da alcune donne. La scena cambia: è il giorno del mio matrimonio, combinato dalla mia famiglia e da quella della ragazza. La cattedrale sfavilla di luci, tutto è bianco e oro ed estremamente sontuoso. Poi vedo il nostro palazzo: c’è un salone dal soffitto altissimo con una parete ricoperta interamente dal gonfalone di famiglia, rosso e oro. Mia moglie ed io siamo nella camera nuziale, lei indossa una camicia bianca quasi monacale, ed è distesa con i capelli biondi sciolti. Io sono seduto sul letto a baldacchino dalle cortine bianche. Indosso un camiciotto bianco dalle maniche molto gonfie e sto pensando: "io qui cosa ci faccio"? Voglio andarmene. E’ trascorso del tempo, sono ancora nella camera nuziale. Mia moglie è stesa sul letto, morta. Ha uno strano e brutto colore, molte persone intorno, e accanto a me i nostri cinque bambini.

Cambia la scena: sono nel salone seduto al lunghissimo ed imponente tavolo. All’altro capo del tavolo c’è mia madre con in testa qualcosa che assomiglia ad un diadema. Ai lati del tavolo i bambini che sembrano ancora più piccoli in quella camicia così importante. Mia madre è fredda e distante. Ha uno scopo ben preciso, poichè io sono vedovo vuole prendersi i miei figli. Ma io non voglio perchè so che li crescerebbe come ha cresciuto me, nell’indifferenza, senza cuore, ed io non voglio che loro crescano così. Lei però ha del potere su di me ed io non riesco a ribellarmi. Sono solo nel palazzo e ho in mano una coppa d’argento e sto bevendo. Soffro il gelo di questa solitudine. (Devo andare al momento della mia morte). Ho 45 anni ma sono un vecchio, i miei capelli sono grigi e tutto il mio essere è grigio. Sono il signore della città e mi trovo nel Palazzo del governo. Tra i personaggi che mi circondano c’è il mio primogenito che ha 20 anni, ma siamo due estranei. Muoio appoggiando la testa sulle braccia, seduto al tavolo del governo. Non so se è morte naturale perchè ho uno strano colorito. Mi sento in alto da dove vedo la mia figura ripiegata che diventa sempre più piccola.

 

Serena - Ad un certo punto del rilassamento mi trovo in un tunnel sul quale si affacciano molte porte chiuse. Una di queste si apre, lasciando entrare molta luce. Il momento successivo mi trovo fuori e vedo una ragazzina seduta per terra su una specie di promontorio, dal quale si ha una visione molto ampia sul mare, con un orizzonte che crea un semicerchio enorme. La ragazzina ha circa dieci, dodici anni. La sensazione che provo, è quella di essere al suo posto e di sentire quello che lei sente. Ha i capelli biondi, forse con le trecce. Indossa una sorta di vestito di panno, comunque ruvido e semplice. Sandali. E’ gracile. Con le braccia stringe le gambe al petto e guarda il mare. E’ un’immagine, come una fotografia silenziosa, che non suscita nessuna emozione, nè a me, nè alla ragazzina che sono io. Solo una vaga tristezza. E’ un momento delicato, cerco di guardarmi intorno e di capire che cosa succede. Poi, improvvisamente sale un’emozione fortissima, come un’onda che mi parte dal ventre e che si muove al tempo stesso dal mare, e ci travolge. A me e alla ragazzina. Un dolore che prende tutto il corpo, e so benissimo perchè: mio padre è morto in mare. E’ partito un giorno con gli altri, su quella nave. La nostra vita è fatta di mare: è normale che sia così. Lui è partito e non è più ritornato. Forse in guerra, a pesca, non lo so, ma è molto doloroso. Sento una specie di vuoto, mi manca da morire la sua figura rassicurante. Gli volevo proprio un gran bene.
L’immagine successiva, un altro punto saliente di questa vita, è quella della piazza impolverata di un villaggio. Forse è notte, comunque non c’è molta luce. Nitamo pone delle domande e le risposte salgono da sole: in pratica dico la prima cosa che mi viene in mente. Siamo in un paese scandinavo nel 650, o giù di lì. C’è una specie di cerimonia in corso. Io mi riconosco in una giovane molto più solida della ragazzina della scogliera. Una bella ragazza. La sensazione, qui, è quella di paura. Paura, e la presenza incombente di un uomo, un uomo brutale, che è una sorta di capo del villaggio, o comunque un uomo molto temuto e stimato. Mi vuole sposare. A mio padre certo non era mai piaciuto e non gli avrebbe permesso di sposarmi. Ora invece devo sposare proprio lui, e ho paura. Nitamo mi chiede altre cose su quest’uomo ma io non riesco ad essere precisa: so che è stato mio marito per anni, e da lui ho avuto dei figli, sento paura, violenza, ma non vedo nessun evento in particolare. So che sono in trappola, non posso fuggire. Violenza anche sessuale, sicuramente.

Ci spostiamo ancora avanti nel tempo, e mi ritrovo nella pelle di una donna matura, ma ancora giovane. Quando lui mi ha sposata avevo forse 15-16 anni e ora potrei averne il doppio. Lui era un uomo già vecchio, anche più vecchio di mio padre, e ora è morto: una grande liberazione, un sollievo enorme, come tornare a respirare. Mi sento molto serena, piena. Ho dei figli bellissimi che mi amano. La vita continua. Nel villaggio sono una persona rispettata, e sento il calore della mia vera famiglia, del clan. Nitamo mi porta al momento della morte. Sono distesa su un lettuccio in una capanna del villaggio. Sono vecchia e piuttosto grassa. I miei cari mi sono intorno. Se devo pensare perchè sono morta sento una piccola fitta al cuore, ma niente di speciale. Poi vedo la scena dall’alto: le capanne, la piazza del villaggio, il sentiero che porta alla spiaggia, la scogliera, il mare. Il mare si allarga sempre di più. Il mare che fa parte della nostra vita ed, evidentemente, anche della nostra morte, perchè ripenso a mio padre che è morto in mare, e voglio perdermi anch’io nell’oceano. Vedo una processione di luci e una barca che viene abbandonata alle onde: è il mio funerale. Nitamo mi chiede se sto fluttuando: io sto semplicemente guardando il mare...mi ci perdo. Poi divento cosciente delle nuvole e faccio un saltino più in su, e mi riperdo. Sono in questo spazio di profondo rilassamento, quando Nitamo mi chiede se riconosco in una persona della mia vita attuale l’uomo che in questa mia vita passata è stato mio marito. Prima che lui finisca la domanda, so già che è mio padre. L’idea mi attraversa la mente come un flash, accompagnata da una forte emozione. Da questo spazio tra le nuvole, comunque, sembra di poter accettare e comprendere molte più cose.

 

 

 

Respiro Globale

 

Antonella - Stavo respirando con fatica ed accusavo dolore al torace e alla schiena. Volevo superare il mio limite, cioè andare oltre il dolore, la stanchezza. La mia mente si insinuava continuamente tra i miei sforzi di essere presente, di essere lì. Così decisi di respirare più forte, senza fare pause. Finalmente il mio respiro, diventato automatico, mi ha aperto l’accesso ad una visione confusa, ad un’emozione di terrore, di profonda paura. Io respiravo, stavo respirando eppure mi sembrava di soffocare; intorno alla gola sentivo chiusura e percepivo un’angoscioso senso di soffocamento. Ricordo di aver sbattuto ripetutamente la testa nei materassini, nel tentativo di liberarmi, di uscire...poi, un "AIUTO", urlato, involontario, imprevedibile mi ha portato fuori di lì e mi ha restituito a me stessa. Ora, che è passato, provo un rimpianto: quello di non essere riuscita ad entrarci dentro.

 

Gemma - Desidero parlare dell’effetto che questa tecnica ha provocato in me la prima volta che l’ho eseguita. Premetto che il mio corpo era incredibilmente rigido e la testa mi scoppiava per l’eccesso di pensieri preoccupanti. Superato il primo momento di vergogna nell’eseguire la respirazione di tipo animalesco, il mio corpo veniva pervaso da una sorta di piacevole corrente, che mi obbligava a percorrerlo consapevolmente tutto. Il mio corpo si era ammorbidito, e riuscivo a fare movimenti e piegamenti che mai avrei potuto altrimenti fare. La mia testa per diversi giorni è stata vuota, mi riusciva difficile pensare o dar peso alle mie vecchie preoccupazioni. Questa esperienza ha segnato in me una traccia di uno stato ottimale, raggiungibile solo con questo tipo di respirazione. Per un momento ho conosciuto uno stato di benessere, quasi ad imprimere nella mia memoria una meta da raggiungere. Con le successive tecniche è arrivato il vero lavoro, cioè la presa di coscienza di tutto il malessere interiore (e non poco) che necessita di tutta la mia volontà e forza per essere trasceso. La prima vera consapevolezza l’ho avuta nei confronti del mio cuore. Un dolore lancinante è comparso inaspettato e ho potuto lenirlo usando la tecnica di Atisha. Ogni volta che eseguo questa tecnica il mio pensiero mi riporta ai disagi affettivi dell’infanzia e della mia fanciullezza, e ho coscienza della sofferenza fisica dell’organo interessato, il mio cuore.

 

Diletta - Durante il Respiro globale di questa mattina ho sperimentato una forte dualità. Da una parte il desiderio di liberarmi finalmente da tutto ciò che mi impedisce di essere io, la vera Diletta, dall’altra la paura che questa volta mi ha costretto per ben due volte ad interrompere il Respiro globale per andare in bagno. Nitamo dice che non mi sono impegnata abbastanza, e forse ha ragione, ma sono tanto stanca.... Ciò che vedo ora di me non mi piace, e anche se so che bisogna passare questa fase per crescere davvero, questo non mi aiuta. Come l’altra volta ho sentito una grande pressione al livello del chakra del cuore, e questa volta sento di non essere riuscita a sbloccare la tensione come era successo nelle altre sessioni.
Mi sento incapace di tutto, anche di scrivere questo commento. Mi dispiace!

 

Flavia - Oggi abbiamo fatto un Respiro globale di due ore e questa volta ce l’ho messa tutta con la respirazione, ci ho proprio dato dentro. E per la prima volta da quando ho fatto Respiro globale riesco a non pensare, se non nel dare attenzione alla respirazione. Ecco: entro in uno spazio dove galleggio, volo, non ho rabbia da sfogare, non sento dolore o disperazione, sì il mio corpo ha dei blocchi allo stomaco, alle gambe ma io sono in una specie di estasi, fuori dal mio corpo, dalla mia mente, dal mio pensiero. E in questo spazio ritrovo Anita, la mia nipotina morta da poco, che scherza e mi prende e mi fa volare con lei, e prendiamo anche mia figlia con noi, e possiamo stare tutti insieme senza problemi di tempo e di spazio. Forse per la prima volta entro così profondamente in uno stato meditativo, non penso più a nulla, il corpo è totalmente abbandonato e finalmente il respiro sembra scendere, lo sento scorrere e fluire dalla testa attraverso il cuore fino giù nella pancia e nelle gambe, è tutta un’unica corrente di energia, mi sento tutta bene e non sono più in nessun posto.

 

 

Tratak

Renata - La tecnica è stata interessante. Dapprima il volto del mio compagno mi appariva mostruoso, il viso si allargava, si accorciava, i lineamenti andavano via via deformandosi. Non c’era paura, c’era soltanto la consapevolezza dei miei occhi che fissavano il suo volto. Piano piano però queste sensazioni sono andate mutando. Alla fine c’era un contatto energetico incredibile. Sentivo la mia energia e la sua energia che si fondevano nello sguardo, una sensazione molto bella di amore e di unione.

 

Serena - Guardo Antonella negli occhi e cerco di lasciar perdere le emozioni e le considerazioni su di lei. Poi c’è un momento più intenso ed è come se lo sguardo mi si fissasse e dilatasse al tempo stesso, non sento più il bruciore agli occhi nè il nervosismo e il volto di Antonella comincia a trasformarsi, gli occhi sprofondano nelle orbite, le guance si dilatano, contro uno sfondo al negativo (l’ombra dove normalmente c’è la luce e viceversa). La cosa mi diverte e spero continui. Ma in verità è una specie di altalena, nel senso che a tratti lo sguardo mi si fissa e vedo queste cose strane, mentre a tratti sbatto gli occhi o guardo di lato e tutto torna ad essere normale. Dopo un po' di questo "on and off" il volto di Antonella (nei momenti fissi) si trasforma in quello di un bellissimo giovane cinese, o comunque un uomo dai tratti orientali. Una figura molto nobile e molto intensa, un volto rotondeggiante e uno sguardo molto profondo.

 

Valeria - Raffaella ha degli occhi immensi. E’ un’indigena (Maori?). Provo molta tenerezza. Improvvisamente vedo un’immagine tra l’umano e l’animale simile ad una maschera birmana. Faccio fatica a respirare, ho un’oppressione che scompare dopo circa due minuti. Raffaella ha gli occhi lucidi. Ora vedo una donna dei primi anni del novecento con i capelli a caschetto e un’espressione dolorante sul volto. Alla fine sempre la stessa tenerezza e tanto amore.

 

Anonimo - Siamo nei due cerchi una di fronte all’altra. Sono seduta di fronte a Raffaella. Comincio a guardare impassibile ma gli occhi mi lacrimano. Vado avanti. Fisso occhioni grandi, blu, della mia compagna. La luce viene abbassata. E Raffaella si trasforma in leone. Per un attimo penso di scappare. Provo paura: continuo a vedere il leone! I capelli sono tanti, corti, arruffati. Rimangono la paura e "il leone". Lo immagino imbalsamato. I minuti passano e il viso si sta trasformando velocemente da quello di una donna giovane a quello di una donna vecchia. Gli occhi rimangono gli stessi ma i tratti sono diversi. Le immagini sono così forti e vere e mi rendo conto di quanta paura io abbia. Vado ancora avanti a fissare: ora vedo un pigmeo. La faccia rotonda come una palla tagliata a metà, la sua pelle è scura, e vedo anche una lancia. Nonostante respinga l’immagine il pigmeo è sempre lì. Continuo a fissare: oramai i miei occhi sono rigidi, il lacrimare non mi dà fastidio, e rivedo i volti di una donna che da giovane diventa vecchia. Mi faccio coraggio a guardarla meglio, ma la paura prevale. Alla fine ci abbracciamo e piangiamo. Scopro che tutte e due avevamo paura (decido di farmi un gruppo sulla paura!) e che Raffaella è davvero un leone - ascendente leone -. Scoppiamo a ridere.

 

Lorenza - Ho visto molte facce paurose, mostri, ma non ho avuto il coraggio di continuare a guardare. Anche al buio la faccia della persona di fronte faceva paura, e così è rimasta per un bel po' ed io non riuscivo a reggere lo sguardo.

 

 

Meditazione con luna piena

Flavia - Ci sediamo tutti davanti alla luna, di una lucentezza smagliante. L’abbiamo vista bianchissima già nel cielo ancora azzurro, ora nel buio da lei emana tutta la sua attrazione pacata e femminile, il suo sottile magnetismo. Le porgo il viso, il terzo occhio per averne un bagno di luce e fare entrare la sua sottile energia. La luna mi evoca spesso il mare, le onde che si ritraggono o che salgono e sento in me questo flusso caricato di argentea lucentezza. Lucentezza ed energia che si estende a tutto il Pomo Rosso, alle piante intorno, al pianeta intero, all’universo ed è bellissimo fluttuare in questa sensazione di pienezza e di scambio, sentirsi terra e pianeta e sconfinare nello spazio infinito dell’universo. Ecco, la tristezza intensa del pomeriggio si scioglie in tranquilla pienezza.

 

 

VII° CHAKRA

VII° Seminario - Pomo Rosso 18-19 Novembre 1995

 

 

Il settimo livello: la morte e la trascendenza spirituale

Il settimo livello è simbolicamente caratterizzato dalla fontanella, ossia da un

 

apertura verso il cielo, come una porta verso la coscienza superiore. Settimo livello significa quindi capacità di trascendere, di superare i limiti della propria individualità e realizzare la nostra natura superiore, cosmica. Il settimo è a ragione anche il livello della morte e della rinascita, e rappresenta uno dei passaggi più importanti nella crescita individuale e di gruppo. Non scriverò molto di questo argomento in quanto abbiamo deciso di riportare integralmente il discorso sul settimo livello che ho tenuto durante l’ultimo seminario. Le tecniche di settimo livello sono essenzialmente legate alla meditazione, a sperimentare il vuoto più profondo, ad accettare di abbandonare il proprio ego e rinascere come una Fenice. Molte di queste tecniche non riescono, occorre molta profondità per sperimentare realmente questo livello e sette seminari sono realmente pochi! Ma le tecniche e le informazioni che apprendiamo, anche se non trovano diretta esperienza pratica, rimangono dentro la nostra coscienza in attesa di essere vissute, di trovare le condizioni ottimali per potersi esprimere. L’Accademia non ha certo la pretesa, in otto fine settimana di portare una persona alla sua realizzazione, ma solo di creare i corretti presupposti di informazione, conoscenza ed esperienza, è proprio come buttare dei semi in un campo di autunno, sapendo che la maggior parte di essi germoglieranno e daranno i loro frutti alla prossima primavera della coscienza.

 

 

Discorso sul settimo livello

Adesso, tutti ancora in cerchio, Nitamo ci parla del tema del nostro ultimo seminario: il 7 livello.

"Il settimo livello è importantissimo, se lo comprendiamo ora dal punto di vista fisico, comprenderemo anche come esso funzioni dal punto di vista più sottile, avendo ogni cosa la sua relazione polare, macrocosmo/microcosmo. Sul piano fisico in questo punto alcuni rettili hanno un terzo occhio, la cosiddetta ghiandola epifisi, che, malgrado stia al centro della testa, contiene al suo interno dei recettori fotosensibili, capaci di rilevare la debole luce che, di giorno, passa attraverso la teca cranica, il cervello, e arriva esattamente in questo punto. La ghiandola epifisi, che rappresenta il settimo centro sul piano fisico, è proprio un occhio fotorecettore, che serve per capire quando è giorno e quando è notte, e quindi per sincronizzare il ritmo cosmico del pianeta (giorno e notte) e del sistema solare (stagioni) con i delicati e complessi ritmi ormonali del corpo. Gli ormoni hanno infatti dei cicli circadiani che sono perfettamente sincronizzati con i ritmi planetari e sistemici da questa ghiandola, l’epifisi, che trasmette le informazioni all’ipofisi, ghiandola madre di tutte le ghiandole del corpo, che rappresenta il sesto chakra sul piano fisico. Il settimo chakra connette il corpo con il cosmo, e su un piano spirituale connette la coscienza individuale con la coscienza cosmica. L'epifisi ha anche una funzione molto importante nei confronti dell’immunità e nei confronti della sessualità, che corrispondono al quarto e al primo chakra. Si sa che l’attività degli ormoni di questa ghiandola produce degli effetti secondari di inibizione-attivazione della sessualità. Quindi sesso ed epifisi, il primo e il settimo chakra, sono realmente molto connessi. Quando, attraverso la meditazione, arriva un certo tipo di endorfine, si ha una inibizione della sessualità, quindi la meditazione porta ad un abbassamento del desiderio primario sessuale. Sul piano sottile proviamo a vedere esattamente la stessa cosa. Noi abbiamo un centro basale che è il primo chakra, che è quello che sostiene la sopravvivenza del corpo fisico, cioè l’insieme propriamente fisico di tutte le energie, e un sesto chakra che è il coordinamento globale di tutte le attività, anche spirituali del nostro essere, quindi di tutti i chakra: e la comunicazione tra il sesto, che rappresenta il sé superiore, l’io spirituale, con la coscienza planetaria rappresenta il punto di attivazione del settimo. Così la nostra coscienza di esseri umani in questo momento, e la coscienza di essere parte di un sistema più vasto, viene totalmente veicolata dal settimo livello. Per questo il settimo livello viene considerato il centro più sacro. Una persona che abbia aperto il settimo si riconosce perchè dà importanza, sacralità, a qualsiasi atteggiamento della vita quotidiana, a qualsiasi momento, anche il più mediocre. Tra il quarto centro, il cuore, e il settimo, c’è un canale importantissimo, fondamentale, che è l’amore per il trascendente. E’ quella spinta per cui uno quando comincia ad aprire il centro del cuore con la meditazione ed entra in contatto con la propria anima, di colpo è attraversato da un desiderio, una tensione, di avvicinamento alla grande anima, la piccola anima e la grande anima sono la stessa cosa. Gli indiani la chiamano "Atman", quella che sta nel centro del cuore, e "Brahaman", quella che sta nell’infinito. Le due anime sono costantemente insieme, e quando cominciamo a realizzare la nostra coscienza unitaria, allora percepiamo che siamo una cellula di un grande corpo, e abbiamo la sensazione di espanderci, di raggiungere questo livello più elevato di consapevolezza. Per questo il cuore è impersonale, perchè questo grande amore che il cuore è capace di sprigionare, un amore per il tutto, è esattamente quello che va ad aprire il settimo livello. E’ così tanto l’amore per il tutto che io mi fondo con il tutto, morendo come "io". Qualche cosa muore, l'individualità si perde, e rimane tutto il resto, quindi noi perdiamo l'identificazione nella nostra piccola identità identificandoci con il divino, e così facendo ci spostiamo su un diverso piano logico da cui guardare l’esistenza, che è contraddittorio rispetto al modo usuale di considerarla, soprattutto in Occidente. Per questo i mistici non sono mai stati delle persone "normali", per questo gli esseri umani di qualsiasi cultura, tranne in India, dove c’è in questo senso un’enorme tolleranza, hanno in qualche modo sempre ostacolato o anche ucciso i mistici, perchè appunto sono inafferrabili e vivono il mondo su un’altro livello, perchè portano gli altri a percepire un’altra dimensione di esistenza. E’ chiaro che c’è verso di loro una profonda opposizione, e quanto più un maestro è radicale, tanto più viene ucciso in fretta, o comunque si cerca di ucciderlo. Quindi in Occidente sono relativamente pochi quelli che sono scampati, Gesù è stato ucciso, Socrate è stato ucciso, Mansur è stato ucciso, Pitagora è stato ucciso; in Oriente è diverso: qui c’è un amore e una tolleranza proprio nella stessa cultura, per cui i maestri sono venerati, anzichè rifiutati (adesso anche l’Oriente è diventato diverso).

E’ evidente che l’apertura del settimo corpo non è l’apertura del settimo centro, la prima corrisponde all'illuminazione e avviene quando tutte le energie si uniscono alle energie dell'esistenza, e quindi noi subiamo una trasformazione totale, mentre l’apertura del settimo centro la possiamo vivere in ogni istante, anche adesso! Questo significa che per il tempo relativo a questa apertura, noi godremo di uno spazio che all’inizio non siamo tanto in grado di riconoscere, ma che comunque viviamo, di uno spazio sacro. "Sacro" potrebbe essere tradotto in termini razionali come "mi piace e non penso", "sono rilassato e attento", "mi lascio andare e sono presente". Chi fra noi infatti ha una mente più razionale tende a giustificare un certo tipo di esperienza in termini più concreti, endorfine o altre cose. Altri invece lo spiegano in termini di amore, lasciarsi andare, fantasie, e chi pian piano ci entra sempre più dentro, penetra in questo mistero del perdersi e del ritrovarsi.

Quando il settimo chakra funziona in sincronicità con il cuore, noi entriamo in un livello leggermente impersonale di vita, un livello che dà un’energia enorme, perchè quando c’è l’apertura del settimo chakra e del cuore noi comunque entriamo in contatto energetico molto forte con i fili di energia che ci connettono con l’esistenza, che diventano molto più carichi, e ci troviamo nella condizione che Jung definiva come "essere catturati da un archetipo", un’idea ti cattura e ti prende, che significa mettersi su una strada e non lasciarla più, perseguirla con passione, come progetto e ragione di vita.

Questo amore incredibile e questo sforzo strenuo verso qualcosa che sta avvenendo, lo ritroviamo nelle figure di maestri molto centrati su di sé, come Milarepa, o come anche nella figura della "Danzatrice del cielo", una delle poche grandi maestre spirituali, che aveva un messaggio fortissimo, una donna veramente centrata che aveva accettato completamente se stessa come donna, come sessualità, come devozione, ha accettato tutto, di fare la moglie, l’amante, di dedicarsi completamente agli altri, e poi di staccarsi di nuovo e riprendere il suo cammino spirituale. La stessa tradizione tantrica in India nasce con una donna, è una donna che insegna l’arte del tantra a Saraha, una donna che forgiava archi e freccie, che insegnava ad essere totalmente centrati e presenti in quello che si sta facendo, esattamente come l’arte zen dell’arco, esserci totalmente, annullare la distanza, la differenza. A volte al settimo possono arrivarci facilmente delle persone semplicissime, per arrivare ad aprirlo non è necessaria una grande mente, non è necessaria una grande aggressività, nè una grande volontà, è necessaria invece una grande presenza, una grande apertura.

Non interessa qui cosa si sta facendo, ma come lo si sta facendo.

Allora quando noi ogni tanto riusciamo a penetrare in questo momento di silenzio della meditazione, l’apertura del settimo la sentiamo in un modo per cui tutto diventa prezioso, sentiamo che tutto va bene, che tutto è molto bello, anche ciò che dobbiamo cambiare, che tutto va bene così come è, è una sensazione di silenzio dilatato alle cose, di amore sottile, profondo, è una presenza molto forte. Quando si riesce ad aprire il settimo con una donna o con un uomo che si ama, è bellissimo, allora il primo, il quarto e il settimo chakra sono insieme, questo significa avere l’allineamento, e si entra in questo modo intensamente in un’altra dimensione. Questo vale per qualsiasi situazione, qui basta l’attenzione molto focalizzata.

In realtà per mettere in moto il settimo occorre molto anche l’ausilio del sesto, non il sesto mentale ovviamente, ma il sesto spirituale, la consapevolezza di essere parte di un’energia cosmica. Alcune persone intuitivamente aprono il settimo e lo sentono, quasi proprio con il corpo, altrimenti è facile aprire l’occhio della consapevolezza e capire che siamo "parte", e quindi subito dopo aprirci e sentirlo. Questo è il settimo.

Se dovessi dire a chi serve di più questo concetto di apertura del settimo chakra direi "alla scuola". Perchè se noi in questo momento storico riusciamo ad aprire anche minimamente questi due centri, anche solo per sincronicità collettiva, noi creiamo quello che abbiamo chiamato un campo di energia collettiva, un "Buddhafield". Un Buddhafield è quando il settimo chakra è aperto, e si crea attraverso la luce che esce dalle teste una banda collettiva, un cielo, un legame che è fatto da tutte le nostre singole luci. Può avvenire anche con tutti gli altri chakra, ma questo è quello proprio della coscienza collettiva, che non può avvenire se il cuore è chiuso. Se invece il cuore è aperto sento la parte più profonda, più pulita di tutte le altre energie e di tutte le altre coscienze. E va da sé che mi sento parte di un tutt’uno.

Se c’è una persona che catalizza una classe, una maestra o un professore, gli alunni entrano in questa esperienza molto facilmente. Molte storie del passato narrano di bambini che arrivavano dai maestri e come di colpo entravano in quell’energia, che è un’energia silenziosa, diversa, che il bambino percepisce e con la quale si sintonizza. Quindi il compito diventa quello di trovare persone che all’interno di strutture educative, abbiano questa minima esperienza e consapevolezza, persone che possano sottilmente creare questo campo di energie. Se noi insegniamo questo tipo di tecniche di meditazione per creare un Buddhafield e lo facciamo accettare, che siano indirizzate a bambini o a vecchietti, il discorso non cambia, sarà una rivoluzione. Negli ultimi anni ci sono state importanti aperture proposte da associazioni internazionali che svolgono questo discorso dell’educazione globale. La maggior parte di queste associazioni hanno già intuito e accettato tutto quello che stiamo proponendo noi, meditazione, sviluppo del potenziale umano, yoga, salute globale, ma noi dell'associazione Cyber siamo avvantaggiati, perchè utilizziamo dei sistemi di decondizionamento molto efficaci coi quali riusciamo a liberarci dalle nostre paure e proiezioni, sia perchè utilizziamo il modello olistico Cyber e il concetto di Buddhafield, con cui, grazie alla sperimentazione della sincronicità tra cervelli, possiamo insegnare e documentare in maniera molto più scientifica e precisa questo concetto di coscienza collettiva, che implica il trascendere per un attimo l’identità individuale, il sentirsi parte di uno stream di coscienza più ampio, ossia la cooperazione e la coevoluzione, il nocciolo della nuova era. Tutto ciò diventa un arricchimento personale indispensabile per un corso sull'educazione globale, trasformazione globale o coscienza globale. Proviamo quindi noi, in questa Accademia, ad essere cittadini del pianeta, ad avere delle informazioni globali, una sensazione globale dell’emozione del corpo, una spiritualità globale. Tutto questo non è ancora disponibile in nessun corso, in nessuna scuola, mentre serve a tutti, perchè siamo nati e vissuti in questo sistema molto individuale ed egoistico di vedere il mondo, che ha causato la lotta tra le razze, le guerre, i diversi sistemi religiosi opposti l’uno all’altro, e stiamo entrando in questo momento storico su un livello di estrema globalità, dove è necessario aprire delle dimensioni nuove, impersonali, collettive.

E’ necessario, e non più prorogabile nel tempo, un diverso atteggiamento verso gli altri, non più fondato, come è stato fino adesso nella grande maggioranza dei casi, sull’esteriorità del rapporto, che risulta così svuotato di ogni senso e significato, bensì diventa necessario riproporre il modello di relazione reciproca che qui, in questi mesi di lavoro comune, abbiamo costruito all’interno del nostro gruppo, all’interno del quale sono contemplati i momenti di silenzio, coesione, armonia.

Quando si entra in meditazione si entra in contatto con le energie, con le cose. Solo un’idea ci può bloccare: l’immagine che abbiamo di noi stessi "chiusi", e quindi non ci si apre, può darsi che ciò dipenda dall’infanzia, il ricevere dai genitori per i bambini infatti significa ricevere dall’esistenza, e i bambini hanno inizialmente il settimo canale aperto.

La morte è molto legata al settimo livello, si può morire in diversi modi, la maggior parte delle persone quando muore esce dal terzo chakra, perchè è vissuta sul terzo livello, nell'ego, l’energia è ferma lì e quindi si muore lì (tutte le persone di potere, che fanno viaggi astrali, che sono un po’ magiche) è tutto terzo chakra, è il corpo delle emozioni. Ma, se si è vissuti in modo spirituale e totale, si può anche morire uscendo dal settimo centro, come luce-coscienza. Quasi tutti i nostri sogni sono viaggi astrali, noi ci troviamo in un corpo simile al nostro, in un corpo che non è pura luce, e ci troviamo in un mondo con le altre persone che è creato da un inconscio collettivo, che è un doppione della terra, è tutto un mondo di fantasie, illusorio, senza una vera realtà. Se si continua ad aprire il cuore, si continua ad attivare un certo tipo di energia che poi ritorna indietro, (le energie attirano sincronicamente le energie simili). I Tibetani dicono che le due qualità essenziali sono l’energia illuminata, che loro chiamano "Bodhicitta", e il cuore, che loro chiamano compassione. La compassione è proprio comprendere il pathos delle altre persone, "essere con" le altre persone, è un amore impersonale. Quarto e settimo chakra quindi, energia amorevole e coscienza luminosa. Quando noi riusciamo ad aprire questo canale abbiamo la sensazione di essere parte di una gigantesca energia luminosa, noi qui siamo sulla strada e possiamo realmente sperare di illuminarci in questa vita, perchè abbiamo i due sistemi che ci permettono di andare avanti da soli.

Noi non sappiamo usualmente cosa sia veramente il cuore. Alle entità negative l’unica cosa che veramente manca è il cuore, e quindi cosa c’è di meglio per

loro che nascondersi dietro al fatto di parlare d’amore (l’entità negativa la si riconosce perchè dà molta importanza alla persona in quanto ego). Certo che noi abbiamo un’importanza perchè siamo un individuo e dobbiamo lavorare noi, su questo non c’è dubbio, ma importante è l’amore impersonale, importanti sono i progetti impersonali dove si lavora per qualcosa che serve non solo a noi, certo a noi piace esserci dentro, e questo è giusto, ma quanti più saremo a lavorarci tanto meglio staremo. Il Progetto impersonale è ciò che genera "Bodhicitta", e che sostiene il ricercatore spirituale orientato al bene di tutti gli esseri senzienti, il "Bodhisattva". Il ricercatore olistico è colui che accetta questo tipo di percorso, e la sua vita è un lavoro di grande amore, di grande dedizione, di continuo ritrovare questa luce, ogni tanto la perdi, poi la ritrovi, questo amore anche per gli altri, che ogni tanto perdi e poi ritrovi, però se amore e illuminazione sono il punto centrale del tuo desiderio, alla fine non puoi che riuscire a realizzarli. Il "Bodhisattva" quando prende i voti fa questo tipo di giuramento: io cerco il benessere mio, individuale, affinchè questo serva per tutti gli esseri senzienti.

La via negativa invece è una via dove ci sono delle gerarchie, non è orizzontale, è verticale. Il negativo deve creare per la sua sopravvivenza delle elites, noi non siamo un’elite, siamo semplicemente un gruppo di persone che ha avuto la fortuna di incontrarsi e di entrare nel vivo della nostra evoluzione, e quindi siamo un po' gli apripista di questo discorso. Morire saggiamente e non disperatamente è importantissimo, altrimenti, rinasci disperatamente; molti, morti disperatamente, poi non vogliono rinascere, ma finchè non vivranno bene e non riapriranno il cuore, continueranno a morire male, a rinascere male, e così via fino a quando l’ego si scioglie, l’orgoglio si scioglie, e cominciano ad accettare l’esistenza. I Tibetani non hanno problemi di primo chakra e possono così permettersi di lavorare solo sul quarto e sul settimo chakra, noi occidentali ariani invece non abbiamo il primo chakra, abbiamo molta spinta verso l’alto, quindi per noi non basta avere il quarto e il settimo.

Le persone che chiamiamo "illuminate" hanno una fisicità, una presenza nelle piccole cose, che si vede da come mangiano, come ridono, come bevono il te. Il maestro viene riconosciuto solo per come "beve il te". Qui c’è grazia. Quando noi facciamo un salto nel cosiddetto "divino" è un salto incommensurabile, la mente piccola si perde, non ha più tanto senso. Ma, se rimaniamo agganciati alle piccole cose, noi continuiamo a replicare sempre le stesse piccole informazioni, quando ci stacchiamo, invece, tutto questo diventa inutile, non ha più nessuna importanza.

 

 

Silvia: E’ giunto anche l’inverno; un vento continuo, ghiacciato, batte insistentemente da ieri sera la cima di questa collina, ci immerge d’un tratto in un’altra stagione, ricordandoci che è tempo ormai di concludere la nostra avventura. Non siamo più tanti come all’inizio del viaggio; alcuni compagni hanno abbandonato, durante il percorso, questo lavoro comune che insieme avevamo intrapreso, ed è a loro che rivolgo ora il mio pensiero in questa fredda mattina. Rivedo, uno ad uno, davanti ai miei occhi, scorrere i loro visi e comprendo una volta di più quanto sia difficile accettare il rischio di mettersi in gioco interamente quando non si sia sorretti da una piena fiducia e speranza verso il valore della propria esistenza.

Con gli occhi chiusi ci teniamo adesso, per mano, in cerchio; ascoltiamo il nostro essere collegarsi a quello degli altri, in un unico vertice di energia al di sopra dei nostri corpi per tramite del centro del "loto dai mille petali": la fontanella situata sulla sommità della testa, così aperta al momento della nostra nascita, il 7 chakra, la porta che, spalancandosi, ci conduce sulle strade del cosmo.

E proviamo, nel silenzio della meditazione, a distaccare il nostro nucleo di identità spirituale dal corpo, a farlo uscire dalla materia opaca del nostro organismo attraverso quel canale del settimo centro che stiamo riaprendo; cerchiamo così di vederci l’un l’altro con gli occhi trasparenti e immortali dell’anima. Una consapevolezza profonda subito ci visita. Sarà soltanto portandoci sul livello, comune a tutti, del cuore, e dell’amore impersonale - frutto del raggiungimento dell’identità più intima e vera di ognuno di noi, liberatasi dai molteplici condizionamenti che la celavano ai nostri stessi occhi - che potremo vivere l’esistenza per quello che essa, veramente, è: accettarne gli eventi, comprenderne il senso, trasformarne il corso.

Saliamo ora verso la cima della collina, l’aria è così tersa da offrirci la vista di tutta la catena dei monti che cingono la Pianura Padana; guardiamo Milano, che giace sepolta sotto una coltre di smog. Respiriamo a pieni polmoni l’ossigeno prezioso che ci circonda, osserviamo nei colori marroni della natura il riflesso violetto che li pervade: è questa la tinta di equilibrio tra la terra e il cielo, tra i sensi e lo spirito, tra l’amore e la saggezza.

Quando, dopo aver rimesso in circolo le nostre energie con il movimento del corpo, di nuovo nella sala, seduti, godiamo di alcuni minuti di concentrazione assorta, percepisco così nettamente l’asse verticale che sostiene il mio essere, collegandolo dalle profondità della terra alla lontananza azzurra dei cieli, da rimanere quasi sospesa in questo stato, in contatto diretto con le presenze sorridenti dei tanti "maestri" che, dalle altezze di un’altra dimensione, ci hanno accompagnato, proteggendoci, durante il tragitto.

In piedi, ora, facciamo ruotare le braccia verso l’alto e verso il basso in un movimento continuo, siamo sensibili con le mani allo spessore della nostra aura, che come un involucro di luce ed energia, troppo spesso inavvertitamente, sempre ci accompagna. Trasportiamo con le mani l’energia dalla pancia al cuore, e poi alla sommità della testa, disegnando così attorno al corpo la figura di un otto, il numero universale dell’equilibrio cosmico. Ci disponiamo in cerchio, sdraiati, i piedi in stretto contatto con i piedi degli altri, abbandoniamo, nella simulazione della nostra morte, dapprima il corpo fisico che ci ha ospitato in questa vita, poi le emozioni, teatro continuo dell’esperienza umana, da cui ci distacchiamo con immenso dolore; infine riconosciamo il nostro "io" più originario, l’identità più sottile che sopravviverà anche alla fine. Staccati dall’intreccio del presente andiamo adesso a rivisitare un’altra vita del nostro passato, una vita spirituale, per cercare di cogliervi anche il momento della morte.

Sono un uomo, di circa sessanta anni, con la barba corta, serenamente cammino per le strade di una città dell’antica Grecia, credo sia Atene. Sono un personaggio pubblico, un maestro dedito agli studi filosofici, alla vita contemplativa, svolta in una istituzione come l’Accademia o il Peripato. Mi dirigo, tenendo sotto il braccio alcuni rotoli di pergamena, verso il mare, il Pireo forse. La mia esistenza si svolge insieme a quella dei miei discepoli, a questi sono profondamente legato, tanto da non avere una vita privata. Vado al momento della mia morte. Sono sdraiato su un letto in una stanza grande, molto luminosa, da cui si scorge il mare all’orizzonte. Attorno al letto tutti i discepoli più cari, anche una donna che, forse, mi ha accudito attraverso gli anni. Sono consapevole del fatto che sto per morire, ma una grande serenità mi sostiene, un profondo senso di accettazione delle cose mi rende ancora sorridente, una grande pace ed armonia interiori trasformano il momento del mio trapasso nel giusto coronamento di tutta l’esistenza.

La morte: l’evento più certo ed indiscutibile della propria esistenza è rimasto nella nostra cultura per lungo tempo misconosciuto e taciuto; ormai lontani dai rituali del passato che consacravano l’importanza di questo momento, ci troviamo ora nell’esigenza di un recupero del suo valore più profondo. Nasco, e l’unica cosa certa che so di me è che devo morire. So che la mia esistenza, con tutte le prove che essa comporta, è una lunga preparazione a quell’ultimo istante, in cui, mio malgrado, sarà deciso l’esito di questa esperienza terrena. So, che solo se avrò vissuto totalmente ciò che era necessario io vivessi, esaudirò il senso del mio esserci, qui, su questa terra; contribuirò con questo mio piccolo assenso dato alla vita, all’evoluzione di tutto l’universo, e rendendo i frutti delle mie azioni al "Dio", arricchirò, in questo modo, il grande libro della creazione. Nessuno potrà prendere il mio posto nello svolgere il compito che mi è stato assegnato, e il nuovo principio di responsabilità così delineato sarà l’aiuto di una nuova consapevolezza che mi potrà sorreggere nei momenti più difficili che dovrò attraversare. Consapevolezza che mi porta anche a comprendere come la mia azione si intrecci con quella degli altri, a cui concorre, in un unico movimento che ci vede tutti all’opera nel lavoro comune dell’espansione di una sola grande coscienza.

E’ già notte, l’ultima notte che trascorreremo insieme. Improvvisiamo i nostri letti su quei materassini che, durante il giorno, hanno ospitato anche il nostro lavoro, ci distendiamo pronti a dormire, a sognare, accompagnati dal suono di una musica vibrante di "meditazione", che già non ascolto più, presa come sono, ormai

 

, da un sentimento più intenso, vitale, che mi riconnette all’esistenza, insegnandomi ancora una volta, come sia questa, la vita, l’unica, vera nostra maestra.

Ed è di nuovo mattina; ci risvegliamo in una giornata che sento radiosa, oggi il mio essere è sintonizzato con l’universo intero, saluto Diletta, è lì, accanto a me mentre riapro gli occhi, anche lei diversa alla fine di questo cammino, serena, ancora una volta ha ritrovato se stessa. Consumiamo l’ultima colazione nella veranda invasa dal sole, e, mentre parlo con Nitamo, i suoi occhi sono due stelle che brillano. Danziamo, ci lasciamo trasportare da questa atmosfera di "fine stagione" che ha già, ormai, preso possesso del luogo; meditiamo tutti insieme per l’ultima volta, seduti, allacciati l’uno all’altro in un unico treno circolare, (come si vede nell'immagine di copertina). Contattiamo ancora, prima di salutarci, l’energia leggera di GAIA, ringraziamo tutti i maestri che hanno reso possibile, con la loro opera, il nostro lavoro di trasformazione.

L’Accademia è finita, ma l’impegno di ognuno di noi continua, ciascuno per la sua strada, nella sua vita, rifletterà intorno a sé questa esperienza, in quello che sempre di più appare essere ai nostri occhi "Experimentum Mundi".

 

 

Programma svolto durante il settimo seminario

Cerchio: Tentativo di esperienza di uscita dal corpo

Cerchio: Discorso di Nitamo sul cuore, l’amore impersonale, l’accettazione degli eventi.

Meditazione all’aperto: respirazione; cogliere il colore viola (7 chakra) nei colori marroni della natura.

Meditazione Chakra Breathing

Meditazione seduti

Sensibilizzazione del 7 chakra: In piedi, rotazione delle braccia verso l’alto e verso il basso in un movimento continuo; percezione della propria aura; accompagnamento del proprio flusso energetico con le mani, in un unico movimento di spirale a forma di 8, che dalla pancia collega il cuore al 7 chakra

Cerchio: Sdraiati, i piedi di tutti collegati, esperienza di abbandono del proprio corpo fisico, delle proprie emozioni, riconoscimento del nostro io più originario (nucleo di identità che sopravvive alla morte)

Rivisitazione delle vite più spirituali del nostro passato; cogliervi il momento della morte

Discorso di Nitamo sul 7 chakra e l’educazione olistica

Meditazione Kundalini

Meditazione prima di dormire, sdraiati sui materassini, ascoltando musica

Danza

Meditazione di respirazione all’aperto

Cerchio: Meditazione di GAIA, riattivazione dei chakra, 1 e 7

Sette Suoni in cerchio, due risalite (prima in un verso e poi nell’altro)

Ballo moderno

Meditazione in cerchio

Cerchio: Discorso di Nitamo sulla morte, l’illuminazione, gli esseri spirituali, anche negativi

Cerchio: Bilancio finale di questa esperienza di Accademia (ciò che è rimasto irrisolto e che necessita di una ripetizione)

 

 

ESPERIENZE PERSONALI

 

 

Esperienza dell’Aura

 

Diletta - Per me il momento più bello di questi due giorni è stato quello in cui dovevamo accarezzare la nostra aura.Una musica dolce ci aiutava ad entrare in una dimensione più sottile. Partendo dall’alto dovevamo, ad occhi chiusi, "sentire" il campo di energia che circonda il nostro corpo fisico. Le mie mani si muovevano molto lentamente intorno alla testa, al petto, ai fianchi, senza toccarli. Poi, improvvisamente ho sentito l’aura, anzi, la sensazione che ho avuto è stata quella di toccarla. Potevo sentire il suo spessore, soprattutto intorno ai fianchi. Appoggiavo le braccia sull’aura e avevo la stessa sensazione di sollievo che si prova appoggiandosi ad un corpo solido. Una sensazione strana, ma molto piacevole, come se percependo il mio corpo sottile, anche il mio corpo fisico diventasse leggero, etereo, fluttuante. Ho provato molta gioia.

 

 

Considerazioni finali sul corso dell'Accademia

 

Flavia - E così è terminata l’Accademia del 1995, con un week-end di Novembre di nitida luce e di cielo molto terso per il vento.

In fondo non sono passati molti mesi, di solito poi per me la sensazione del tempo è che mi vola via troppo veloce; ma il tempo dell’Accademia prende per me un ritmo largo, lento, intenso.

La prima immagine che mi viene alla mente, anzi alla penna, senza mettere alcun filtro, è quella di un ciottolo buttato in uno stagno (la mia coscienza, dove davvero le acque erano stagnanti) che continua ad allargare i suoi cerchi, seminario dopo seminario.

Ho vissuto tanto in questi mesi, tanto in dolore, in paura, in momenti di spaesamento ma anche tanto nelle forze, nell’energia, nella scoperta dell’amore all’interno del gruppo.

Ho provato momenti di consapevolezza profonda, ho trovato nello specchio degli altri, delle sofferenze e dell’intento comune, una risposta vibrante e la chiarezza di aver fatto un pezzetto di strada su cui voglio continuare, percorso irrinunciabile ed attraente, pur con il mio pedaggio di fatica e di lavoro.

Mi rivedo all’inizio, tutta fatta su in un bozzolo di paura, di insicurezza, di impossibilità ad aprirmi agli altri, di essere naturale. Rivivo le esperienze di contatto con il mio essere più profondo, come squarci a momenti laceranti, e insieme l’abbandono, l’aiuto insperato che ho avuto a piene mani dagli altri, dal loro cuore, dalle loro esperienze, dalla loro ricchezza d’animo.

Ritorno a quel patto d’impegno preso con sé stessi e col gruppo (assumersi le proprie responsabilità di crescita e di messa in gioco di sé stessi) come il punto cardine, come l’avvio di un volano che ha smosso la mia coscienza. E ora è gioia sentire che non c’è soluzione di continuità, l’Accademia è finita, il gruppo che ci ha dato forza, scossoni, emozioni e che ci ha costretto a confrontarci si è sciolto, ma non è finito nulla, il lavoro su di sé continua, sento il bisogno di intensificare quell’impegno.

Il lutto che ho vissuto in questi mesi, che mi sembrava così crudele e dilaniante, l’ho vissuto con l’abbraccio ed il sostegno delle persone del gruppo, è stato come se loro mi aiutassero a tenere sollevato il cuore quando era più pesante e oppresso. Adesso non ho più tanta paura della morte , è diventato un pensiero "naturale" che può entrare ed uscire da me senza stringermi il cuore; posso pensare, ricordare, rivivere il passato, con la fiducia e il sollievo che il cambiamento della morte non ha messo la parola fine, anzi, è cominciata una nuova dimensione. Certo io sono stata fortunata a poter attraversare quest’esperienza che poteva essere così dilacerante, in questo flusso di energie luminose.

Adesso, solo adesso, dopo tanti anni tesi a dimostrare e costruire maschere e identità, posso lasciar cadere la corazza che mi costringevo ad indossare per presentarmi a me stessa e agli altri, e sentire come adesso è possibile l’abbandono, l’accettazione.

Il lavoro da fare su di me è appena iniziato, molto, molto mi aspetta da compiere ma la fiducia e la speranza respirate, assorbite, assimilate durante l’Accademia rendono piano, lieve, questo pensiero e mi fanno venire in mente quella sensazione bellissima che è stato il momento conclusivo della meditazione dei 7 chakra, in cerchio, uno alle spalle dell’altro, quando ci si è abbandonati all’indietro, dopo aver rilevato e sentito le vibrazioni dell’altro, indietro, alla cieca, sapendo che c’erano delle braccia, un corpo e un cuore pronti ad accoglierci, a sostenerci, ad accarezzarci.

Ecco, me lo sono portato via come momento emblematico e lo trasferisco al contorno umano in cui mi trovo io: sento di aver recuperato una fiducia "bambina".

 

Raffaella - Sono molto soddisfatta dell’esperienza dell’Accademia: mi ha fatto l’effetto di una piacevole scossa restituendomi principalmente molta energia e risvegliando il gusto ed il piacere di mettermi in gioco, rischiare di più, mettermi alla prova e valorizzarmi di più. Non sono mancati momenti di grande intensità umana e di divertimento, anzi direi che sono stati il quotidiano ambiente di lavoro, per cui il percorso di studio e approfondimento della psicosomatica è stato tutt’altro che teorico e astratto. La soddisfazione più grande è sempre comunque quella di avere visto su di me e sugli altri gli effetti della trasformazione interiore: per esempio in poco tempo si sono sciolte le difficoltà iniziali di convivenza con le altre persone; ho superato, almeno a livello di idee, alcuni schemi mentali legati ad una educazione e una cultura un po’ troppo repressive (contatto fisico, sessualità); ho conosciuto la mia persona nella sua globalità, da punti di vista diversi rispetto a quelli soliti, scoprendo che non sono sempre solo come mi comporto.

 

Renata - L’esperienza dell’Accademia è difficile da spiegare: ho vissuto momenti forti, difficili, travolgenti, drammatici, ma ho anche vissuto momenti di una bellezza e di una intensità unica. Il contatto con me stessa è stato molto profondo e questo grazie non solo alle tecniche, ma anche alle persone e alla loro energia. Il lavoro fatto mi è stato di grande aiuto. Ci sono aspetti della mia personalità che sono cambiati, il mio approccio alla vita è migliorato. L’incontro che più di ogni altro è stato incisivo è stato quello di settembre, quando abbiamo preso la pillola preziosa e abbiamo lavorato sul quarto e quinto chakra. Lì ho sentito qualcosa di nuovo, di unico: i vecchi pensieri se ne erano andati, o meglio, a volte c’erano, ma ora potevo osservarli. Quei pensieri, che costantemente mi assillavano, mi torturavano, ora erano lì e io riuscivo a non identificarmi più in essi.

 

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L'ARTE DEL VIAGGIO

IL VIAGGIO SACRO – NUOVO TURISMO, PERCORSI NEI QUATTRO ELEMENTI, ESPERIENZE PROFONDE

 

Il turismo gentile

Ogni anno, per il mezzo miliardo di " turisti di massa" che girano il mondo, il viaggio non è  altro che una fuga dallo stress e dalla noia della vita in città. Una vacanza, un semplice tempo libero da dedicare agli ozi e una specie di premio sociale conquistato con le ferie pagate. L'industria del "viaggio" e dello svago crea ogni anno un cumulo di profitti che supera il mezzo miliardo di dollari. Ma anche mucchi di spazzature: il turismo "usa e getta" violenta la natura selvaggia e favorisce la distruzione delle culture tradizionali. Per questo ambientalisti, tour operator sensibili, scienziati e antropologi oggi propongono un nuovo " turismo gentile, sostenibile, ecologico, verde, culturale" e una "patente di buon turista" a chi voglia gironzolare nelle aree a rischio ambientale.

L'emergere di una sensibilità ecologica e transculturale ha fatto riesplodere la moda dei vagabondaggi a piedi per incontrare la natura selvaggia con i suoi custodi: le popolazioni tribali. E una schiera di specialisti - "travel writers" e geobiologi, ecosofi e vagabondi spiritualisti della New Age – si è  messa in cammino. Per questi "econauti" il viaggio è  una cura del corpo e dell'anima che fa anche bene all'ambiente. Scrive Jacques Lanzmann nel bel libro: "L'arte del camminare": "Andarsene a piedi. perché  così invece di attraversare le cose cammini loro accanto. Perché  invece di correre attraverso un paese puoi tessere il tuo cammino, passo dopo passo. A piedi, per ritrovare la propria grazia, per perdere il "grasso" e i pregiudizi. Per purificarsi e ritornare alle origini anche se la sabbia è  radioattiva, l'acqua inquinata e la terra avvelenata".

 

 

Il nomadismo

Il viaggio è  un'arte del vivere nomade che tutti noi "sedentari" abbiamo dimenticato. Camminare di nuovo sarà allora un modo intelligente di mettersi in discussione. Di confrontarci con gli "altri" andando avventurosamente verso "paradisi perduti" dove c'è la natura selvaggia con tutta una straordinaria ricchezza di creature viventi.

Fin dall'antichità il viaggio è  stata la più importante attività dell'uomo che ha consacrato eroi mitici e avventurieri. Ieri Enea, Ulisse, Gilgamesh, Marco Polo e oggi il geobiologo Jean Cocteau, lo scalatore Reinhold Messner e lo scrittore Bruce Chatwin. Quest'ultimo, un vero "eroe del viaggio", vagabonda con gli aborigeni australiani lungo gli invisibili sentieri della "Via dei Canti" che collegano "vortici di energia" a luoghi di potere: i monti "Uluru" (Ayers Rock), "Katajiuta" (i monti Olga) e "Katamala" (il monte Conner). Per Chatwin l'essere umano è  nato giramondo: " Quello che appresi dagli aborigeni confermava una mia ipotesi: la selezione naturale ci ha forgiati dalle cellule cerebrali fino alla struttura dell'alluce, per una vita di viaggi a piedi nel deserto. Se così nostra "patria" era il deserto si può capire perché  i pascoli più verdi ci vengono a noia, perché  le ricchezze ci logorano".

Il viaggio è  una "scuola di selvaggità" che ci riporta nelle foreste, nei deserti e nelle "wilderness" più incontaminate, educandoci all'incontro "transculturale" - senza pregiudizi etnocentrici e antagonismi culturali - con i popoli indigeni.

La voglia di viaggio, che ci contamina come un virus, nasconde una gran voglia di gioco, di evasione e di libertà. E anche la voglia di ritrovare i grandi valori del vivere. Ha anche un sapore esoterico e spirituale: come nuovi Siddharta si va a caccia del Dio che si nasconde nei silenzi del deserto, degli spazi selvaggi e dell'alta montagna. Quando si fa del "walking", del "jogging" o del "trekking" non si fa solo dello sport per un sano benessere ma si fa anche una preghiera e una meditazione per "ascoltare" il nostro corpo e il "canto sublime dell'anima del mondo". Camminare per conoscere, purificarsi e pregare era anche la "vecchia" idea di quel viaggio di redenzione che la "polvere e la saggezza della strada" trasformava in un vero pellegrinaggio. Il turismo del terzo millennio inventerà allora pellegrinaggi poetici e artistici, pellegrinaggi mistici di autoguarigione e pellegrinaggi ecologici. Viaggi che ci trasformano: il vecchio che è  in noi si "scolla" per restituirci un nuovo corpo curioso, fragile, sensibilissimo. Ci dice ancora Jacques Lanzmann: " Camminare ci mette in ascolto del nostro corpo che non finisce di stupirsi d'essere così sollecitato e liberato. Andare verso gli altri significa, attraverso loro, scoprire sé  stessi. Confrontare i nostri modi di vita, i nostri sistemi di pensiero e di cultura".

Per me il viaggio è  come una danza: quando si cammina in un bosco o si sale in montagna per puro piacere e senza fretta il passo diventa felpato, naturalmente armonioso. Il corpo diventa un'antenna che capta il "respiro della terra". Allora si "danza" e si cammina con la creatività e il piacere che ci mostrano gli uccelli in volo che si abbandonano al vento.

Senza sforzo apparente scalavano i monti sacri anche i miei maestri di viaggio: sciamani e asceti incontrati in Cina, Giappone e Nepal che praticano uno strano "Yoga del viaggio" che è  anche la "Via" verso i cuori verdi del nostro pianeta. Il vero viaggio richiede coraggio. Lontani da casa e dalle propria cultura ci si può sentire spersi come dei naufraghi o come dei profughi. Si è  senza diritti ma anche senza i doveri oppressivi di un "buon cittadino". la voglia di viaggio nasconde anche un gran sogno di libertà, come ci ricorda Ulderico Bernardi, sociologo del turismo: " Il viaggio nasce dalla trasgressione e come ogni violazione comporta sofferenza, tensione radicale, disagio e timori, ma anche conquista di conoscenza".

Il viaggio è  un percorso di autoguarigione. Una sfida contro tutto quello che ci schiavizza. Quando il corpo cammina e "danza" si svuota la mente e si "riaccende" la forza vitale e l'intelligenza istintiva. Il grande filosofo Friedrich Nietzsche era convinto che solo le idee che ci brillano in testa quando si cammina hanno valore. Nella Cina antica gli eremiti e i pellegrini che salivano in cima ai monti sacri erano venerati come dei " santi maratoneti " e la loro bibbia - il "Dao De Jing" - era una vera e propria guida di "Viaggio" verso giardini segreti e paradisi di ogni virtù.

Si può quindi viaggiare non solo in senso orizzontale, percorrendo migliaia di chilometri attraverso i continenti, ma anche verticalmente e più spiritualmente, verso le profondità dell'anima. Il viaggiatore diventa così un "entronauta" che esplora il nostro pianeta ma anche lo spazio infinito e misterioso dell'interiorità. Alla ricerca dell' albero della conoscenza.

Alla fine degli anni '60 le idee sul viaggio si allargano per merito di poeti come Michau, antropologi e etnobotanici come Terence Mc.Kenna, scienziati come Albert Hoffmann - sintetizzò per primo l' LSD - e Timothy Leary - apostolo della "rivoluzione psichedelica" - e di un'intera generazione innamorata del "trance" e del "trip allucinogeno". Per tutti loro "viaggiare" era anche esplorare stati più elevati di autoriflessione verso l'Altro trascendentale. Che altro non è  che "... Ciò che si incontra utilizzando allucinogeni potenti: è  il crogiuolo del Mistero del nostro essere... E' la Natura senza quella sua maschera allegra e rassicurante composta dallo spazio, dal tempo e dalle causalità normali". Ci ricorda Terence Mc.Kenna. Si viaggia ai confini del mondo per ritrovare piante maestre allucinogene, danze estatiche delle origini e angolini di magici eden, per poi "volare" verso il mistero del mondo con viaggi di "trance". Per lo studioso Georges Lapassade il nuovo viaggio è  "godimento di sé  e del mondo, in modo indistinto e confuso. Ma questa confusione deve essere intesa come una fusione originaria col tutto che ci circonda".

Il turista del terzo millennio assomiglierà al viaggiatore ideale inventato dall'antropologo e poeta Fosco Maraini: il "Cit lu vit" - Cittadino - Luna - Visita - Istruzione - Terra. " Un cittadino di un lontano mondo civile al quale è  stata assegnata una borsa di studio per visitare il pianeta terra, con poche istruzioni: fatti un'idea di cosa sia la vita quotidiana, và in giro con discrezione, osserva e registra ogni cosa." O sarà invece quel nuovo Siddharta che nelle pagine di Hermanne Hesse incarna la figura di un modernissimo Ulisse sempre in viaggio perché  " Dal mio stesso Io voglio andar a scuola, voglio conoscermi, voglio svelare quel mistero che ha nome Siddharta".

Figli di Siddharta erano certamente gli Hippy e i "Figli dei fiori" che in pittoresche tribù pellegrinavano verso un' India ideale per "risvegliarsi" e vivere in gran allegria. Loro maestri erano quei "sadhu" indiani che predicavano che non può esserci felicità se non si viaggia: " Nella società umana anche il migliore degli uomini diventa un peccatore. Indra - Dio - è  amico dei viandanti." Purificati dalla "polvere della strada" e dallo "Yoga del Viaggio" i pellegrini vedranno con nuovi occhi il mondo. Come Siddharta quando "schiuse gli occhi e si guardò intorno, un sorriso gli illuminò il volto. Bello era il mondo, variopinto, raro e misterioso era il mondo! Immobili stavano il bosco e la montagna, tutto bello e enigmatico e in mezzo v'era lui, Siddharta, il risvegliato sulla strada che conduce a sé  stesso!".

 

 

Ecosofia & New Age

Ieri c'era un bel "pianeta azzurro". Oggi metropoli inquinate in mezzo a mari di spazzature. Ogni anno scompaiono 15 milioni di ettari di foresta, una superficie che è  quattro volte quella della Svizzera. L'inquinamento, i buchi nello strato d'ozono atmosferico, l'effetto serra e il surriscaldamento del pianeta fanno salire la "febbre" dei ghiacci polari e della terra. Mentre si accelera il processo di desertificazione e sta per esplodere la "bomba a tempo" di una nuova esplosione demografica con rischi di nuove carestie. Una visione catastrofica? Non sembra. Al vertice di Kyoto erano tutti d'accordo: la terra è  gravemente ammalata. Sotto accusa è  ancora una volta la vecchia visione cieca e antropocentrica di uno sviluppo e di uno sfruttamento delle risorse naturali illimitato. Il rapporto uomo - natura è  ancor oggi improntato al profitto personale e a una cieca fiducia nell' "High - Tech" della scienza e della tecnologia.

 

 

Turismo sostenibile

Ecosofi, scienziati, politici, associazioni ambientaliste hanno ideato nuove strategie di sviluppo economico puntando anche il dito contro il "turismo di massa" responsabile di questi degradi. Per salvare la terra l'ecosofo norvegese Arne Naess consiglia di rieducarsi alla vita all'aperto promuovendo i processi di identificazione con la natura e di rispetto per tutte le forme di vita. Si dovrà proibire di urbanizzare le aree naturali con strade e altri orrori, approfondire la radice religioso del rapporto uomo - natura e progettare un nuovo turismo "sostenibile, ecologico, spirituale". La natura non è  solo luogo da visitare ma è  anche "tempio" e "casa nostra".

Oggi siamo finalmente approdati nella era della "New Age" preannunciata da scienziati, mistici, filosofi e artisti famosi come Kerouac e Ginseberg, Gregory Bateson e Fritjof Capra. Idee inaspettate dell'esistenza umana e della natura della coscienza hanno diffuso nel mondo una nuovissima sensibilità olistica - ecofemminista e spirituale che ci fa percepire la Terra come una Dea Madre Vivente. Organismo vivo e "sacro" dove l'essere umano non è  più il "re del creato" ma una piccola, semplice cellula. Un "filo nella trama della vita", tessuto nella rete di armoniche relazioni che ci allaccia a mille altre creature. L'anima del mondo si mostra così a un occhio sensibile nelle forme dei paesaggi, nella "danza" della meteorologia e delle energie che nutrono il pianeta.

La crisi dell'Occidente che ieri ha fatto esplodere la "controcultura" giovanile oggi fa nascere invece i viaggiatori dell'Età dell'Acquario che pellegrinano verso i "templi" dell'autoperfezionamento. Viaggiano lungo i "sentieri viventi" che li riportano nel "buon grembo" dell'esistenza. Dove si può ritrovare pace, consapevolezza e un sentimento di unità cosmica.

 

 

 

Il viaggio dei cinque elementi. Il pellegrinaggio.

Oltre alle idee proposte dal " turismo religioso ", dall' "ecoturismo" e dai "viaggi alternativi" ci può essere il sogno di un nuovissimo viaggio esperienziale nella natura che ci riporta ad uno stato selvaggio, sano, sacro e sensibile. Il poeta americano Gary Snyder riflette: " Abbiamo bisogno di una civiltà capace di convivere pienamente e creativamente con il mondo selvatico, con l'essere selvaggio. Recuperando comportamenti naturali, senz'artefici, liberi, spontanei, non condizionati, espressivi, sensuali, apertamente sessuali, estatici". Ci si può rieducare con " scuole di selvaggità " o con viaggi esperenziali che ci riportano nei luoghi archetipi di apprendimento e di sfida. Imparando a muoverci istintivamente, senza mete precise. A camminare come scimmie nude, intelligentissime, esposte ai "cinque elementi sacri": Terra, Acqua, Fuoco, Aria e Vuoto.

Entreremo così, come amanti, nel ventre molle e fecondo della terra, Facendoci massaggiare e energetizzare da acque madri, riscaldare dal calore del sole e del fuoco dei vulcani. Saliremo in cima ai monti sacri esponendoci alla meteorologia dell'alta quota per inebriarci di vuoto sidereo e di "nulla". Il nostro corpo, istruito da riti cosmopoliti, da nuovi fitness nella natura, potrà cosi riacquistare la sua forza gioiosa, erotica. La sua sessualità naturale e polimorfa. Solo in mezzo alla natura selvaggia rivivrà così il nostro corpo originario, mai domato e mai addomesticato.

Ecco allora l'invito a viaggiare con noi attraverso i cinque elementi con la gioia di un bimbo avventuroso, la creatività di un artista e la passione di un amante. Il piede che cammina "danzando" al ritmo del "respiro della terra" crea la potente magia di un Viaggio che riunirà l'uomo alla natura e al dio madre nascosto nelle pietre. Camminando in pellegrinaggio, faremmo allora il "bagno di foresta", la "doccia di cascata", lo "Yoga del fuoco e del vento", la "danza delle vette" che ci sospinge al di là del cielo, verso spazi siderei. Inventando così il "nuovo turismo" del terzo millenio.

 

 

 

Meditazioni sul viaggio

"Camminare è  la grande avventura, la prima meditazione: è  un addestramento del cuore e dell'anima per l'umanità. Camminando nella natura, notiamo dove è  possibile trovare cibo... e molte storie insegnano che il tuo culo può regalare il pranzo a qualcun altro. Modo espressivo per sottolineare l'interdipendenza, l'interconnessione... Questa educazione impartisce uno straordinario insegnamento su animali e piante, sui loro usi senza mai ridurli a oggetti e beni di consumo".(Gary Snyder - Nel Mondo Selvaggio)

 

"Soprattutto non perdere la voglia di camminare: io, camminando ogni giorno, raggiungo uno stato di benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno; i pensieri migliori li ho avuti mentre camminavo, e non conosco pensiero così gravoso da non poter essere lasciato alle spalle con una camminata... stando fermi si arriva a sentirsi malati. Perciò basta continuare a camminare e andrà tutto bene".(Soren Kierkegaard - Lettere a Jette)

 

"Psichiatri, politici e tiranni continuano ad assicurarci che la vita nomade è  un comportamento anormale, una nevrosi, una forma di desiderio sessuale inappagato. Una malattia che per il bene della civiltà deve essere debellata... Gli orientali però mantengono vivo un concetto... che la vita errabonda ristabilisce l'armonia originaria che esisteva una volta fra l'uomo e l'universo."(Bruce Chatwin - Le Vie dei Canti)

 

"I primi viaggiatori riferirono che gli aborigeni non collegavano il rapporto sessuale al concepimento... naturalmente questa era un'assurdità. Un uomo sapeva benissimo chi era suo padre ma esisteva una paternità parallela che legava la sua anima a un punto particolare del paesaggio. Si credeva che ogni Antenato mentre percorreva il paese cantando lasciasse dietro le proprie orme una scia di "cellule di vita". Una specie di sperma musicale..."(Bruce Chatwin - Le Vie dei Canti)

 

"Noi viandanti siamo tutti così. La nostra smania di vagabondaggio e di vita errabonda è  in gran parte amore, erotismo... Quell'amore che apparterrebbe alla donna noi lo dissipiamo profondendolo al villaggio, alla montagna, al lago, alla voragine, ai bimbi sul sentiero. Noi liberiamo l'amore dall'oggetto. L'amore da solo ci è  sufficiente. Così come nel nostro vagare non cerchiamo la meta, ma solo il godimento del vagabondaggio per sé stesso. Per l'essere in cammino". (Hermann Hesse - Vagabondaggio)

 

"Solitario viandante, io non distinguo più tra gli impulsi della mia interiorità e il concerto della vegetazione che con miriadi di voci mi circonda all'esterno...Per l'attimo di un respiro avverto, profonda come non mai, la caducità della mia forma e mi sento trasportato al di là nella metamorfosi: nella pietra, nella terra, nell'arbusto di lampone, nelle radici dell'albero. La mia bramosia s'aggrappa ai segni del transeunte: a terra, acqua, fogliame avvizzito. Domani, dopodomani, presto io sono te: sono terra, fogliame e radici."(Hermann Hesse - La Natura ci parla)

 

"Il fiorire della vita umana e non umana sulla Terra ha un valore intrinseco. Il valore delle forme di vita non umana è  indipendente dall'utilità che queste possono avere per i limitati scopi umani. La ricchezza e la diversità delle forme di vita sono valori in sé  e contribuiscono alla prosperità della vita umana e non umana sulla Terra. Gli esseri umani non hanno il diritto di ridurre questa ricchezza e questa diversità se non per soddisfare bisogni vitali. L'attuale interferenza umana nel mondo non umano è  eccessiva e la situazione sta peggiorando rapidamente. Il fiorire della vita umana e delle diverse culture è  compatibile con una diminuzione della popolazione umana. L'esistenza stessa delle forme di vita non umane esige tale diminuzione".(Arne Naess - Ecosofia: piattaforma del movimento dell'ecologia profonda)

 

Dieci Massime

" L'acqua pura penetra nel profondo della terra e quando il pesce nuota in quest'acqua ha la libertà del vero pesce. Il cielo è  vasto e trasparente fino ai confini del cosmo: l'uccello che vola nel cielo ha la libertà di un vero uccello. A spirito libero, universo libero".(Taisen Deshimaru - Zen e Arti Marziali)

 

" Motore della ruota del vuoto e della felicità, eroe che avverte l'inganno in ogni cosa... Piccolo yogin, vagabondo che vende il samsara senza darne il prezzo. Viaggiatore di luce che fa diventare casa sua il più umile bivacco. Viandante fortunato che percepisce, in quanto lama, il suo spirito...Ecco alcune delle maschere che io porto".(Drupka Kunley - il folle di Dio)

 

" Nè  l'Est nè  l'Ovest, nè  la terra nè  il mare son la mia casa, non sono affine nè  agli angeli nè  agli gnomi. Non son fatto nè  di fuoco nè  di schiuma. Non son formato nè  di polvere nè  di rugiada".( Jalaluddin - Sufi estatico)

 

" Chi va lontan dalla sua patria, vede cose da quel che già credea lontane; che narrandole poi, non se gli crede e stimato bugiardo ne rimane".(Hermann Hesse - Pellegrinaggio in Oriente)

 

" Quando guardo in alto il cielo azzurro, quando svolgo lo sguardo verso il sole e la luna, quando vedo le montagne, e guardo giù in mezzo al fiume, quando vedo l'immagine dell'arcobaleno... l'autoliberazione si presenta alla coscienza... Quando guardo nella mia anima non temo le schiocchezze e la stupidità ".(Milarepa - asceta tibetano)

 

" Non ero più in grado di scegliere dove mettere i piedi tra lo rocce che davanti a me ricoprivano il terreno per chilometri. La notte mi aveva raggiunto ma con grande stupore riuscivo a saltare di roccia in roccia senza mai scivolare nè  inciampare, malgrado i sandali leggeri che calzavo sui piedi nudi...Ero diventato un lun-gom-pa: un viaggiatore in trance".(Govinda - Il cammino delle nubi bianche)

 

" Nel corso della vita umana vi sono delle situazioni difficili che possono essere paragonate a compiere un viaggio." (Miyamoto Musashi - Il Libro dei Cinque Anelli)

 

" Un taoista direbbe che far alzar della polvere è  la prova che colui che sta passeggiando utilizza un eccesso di energia... l'uomo rende la sua vita più faticosa, sprecando energia a causa della mancanza di concentrazione". (Alan Watts - Lo Spirito dello Zen)

 

" Vedere un mondo in un granello di sabbia e un cielo in un fiore selvatico. Tenere l'infinito sul palmo della mano e cogliere l'eternità in un'ora". (William Blake)

 

" E questa nostra vita, esente da pubbliche preoccupazioni, scopre lingue in alberi, libri nei rivi correnti, sermoni in sassi..."(W. Shakespeare)

 

" Zen e viaggio sono la stessa cosa " (Proverbio giapponese)

 

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L'ARTE DEL VIAGGIO

 

Pellegrinaggi e percorsi di autoconoscenza e d'autoguarigione

a cura di Italo Bertolasi

Il viaggio è  sempre stato desiderio d'andare ai limiti della terra per sentirsi liberi.

Per esplorare e per conoscere. Il viaggiare è  una scienza che ci fa scoprire altri mondi, altre culture e il viaggiatore è  un eroe dell'avventura e della conquista. Una volta viaggiavano gli argonauti, i crociati, gli esploratori e i mercanti oggi invece viaggiano antropologi e giornalisti e noi tutti come turisti. Ma il viaggio è  sempre stato anche un pellegrinaggio, una purificazione e una sfida per scoprire la forza dell'uomo che cammina. La mente si svuota, il tempo si distorce. In viaggio ci si sente più giovani. Girare intorno ai monti sacri, raggiungere luoghi energetici, entrare nelle foreste è anche un modo per curare anima e corpo.

Il viaggio è allora un percorso per l'autoguarigione e la consapevolezza, un'arte del vivere e dello star bene. Il viaggio ci tonifica e ci affina sospingendosi ai limiti del mondo ma anche ai limiti della vita: si vede nascere e morire e si può scoprire il sacro che è  in noi. I grandi viaggiatori sono degli "entronauti": si viaggia in senso orizzontale per migliaia di chilometri ma anche in profondità per esplorare i misteri della propria coscienza. Chi sale in pellegrinaggio il monte sacro non sarà solo un turista. Si potrà trasformare in un "santo" o un "sano" della montagna, in un uomo nuovo, in un medico per sé  stesso o in uno sciamano.

Cosa spingeva i monaci siriani che praticavano la "xeniteia" - la gioiosa via del camminare e pregare ? E le migliaia di "staretz", i vecchi saggi che silenziosi vagabondavano per le pianure russe "con i piedi insanguinati e il cuore purificato dalla preghiera" ?

I sufi islamici - gli sciamani di Allah - praticano il "sayat" che è  una peregrinazione senza fine per i deserti. Sono convinti che camminando si possa svuotare il cervello, allontanarsi delle vanità per perdersi in dio. Il corpo che è  ancora sulla terra si spoglia e si consuma ma l'anima è  già in cielo.

I "sadhu" indiani si ritirano nelle foreste o girano intorno ai monti sacri dell'Himalaya compiendo il "parikrama". Ai loro discepoli insegnano che non c'è  felicità per l'uomo che non viaggia: " Nella società umana anche il migliore degli uomini diventa un peccatore. Indra - Dio - è  amico dei viandanti."

I monaci taoisti hanno inventato una medicina per l'anima e il corpo fatta di viaggi, di "bagni di foresta" e di isolamenti in montagna. Scalando i monti sacri - lo HuaShan, il Wutang Shan, il Tahi Shan - ci si accosta alla natura che rappresenta l'ordine per eccellenza e si può realizzare il principio d'azione "wu wei": rispetto per ogni forma di vita, uno stato di pace e di armonia con la natura e con i ritmi dell'universo. Si viaggia allora leggeri come un vento che soffia sulla terra e si sposta dove c'è  qualche cosa che risplende. Li po' poeta e viaggiatore del VIII secolo recita:" Mi si chiede perché  viaggio e vivo tra queste montagne blu'. Sorrido e non rispondo. Qui il mio spirito conosce tranquillità. I fiori di pesco e l'acqua dei torrenti passano senza lasciare traccia ".

I "ghiogia" giapponesi sono chiamati anche " Buddha corridori" o " monaci maratoneti". La loro preghiera consiste nel salire e scendere il monte Hiei in silenzio e in digiuno per cento giorni di fila all'anno. Mentre i monaci alpinisti della setta buddista Tendai salgono in cima al Vulture Peak (India) e al T'ien T'ai (Cina). Gli "yamabushi" - asceti delle Alpi giapponesi- hanno trasformato il pellegrinaggio ai vulcani sacri in una medicina psicosomatica. E a proposito del viaggio sciamanico ci ricorda Claudine Brelet nel suo libro:" Le arti mediche sacre dall'antichità ad oggi" - Sperling & Kupfer: "La ricerca dello sciamano è  un viaggio simile alla fuga dei bambini e degli adolescenti avidi di scoprire il mondo. Lasciano il campo ristretto delle loro città per aprirsi ai venti, impregnarsi di rugiada e lasciarsi trascinare dalla sinfonia di una natura che li affascina e li strega".

Il viaggio dello sciamano è  un'esplorazione di foreste e deserti d'alta montagna alla ricerca di luoghi iniziatici - caverne, cascate - e di erbe psichedeliche che chiama onorificamente "piante maestre". Potrà scoprire così nel buio e nell'eccitazione psichedelica i segreti della propria anima. Lo sciamano è  un maestro del "volo magico" e del viaggio iniziatico: un artista e scienziato viaggiatore dal viso consunto, che sa cantare, ballare e suonare e che sa guarire.

Il pellegrinare e le pratiche mistico-igieniche dei santi vagabondi sono una medicina infallibile come ci spiega Renzo Baschera nel suo saggio: "Per una vita serena" - Mondadori. "La maggior parte degli itineranti raggiungevano età longeve. Quando invecchiavano questi santi presentavano ancora l'aspetto giovanile, non essendo incurvata la schiena, non avendo perso agilità nelle gambe e non avendo perso la dentatura. Gli eremiti itineranti non soffrivano di malattie articolari. Ma soprattutto non soffrivano di angosce, di nevrosi ansiose, di psicosi. Ora, labora et itinera " prega, lavora e viaggia era la semplice regola dettata agli eremiti contadini che nel tardo 1300 decidevano di abbandonare ogni cosa per indossare l'abito della povertà. La regola imponeva di camminare e lavorare la terra, a giorni alterni. E mentre camminavano pregavano." Il viaggio può diventare allora un cammino verso l'autoguarigione e la consapevolezza.

I monaci e gli sciamani che ho conosciuto e che ho seguito in pellegrinaggio non sono certo eroi dell'avventura e delle conquiste. Ci hanno insegnato a muoverci nel mondo in punta di piedi: ospiti discreti negli angoli più belli e segreti della natura. In foreste e villaggi che sono casa d'altri, prendendoci cura dell'ambiente e sensibilizzandoci. Ci hanno insegnato che ci si può irrobustire e ci si può curare vicini al fuoco dei vulcani, alle acque ghiacciate dei torrenti e ai venti delle vette.

Nel loro progetto di turismo spirituale gli yamabushi giapponesi propongono il "nyubu" - l'ingresso ai monti sacri - con riti che simboleggiano la concezione, la gestazione nell'utero materno e la nascita dell'essere umano. Si cercano allora tra le rocce fessure umide e profumate per calarsi dentro e navigare come spermatozoi a caccia dell'ovulo. Nel rito del "tainai kuguri" si striscia ancora tra rocce lisce per ritrovarsi in una grotta utero, buia e misteriosa, a meditare. La grotta è  una vera e propria camera di deprivazione sensoriale e quando si esce si rinasce alla luce. Alcune caverne hanno anche stalattiti mammelle da cui si succhia un'acqua calcarea e medicinale che è  il latte della montagna. Le stoffe rosse e bianche che decorano i templi scintoisti rappresentano la placenta e il cordone ombelicale. E quando si entra nel tempio e nelle grotte dei monti sacri ci si sente come nel cantuccio più caldo e accogliente del mondo: il ventre della propria mamma.

Un'altro stato di profonda regressione è  indotta con un seppellimento rituale: si scavano delle buche dove ci si adagia da soli o in coppia. Poi si è  ricoperti di terra. Ci si protegge occhi naso e bocca con un fazzoletto, ci si rilassa e si rimane sotterrati e in apnea per una buona mezz'ora. Si viene così energetizzati da "Yama no Kami " - il calore sacro della montagna.

I Ghioja - i monaci maratoneti - hanno inventato invece una pratica atletica e spirituale che chiamano " Kaihegge". Si sale e si scende il monte sacro Hiei sempre lungo lo stesso sentiero per 100 giorni. Si fanno trenta quaranta chilometri al giorno, nutrendosi con una dieta vegetariana: zuppa di miso, spaghettini di soia, tofu e vegetali bolliti. Si potrà bere il the di "Kudzu", mezzo bicchiere di latte al giorno e riscaldarsi con un drink alcoolico e medicinale chiamato "Ho no Yu" che è  distillato dalla corteccia della " honoki "- la magnolia obovata. A questi maratoneti spirituali si affiancano qualche volta joggers e atleti per allenarsi.

Hagami è  un ghioja super celebre che ha brevettato un allenamento sportivo e spirituale che è  anche una potente cura antistress. Odawara è  un paesino che vive di turismo religioso: da qui partono i sentieri per il monte sacro Omine e l'azienda turistica locale vende un pacchetto di fitness per l'anima e il corpo al prezzo stracciato di ottomila yen. Si fanno bagni termali negli "onsen" di montagna, si assaggiano i famosi piatti spartani "sansai ryori" degli asceti di montagna e si sale in cima al monte sacro accompagnati da "yamabushi" con tanto di diploma. Un po' di turismo e un po' di pellegrinaggio.

In Nepal sono salito in montagna con gli sciamani del popolo Tamang. In Nepal esistono ottocentomila sciamani (uno ogni 20 abitanti) e solo cinquemila medici. Lo sciamano è  chiamato "Jhakri" che vuol dire spettinato e selvaggio. Si diventa sciamani per vocazione. Ma si può imparare il mestiere da asceti inselvatichiti e piazzandosi davanti alle pire funerarie per settimane intere per scorgere luci colorate e ombre inquietanti che escono dal corpo arso dal fuoco. I Jhakri e le Jhakrini - così sono chiamate le sciamane - suonano il tamburo, e dipingono i mandala che sono cosmogrammi e anche psicogrammi e ancora mappe per centrarsi dopo lo stato confusionale indotto dal transe. Danzano e cantano "mantra" per incantare i "deuta" - gli dei.

Nel giorno del "Janai Purnima" - la luna piena d'agosto - i Jhakri salgono in pellegrinaggio ai laghi d'alta montagna di Gosaikunda o in cima al monte Kalinchok. Si arrampicano sui sentieri scoscesi come capre selvatiche suonando il "jhangro" - il tamburo che serve per una magia del rumore antidemoni. Li seguono a fatica vecchi, donne e bambini che affrontano i diluvi del monsone, il tormento delle sanguisughe e i malesseri del mal di montagna per raggiungere la meta: le acque taumaturgiche del lago benedetto da Shiva o le vette pure che sono un piccolo pezzo di "shambala" - di paradiso.

In cima alla montagna i Jhakri si caricano di "prana" - energia cosmica - e si riscaldano d'un calore mistico che li accende alle estasi. Allora potranno guarire e operare miracoli. I Jhakri che viaggiano in alta montagna sfruttano l'alta quota e lo stress dell'acclimatamento per stimolare sogni e visioni, per sincronizzare la mente e armonizzarsi.Per godere uno stato di grazia che è  chiamato Kamnu e che si manifesta con sussulti, tremori e stati di catalessi.

Lo sciamano che entra nudo e puro nella foresta pluviale è  sensibile alla magia vegetale e sceglie le sue piante maestre che sono spesso anche potenti medicine. Le più grandi scoperte di " farmaci miracolosi " si sono fatte attingendo al patrimonio della cultura botanica degli indios e alle informazioni dei loro sciamani. La tribù Potawotami degli indiani d'America usavano il tasso per curare le ulcerazioni e le malattie veneree e i Chippewa le usavano invece per curare artriti e reumatismi. Dopo un decennio di ricerche condotte nelle foreste e nei laboratori scientifici nel 1992 viene finalmente approvato il farmaco "Taxol" ricavato da un alcaloide estratto dalla corteccia e dagli aghi del Taxus Brevifolia, efficace contro le forme tumorali ovariche. Il chinino un altro alcaloide vegetale è  stato sempre usato dagli indios sudamericani ed è  stato e fino a pochi anni fa era l' unico antimalarico efficace. Dalla pervinca rosea ( Vinca Rosea) usata in Madagascar, in Asia e in Africa per curare infiammazioni oculari, febbri e emorragie si è  ricavato un potente alcaloide - la vinblastina - che è  usato contro i linfomi.

Mark Plotkin si è messo in viaggio con gli sciamani Yanomano per scoprire il potere delle piante amazzoniche. Nel libro "Racconti di un apprendista sciamano" -Rizzoli scrive: 

"Avevo seguito il vecchio sciamano per tre giorni nella giungla e nel corso della nostra lunga camminata s'era sviluppato fra noi un rapporto enigmatico. L'uomo medicina era ovviamente offeso del mio desiderio d'imparare i segreti delle piante della foresta che lui conosceva e usava per curare. Tuttavia pareva contento che io fossi venuto da una terra così lontana - mi chiamava l'alieno - per apprendere gli insegnamenti botanici che i giovani della sua tribù non erano più interessati ad imparare".

Bruce Chatwin si è  accodato alle carovane dei nomadi viaggiando in lungo e in largo in Afganistan, Australia e in Mauritania. Nel suo libro " le vie dei canti" - Biblioteca Adelphi ci racconta: 

" Psichiatri, politici e tiranni sostengono che la vita nomade, sempre in viaggio, è  un comportamento anormale, una nevrosi. Una forma di desiderio sessuale inappagato. Una malattia che per il bene della civiltà deve essere debellata. Gli orientali però predicano che la vita errabonda ristabilisce l'armonia originaria che esisteva una volta tra uomo e universo".

Chatwin ha viaggiato con gli aborigeni lungo le "vie dei canti" - quelle piste invisibili che portano ai luoghi di potere: Uluru (Ayers Rock) la montagna dei segni, Katatjuta ( i Monti Olga) e Katamala ( il monte Conner).

Le tribù aborigene che vivono intorno al monolito di Uluru si proclamano Anangu - creature perfette nate dalla roccia e dalla sabbia - e chiamano "manta" madre terra tutto quello che le circonda. Viaggiano in continuazione alla ricerca d'acqua, con lance dotate di propulsore "womerah" in spalla e con fucili per cacciare i "malu", i canguri. Girano intorno a Uluru per caricarsi di "forza". "Luru" sono chiamate le incisioni che decorano le armi e gli utensili e che assomigliano in modo sorprendente alle crepe disegnate dalle acque e dai venti nelle roccia tenera di Uluru - la montagna dei segni.

Questo monte sacro è  diviso in due parti: la prima è  umida, scura e femminile e nasconde la sorgente d'acqua dolce Mutidjula protetta dal serpente guardiano Wanambi. Vicino all'acqua c'è  il luogo segreto delle donne - "Tjukatjapi" - una grotta vagina e utero dove si celebrano i riti della femminilità. L'altra parte è  invece secca e solare ed è  il luogo di iniziazione degli uomini e degli sciamani.

Ogni fessura e ogni grotta che ho scoperto girando attorno a Uluru è  affrescata con spirali colorate - "waningas" - che assomigliano ai disegni delle orbite degli elettroni che ruotano attorno all'atomo. I waningas rappresentano i turbinii dell'energia vitale e si dipingono con un color rosso fatto d'ocra mescolato a sangue umano. Il sangue e l'anima del pittore aborigeno si incollano così alla roccia sacra. Il sangue si raccoglieva con salassi e altre ferite iniziatiche chiamate "moingga".

La sciamana Loraine Mafi della tribu' Bundjalung mi raccontava che la terra è  protetta da campi di energia collegati tra loro che si possono " sentire" in cima alle montagne sacre, vicino agli specchi d'acqua e alle sorgenti, e dentro alle grotte e alle voragini. Se si vuol star bene si dovrà viaggiare per assorbire forza da questi magneti naturali, qualche volta lontani centinaia di chilometri uno dall'altro. In viaggio ci si avvicinerà istintivamente ai luoghi dei "canti" e del potere che emanano radiazioni benefiche. Gli aborigeni australiani sono convinti che l'uranio presente nel sottosuolo australiano e irradiato dalle rocce madri sia un fluido energetizzante che però può trasformarsi in un potente veleno quando viene concentrato negli scarti di lavorazione delle miniere dell' "Australian Mining Council".

Chatwin conclude: "Quello che appresi in Australia dagli aborigeni confermava una mia ipotesi. La selezione naturale ci ha foggiati, dalle cellule cerebrali fino alla struttura dell'alluce, per una vita di viaggi stagionali a piedi in una torrida distesa di rovi o di deserto.Se così la nostra "patria" era il deserto, se i nostri istinti si erano forgiati nel deserto allora è  più facile capire perché i pascoli più verdi ci vengano a noia, perché le ricchezze ci logorano."

Oggi il viaggio non è  più un'avventura, un'opera d'arte e una medicina. Si vive ancorati alle città. E si viaggia nel tempo ristretto delle vacanze (da turisti). Si vola per il mondo e si corre angosciati alla ricerca delle foreste e dei mari deserti promessi dalle agenzie turistiche. Per incontrare quasi sempre cose inquinate.

La natura selvaggia - la "wilderness" - himalayana è  diventata un parco protetto e gestito da quegli stessi alpinisti che prima la hanno devastata con le loro conquiste e le loro scalate e che hanno ignorato le regole indigene di inviolabilità e sacralità che proteggevano l'alta montagna. Negli atolli dell'oceano Pacifico si sono costruiti hotel di lusso con piscine e solari per i riti dell'abbronzatura, con campi da golf e shopping centers. Levi Strauss, antropologo e viaggiatore, commenta amaramente: "Oggi che le isole polinesiane soffocate dal cemento armato sono trasformate in portaerei ancorate pesantemente al fondo dei mari del sud e che l'intera Asia ha l'aspetto di una zona malaticcia ciò che ci mostra il nostro modo di viaggiare è  la sozzura gettata sul volto dell'umanità ".

Dobbiamo allora imparare a viaggiare in un modo diverso. Per salvare questo nostro pianeta inquinato ma anche per ritornare a vivere in modo "selvaggio" e istintivo, vicini alla natura nostro grande medico.

Da queste riflessioni, dalle nuove idee maturate nei viaggi in compagnia di monaci e asceti o dalle esplorazioni delle foreste tropicali con gli sciamani si sono inventati progetti di "viaggi alternativi" ecologici e non inquinanti.Si parla di "turismo responsabile" mentre gruppi di medici olistici e di terapisti della New Age promuovono viaggi pellegrinaggio per una autoguarigione. Per curarsi col silenzio dei deserti e la " medicina verde " delle foreste. Guidati dagli sciamani fino ai piedi delle montagne e poi finalmente da soli fino alle vette sacre. Per star bene e gustare quel piacere erotico e medicinale che ci regala la metereologia d'alta quota: le carezze energetiche del vento, il calore nutritivo del sole. Per inondarsi del verde delle foreste, per sensibilizzarsi e per sviluppare i potenziali umani.

Per saperne di più:

Mark J. Plotkin: Racconti di un apprendista sciamano -Rizzoli pag. 250 lire 29.000

Claudine Brelet - Rueff: Le arti mediche sacre dall'antichità ad oggi - Sperling &

Kupfer editori pag. 291 lire 29.500.

 

 

Il viaggio sacro nella terra

a cura di Italo Bertolasi

Il viaggio più avventuroso è  il "ritorno" nel "ventre" della Terra. Dea Madre che sostiene la vita. "Sciamani", turisti verdi, e fanatici del viaggio esplorano in lungo e in largo le terre più selvagge per raggiungere foreste tropicali e deserti d'alta montagna. Vero viaggio se si avrà il coraggio d'abbandonare i sentieri battuti per godersi l'avventura del vagabondaggio.

 

Cina: il Tao della Montagna.

Con l'arte della "geomanzia" cinese, il Feng Shui, che vuol dire Vento e Acqua, si impara a camminare guidati dal "respiro della terra" che è  pura energia cosmica. Un minestrone di "Qi" originario dove lo "Yang Qi", forza maschia e solare incarnata nella figura di un bel drago si mischia allo "Yin Qi", forza umida e femminile rappresentata dalla tigre. Chi scala una montagna o attraversa un deserto non fa altro che riunire terra e cielo, armonizzando così lo Yin e lo Yang. Chi pellegrina a regola d'arte compie allora un rito di autoguarigione che può anche curare il mondo.

In Cina i "camminatori spirituali" seguono un itinerario che conduce ai cinque monti sacri del "Tao". Il tao è  il principio armonico che regola il mondo e chi scala i monti "prega" e pratica l'arte del "Wu wei". Si impara ad agire senza sforzo, in modo spontaneo, intuitivo. Senza nessun desiderio.

La "Via" del Tao - dell'armonia - è  anche il viaggio della vita che ogni tanto ci conduce sui sentieri antichi del pellegrinaggio. Queste stradine ricalcano gli invisibili canali del Qi cosmico che attraversano la terra come vasi sanguigni o come i meridiani del corpo umano.

Una "rete" di fili energetici collega così le vette dei monti sacri cinesi ad altri vortici d'energia: sorgenti d' "acqua madre", caverne tempio e altri angolini magnetici della natura. Per riconoscere questi "sentieri viventi" ci si dovrà prima di tutto "svuotare" e trasformarsi in "corpi antenna" con le posizioni canoniche del Qi Gong. Il nostro corpo "gioca" allora a fare l'albero: spalle e ventre rilassati, braccia e gambe leggermente divaricate. Mani al cielo per assorbire il Qi celeste e piedi radicati a terra per "ciucciare il latte" della Terra. Per assorbire l'energia del mondo si dovrà ogni tanto camminare a piedi scalzi e spogliarsi nudi per fare un bel "bagno di foresta". In cima al monte taoista T'ai Shan, un collinone alto 1600 metri nello Shandong, ho visto i monaci taoisti praticare il misterioso "Zi fa Gong": una danza autogena e sensuale che provoca il "trance". Il corpo assume posizioni contorte come i pini centenari. Si scuote e si impenna per "volare". Urla e striscia a terra come una bestia selvaggia. Nelle foreste che circondano il Wudang Shan, monte sacro dell'Hubei, gli eremiti che vivono attorno al "Tempio d'oro" della vetta, praticano l'arte del "bagno di foresta".

L'idea è  di sparire per un mese all'anno in un bel bosco. Pini e cipressi secolari sono centraline di Qi cosmico e possono agire come vasi comunicanti che riversano energia benefica a chi saprà fare il "Qi Gong arboreo", una vera "pranoterapia verde". Per assorbire i raggi verdi irradiati dalle piante si dovrà scegliere prima di tutto una pianta sana di media età (300 - 400 anni) e acccostarsi con sensibilità. Le gambe sono leggermente piegate, i piedi arricciati. Con la pianta del piede si potrà assorbire lo Yin Qi della terra. Le mani all'altezza dei fianchi saranno invece rivolte all'albero per "ciucciare" nel momento dell'inspirazione il Qi verde e salutare ed espellere, durante l'espirazione, il Qi organico esaurito. Ci si può anche massaggiare ai tronchi più nodosi per armonizzare la circolazione del Qi e rivitalizzarsi.

 

 

Il cuore rosso dell'Australia

Uluru - la montagna dei segni - è  un monolito di roccia rossa che si drizza per ottocento metri nel cuore del deserto australiano. E' il monte sacro venerato dalla tribù aborigena dei Pitjantjatjara. Ci spiegano che Uluru - la montagna dei "segni" - " non è  solo una montagna, ma è  nostro padre e nostra madre. E' il luogo magico delle forze e delle visioni che germogliano dalle pietre". "Luru" nella lingua indigena sono chiamate le incisioni che decorano armi ed utensili e che assomigliano ai geroglifici disegnati dall'acqua, dal sole e dai venti sulle roccia rossa di Uluru. Montagna magnete che irradia energia. "Insanguinata" perché ha partorito gli Anangu sterminati dal genocidio dell'uomo bianco - il feroce ""piranpa". Gli aborigeni si sentono imparentati con creature polimorfe, metà uomo e metà animali, dotate di poteri straodinari: "Kalayamati" è  l'uomo emu, "Mynyama Tyala" la donna ape. Progenitori della razza umana.

Uluru è  ricca di tesori: a Nord, tra rocce umide e "femminili", c'è  una sorgente d'acqua piovana protetta dal serpente "Mutidjula". E la caverna vagina, luogo iniziatico, dove vengono istruite le "fanciulle che fioriscono" col primo mestruo. Luogo tabù profanato dai turisti. Ci dicono le donne aborigene: "Quando un uomo ignorante entra nello spazio sacro delle donne, le violenta tutte... non solo le donne Anangu ma anche tutte le altre donne del mondo!".

Rivolta a mezzogiorno c'è  la parte maschia con i suoi monoliti falli. Qui si apre la voragine di "Kundji", porta del paradiso, dove i cacciatori si ritrovano a danzare in trance. Le rocce sono affrescate con disegni di soli che irradiano raggi di luce. I colori - gialli, ocra, aranci - sono incollati col sangue dell'artista alle rocce "insanguinate". Carni vive di Uluru.

Uluru - Ayers Rock - è  purtroppo anche il simbolo turistico dell'Australia da bere e le migliaia di turisti che visitano il tempio montagna non rispettano certamente le regole degli aborigeni: la montagna sacra non si deve scalare. Non si deve fare il bagno nella sorgente sacra. Non si devono profanare i luoghi " tabu' ". Uluru è  al centro di un "mandala" di monti radioattivi che sono anche i libri di storia più antichi del mondo.

 

 

I vortici di Sedona

La geobiologia è  la scienza che studia la "risonanza della macchina umana" immersa nel campo di forza creato dall'irraggiamento cosmico e gravitazionale della Terra. Ci sono luoghi speciali dove si registrano anomalie elettromagnetiche o del campo gravitazionale. O dove "channeller" e sciamani sentono muoversi invisibili energie "mistiche". Questi "vortici" di energia spirituale sbocciano da terre sacre scelte da sempre come templi per la preghiera e la meditazione.

Sedona, cittadella dell'Arizona, è  la capitale americane della nuova spirityalità della New Age. E' cresciuta in pochi anni come un fungo, da quando sono iniziati avvistamenti di Ufo e si sono manifestate altre strane presenze attorno ai "monti sacri". Il deserto di Sedona con i suoi canyons e le sue roccie rosse erano i paradisi degli indiani Yavapai e Apaches che una volta frequentavano queste terre sante per edificare "ruote della medicina" e per celebrare i "pow Wow". Oggi, dopo il genocidio, gli ultimi Apaches sopravvivono confinati nella triste riserva di Camp Verde.

Per gli Apaches il deserto di Sedona è  una terra magica: ai quattro angoli segreti ci sono "vortici" d'energia mistica. Quello di Bell Rock è  in cima ad un montagnone rosso dove dimora la Dea della Terra. Si sale facilmente in vetta e nella posizione del loto ci si abbandona alla forza rigenerante dei mulinelli d'energia che si sprigionano dalla roccia.

Gli indiani credono che la montagna sia "gravida di luce" e che all'interno ci sia una miniera di cristalli bellissimi. Altra centralina "esogetica" - che irradia energia esoterica ed energetica - è  il "Boynton Canyon". Si cammina per due ore seguendo un torrente secco per arrivare a un'arena tra rocce a strapiombo. Qui si raccoglie un'energia che gli sciamani apaches vedono condensarsi in turbinii di polveri fosforescenti a forma di dei alati o fanciulle albero. Il vortice più accessibile è  quello dell'areoporto di Sedona: qui si può fare la "meditazione del sole" godendosi i più bei tramonti che insanguinano roccie antropomorfe, canyon e deserti persi all'infinito. "Cathedral Rock" è  la montagna più famosa dell'Arizona: le rocce imbottite di ferro agiscono da potenti magneti e creano "vortici" d'energia che "purificano, disintossicano e rivitalizzano".

I "cacciatori di vortici" che gironzolano attorno a Sedona sono chiamati "Guerrieri dell'Arcobaleno" o "Guerrieri del Silenzio". Appartengono a quella tribu' cosmopolita e giramondo che viaggia alla ricerca dei luoghi di potere. Tra loro ci sono i nuovi guru della New Age, sciamani dal "viso pallido", turisti verdi, ecosofi e nuovi turisti.

 

 

Il viaggio nell'acqua

a cura di Italo Bertolasi

Fuori e dentro di noi tutto è  acqua. L'acqua ricopre il 70% della superfice terrestre e il 70% del nostro corpo è  fatto d'acqua. Ognuno di noi è  un piccolo "oceano" in cui le cellule vivono e muiono come creature marine. L'uomo è  un "acquanauta" attratto dai viaggi acquatici. Verso laghi, stagni, pozzi e verso il blu' ultramarino degli oceani dove la vita apparve miliardi d'anni fa. Oggi si ritorna all'acqua per riscorpirne il potere erotico, curativo e spirituale. Nell'acqua e in alcune sue qualità - la fluidità, la freschezza, l'esoansione, la fertilita - si sono ritrovate le radici del pensiero religioso, delle terapie mediche, della comunicazione e della sessualità umana. Oggi si sono ideate, cure, perfomance e viaggi acquatici per riavvicinare l'uomo all'acqua. "Sangue e latte" della terra, dove tutto cresce e si dilata e dove, come scrive il filosofo Bachelard, si mescolano simboli ambivalenti di nascita e morte. Ma perche' l'uomo possa fluttuare lui stesso sull'acqua dovrà riacquistare grazia, sensualita. Imparare di nuovo a fluttuare dentro sé  stesso.

 

 

Il bagno di cascata e il "tempio del sudore" giapponese

In Giappone il bagno freddo di cascata e le purificazioni con l'acqua fredda sono chiamate "misogi harai" - preghiere d'acqua. Nei paesini del sud si festeggia la primavera con bagni di mare: decine di giovani si gettano in acqua e con gli spruzzi salati fecondano le statue di Inari, dea della vita e della selvaggità, e di Yamano Kami, dea della montagna. I "mizugori" - le doccie di cascata - si fanno durante i pellegrinaggi estivi ai vulcani sacri. Gli Yamabushi si bagnano alle cascate più famose: quella di Nachi nello "Yoshino Kumano National Park" che è  anche la più alta del Giappone e quelle del monte Ontake, nella provincia di Nagano che è  nel cuore delle "Alpi giapponesi". Questi asceti di montagna hanno inventato strane preghiere che assomigliano a delle performace artistiche e a delle "ginnastiche esoteriche" a contatto con gli elementi sacri della natura: terra, acqua, fuoco, aria e vuoto considerati "Kami" - veri dei. Gli yamabushi sono celebri in tutto il Giappone per la durezza dei loro traning ascetici: bagni di vento e di cascata conditi con diete spartane a base di piatti freddi e vegetariani. Da farsi nei mesi più freddi dell'anno e nelle ore gelide dell'alba.

Nell'isola d'Hokkaido - una Siberia nipponica - vivono gli ultimi Ainu. Pelosi e di pelle chiara disprezzano i "giapponesi", glabri e "gialli". Amano invece i fratelli indiani d'Alasca, gli Eskimo, i Sami. Considerati "selvaggi" e "stranieri" nello stesso Giappone, gli Ainu sono stati decimati da secoli genocidio e oggi, unici veri "poveri" nel ricchissimo Giappone, vivono in una condizione pietosa di indigenza e discriminazione. Per resistere all'acculturazione e rinforzarsi insegnano ai loro "orsacchiotti" - ai piccoli della tribu' - l'antica via dell' " ainuità ". Per questo hanno inventato una "scuola di selvaggità" che si è voluta in mezzo alle foreste di betulle. La scuola è  fatta di due o tre capanne di paglia che riproducono un piccolo villaggio antico - il khotan. Qui si cerca di vivere un po' all'antica immergendosi nell' "Ainu Puri" - il bel modo di vivere selvaggio. Si va a pesca di salmoni, si raccoglie frutta e verdura selvatica e di notte si danza, vicino al fuoco, col ritmo scandito magari dai vecchi "tusu-guru" - gli sciamani. Alla fine di questa "vacanza" ci si prepara alla scalata del monte sacro con un bel "il bagno di sudore". Si edifica una piccola tenda tempio che simboleggia il corpo della Madre Terra che al centro ha il suo "sesso" fatto di pietre roventi. Lo sciamano suona il suo tamburo e getta acqua gelida di torrente sulle pietre incandescenti. Si crea così vapore bollente che scotta i corpi nudi. Dopo un po' tutti gridano e piangono, e c'è anche chi prega e entra in trance.

 

 

Il "Watsu" californiano

Il Watsu - Water Shiatsu - è  un "viaggio" nel tepore delle acque termali per ritrovare benessere e relax. Un galleggiamento sensitivo a pelo d'acqua che riunisce i benefici del massaggio shiatsu a quelli di un buon bagno termale. Il watsu è  anche meditazione, un "ascolto" dell'altro che affina la comunicazione tra esseri umani. Una poesia d'acqua che libera anima e corpo. Fluttuando ci si muove come alghe, come cavallucci marini, come nuvole. Ci si espande come goccie d'acqua esprimendo movimenti idraulici, sensuali, femminili, armoniosi. Il watsu si pratica in coppia: chi " dà " sostiene il suo partner nella "culla" delle braccia e chi riceve avrà il "difficile" compito di abbandonarsi fiducioso all'abbraccio acquatico. Inventore del watsu è  Harold Dull, un famoso poeta della beat generation che oggi è  diventato uno tra i più creativi "acquacultori" del mondo. Vive e lavora ad Harbin Hot Spring, un villaggio termale fatto di casette di legno, piscine d'acqua calda, sale di massaggio e sauna. Con annesso un albergo spartano che può ospitare più di cento ospiti e un ottimo ristorante vegetariano. Harbin è  cresciuto vicino alle terme e in mezzo a una bella foresta a soli duecento chilometri da San Francisco. Per arrivarci si dovrà attraversare la "Napa Valley" con i suoi vigneti famosi e le sue cantine lussuose che distillano il più buon vino d'America. E dopo aver attraversato la cittadina di Middlepoint si sale in montagna.Tra questi boschi gli indiani "Lake Miwok" pellegrinavano alla ricerca delle sacre fonti di Harbin dove zampillano da spettacolari geysers acque caldissime e medicinali, ricche di ferro, zolfo e magnesio. I nativi le veneravano come un "sangue della terra". Per loro sono "acque madri" originate dall'ebollizione di un antico oceano sprofondato nel cuore della terra. Dai "bianchi" e dai cercatori d'oro furono riscoperte nella metà dell'ottocento e finalmente nel 1870 qui fu inaugurato il primo istituto termale americano.

Harbin si è  trasformato in un centro di riabilitazione, in un villaggio vacanza. Poi in una comune di Hippies e oggi finalmente in uno splendido centro di idee sul benessere e sul bodywork acquatico. Si vive nella natura selvaggia circondati dagli animali. Cervi, scoiattoli, volpi e una varietà incredibile di uccelli si confondono a schiere di nudisti abbronzati che si crogiolano all'aria aperta. Nelle notti di luna piena e durante i solstizi e gli equinozi si celebrano riti acquatici e performance salutiste dove si mischiano fitness e meditazione, watsu e woga - yoga in acqua - a tanta gioia e creatività.

 

 

La festa del bagno delle donne del Nepal

Alla fine del monsone - tra agosto e settembre - quando i cieli si tingono d'azzurro e le notti scintilano di stelle - si celebra in Nepal la festa del "Teji". E' un rito millenario che consacra la fertilità e la magia femminile con danze e bagni rituali. Una folla di donne vestite a festa, con i sari rossi bordati d'oro che svelano corpi belli, unti e profumati, si ritrova al tempio di Pashupatinath, sulle rive del Bagmati. Finalmente sole, senza padri e mariti tiranni, danzano notte e giorno con gran ardore attorno al lingam d'oro del dio Shiva. Un Dionisio nepalese, godereccio e creativo, il cui fallo ardente è  simbolo dell'energia creativa della vita. Il Teji è  un carnevale, un'orgia, un tempo da dedicare agli ozii, ai piaceri e alle trasgressioni. Nei tre giorni di festa le donne si ubriacano e si scelgono liberamente un amante per celebrare la più bella preghiera del mondo: una notte d'amore.

Il Teji è  la festa del bagno che si fa nel Bagmati, il fiume sacro che nasce dai ghiacci dell'Himalaya e muore nel Gange. Ad ogni alba di festa ci si immerge nel fiume. Le donne si spogliano del sari e del "cholo" - il corpetto di velluto - per indossare l'ampio camicione da bagno e si tuffano nell'acqua ghiacciata. Con un'argilla medicinale ci si dovrà frizionare per ben 360 volte - è  un numero di buon auspicio - viso, petto, ventre e i sette chakra. Dopo questa cura ci si sottopone a un battesimo rigenerante. A turno le donne si versano in testa l'acqua del fiume, carica di prana, che viene filtrata attraverso un colino riempito con l'erba magica chiamata "Daitwan". Le donne più belle, lucide d'acqua e di olio, assomigliano a dee tantriche e a sirene. I loro corpi scuri, pieni e nudi sono angelicati dall'acqua sacra. Spuntano dalle acque di fiume con auree luminescenti, grondanti liquidi amniotici, medicinali. Le donne si trasformano così in vere "dakini" - vere dee. Belle, uniche. Regali preziosi della vita. Nulla farebbe il potente dio Krisna senza la sua bella Rada, e il terrribile Yama senza la sua divina Yami. E ogni uomo senza quel manto di dolcezze e di vera poesia che ci regala la donna.

 

 

 

Il viaggio del fuoco

a cura di Italo Bertolasi

L'uomo ama e teme il fuoco. Prometeo, eroe civilizzatore e primo sciamano è  un "ladro di fuoco": lo ruba a Zeus, despota e padrone del fuoco, per conquistare la libertà. In Cina i santi taoisti riscaldavano i forni alchemici col fuoco dei vulcani. In Giappone ancor oggi si scalano vulcani per fare lo "yoga del fuoco": immersioni in laghetti termali d'acqua bollente, passeggiate sulle braci ardenti o su sentieri esposti ai vapori bollenti dei crateri.

 

 

Il fuoco della terra.

In mezzo alla terra c'è  un cuore incandescente: una specie di stella pulsante e incandescente compressa dalla crosta terrestre. La litosfera - la "buccia terrestre" è  formata da una dozzina di zolle che galleggiano sul magma incandescente creando enormi quantità di gas che con la loro pressione modellano la "crosta" e la forma della terra. Dalle fratture della litosfera si sprigionano eruzioni di lava, polveri e gas incandescenti. I vulcani non sono sparsi a caso, ma si allineano lungo "anelli di fuoco" - come quello circumpacifico - o lungo le "rift valley" sottomarine. Sulla terra si contano più di 500 vulcani attivi mentre mille altri "vivono" sul fondo marino.

Quattro secoli fa Severinus, un geologo fanatico dei vulcani, consigliava di "bruciare i libri, infilarsi scarpe adatte per scalare i vulcani e viaggiare per il mondo". L'esplorazione sistematica dei vulcani inizia solo nel Settecento con i fortunati viaggi di Cook alle Hawaii e con i vagabondaggi di Deodat de Dolomieu. E agli inizi dell'Ottocento nasce il " turismo vulcanico " con la proposta di escursioni sul Vesuvio e sull'Etna.

Oggi anche i camminatori ecologisti hanno riscoperto il pellegrinaggio ai vulcani. Vicino alle "vulve incandescenti" della terra riscopriamo il calore sacro che nutre il mondo. Un caos infuocato che accende pensieri di infinità.

 

 

Viaggio verso i più bei vulcani della terra

Fuji-San (Giappone). Con i suoi 3776 metri è  il monte più alto e più sacro dell'intero Giappone. Il cratere della cima è  immenso: cento metri di profondità per settecento di perimetro. Il Fuji oggi è  inattivo - l'ultima eruzione è  avvenuta nel lontano 1707 - ma per "yamabushi" (i monaci delle Alpi giapponesi) e migliaia di pellegrini che ogni anno salgono ai suoi crateri è  pur sempre la reggia di "Kamui Fuchi", gran dea del fuoco. Chi sale il sacro vulcano penetra nel ventre molle e gravido di "Sengen", Grande Madre che incarna la forza fecondante della vita. Nelle grotte calde e umide del Fuji si rinchiudevano per sempre i "Miira" per una purificazione estrema che era un vero suicidio rituale. Prima si "liberavano" dal sonno, poi dalla sete e dalla fame, dalle passioni e dalle preocCupazioni per concludere la vita con una sepoltura a morte nel ventre del vulcano.

La salita del Fuji è  faticosa: si parte di notte, meglio in un giorno di luna piena, per arrivare in cima del vulcano all'alba. Qui si potrà venerare il sole nascente con una preghiera cannibalesca: col corpo "aperto" si mangia l'energia del sole nascente e gli altri nutrimenti delle vette.

Gunung Agung (Bali). Nel cuore di Bali e a tremila metri d'altezza ci sono le bocche di fuoco del Gunung Agung. Ombelico del mondo e trono di Mahadeva, creatore dell'universo e dio del fuoco. Il vulcano è  un cono nerissimo a pareti ripide con un'attività esplosiva periodica e devastante. E' un "sorvegliato speciale" che si erge minaccioso da una fitta foresta tropicale che protegge il tempio di Basakih dove si festeggia l' "Eka dasa Rudra". Una festa pantagruelica ed esorcistica in onore di Rudra, l'aspetto terrifico e distruttivo del dio Shiva. Shiva Pahupati, dio degli animali e della natura selvaggia è  un maestro di serenità ma la sua collera può ogni tanto provocare disastrose eruzioni.

La scalata verso le bocche di fuoco è  stata una delle più faticose della mia vita. Prima di salire si fa l'offerta rituale di fiori ai tre templi di Basakih dedicati a Brahma - il Creatore - a Shiva - il Distruttore - e a Vishnu - il Conservatore della vita sulla terra. Meglio arrampicarsi più "nudi" possibile: niente pesi in spalla ma anche niente soldi, catenelle d'oro e scarpe di cuoio, oggetti " impuri ". Il tratto iniziale è  insidioso: è  un labirinto di sentieri da pastori che si sperdone nella giungla. La scalata è  estenuante. Si sale lungo i sentieri naturali scavati dalle pioggie e dalla lava. In cima si cammina su una lama di roccia, a piedi nudi - la terra è  santissima - per raggiungere una cengia sospesa nel vuoto con sotto un panorama mozzafiato.

Stromboli. Con i suoi 200.000 anni d'età è  il più giovane vulcano d'Italia. E' una piramide di lava conficcata nel mare, con la punta infuocata che svetta in cielo. L'attività dello Stromboli è  iniziata 2500 anni fà ed è  caratterizzata da esplosioni perpetue intervallate tra loro di 10-20 minuti. A intervalli decennali le bocche possono esplodere in modo violento, procurando terremoti e colate che scendono a mare lungo la "sciara del fuoco" senza pericoli per le popolazioni dell'isola.

Il sentiero più bello è  quello "alternativo" riattivato dai volontari di "Lega Ambiente" qualche anno fa. Da Ginostra si attarversa la macchia selvaggia del " Timpuni d'u Fuocu" per raggiungere "Punta d'u Corvu". Qui si ammira la "Sciara d'u Focu". Poi si sale lungo il "Sentiero dei Capperai" e dopo tre o quattro ore di marcia si raggiunge il "pizzo" del vulcano che domina i crateri. Di notte lo spettacolo è  straodinario: i lapilli incandescenti sfavillano nel buio e ricadono come piccole comete nei camini incandescenti. Si ridiscende poi dal lato Nord - Est "pattinando" lungo scivoli di sabbia lavica per finire nel mare azzurro di Scari.

 

 

Camminare sul fuoco.

In Giappone il rito dell'attraversamento delle braci ardenti si chiama "hiwatari". Lo si fa in primavera ai piedi dei monti sacri. Si fa la "danza" sul fuoco che è  "domato" dalla magia degli yamabushi, gli asceti dei monti giapponesi. Nella santa notte della luna nuova di febbraio in India si festeggia Shiva. Nei villaggi del Kerala gli yogi cantano, danzano e si scottano con torce roventi il petto per dimostrare la signoria sul fuoco. All'alba attraversano un letto di braci ardenti mentre altri coraggiosi si gettano addosso brodi bollenti conditi di "masala".

Anche in Europa si continua a camminare sul fuoco. In Grecia, nei villaggi di S. Elena e Langhadhà, si ripete ogni anno il rito della "pirobazia" (dal greco pyr = fuoco e bainein = passeggiare) in onore di S. Costantino. Si ricorda l'incendio che distrusse nel 1257 il santuario del santo. Nella notte tragica si udivano le grida lancinanti provenienti dalle fiamme e dalle icone miracolose di S. Costantino e di sua madre S. Elena che "parlavano" e "piangevano". Da allora gli Anasteneridi - i "sospiratori" - attraversano ogni anno le braci ardenti per ricordare quel miracolo.

La camminata sul fuoco è  oggi usata come rito di iniziazione. Si affronta il terrore del fuoco per vivere con la determinazione di un samurai. E' usata nei training di formazione consigliati dall'americano Kurt Schweighardt ai managers. Ricerche scientifiche sul sistema PNEI - Psico Neuro Endocrino Immunologico - hanno dimostrato che la "danza del fuoco" stimola l'organismo intero: timo, milza, sistema linfatico e immunitario.

 

 

 

Il viaggio dell'aria e del vuoto

a cura di Italo Bertolasi

Musashi, poeta e calligrafo giapponese, maestro di kendo e gran forgiatore di spade nel suo bel "Libro dei cinque anelli" ci avvisa: " Ku - il vuoto - è  l'elemento più sacro e invisibile. Il vuoto è  il nulla.E' il sacro che appare.Praticando la forma si può percepire il vuoto".

 

Il viaggio è un percorso di autoguarigione che via via ci affina e ci trasforma. Con "corpi nudi e sensibili" si attraversano gli elementi, Si cammina e si "danza" sulla terra per immergersi nelle acque purificanti e medicinali. Ci si riscalda al calore del sole o si fa uno "yoga del fuoco" con i riti della pirobazia.E finalmente in cima ai monti "sacri", come veri "angeli d'aria", si potrà danzare stimolati dai venti. Gli orientali considerano il vuoto come quinto elemento che si può esperenziare con strani alpinismi alla rovescia dove si affronta la paura degli abissi e dei "salti nel vuoto".

 

 

L'angelo dell'aria.

In un manoscritto medioevale, Il Vangelo esseno della pace, si invita il buon viandante ad abbondonare la corruzione delle città per ricercare l'aria pura dei boschi e delle montagne: "Li' troverete l'angelo dell'aria. Levatevi le scarpe, liberatevi dei vostri abiti e lasciate che l'angelo dell'aria abbracci tutto il vostro corpo. Poi respirate profondamente affinchè  l'angelo dell'aria allontani ogni impurità". L'aria, sorella del vento, da sempre è  venerata come "respiro della terra". Eterea e trasparente come cristallo ha ispirato sogni di volo, musiche angeliche e viaggi a "gonfie vele" verso mari lontani. Nell'ottocento nasce l'alpinismo, la moda dei trekking nella natura e delle cure metereologiche. Rikli, un naturopata svizzero, aveva inventato bagni di sole e di vento per assorbire i nutrimenti dell'aria. L'aria impalpabile è  ricca di ossigeno, di gas rari come l'idrogeno, l'ozono, l'argon e ancora di anidride carbonica, polveri cosmiche, pollini. Rikli osservò ancora che il vento era il segnale di un riequilibrio atmosferico e che la sua "forza" poteva influenzare i nostri comportamenti quotidiani. Fanatico del dolce camminare consigliava di passeggiare nei boschi per qualche minuto "nudi e con passo di montagna" aumentando l'esposizione all'aria di cinque minuti al giorno. Bagni d'aria e di vento si praticano in ogni parte del mondo: oltre a essere un rito salutista sono anche un "viaggio nell'aria" e una specie di "yoga delle vette".

 

 

Il vento e la danza sacra.

In Giappone i monaci delle montagne sostengono che il vento divino - Kaze no Kami - sia anche "maestro di danza". Nelle danze sacre - i "kagura" - ci si abbandona a un vento fantastico che si intravede con un "terzo occhio" sovrasensibile. La danza allora assomiglia al volo di un gabbiano, al movimento delle foglie e delle nuvole sospinte dai venti. Il corpo assumerà forme polimorfe e disarticolate. Forme animali, erotiche. Forme sacre.

Kazuo Ohno ha inventato il "Butoh" - la danza del buio e del mistero - che insegna a sciogliere il corpo in una metamorfosi sacra. Si danza nella natura: nell'acqua e nel fango delle risaie, sospinti dal vento e dalla fantasia. L'aria e il vento ci insegnano l'arte dell'abbandono fiducioso. In Cina i monaci taoisti nel "canto" dei venti sentono risuonare la "voce di Dio" che è  il "Ki" cosmico. In India gli yogi hanno inventato uno yoga respiratorio - il pranayama - che è  una specie di pranzo di aria pura. "Prana" è  aria ma anche forza che si può accumulare controllando il ritmo respiratorio: si fanno vigorose inalazioni ed esalazioni con pratiche di ritenzione del respiro chiamate "Kuhmbara".

Si procura così calma mentale e si risveglia la famosa Kundalini, l'energia sessuale. Si consiglia di praticare questa ginastica del respiro in alta montagna o vicino al mare dove il prana è  più forte. Con il "pranayama" il corpo in breve tempo ringiovanisce, riacquistando agilità e "lucentezza". Si inala energia cosmica e si esalano impurezze. Con l'aria marcia si "esala" anche il Sé  individuale per immergersi nel Sé  universale. I sufi - i mistici dell'Islam della passione e della pace - viaggiano sospinti dal vento del deserto e danzano il "dhamal" che li trascina coi "piedi che ballano sulle nuvole", sempre più in alto. Le loro giravolte che mimano i movimenti del sole e delle stelle li trasformano in veri angeli che spiccano il volo per raggiungere Allah - Dio.

 

 

La "sfinge" di Zermatt. (Svizzera)

Le Alpi nascono 90 milioni di anni fa dalla collisione di due continenti: la placca tettonica africana che "slitta" per un tempo lunghissimo fatto di milioni di anni lungo la placca europea. Un'enorme pressione ha corrugato così la crosta della terra creando uno dei più bei paesaggi della Terra.

Il Cervino è  il gioiello delle Alpi: una piramide perfetta che svetta in mezzo a un deserto di ghiacci eterni. E' chiamata la "sfinge di Zermatt" per l'aria di mistero che irradia. Dopo un secolo di tentativi drammatici, e solo nel 1865 quando tutte le altre vette intorno erano già state conquistate, fu finalmente "vinto" il Cervino. Da Whymper, l' "eroe di Zermatt"; un illustratore inglese fanatico dei paesaggi alpini che diventò famoso per la tragica scalata che costò la vita a quattro compagni di cordata e che causò uno scandalo internazionale sul neonato alpinismo.

La zona che circonda questo nostro monte sacro conta altre ventotto cime alte quattromila metri e più, un deserto d'alta montagna fatto di ghiacciai eterni, distese di prati e di boschi sempreverdi. più una rete di sentieri che si allunga per trenta chilometri attraversa "giardini alpini" di genziane, anemoni e gigli martagoni che sbocciano tra i larici. E' il regno delle marmotte, dei camosci e degli stambecchi. più di un quarto dell'intera Svizzera è  ricoperta da foreste - vero "oro verde" - che creano un microclima temperato e difendono i terreni dall'erosione. Ai piedi del Cervino piove poco e i boschi che lo circondano sono "serbatoi d'acqua" e di umidità. Sui pratoni della "Riffelalp" alita tutta l'anno un bel venticello e si può certamente passeggiare e danzare come ci consiglia Rolando Toro, antropologo e psicologo cileno che ha inventato il "sistema Biodanza". Per lui la danza del vento "dona fluidità, leggerezza e grazia e ci apre a sensazioni di ascensione, fantasia, volo e libertà. Potete improvvisarla quando siete in vacanza. In montagna o in riva al mare. Meglio farla a piedi nudi e in angolini tranquilli e selvaggi. Al mattino il vento stimolerà il sistema nervoso e con la danza si farà un bel pieno di vitalità. A mezzogiorno la danza sarà più dinamica e voi vi sentirete più centrati, più caldi, più vivi. Se la eseguirete al crepuscolo o di notte vi muoverete più lentamente. In stati di vera meditazione."

Per danzare con il vento si dovrà ancora una volta potenziare l'ascolto del ritmo e del "respiro della terra", abbandonandosi con sensibilità e creatività ai dondolamenti e a tutti gli altri movimenti autogeni che ben presto ci trascineranno in una vera danza dell'aria. Elegante e sensuale.

 

 

Alpinismo alla rovescia.

più spettacolare e pericoloso è  invece l' "alpinismo alla rovescia" proposto dagli yamabushi a tutti i pellegrini che per la prima volta scalano il monte Omine San. Un collinone verdissimo all'interno delle terre sante di Yoshino, predilette dai "Kami" - gli dei. Vicini alla vetta si è  appesi a testa in giù sopra uno spaventoso precipizio, sostenuti solo da una fune che ci sostiene sotto le braccia. Le mani saranno congiunte in posizione di preghiera. Si penzolerà così nel vuoto affidandosi con fiducia alle mani esperte e nerborute del monaco alpinista che manovra la fune. E' un viaggio alla rovescia: con la testa rivolta al centro della terra, la mente si può concentrare finalmente su sé  stessa. Allora si può spalancare una finestra sugli oscuri e misteriosi baratri dell'anima.

"Nel silenzio del vuoto s'innalza lo spirito immortale". I monaci che vivono nei templi sospesi tra rocce e baratri del monte Wudang Shan ad ogni alba bruciano un po' d'incenso in un braciere che si raggiunge camminando con passo spedito e leggero su una trave a forma di drago che svetta nel vuoto. E quando il bastoncino è  consumato si suona qualche colpo di gong.

 

 

Percorsi negli elementi

 

Viaggiare con "Nuove Terre"

Vi invitiamo a viaggiare in compagnia di artisti, terapeuti e sciamani. In trekking o in pellegrinaggio. Per isolarci in angoli incontaminati della natura a meditare e a rilassarsi. Viaggeremo con un'autentica voglia d'esplorare il mondo e di conoscere gli altri. Per arricchirci culturalmente ma anche per tonificarci e curarci vicino ai vulcani, ai deserti e agli oceani. Attratti dall'incontro "transculturale" con altri popoli e altre civiltà. Vi proponiamo di salire con noi in cima ai monti sacri del Giappone guidati dagli Yamabushi o di vagabondare per gli eden alpestri cinesi con i Taoshi, praticando il "Qi Gong" della natura. O di ritornare ancora una volta tra gli sciamani del Nepal, maestri del "Viaggio" e custodi dei silenzi e dei misteri dell'Himalaya.

L'arte del viaggio ci avvicinerà così ai patriarchi dell'umanità: le minoranze etniche e i popoli indigeni che vivono a contatto della natura selvaggia. Saremo ospiti discreti negli angoli più belli del mondo. In foreste e villaggi che sono casa d'altri. Impareremo allora a muoverci in punta di piedi. Curiosi ed educati. Prendendoci cura degli altri e dell'ambiente antico e selvaggio che ci circonda.

 

 

 

Il libro della Terra

Fin dall'antichità si scoprirono le qualità terapeutiche dell'argilla: con le terre di Lemnos curavano già Avicenna e Ippocrate. E nell'ottocento ci si curava con i "bagni di fango" suggeriti dall'abate Kneipp. Mahatama Gandhi usava l'argilla come vera panacea nella sua clinica di Uruli Kancha.

Arnold Rikli, naturopata svizzero vissuto un secolo fa, insegnava la pratica dell'igienismo fatta di nudismo e vegetarianismo che riportano l'uomo "intossicato di civiltà" a contatto della terra, vera medicina di prevenzione e cura delle malattie del corpo e della psiche. Rikli aveva scoperto che la pelle non era un semplice "vestito" del corpo ma un'organo intelligente e vitale. Per stimolarlo consigliava di camminare nei boschi "nudi in libertà" facendo salutari bagni d'aria e di sole.

 

 

"Bagno di fango"

La terra non è  sporca. E' la "casa" di tutti gli organismi viventi e dei microorganismi che trasformano i rifiuti organici in sostanze nutritive e vitali. Il fango - acqua e terra - è  la "carne" di tutte le creature. I bagni di fango e d'argilla - gioco di bimbi ma anche cure termali - ci immergono in una terra madre, calda, soffice e sensuale. Le sedute di "fangoterapia" comprendono: applicazioni di fango, bagni caldi, momenti di relax per compensare le reazioni dell'organismo e un buon massaggio finale.

 

 

I piedi

I piedi sono un'opera d'arte e un tesoro da conservare con cura. Per chi pratica l'arte del viaggio il piede "intelligente" è  una specie di cervello che riconosce i sentieri maestri. Per sensibilizzarlo si può camminare a piedi nudi e a occhi chiusi esplorando le ruvidezze del terreno. Per rinforzarlo si può saltellare sui sassi di fiume - è  una meditazione zen - o passeggiare sulla rive del mare immergendo il piede nella spuma del mare, o appoggiandolo sulla sabbia, sui sassi arroventati dal sole e poi di nuovo nell'acqua di mare. I nostri piedi-cervello desiderano carezze, massaggi, attenzioni.

 

 

Il libro dell'acqua

Per Luigi Costacurta, naturopata veneto, l'acqua migliore è  quella "viva di sorgente che scorre nei ruscelli e montagna, lungo i pendii di montagna". Arricchita di sostanze organiche e inorganiche, di "prana" e di magnetismi atmosferici e cosmici. Il bagno di ruscello, consigliato da Costacurta, attiva un processo antiflogistico - che decongestiona e disinfiamma - regola l'irrorazione del sangue in tutto il corpo con la "vasocostrizione e vasodilatazione" e coinvolge il processo di "osmosi", quella funzione che regola l'interscambio umorale delle sostanze contenute nel nostro organismo.

I nuovi acquanauti hanno riscoperto il potere delle acque calde e termali: gli "ecologi della nascita" propongono alle future mamme ginnastiche e massaggi prenatali e il parto in acqua per "curare la ferita della separazione". In America si è inventata una "psicanalisi subacquea": ci si immerge sott'acqua per ritrovarci nella piacevolissima notte uterina e amniotica della nostra concezione. Il Watsu - galleggiamento rilassante e massaggio in acqua inventati da Harold Dull - ci invita ad approfondire una comunicazione umana fatta d'acqua, d'ascolto e di mistero. Coraggiosa, "nuda", sensuale, spirituale.

La "danza del respiro nell'acqua": è  il movimento autogeno, armonioso e rivitalizzante espresso dal corpo che respira e dondola liberamente nell'acqua. Ci si mette in una piscina termale - l'acqua dovrà essere a 35° - con le gambe flesse, i piedi radicati sul fondo, le spalle e il collo rilassati. Poi si respira profondamente per tre volte a occhi chiusi. Alla fine di ogni espirazione si esplora e si osserva quello che può apparire al "fondo del respiro". Il corpo si immerge naturalmente dopo ogni espirazione per riemergere un po' ad ogni inspirazione. Questo sali e scendi controllato dal respiro è  una "danza" primordiale: la danza sacra del respiro nell'acqua.

 

 

Il libro del fuoco

Ci spiega Luigi Costacurta: 

"la luce solare è  un complesso di energie luminiche, caloriche, attiniche, chimiche, elettriche e magnetiche originate dalla "pila solare" che attraversano l'atmosfera per giungere a noi in forma di radiazioni di luce e calore. Il calore è  prodotto dai raggi infrarossi di onda lunga e gli effetti chimici sono prodotti dai raggi gamma di onda corta. Tra questi ci sono i raggi ultravioletti. I raggi luminosi forniscono energia alle cellule nervose e i raggi chimici partecipano al processo del metabolismo e svolgono una potente azione battericida".

Il bagno di luce è  un potente rimedio ricostituente: si fa esponendo il corpo nudo all'ombra di un albero meglio nelle giornate limpide e senza vento. Il bagno integrale di sole - secondo Costacurta - va fatto osservando dei tempi di sicurezza: nei primi tre giorni si prenderà il sole per cinque minuti - al mattino e al tramonto - nei tre giorni successivi si aumenterà il tempo d'esposizione di 5 minuti. Per arrivare alla fine a godersi il sole diretto per un'ora intera. I bagni di sole praticati in montagna o al mare sono i migliori.

 

 

Bagno di calore e "tempio del sudore"

La sauna si fa "sfruttando" il potere di tutti gli elementi: si usa il fuoco per arroventare la pietra su cui "frigge" acqua gelida che crea "vapori ardenti" per il nostro "bagno di sudore". Dopo il calore della sauna si può fare un bagno d'aria o in tuffo in un laghetto ghiacciato. E dopo un bel tè  caldo ci si può godere un bel massaggio.

Si rinforza così il sistema immunitario e si fa un allenamento del nostro sistema termoregolatore che è  solitamente depresso dalla vita di città.

 

 

Il libro dell'aria e del vuoto

In Oriente si crede che la respirazione è  "fiato divino" che può diventare uno strumento di guarigione e di evoluzione spirituale. Il termine indiano "prana" - che può essere tradotto come aria vitale - ha anche il significato di energia luminosa. Respirando a pieni polmoni e ad occhi chiusi si può percepire il "canto del corpo che vive" e l'energia vitale che ci appare come un flusso fosforescente. La consapevolezza del nostro respiro è  una vera meditazione che può produrre un profondo senso di pace e di "illuminazione".

Per vivere ognuno di noi ha bisogno di 200 -250 cm. cubi di aria al minuto. L'aria è un "alimento" vitale. L'aria pura è  ricca non solo di ossigeno ma anche di anidride carbonica, di ozono e di altri gas rari. L'ozono è  un disinfettante e un antibatterico naturale. Quindi respirare a pieni polmoni in un bosco o farsi accarezzare dai venti marini è il modo migliore per assicurarsi un pieno di energia e di benessere.

 

 

La "respirazione dei sette chakra"

E' una pratica di sensibilizzazione corporea che consiste nel far entrare il "respiro della terra" nei sette centri vitali che in India si chiamano chakra. Queste "porte" dell'energia sono nel perineo, nei genitali, nel plesso solare, nel cuore, nella gola, nel "terzo occhio" e sulla sommità della testa. Con le gambe piegate e il corpo rilassato si inizia a respirare col chakra più basso, accompagnati dal suono del tamburo. Si sposta poi l'attenzione sui chakra più alti. Ad ogni chakra corrisponde un suono, un colore e un elemento. La meditazione del respiro è  un viaggio nel nostro corpo che ci aiuta a individuare e a "sciogliere" i blocchi energetici, restituendoci armonia e fluidità.