CONTRIBUTI ESPERIENZE E DOSSIER


 


Artifex
di James Hillman

...L'inconscio ci circonda, siamo immersi nella psiche.

Come insistevano gli alchimisti, l'oro delle potenzialità si trova nel brutto spreco di ciò che abbiamo a portata di mano.

Lavorare questa materia prima dell'inconscio reale è sempre stato compito dell'artista che non esprimeva soltanto la sua personale sofferenza, ma rifletteva il tormento dell'anima mundi, la sofferenza nelle radici.

Per artista io intendo artifex, l'artefice, sia esso artista, alchimista o analista. Colui che raccoglie i legni trasportati dalla corrente, i suoni cacofonici, i pezzi di bricolage, e restituisce questa inconscietà alle sue radici.

L'artifex lavora con l'anima nell'anima mundi.

...II lavoro della terapia deve essere concepito come un tentativo artistico, il ritorno della medicina alla sua arte, così come la politica, l'urbanistica, i servizi sociali, il commercio, l'educazione, ciascuno un lavoro con radici di sofferenza.

Ciascuno un tentativo di fare anima dell'inconscietà.

Ciascuno un tentativo di individuare il collettivamente dato. Ogni atto nel corso della giornata, in leggero conflitto con la routine quotidiana, destabilizzando l'usuale, liberando l'immagine prigioniera... Ogni mossa sempre radicale, sovversiva, in particolare che sovverte le comode nozioni della solita psicoterapia, psicoterapia come al solito, e sempre, una rabbia contro la cieca armonia di una vita anestetizzata.

Al suo posto invece una vita tra il rischioso, lo scomodo, il patologico; fra le lotte e lo scontento, in pace solo in un mare cattivo.

 


 

La sintesi della psiche
di Giorgio Fresia

Sigmud Freud, accusato di fare troppa analisi e poca sintesi, al quinto congresso di Psicanalisi a Budapest nel 1918 disse: "quando nell'analisi di un caso noi eliminiamo le resistenze vediamo l'attività psichica coordinarsi e la grande unità che noi chiamiamo io, riunire tutte le pulsioni istintuali fino allora scartate e staccate. E' in questo modo che si realizza automaticamente, inevitabilmente la Psicosintesi senza che noi dobbiamo intervenire; scomponendo i sintomi nei loro elementi, togliendo le resistenze, noi creiamo le condizioni necessarie alla realizzazione di questa sintesi".

Contemporaneamente altri autori cominciarono ad occuparsi del processo della sintesi nella psiche dell'uomo. Paul Bjerre nel 1920 ha pubblicato un libro sulla terapia psicosintetica seguito e preceduto da autori come Jamet (1908), Meutra (f923), Jonge (1937) Maider, Caruso, Stocker, Firetsch.rner, Lepp Crawford, Hauser e altri.

L'autore che ha studiato maggiormente il processo della sintesi è stato Roberto Assagioli, scomparso nel 1974. Egli comprese che la Psicosintesi si realizza automaticamente e inevitabilmente non solo nell'uomo psicoanalizzato ma anche nell'uomo sano e che si può, con l'uso di tecniche ed esercizi, farlo diventare cosciente e volontario.

Questa scoperta ha permesso nuove applicazioni non solo nella psicoterapia ma soprattutto nella autoformazione, nella educazione, nei rapporti interpersonali e sociali.

Nasce un modello della psiche umana basato sul processo della sintesi. Bisogna premettere che qualunque schema non può rappresentare veramente la psiche ma è solo un aiuto per capire meglio e che non può essere definitivo perché siamo solo all'inizio della conoscenza dell'uomo.

Osservando il modello possiamo notare che le linee sono discontinue e tratteggiate: questo significa che non esistono strutture rigide ma c'è sempre un interscambio, tra i vari livelli, una osmosi.

L'inconscio non è un sostantivo ma un aggettivo; è una condizione momentanea di una parte della psiche: se io penso al numero di targa della mia automobile non lo ricordo subito perché è inconscio. Ma se insisto mi viene in mente, diventa conscio. Poi lo dimentico e così torna ad essere inconscio. La coscienza è il campo che noi possiamo osservare con la nostra attenzione. L'io è pura autocoscienza, è colui che rivolge l'attenzione alla coscienza.

Il numero uno e l'inconscio inferiore: è il livello nel quale sono gli istinti fondamentali simili a quelli del mondo animale, l'intelligenza biologica, i complessi emozionali ed affettivi, le forme parapsicologiche più semplici. Freud e i suoi collaboratori hanno studiato questo livello dell'inconscio.

Il numero due è il livello del subconscio, della memoria, della rielaborazione delle idee e dei sentimenti, simile alla coscienza.

Il tre è il superconscio è la dimensione transpersonale o spirituale dalla quale vengono le ispirazioni, illuminazioni, intuizioni, estasi, gioia, altruismo, generosità, coraggio, è la dimensione delle potenzialità umane come la libertà, l'amore altruistico, la fratellanza, il rinnovamento ecc.

Il quattro è il campo della coscienza, dove con l'attenzione possiamo cogliere i pensieri, sentimenti, desideri, impulsi, immagini, sensazioni, analizzarli, giudicarli e trasformarli.

Il cinque è l'io o autocoscienza. Normalmente non abbiamo l'esperienza della autocoscienza perché siamo identificati nei vari contenuti della coscienza. Il processo della sintesi è l'esperienza dell’io inteso come paura autocoscienza senza identificazioni. L’io e il centro, stabile, immutabile. I contenuti della coscienza sono in continua trasformazione.

Il numero sei è il Sé transpersonale, il "quid" divino che è in noi a cui sono stati dati tanti nomi nelle varie culture. Tra l’io e il Sé vi è una relazione simile a quella che c'è tra un raggio di sole e il raggio riflesso. E' la vera realtà dell'uomo, è la sintesi transpersonale della psiche umana.

Il numero sette è l'inconscio collettivo arcaico studiato da Jung e i suoi collaboratori.

Il processo della sintesi si realizza a vari livelli: dalla conoscenza di se stessi alla disidentificazione e alla esperienza della autoconoscenza, dalla esplorazione della dimensione transpersonale alla sintesi del Sé transpersonale.

 


Fondazione per L’Evoluzione Consapevole

http://204.189.63.11/CoCreation/Index.html

La Foundation for Conscious Evolution è una Fondazione, associata al Club di Budapest, nata come risposta al potenziale senza precedenti dell’umanità di distruggere questo mondo oppure di co-creare un futuro colmo di infinite possibilità. Citiamo quali sono per loro i presupposti per creare un futuro positivo: "Siamo testimoni dello scenario negativo che ci troviamo davanti. Ma raramente abbiamo visto lo scenario positivo... I passi che possiamo fare verso un futuro positivo per la vita sulla Terra. Il primo passo è realizzare che la Trasformazione Quantica è la tradizione della Natura. La Trasformazione Quantica è un salto da uno stato all’altro che crea novità radicali, improvedibili dallo stato precedente. Come dalla non-vita alla vita, o dalla vita animale a quella umana."

Sinergia: Quando la volontà umana e la volontà divina si uniranno per la rigenerazione della razza umana. Lo Scopo della Co-Creazione: Facilitare l’unione del Tutto.

Ricordati! Per 15 milliardi di anni la natura ha creato sistemi interi da parti separate, da particelle sub-atomiche, a molecole e cellule, ad organismi multicellulari a sistemi planetari. Questa è la tendenza da 15 miliardi di anni! Non si fermerà qui. Co-creazione è imparare a comprendere e a cooperare con il processo di creazione.

La logica delle nostre speranze. La tendenza di 15 miliardi di anni: maggiore Libertà. Maggiore consapevolezza come conseguenza di un ordine più complesso.

 


 Dall’infrarosso all’ultravioletto: il lento cammino della crescita dell’anima.

Di Lidia FASSIO

Dagli atti del convegno "verso la nascita di una coscienza planetaria" dell’Associazione Amaranto

 Vorrei iniziare con alcune riflessioni circa le più recenti teorie che alcune discipline scientifiche hanno divulgato e come esse possono essere messe in relazione con la nuova coscienza del terzo millennio.

 Partirò dalla fisica quantistica che ha rivoluzionato molti concetti del passato ed aperto strade che anche solo alcuni decenni fa sarebbero sembrate idee balzane  di uno scrittore di fantascienza o  trucchi di un bravo  illusionista poiché lontane dal pensiero scientifico dell’epoca.

 Mi riferisco, per cominciare, al pensiero del fisico David Bohm che ha teorizzato ed esposto in maniera scientifica un pensiero che, in passato, era appartenuto esclusivamente alle discipline esoteriche e mistiche e ad alcuni rami della psicologia umanistica. Bohm sostiene che “nulla ha senso se visto o letto separatamente dal contesto in cui si trova” e, in questo assunto, giunge a modificare sensibilmente le basi del pensiero scientifico Newtoniano, rivoluzionandolo fino ad affermare invece un concetto di INDIVISIBILITA’  DEL TUTTO. 

Nella visione Newtoniana anche la vita, la creatività e l’intelligenza erano per lo più dei prodotti che seguivano le leggi della materia, per non parlare poi della coscienza che veniva considerata esclusivamente una emanazione del cervello e, pertanto, strettamente connessa ai processi biologici.

Questa visione, che ha comunque retto per lunghissimo tempo, è ormai completamente superata dall’osservazione degli atomi - considerati in un primo tempo indistruttibili e indivisibili - che ha portato a individuare particelle molto più piccole che mostrano un comportamento che sfida apertamente le leggi newtoniane,  comportandosi  in maniera diversa dalle aspettative  e dunque, non   rispondendo alle leggi fisiche conosciute. Gli studi e l’ esplorazione del microcosmo hanno  rivelato in sintesi  che ciò che noi vediamo e definiamo “realtà” fatta di forme solide, ben separate l’una dall’altra e come tali definibili, è invece un’illusione, poiché si tratta di una  complessa rete di relazioni e di eventi uniti tra di loro e che la coscienza, è tutt’altro che un prodotto del cervello ma è parte centrale della creazione della realtà in cui viviamo.    

Personalmente, la mia formazione in Terapia Familiare mi ha aiutata a pensare che l’Universo sia un grande Sistema, perfettamente organizzato all’interno del quale esistono  numerosi sottosistemi ad esso collegati  e quindi, interdipendenti e che il tutto sia in relazione  ordinata e  armonica.

La materia viene ora vista come qualcosa che può interscambiare con l’energia e, alla luce di questo anche la coscienza diventa parte del tessuto energetico universale e assume un ruolo molto più allargato e importante di quello che gli è stato dato precedentemente. In quest’ottica possiamo senz’altro essere concordi con la  visione di James Jeans che sostiene che  l’universo più che  essere una macchina molto sofisticata sia in realtà più somigliante  ad un grande pensiero.

E’ vero che questa rivoluzione ha radici   lontane, parte infatti precisamente dagli anni ‘30 quando Godel formulo’ una teoria rivoluzionaria quanto quella della relatività di Einstein.

Godel dimostrò che in ogni sistema assiomatico è sempre possibile trovare una proposizione facente parte di quel sistema, quindi vera, ma tuttavia, non  dimostrabile sulla base degli assiomi su cui si regge il sistema stesso. In parole più semplici, Godel riuscì a dimostrare che i sistemi basati su assiomi, come ad esempio la matematica, sono incompleti per cui, in base a tale principio, si è costretti ad operare una distinzione tra verità e dimostrabilità.

Godel – con il suo “Teorema dell’incompletezza”    andò a risvegliare antichi dubbi che  erano appartenuti alla filosofia e forse, alla teologia;  in particolare mise in dubbio  la modalità fino a quel momento usata  di  giustificare  il pensiero razionale usando  strumenti e  metodi del pensiero razionale.  In un certo senso obbligò la scienza a chiedersi se i sistemi logico deduttivi fossero in realtà capaci di rispondere alla complessità della vita e al fatto che quando si pensa che una verità possa spiegare un aspetto di essa, ci si accorge  che ci sono  parti che rispondono ad altre regole.

E’ chiaro che da questo pensiero prese il via, almeno nella mente degli scienziati più audaci ed eclettici , l’idea che le singole parti di un sistema potessero  corrispondere e relazionare tra loro con  criteri che non erano  ancora noti.

Un trentennio dopo Godel – esattamente nel 1974 - un altro fisico esplicitò un teorema che Henry Stapp ha  definito la più importante scoperta nella storia della scienza : si tratta di John Bell e del Teorema  che porta il suo nome in cui dice    che “ un universo oggettivo è incompatibile con la legge delle cause locali”;  in termini più  semplici  “l’universo oggettivo”  è un universo che esiste separato dalla nostra coscienza;   “la legge delle cause locali” si riferisce al fatto che nella vita dell’universo le cose accadono sempre alla velocità della luce o a velocità inferiori e quindi, per Bell,  una totalità invisibile unisce tutti  gli oggetti nati  nell’universo,  e questa totalità significa   “separazione senza  separatezza” e  “realtà senza divisione”,  alla condizione di poter varcare la velocità della luce.

Praticamente, io non sono un fisico e quindi non so spiegare bene la portata di questa scoperta ma credo che Bell abbia scoperto che nell’universo quantico esiste  una relazione fra tutte le parti che lo  compongono, e questo pare molto  simile all’assunto delle religioni secondo  cui l’uomo, particella subatomica dell’universo, partecipa ad un’esistenza indivisa e indivisibilmente unita con il mondo.

Altre avventure scientifiche attuali sono rappresentate dalle affermazioni del biochimico Lewin che sostiene che “l’universo è sorto dal gas privo di forma del Big Bang e da allora è governato dalla tendenza al caos, alla dissoluzione e al disordine, come vuole la seconda legge della termodinamica. Eppure, nonostante questo,  l’universo ha sempre creato strutture organizzate a ogni livello . Forse – ipotizza Lewin - la tendenza al caos e al disordine, è contrastata da una spinta ugualmente forte che  porta verso l’ordine, l’organizzazione e la struttura”.

La vita verrebbe quindi a basarsi su teorie di complessità in cui vi sono oscillazioni fra fasi di organizzazione e di ordine e fasi di entropia tendente al caos. Per Lewin la  vita e l’uomo sono sistemi autoregolanti e le scienze che li studiano sono  sotto il dominio della complessità.

Anche secondo la teoria dei sistemi di Prigogine l’uomo viene visto come una struttura dissipativa che sottrae energia all’universo per sé  stesso,  causando perturbazioni all’interno della struttura: se le perturbazioni sono piccole vengono assorbite con una certa facilità, se invece sono grandi possono procurare sconvolgimenti nell’intera struttura.

Arriviamo ora a Bohm, collaboratore di Einstein;  studiando il grande sistema universo egli  teorizzò  che le informazioni contenute nella totalità, sono anche contenute in ogni singola parte di esso e propone quindi un modello OLOGRAFICO -  ampliato poi da Pibram - che ribadì che il cervello umano  funziona olograficamente e che in ogni neurone sono impresse tutte le informazioni cerebrali.

 

In pratica, tutta la base della scienza dal 1930 ad oggi ci ha portati all’ OLISMO, che racchiude il concetto che tutto è legato ed interconnesso e che, pertanto,  non si può  pensare di agire su  una parte senza interferire sul tutto così come non si può  comprendere una parte se non la vede in rapporto e nel suo legame con il tutto.

Forse proprio nel momento in cui la scienza ha rivoluzionato il suo modo di leggere e di vedere le cose la mente dell’uomo era pronta per afferrare questo concetto ed è per questo che negli anni ‘50 hanno preso vita discipline nuove o semplicemente ritrovate che hanno posto il TUTTO al centro di qualsiasi studio, dalla medicina , alla biologia, alla psicologia fino ad arrivare a discipline nuovissime come la psiconeuroendocrinoimmunologia e l’ecobiopsicologia in cui ogni singolo apparato o parte viene visto ed analizzato nel contesto globale in cui si inserisce.

Siamo così arrivati agli studi sul cervello di Eccles e di Sperry che ipotizzano che stiamo arrivando a grande velocità alla sincronicità degli emisferi cerebrali e che, tra poco, saremo in grado di utilizzare contemporaneamente sia la parte razionale analitica sia quella creativa associativa  e che,  quando questo sarà fattibile,   in noi si manifesterà   un cambio a livello di onde cerebrali che permetterà  una diversa assimilazione di ciò  che ora stiamo osservando e  studiando. Significa, dunque,  che con il raggiungimento del  sincronismo cerebrale la nostra coscienza si allargherà  e ci permetterà  di percepire ciò  che trascende il visibile, o meglio saremo in grado di andare al di là di  ciò  che è percepibile dai cinque sensi.

 

 

Alla luce di queste nuove teorie scientifiche, possiamo riuscire a comprendere molto meglio la portata del  pensiero Junghiano; proprio  ora che i fisici hanno aperto la strada che ci lascia intuire che tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande c’è un unico ed uguale substrato, un filo conduttore che li lega e che   non può essere compreso ne’ dall’uno ne’ dall’altro aspetto, se letti separatamente, esattamente come Jung aveva da sempre intuito l’ interconnessione con l’Universo e aveva  spiegato  questo concetto  nella sua magistrale idea di INCONSCIO COLLETTIVO  secondo cui,  a livello profondo,  noi apparteniamo a un tutto e quindi la nostra coscienza, può  sicuramente essere  in grado di essere influenzata e di  influenzare il comportamento altrui , ma può arrivare a influenzare anche i  grandi eventi dell’Universo.

In base a questo pensiero, ogni cambiamento che si verifica ad un livello, andrà ad influenzare anche gli altri livelli, anche se in apparenza non hanno contatto tra loro.

Presupponendo che esista un Centro organizzatore cosmico, dobbiamo quindi ritrovare  - per via del come sopra così sotto - anche un centro organizzatore all’interno di ogni individuo e così, analogia per analogia,  ad un Sé cosmico possiamo far coincidere un Sé  individuale, o meglio un Sé  come  centrum del continuum uomo”  fatto di parte fisica, mentale ed emozionale ed è proprio da questo che dobbiamo  partire per ricercare, o forse semplicemente ritrovare  quel perduto  interscambio con la Natura  che consenta la trasformazione  in contemporanea con tutte le altre forme di vita.

Attualmente, l’intero sistema è sbilanciato per via del pensiero lineare che percepisce solo ciò  che giunge attraverso i 5 sensi, ma via via che accrescono le potenzialità si comincerà a percepire l’ologramma  attraverso il nostro cervello che è esso stesso un ologramma.

Sia Bohm che Pribram ipotizzano teorie che forniscono una  visione del mondo molto vicina a quella mistica o a quella  orientale. 

Questo suggerisce l’idea che noi siamo immersi in due aspetti della realtà molto differenti: il primo, che possiamo definire tendente all’infrarosso, rappresenta i sensi e una realtà molto materialistica e limitata che riconosce essenzialmente i corpi fisici che si muovono nello spazio e che ci fornisce la descrizione di  una realtà a cui noi tanta importanza abbiamo dato ma che oggi , alla luce delle nuove scoperte, non risulta essere veritiera; il secondo, che è tendente verso l’ultravioletto, accarezza l’idea che noi siamo essenzialmente energia ed informazione anziché  materia solida e che non siamo separati dagli altri esseri viventi o dalla natura poiché  ciascuno di noi è connesso a schemi di intelligenza che governano l’interno cosmo.   A  questo punto,  anche  il concetto di  tempo diventa un’illusione; forse, ciò  che noi definiamo tempo somiglia più che  altro ad  un’eternità quantificata.

Il nostro corpo - che noi percepiamo fisico - in realtà è un campo energetico  capace di organizzarsi in  forme diverse (organi,  cellule, apparati, atomi, ecc.),  e queste particelle immateriali, una volta aggregate danno origine alla materia , ma la loro attività  consiste perlopiù in  un grande scambio di energia.

 

Tutto ciò  che la fisica,  la biologia  e le varie scienze stanno via via scoprendo ci riporta indietro  agli  studi sulla gnosi;  come a dire che i vecchi filosofi, pur non conoscendo la fisica quantistica, avevano già   postulato tutti i principali teoremi della fisica moderna e tutto ciò è  magistralmente  riassunto in una frase di Ermete Trismegisto  “così sopra – così sotto”  ed  in alcuni versi della Bahagavad-Gita .

E’ chiaro che la fisica quantistica non intendeva certo concedere nulla al misticismo, tuttavia, due strade – un tempo apparentemente inconciliabili  – hanno portato allo stesso crocevia: l’attuale concezione della realtà non può  più basarsi sulla separazione ma bensì  sulla interazione delle individualità,  passo necessario per diventare multidimensionali.

In fondo, l’idea partita da Jung, sostenuta da Newmann e da tutta la psicologia umanistica che  porta alla riunificazione dell’Asse IO-SE’ racchiude in sé i concetti della fisica quantistica che oggi ci parla di una unità, che si è scissa e che deve ritornare ad essere collegata.

La separazione è una illusione prodotta dal nostro Io che vuole a tutti i costi riconoscersi come istanza distinta da tutto il resto, esattamente come ha fatto l’uomo fino ad oggi nel volersi riconoscere superiore e dominatore della Natura e del Cosmo.

In questo senso di separazione l’Io lascia in disparte anche aspetti che ci appartengono e che non riconosce: così, come accade per la luce di cui il nostro occhio coglie solo la parte per così dire centrale, non riuscendo a vedere né i raggi infrarossi, che sono quelli più densi, nè quelli ultravioletti, che sono quelli più sottili e rarefatti, lo stesso accade alla nostra coscienza che non percepisce ne’ la parte più densa e oscura l’ombra – infrarosso che deve essere affrontata e illuminata per poter permettere ai nostri canali superiori di entrare in funzione evitando le contaminazioni derivanti dalle parti indesiderate di noi; né quella del superconscio –’ultravioletto che contiene le grandi potenzialità creative e spirituali che sono espressione della vera libertà di cui ognuno dispone e con cui può intervenire sul destino al di là di tutti i blocchi, le paure e i condizionamenti dovuti alle esigenze di adattamento.

Siamo così arrivati a dover sovvertire quello che ci sembra un ordine perfetto: noi abbiamo sempre considerato gli stati “ultravioletti” come un qualcosa di irrazionale, di paranormale, di extrasensoriale e abbiamo confinato questi stati al mondo della fantasia, dell’irrealtà, addirittura della follia… oggi, che finalmente sta scendendo il velo di Maja ci rendiamo conto di essere invece vissuti nella limitatezza, nell’irrealtà, nella percezione assolutamente falsata del mondo che ci ha imprigionati nel super potere della nostra mente capace di sintetizzare   solo poche gocce del potenziale  che l’intera psiche è in grado invece di accogliere  e  contenere;  così  l’uomo, che è una creatura in grado  di partecipare alla grandezza della  verità e dell’assoluto, si è affidato alla sua mente chiudendosi in una ristrettezza ed in un senso di separazione da cui solo ora, sente di potersi affrancare.

Anche le nuove scoperte della scienza che sembrano riconsegnare   all’individuo l’opportunità   di aprirsi ad una nuova  coscienza capace di  rendersi progressivamente più  libera  sottraendosi mano a mano ai vincoli della materialità e  della realtà ordinaria per andare incontro ad aperture che  consentiranno di percepire la parte energetica, preludio dello  stato di Unità con il Tutto.

E’ chiaro che, da un punto di vista squisitamente psicologico, tutto ciò ha a che fare con l’annullamento della dittatura dell’Io poiché  occorrerà  andare oltre i confini personali.

Oggi è ancora difficile comprendere come potranno essere assorbite e padroneggiate queste energie senza subirne l’inflazione, il fascino pervasivo e senza scadere in nuove ma deleterie forme di illusione che ci alienerebbero ancora una volta dal nostro centro.

 

Ed è proprio qui che dobbiamo essere attenti: dobbiamo essere svegli, dobbiamo non lasciarci più ingannare dalle proiezioni della nostra mente che in un certo senso ci ha mantenuti schiavi di un lungo sonno, dal quale però stiamo lentamente e gradualmente risvegliandoci. Questa è la dimensione della trascendenza, che c’è è qui e adesso. Non è una dimensione strana e parallela, è la nostra dimensione;  è la dimensione religiosa della vita, nel suo vero ed autentico significato di re-ligere, ritornare all’unità. La religione in questo senso può essere  considerata la più alta forma di psicologia intesa come  scienza dell’anima anche se oggi si parla molto di mente, di psiche di intuizioni, ecc.

Attraverso il senso religioso della vita  possiamo trovare la più grande forma di psicologia e di psicoterapia e riagganciarci alla via maestra per  tornare all’uno all’essere in-diviso  o meglio in-dividuo come voleva Jung.

Il terzo millennio forse richiede a tutti noi di espandere la coscienza per farci comprendere che la vita non ha alcun senso se non viene messa in relazione a tutto ciò che la circonda  e credo che questo sia anche lo scopo  e  la filosofia   dell’età dell’Acquario. Forse dobbiamo tornare a pensare  che Dio non è un un’idea e  non è un personaggio che sta in qualche mondo sconosciuto ma è un continente perduto dentro di noi che dobbiamo ritrovare e riscoprire perché   questo millennio avrà bisogno di PARTECIPAZIONE.

Dobbiamo trovare i collegamenti e le vie di accesso al trascendente al transpersonale e solo così l’umanità potrà ricollegarsi alle energie dell’universo: in questi ultimi secoli abbiamo perduto i miti, le religioni, e forse, anche i sogni: in una parola ci siamo scollegati dall’anima e così facendo abbiamo avvertito separatezza,  limitatezza e  senso di disintegrazione. Ora siamo alla deriva e stiamo cercando nuove dimensioni di esperienza che ci ricolleghino e ci permettano di integrare il nostro spicciolo mondo personale con quello universale e forse tutto questo potrebbe arrivare proprio dall’abbandono a quel senso spirituale della vita che è il ponte che ci traghetta verso il Centro  a cui siamo collegati. Ora le porte dell’Eden sembrano essere a portata di mano e si potrebbe compiere quel miracolo che sembra dirci “attenti ,  quello che  vedete, il mondo quotidiano non è vero, ci sono delle leggi molto più profonde, molto più vere e  molto più  comprensibili che si elevano al di sopra della   realtà quotidiana a cui diamo così tanta importanza”.

 

Dobbiamo quindi giungere a percepire che esiste un’altra dimensione che è quella trascendente a cui ci può condurre la nostra coscienza, ammesso che riusciamo a percepirla non come un qualcosa confinato all’interno di un organo, ma un qualcosa che ci da’ la possibilità di andare oltre le limitazioni del tempo e della spazio. La nostra coscienza non ha confini giacché è la parte di noi  che può intuire  tutto ciò che sta al di la del tempo e della spazio in  territori ancora sconosciuti.

William Penfield – neurochirurgo canadese – nel suo libro “il mistero della mente” spiega perché  la coscienza non sta nel cervello. La sua ipotesi viene ora suffragata da altri studi sulla tanatologia che suggeriscono che la coscienza non abbia un luogo preciso in cui risiedere, ma sia piuttosto una manifestazione dell’intelligenza o della coscienza cosmica che arriva e fluisce dentro di noi attraverso l’esistenza il cui ponte di unione è sicuramente la spiritualità.

L’essere umano ha bisogno di ritrovare un contatto con la spiritualità che è lo strumento che lo può riunire alla Fonte originaria; studi recenti sulle tossicodipendenze e sulle dipendenze in genere sembrerebbero suggerire che   questi soggetti hanno  un forte bisogno di spiritualità che si manifesta con un senso di vuoto assoluto che cerca di venire colmato attraverso sostanze che temporaneamente e impropriamente placano e anestetizzano una coscienza che vuole di più  e che vuole andare più  in là, in quanto percepisce che esiste un mondo al di là di quello della “realtà”.Questi nuovi studi ci riportano a quello che già Jung scriveva a Bill Wilson – fondatore degli Alcolisti Anonimi – in cui sottolineava la confusione che queste persone facevano tra la sete fisica e quella spirituale.

L’essere umano ha bisogno di vivere esperienze transpersonali poiché ha memoria di un tempo in cui queste erano accessibili attraverso i rituali, i riti iniziatici, vi era dunque una dimensione che creava stati in cui si poteva abbandonare il senso di divisione –separazione; oggi tutto questo è in disuso, tutto viene criticato e rivisitato dalla ragione che analizza, viviseziona e dissacra ciò che non può essere spiegato con la mente e tutto questo ci ha allontanati e portati alla deriva facendoci vivere un senso di fallimento interiore che è più un  annientamento dell’anima.

Il terzo millennio a mio avviso, dovrà portare l’uomo ad essere in grado di cogliere quello “zeitgeist” dell’Era dell’Acquario e capire che ciò che sta accadendo fuori è semplicemente il riflesso di ciò che accade all’interno della sua psiche e che preme per essere riconosciuto. Forse, la nuova “re-ligione” è già presente e,  anche se non si è ancora rivelata totalmente, ci sono già le prime avvisaglie che sembrano portare  un nuovo modo di pensare e di intendere la “divinità” esattamente come è accaduto in passato nei vari passaggi:  pensate all’era dell’Ariete che ha visto pian piano gli Dei solari e i miti eroici soppiantare il culto della Grande Madre e della Triade Lunare; pensate all’Era dei Pesci che ha soppiantato il paganesimo introducendo una visione di un Dio compassionevole e colmo di amore, di pietà e di sacrificio. L’Era dei pesci ha sicuramente stimolato l’uomo a risvegliare i suoi sentimenti ed ideali più nobili; lo ha sedotto con l’idea di essere fatto ad immagine e somiglianza del Dio; oggi, con l’ingresso nell’Era dell’Acquario forse l’uomo è chiamato a costruire un modello sistemico-complesso capace di integrare il senso dell’Io e dell’individualità nel rapporto con gli altri e con il ben più vasto mondo della Natura, delle altre forme viventi e del pianeta recuperando in questo modo il senso dell’universo ed anche della divinità, nell’unione del Tutto.

La nuova Era promuove una visione del mondo che riunisce tutti i livelli, quello personale, quello sociale, quello collettivo e in ultimo quello spirituale in un modello coerente con il  nuovo ordine che possa andare a  riattivare i grandi archetipi universali nel ritrovamento del  divenire individuale.

Forse l’era dell’Acquario può finalmente dare un senso alla prospettiva, sempre considerata utopica, di Platone che nella “Repubblica” insegue un ideale di esistenza collettiva costruita in accordo con leggi simboliche rispettose del destino sia dell’individuo che della collettività.

Questa immagine, questa visione – a lungo dimenticata- oggi torna più che mai a premere al di sotto della nostra coscienza e lo fa obbligandoci a vedere il senso di alienazione che prova l’uomo dopo essersi allontanato dalla dimensione centrale. Forse, la frammentazione che abbiamo vissuto in questa ultima passata era dei pesci in cui abbiamo sperimentato la separazione tra materia e spirito, fra corpo e mente e fra oggettivismo estremo e soggettivismo, è giunta ormai a segnare il suo tempo e riallacciandoci al concetto di sincronicità degli  eventi e all’idea di un tempo acausale ci sta portando al galoppo verso  una prospettiva di vita e  di realtà più consona e più vicina a tutto ciò di cui siamo parte.

Il reale significato di trascendenza sembra oggi non solo  più chiaro, ma anche  più a portata di mano:  siamo chiamati a trascendere la dialettica limitata e limitante degli opposti, dobbiamo riappropriarci del vero significato degli Archetipi  che riuniscono nei loro principi quella sapienza perenne che non è il frutto di una scienza sperimentale, ma di qualcosa che abbiamo dentro, che scaturisce dal profondo della nostra storia evolutiva e che giunge dal valore sacrale del mondo. Dobbiamo quindi superare le divisioni e trovare un nuovo paradigma in grado di porre fine al conflitto uomo-natura.

Così come sul piano biologico ogni nostra cellula, ogni molecola, organo o apparato funziona in base a precisi eventi che sono tra loro sincronici, ma anche connessi in modo analogico al mondo esterno, anche su altri piani – ci ricordano i filosofi neoplatonici - c’è l’unità delle cose per cui ogni singola cosa  è in armonia con se stessa e poi in unità con le altre e con tutte le parti che, insieme, costituiscono un unico mondo. Se si riesce a penetrare l’armonia profonda e segreta dell’essere umano, possiamo entrare in risonanza con l’anima mundi collettiva.

L’uomo sta ora consapevolizzando  che la separatezza e la divisione  che vive,  da un lato rappresenta la certezza di vita dell’IO ma, dall’altro, è una prigione per la comprensione della vastità che lo  circonda. I filosofi, gli artisti, gli psicologi umanisti e  i mistici hanno postulato l’idea che esista una coscienza collettiva da cui ogni singolo individuo può attingere per la propria creatività e questo deriva dalle sottili connessioni che ci sono tra le varie esistenze ; in pratica, la nostra psiche  è collegata allo Spirito del Mondo e questo ci dice che tutto ciò che noi siamo stati, siamo  e saremo  resterà attraverso i ricordi, le  idee e le emozioni e andrà ad alimentare il campo informativo della Terra, il grande pozzo   da cui altri uomini attingeranno energia per formulare nuove ipotesi, nuove relazioni e nuove creazioni  che alimenteranno in un crescendo continuo l’anima mundi.

Così, la nuova filosofia che sta emergendo richiede  ai singoli individui che le parti più elevate della  coscienza e della  psiche vengano sviluppate al fine di sintonizzarsi con le energie più sottili che operano attraverso  principi intelligenti sia psichici che fisici: come a dire che anche il concetto di Dio deve spostarsi dall’esterno per  entrare dentro l’uomo: lui è parte della  psiche di ognuno  e si cela, per così dire, nel  Sè che è il punto di collegamento tra la parte personale  e quella divina o trans-personale.

Questo cammino però non può avviarsi senza  una presa di responsabilità a livello di singolo: forse, gli avvenimenti degli ultimi tempi stanno a segnalare che sono finite le scorciatoie; sono finite le proiezioni su capri espiatori che cambiano di volta in volta permettendoci di continuare a cullarci nell’idea che noi stiamo sempre dalla parte del giusto e qualcun altro dello sbagliato e  dobbiamo imparare a riconoscere le nostre grandezze ed anche le nostre piccolezze evitando di indulgere ulteriormente in  autocommiserazioni che ci  consentono atteggiamenti arroganti e intolleranti verso gli altri. Questi tratti ci parlano ancora dell’Io che, essendo piccolo e limitato, è anche incapace di cogliere le impensabili vie della realtà tra cui quella che in lui vive il divino , il Sé che può in ogni momento far accadere il miracolo della creazione. L’Era dell’ acquario ci parla del riconoscimento delle singole creatività e  differenze e vede in esse la grande ricchezza con cui la divinità si esprime;  ci parla della profonda unità dell’umano che è superiore alle cose che ci dividono; ci ricorda che quello che noi chiamiamo psiche è una trama in cui sono intrecciati in maniera indissolubile il mondano, l’umano e il divino  ed in questo vincolo l’uomo può svilupparsi nel mondo, percepirlo e stare con esso in un continuo scambio energetico.  Ragion per cui, accettare e valorizzare gli altri e le loro individualità significa pian piano permettere ad ognuno di esprimersi, ma significa anche accettare il mondo in quanto manifestazione del vivente e del divino.

Questo è in sintesi il principio del pensiero di Lao-Tse che dice: “chi nel suo Sé onora il mondo, a questi il mondo si può affidare. Chi nel suo Sé ama il mondo, a questi il mondo si può consegnare”.

Oggi  dobbiamo diventare tutti  alchimisti  e  trasformare, attraverso la forza elettrizzante ed unificante dell’amore,  prima noi stessi e  il mondo circostante e poi quello più allargato per unirci infine con la coscienza universale. Dobbiamo imparare a vivere allo stesso modo il mondo interno e il mondo esterno, riconoscendo che parlano  lo stesso linguaggio simbolico e che noi  siamo partecipi ad entrambi, proprio come siamo partecipi della totalità.

 

In conclusione, possiamo dire che oggi grazie alle nuove potenzialità di crescita della coscienza, l’uomo può raggiungere con più facilità una vera visione olistica di unità e di continuità e questo, più che un’ipotesi di lavoro deve diventare una realtà; per riuscire in questo compito  dobbiamo riappropriarci delle capacità analogiche   del pensiero metafisico per  scalare verticalmente anche gli altri piani dell’esistenza che non rispondono alle leggi del  pensiero razionale così che le due parti della psiche possano lavorare all’unisono permettendoci di sentire  respirare l’universo con lo tesso ritmo.

 

Vedere lavorare insieme la logica e l’analogia significa accedere a forme più evolute di conoscenza: entrambe infatti – pur diverse – sono parte di una serie di strumenti conoscitivi che solo se utilizzati insieme possono dar luogo all’evoluzione  della coscienza. E’ indubbio che non si tratta di ritornare a forme di pensiero pre-logiche, ma piuttosto di riappropriarci di un modo antico di cogliere le cose e la relazione fra esse, senza perdere di vita quegli strumenti discriminativi acquisiti grazie al pensiero razionale.

Giungere ad una sintesi fra queste due potenzialità può consentirci l’occasione unica di accedere ad una sensibilità nuova e ad una nuova Anima che altro non è che il luogo in cui il divino e l’umano si incontrano.

 

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No. 2 DEMARES R, & KRYCKA, K. wild-animal-triggered peak experiences: Transpersonal aspects. PUHAKKA, K. Dissolving the self. Rinzai Zen training at an American monastery RYAN, P.L. A, exploration of the spirituality of fifty women who survived childhood violence. WALDRON. J. L. The life impact of transcendent experiences with a Pronounced quality of noesis.


La fede nella vita
di Alexander Lowen

a cura di Luciano Marchino

Quello che segue è un breve estratto dal libro di Alexander Lowen "La depressione e il corpo" nel quale l'autore tratta "la base biologica della fede e della realtà". E' significativo rilevare come tale scritto sia basato sull'osservazione di casi clinici di depressione e come in tutto il testo venga evidenziata la corrispondenza tra depressione psichica e depressione della funzione respiratoria.

Alla risoluzione dello stato depressivo corrisponde Puntualmente un evidente ampliamento della respirazione, il ritorno della fiducia smarrita sulla soglia della depressione e il ritrovamento di una dimensione spirituale nuova e rivitalizzante. "La depressione e il corpo" è pubblicato dall'editore Astrolabio al quale va il nostro sentito ringraziamento.

"Il sentimento è la vita interna, l'espressione la vita esterna. Se la questione viene posta in questi semplici termini è facile vedere come una vita completa richieda una vita interiore fiorente (ricca di sentimento) e una vita esteriore libera (libertà di espressione). Nessuna delle due cose da sola può soddisfare pienamente. Prendiamo ad esempio l'amore. I1 sentimento dell'amore è un sentimento ricco, ma l'espressione dell'amore in parole o in atti è una gioia immensa.

Vi è una grande differenza tra la spiritualità dell'uomo apportatore di umano calore, di comprensione e di simpatia per il prossimo e la spiritualità dell'asceta che vive nel deserto o si confina in una cella. Una spiritualità che ha divorziato dal corpo diventa un'astrazione e un corpo cui è stata negata la spiritualità diventa un oggetto.

Quando parliamo di spiritualità e di vita interiore, non stiamo forse parlando del sentimento dell'amore che unisce l'uomo all'uomo, ad ogni forma di vita, all'universo e a Dio? Eppure molti non vedono il problema in questi termini. Sono disposti a considerare l'amore per Dio un sentimento spirituale mentre ritengono che l'amore per la donna sia un sentimento carnale. Nel primo caso il sentimento d'amore è astratto dall'oggetto, nel secondo caso è posto in relazione diretta con l'oggetto. Un amore astratto può essere amore puro perché non è contaminato da alcun desiderio carnale, ma come un'idea pura che non ha carica emotiva, non ha alcuna importanza nei confronti della vita. Quando l'amore in Dio non viene manifestato anche nell'amore per il prossimo, ivi incluso il sesso opposto, e per tutte le creature viventi, non è vero amore. E quando l'amore non viene espresso in azioni e comportamenti, non è vero amore ma un'immagine dell'amore. L'astrazione ha con la realtà il medesimo rapporto dell'immagine speculare con l'oggetto che si trova di fronte allo specchio. Sembrano simili ma non lo sono certamente al tatto.

Queste considerazioni ci obbligano a dare uno sguardo ai problemi in modo dialettico e in termini di energia. Ogni impulso può essere considerato come un'onda di eccitazione che comincia in un centro dell'organismo e scorre lungo un percorso determinato, che rappresenta la mira, verso un oggetto del mondo esterno che rappresenta il traguardo. Ma è anche vero che ogni impulso è una espressione dello spirito umano, perché è lo spirito che ci muove. Esso, tuttavia, non ci muove in una sola direzione. Gli impulsi fluiscono verso l'alto in direzione della testa e anche verso il basso in direzione della parte terminale o coda. Quando la corrente di sensazioni va in direzione della testa, il sentimento ha un carattere spirituale. Ci sentiamo sollevati ed eccitati. La corrente verso il basso ha un carattere sensuale o carnale, perché questa direzione porta la carica nel ventre e verso terra, facendosi sentire rilassati, radicati e con un senso di liberazione. La vita umana pulsa tra i suoi due poli, uno collocato all'estremità superiore del corpo o testa e l'altro all'estremità inferiore o coda. Possiamo assimilare il movimento verso l'alto al protendersi verso il cielo, e il movimento verso il basso allo scavare nella terra. Possiamo paragonare l'estremità superiore o testa con i rami e le foglie di un albero, e l'estremità inferiore o coda con le radici. Poiché il movimento verso l'alto va in direzione della luce e quello verso il basso in direzione dell'oscurità, possiamo mettere la testa in relazione con la coscienza e la coda o la parte terminale con l'inconscio. La pulsazione e la relazione esistente tra i poli possono essere mostrate schematicamente in termini di corpo ovvero dialetticamente. Nel corpo queste due direttrici del flusso si trovano nel movimento della corrente sanguigna, che dopo aver lasciato il cuore scorre verso l'alto attraverso l'aorta e verso il basso attraverso l'aorta discendente. Normalmente la corrente di sangue nelle due direzioni è equilibrata, ma una direzione o l'altra possono predominare in certe situazioni. Conosciamo bene il fenomeno per cui il sangue va alla testa quando ci si arrabbia e il vigoroso afflusso verso il basso nell'eccitazione genitale. Sappiamo che, se un'eccessiva quantità di sangue lascia la testa, si provoca una perdita di coscienza. **Le figure 1 e 2 mostrano alcune di queste relazioni.

Se possiamo concepire il corpo come diviso nella sezione mediana da un anello di tensione nell'area diaframmatica, i due poli diverranno due campi anziché essere i due poli di un'unica pulsazione che si muove in entrambe le direzioni simultaneamente o i punti terminali di un'oscillazione che si muove tra di essi.

Ora, è un fatto che una certa misura di tensione diaframmatica esiste nella maggior parte delle persone. L'ho messo in evidenza precedente in relazione alla perdita di sensazioni e sentimenti nel ventre o hara, dovuta alla costrizione della respirazione addominale profonda. E' anche vero che un certo grado di "scissione" è presente nella maggioranza delle persone nella società occidentale. L'effetto di questa scissione o dissociazione delle due metà del corpo è la perdita della percezione dell'unità. Le due direzioni opposte del flusso di corrente diventano due forze antagoniste. La sessualità verrà in tal caso avvertita come un pericolo nei confronti della spiritualità così come la spiritualità verrà considerata come una sorta di negazione del piacere sessuale. Alla stessa stregua, tutte le altre coppie antitetiche di funzioni sono viste in conflitto anziché in armonia tra loro. **La logica di questa analisi si fa chiara se diamo di nuovo un'occhiata ai due diagrammi introducendo un blocco per mostrare dove si verifica l'interruzione della corrente di eccitazione. Le figure 3 e 4 mostrano tali relazioni.

Ho da molti anni nel mio ufficio un cartellone che raffigura la corrente del sentire nel corpo. Un lato mostra i tipi di sentimenti che si hanno nei diversi segmenti del corpo quando la corrente di eccitazione che parte dal cuore è piena e si libera. I1 diagramma è schematico, ma è il massimo cui io possa giungere nella localizzazione di questi sentimenti. Allorché non vi sono blocchi che interrompono il flusso, i sentimenti sono di segno o di carattere positivo. Dall'altro lato del cartellone vi sono i sentimenti che si formano quando la corrente è bloccata da tensioni muscolari croniche. Non solo si interrompe il flusso, ma tra un segmento e l'altro vi è una stagnazione dell'eccitazione che dà luogo a sentimenti cattivi di segno negativo. **Per comodità e chiarezza ho mostrato questa differenza su due tabelle separate. Le linee rivolte in dentro su se stesse indicano dei moduli di trattenimento e di ristagno. Si vedano le tabelle 1 e 2.

I1 sentimento della fede è il sentimento della vita che scorre nel corpo da un capo all'altro, dal centro alla periferia e viceversa. Allorché non vi sono blocchi o costrizioni a disturbare e alterare il flusso, l'individuo si sente come una unità e come una continuità. I diversi aspetti della sua seconda personalità sono integrati, non dissociati. Non è una persona spirituale in opposizione ad una persona sessuale, e nemmeno è sessuale il sabato sera e spirituale la domenica mattina. Non parla di due linguaggi diversi. La sua sessualità e un'espressione della sua spiritualità perché è un atto d'amore. La sua spiritualità ha un sapore terreno; è lo spirito della vita che egli rispetta nel modo in cui si manifesta in tutte le creature terrestri.

Non è un essere in cui la mente domina il corpo né è un corpo senza mente. E' una persona che pone mente al proprio corpo.

E' altrettanto importante, però, il suo senso di continuità. Deriva dal passato, esiste nel presente ma appartiene al futuro. Quest'ultimo pensiero può sembrare strano a coloro che seguono l'attuale modo di pensare secondo cui conta soltanto il momento contingente. Ma mi è venuto dall'idea che la vita è un processo continuo, un dischiudersi continuo di possibilità e potenzialità che sono nascoste nel presente. Senza un po' di speranza nel futuro e di coinvolgimento nell'avvenire la vita di una persona giungerebbe a un punto morto, come accade alle persone depresse.

Biologicamente, ogni organismo è legato al futuro per mezzo delle cellule germinali che reca nel suo corpo.

Il senso di continuità è anche orizzontale.

Siamo collegati energicamente e metabolicamente con tutte le cose presenti sulla terra, dai lombrichi che smuovono il terreno arieggiando agli animali che ci provvedono del cibo quotidiano. n fatto di sentire questo senso di connessione e di agire in armonia con esso è il segno dell'uomo di fede, dell'uomo che "ha fede nella vita". La sua fede è forte quanto la sua vita perché è l'espressione della forza vitale che vi è nella persona.

Coloro che hanno una fede autentica si distinguono per una qualità che noi tutti riconosciamo.

Ed è la grazia. Una persona che ha fede e aggraziata nei suoi movimenti perché la sua forza vitale scorre con naturalezza e liberamente attraverso il corpo. E' aggraziata nelle maniere perché non resta appesa al proprio ego e al proprio intelletto, alla propria posizione o al proprio potere. E' un tutt'uno con il corpo e, attraverso il corpo, con la vita intera e con l'universo.

Il suo spirito è illuminato e risplende della fiamma intensa della vita che c'è in lei. Ha un posto nel proprio cuore per ogn1 bambino, poiché questi rappresenta per lei il futuro;

Ed ha rispetto per "gli anziani" perché sono la sorgente della sua esistenza e il fondamento della sua saggezza.


Zen e bioenergetica
a cura di Luciano Marchino

Scorrendo la letteratura relativa alle pratiche e alle concezioni del buddismo zen, lo studioso di bioenergetica è colpito dalla sottigliezza di tali pratiche e concezioni e dalla loro somiglianza al trattamento bioenergetico. Del resto, già in un articolo apparso su 'Orgonomic Functionalism' nel 1958 David Boadella passava in rassegna gli aspetti dello Zen connessi con la bioenergetica. Boadella citava in particolare il Tao Te Ching, la Bibbia taoista, per evidenziare le analogie tra lo Zen e la bioenergetica.

"L'uomo - dice il testo taoista - è morbido e tenero alla nascita, rigido e duro alla morte e dovunque, in ogni cosa, vale lo stesso principio. Anche le piante e gli alberi sono pieghevoli e tenere quando nascono ma si rattrappiscono e induriscono nella morte. Il duro e il rigido sono dunque compagni della morte, mentre il tenero e flessibile sono compagni della vita".

Boadella passava poi a descrivere altre analogie tra lo Zen e la bioenergetica, sottolineando come il primo, al pari dell'altra, fosse "un insieme di tecniche" focalizzate sulla respirazione e sull'atteggiamento somatico, e rivolte ad assicurare una dilatazione della coscienza e un processo di decondizionamento, fosse una dottrina contraria ad ogni forzatura, aperta all'espressione spontanea della vita e all'accettazione dell'eredità biologica dell'uomo, fosse una concezione dell'apprendimento antimeccanicistica ed antimistica sull'intuizione piuttosto che sul raziocinio intellettualistico, e così via

Dopo aver discusso l'applicazione dello Zen al Judo e al tiro con l'arco, Bodaella così conclude il suo articolo: "Qui ci troviamo dinanzi alla conclusione logica dello Zen, cioè al principio di spontaneità tradotto in termini perfettamente collimanti con le osservazioni dell'orgonomia".

Quando poi si passa a confrontare la concezione e il modo d'essere dei maestri di Zen con le conclusioni e le osservazioni della bioenergetica in campo terapeutico, le analogie appaiono molto strette.

Il mio vecchio maestro di Zen, Korya Osaka, usava spesso dirmi che nella meditazione profonda, alla quale si abbandonava quotidianamente, egli respirava una - due volte al minuto e che la respirazione è per lui l'attività più piacevole e deliziosa. Quando venne a visitarci nel nord della California, ci disse di essere rimasto intrappolato per una intera giornata a San Francisco a seguito degli ingorghi di traffico di quella zona urbana. Ma, sebbene avesse alle spalle una giornata che, per la maggior parte della gente, sarebbe stata estenuante, si presentò a noi più vispo e dinamico che mai. Osaka mi è sempre sembrato uno degli uomini più equilibrati, felici e capaci d'amore che io abbia conosciuto.

Ci sono tuttavia differenze importanti tra una pratica Zen matura e quella condotta da certi giovani angosciati e allineati della nostra controcultura: personalità a volte distorte da un contatto prolungato con l'LSD e da irrisolti conflitti con la loro famiglia e la loro società Questi giovani sono purtroppo il grosso di quanti si sono finora impegnati nella pratica Zen in tutto il mondo occidentale e implicano problemi tanto peculiari quanto trascurati.

Quando per esempio un principiante entra al Centro Zen di San Francisco, riceve di solito una breve lezione sulle tecniche e sui modi più validi di meditazione. Gli si dice di sedere sul pavimento con le gambe incrociate, il dorso eretto, le spalle rilassate, il mento piegato in avanti, gli occhi fissati su di una parete, la lingua in contatto con la parte superiore del palato e, leggermente, con i denti. In questa posizione, dovrà respirare naturalmente con una espirazione addominale un po' più profonda della solita, e concentrarsi sul suo respiro contando "uno" quando inspira, "due" quando espira, "tre" quando inspira di nuovo, e così via fino a "dieci", dopodiché dovrà nuovamente ricominciare da "uno".

Questo conteggio del respiro deve essere continuato per quaranta minuti. Ogni eventuale stimolo, esterno o interno, dovrà essere registrato dal neofita, che dovrà tuttavia continuare la sua respirazione ed il conteggio relativo mantenendo la posizione prescritta.

Scopo della meditazione Zen (o Zazen) è, a quanto pare, d'insegnare a restare concentrati su un'unica, semplice attività, senza lasciarsi distrarre da qualsiasi stimolo o pensiero. E', in sostanza, la tecnica dello "svuotamento" della psiche, al finche il soggetto possa vedere le cose "quali sono" anziché inquadrarle e negli schemi idiosincratici della sua esperienza e del suo particolare assetto culturale.

Ciò che è più interessante da un punto di vista bioenergetico, nello Zen, è che si tratta di una tecnica molto potente che coinvolge emozioni represse e profonde, tentando il rilassamento della corazzatura corporea. Lo Zazen si compie mediante una respirazione addominale profonda che, come ho detto, si esorta il neofita ad accentuare leggermente. Nello Zazen si respira in modo molto analogo a quello insegnato nella terapia bioenergetica: la respirazione Zazen, tuttavia, deve essere effettuata in posizione seduta e con il tronco eretto. I quaranta minuti di meditazione continua cui il discepolo è incoraggiato investono emozioni profonde ed in modo intenso, per la lunghezza stessa di questa profonda respirazione addominale che si deve effettuare senza mai esprimere alcun suono o movimento.

La filosofia dello Zen incoraggia il discepolo ad accettare e a "esprimere" tutto quanto viene sperimentato durante la meditazione. In particolare, il dolore è presentato come qualcosa che deve essere riconosciuto, accettato e "ammesso". Così l'insegnamento pratico dello Zen assomiglia alla prescrizione della bioenergetica di "accettare" le emozioni, piacevoli o penose che siano.

La conclusione cui sono dovuto giungere a proposito dell'impiego terapeutico della meditazione Zen è tuttavia che, sotto il profilo bioenergetico, il processo psicologico dello Zazen è contraddetto molto spesso dall'ambiente sociale e filosofico in cui esso si pratica: in altre parole, mentre lo Zazen costituisce una tecnica impegnata e seria di caricamento energetico del corpo attraverso la respirazione profonda e di rilassamento della corazza muscolare nonché di apertura del neofita alle sue emozioni più profonde, l'ambiente sociale dello zendo (la stanza di meditazione Zen) impedisce qualsiasi espressione delle emozioni provate.

Le norme ufficiali e non ufficiali giudicano negativamente qualsiasi movimento (grattarsi un dito o cambiare la posizione di una gamba) durante la meditazione Zen. Anzi, sia pure non ufficialmente, i discepoli dello Zen considerano segno di maturità spirituale la capacità di sedere per tutti e quaranta i minuti di meditazione e di respirazione profonda senza compiere il minimo movimento.

A Tassagara, il primo monastero Zen d'America, un discepolo cominciò a tremare durante ogni sessione di Zazen. Alla fine, fu trasferito nella parte posteriore dello zendo perché non disturbasse gli altri e, poi gli fu chiesto di meditare addirittura fuori dello zendo. Il maestro zen disse che avrebbe cercato di capire perché il discepolo tremava. Ma sembrava avere ben poca comprensione della natura del fenomeno. Bioenergeticamente, sappiamo invece che il tremito è l'effetto della pressione dell'energia sulle tensioni muscolari dell'organismo.

L'emozione e l'espressione della sessualità, che ufficialmente sono considerati dai maestri e dai discepoli zen in modo "naturale", cioè come fenomeni né desiderabili né indesiderabili, sono di fatto visti invece da molti praticanti dello Zen in modo stranamente puritano. Gli studiosi più seri dello Zen hanno assunto un atteggiamento e un comportamento sempre più monastico. Alcuni studenti Zen si limitano tutt'al più a tollerare il desiderio del contatto sessuale, mentre altri lo considerano un impaccio che deve essere trasceso in quanto espressione di desideri egoisti. In nessun circolo Zen l'espressione della sessualità è considerata un'esperienza di grande valore. L'ambiente sociale in cui si pratica lo Zen non si limita ad escludere di fatto ogni interazione e contatto interpersonale, ma mostra di non comprendere né apprezzare le emozioni profonde stimolate dallo Zazen. I pensieri, le emozioni e ogni altro stimolo sono considerati altrettante distrazioni dalla "via" della saggezza e il discepolo viene incoraggiato a "lasciar passare, rinunciare, distaccarsi". .L'espressione di emozioni negative, come la collera, l'avidità, il disgusto, la frustrazione o l'impazienza, viene considerata pericolosa per l'armonia delle pratiche Zen e ci si attende che il neofita sappia controllarsi e sopporti stoicamente queste emozioni senza esprimerle.

Analogamente, c'è un modo particolare in cui il discepolo Zen finisce per concepire e percepire se stesso, in seguito all'insegnamento ricevuto. Mentre in Occidente siamo incoraggiati alla competizione, alla lotta e alla realizzazione, il discepolo Zen impara nelle conversazioni dei maestri e nella meditazione sulle quattro nobili verità di Buddha Shakyamuni che la vita è anzitutto sofferenza e che la via della liberazione passa attraverso il distacco dal desiderio: la disciplina spirituale, quindi, contrasta con tutto l'orientamento sociale contemporaneo dell'occidente, che invece tende a rivalutare e a stimolare il desiderio.

I centri Zen viceversa, umiliano gli impulsi e i desideri naturali. I desideri d'amore, di eccitazione, di cibo, di piacere sessuale, di esperienza e cambiamento di sé sono visti come illusioni infinite e sterili che possono solo portarci a nuova sofferenza.

Ogni mattina i discepoli dello Zen cantano questi quattro proponimenti edificanti. "Gli esseri sensibili sono innumerevoli: mi propongo di salvarli. I desideri sono inesauribili: mi propongo di estinguerli. Le apparenze sono infinite mi propongo di padroneggiarle. La via del Buddha è insuperabile: mi propongo di percorrerla".

I1 serio discepolo Zen s'impegna nello sforzo di diventare un santo buddhista: ciò comporta la rinuncia all'Io. Ciò che la maggior parte dei discepoli Zen intendono per "annullamento dell'Io" si riduce all'oblio del proprio corpo, ad un atteggiamento di apertura verso gli altri; all'accettazione degli altri senza pregiudizio e in generale all'anteposizione degli interessi altrui ai propri. Il paradosso di questi vari insegnamenti è che il discepolo Zen si trova nell'obbligo di adeguarsi a certe precise prescrizioni di moralità e di sanità proprio mentre è addestrato a praticare una se rie di tecniche che mobilitano cariche profonde di collera, di paura e di desiderio sessuale. Il dilemma è molto penoso. L'insegnamento Zen, almeno a San Francisco e in altri centri, nega soprattutto la validità di una affermazione e separazione di sé nei confronti degli altri. Molti discepoli Zen investono molte energie in questo sforzo di non essere troppo autoaffermativi. L'insegnamento vuole minare la tendenza psicologica difensiva a considerarsi e a volersi dimostrare migliori degli altri. Viceversa, si insegna un atteggiamento pervasivo di autodegradazione e di autosvalutazione. Quanto si è detto finora descrive le contraddizioni profonde della pratica Zen da un punto di vista bioenergetico. Ci sono tuttavia momenti e orientamenti di questa pratica che restano immuni dalla contraddizione e dal confitto, ed allora i discepoli Zen sperimentano quelli che Philip Kapleau ha definito i frutti copiosi della pratica Zen. Quanti si sono impegnati nello Zazen hanno ad esempio provato, prima a poi, un senso profondo di serenità e di benessere interiore nonché, sia pure più raramente, di abbandono e di luminosità interiori.

L'esperienza del discepolo Zen, insomma, ha dimensioni molteplici. Di tanto in tanto, egli riesce a provare la gioia e l'estasi del proprio essere. Egli può praticare lo Zazen in una situazione sociale che, almeno ad un certo livello, promuove il processo di apertura del suo organismo rassicurandolo sulla "bontà" di tutto quanto prova e sul suo diritto ad abbandonarsi secondo ritmi propri e senza intrusioni altrui. Ad un altro livello, tuttavia, il discepolo Zen impara e usa una tecnica molto efficace per aprirsi ad emozioni profonde la cui espressione viene impedita e riprovata dall'ambiente sociale circostante. Inoltre, gli viene impartito un insegnamento che non mostra il minimo interesse per la vita inconscia rivelata dallo Zazen, in quanto tale vita è considerata una delle tante infinite e sterili manifestazioni del proprio egoismo. L'insegnamento, quindi, ripudia l'espressione e l'esperienza delle emozioni e degli impulsi evocati. Il discepolo viene esortato a continuare imperturbabilmente la sua meditazione. A questa contraddizione dello Zen si può reagire in vari modi Si può per esempio ritirarsi in modo sottile dal conflitto, oppure viverlo stoicamente, o, infine, abbandonare temporaneamente e definitivamente lo Zen. Tutte queste risposte costituiscono una sorta di "continuum" attraverso cui fluttuano ripetutamente i discepoli. Il conflitto tra il processo bioenergetico dello Zazen e l'ambiente sociale in cui viene praticato è molto reale. E' come se, guidando l'automobile, simultaneamente si desse gas e si bloccassero i freni. La bioenergetica, sullo sfondo di queste considerazioni, mi appare una concezione che non può essere ridotta unicamente né alla tradizione dell'Oriente né a quella dell'Occidente. Essa infatti associa la valorizzazione dell'energia e della respirazione, che ha tradizionalmente caratterizzato la pratica religiosa dell'Oriente, con la comprensione e la valorizzazione dell'espressione emozionale e sessuale, che ha caratterizzato alcuni più recenti indirizzi scientifici e filosofici dell'Occidente.

Come osservava recentemente David Boadella, la bioenergetica può forse salvarci dal rischio uguale ed opposto di restare invischiati nella spiritualità disincarnata del mistico o nella sensualità impersonale del materialista.


Utopie realizzabili - La cancellazione del senso di colpa
a cura di Luciano Marchino

La cancellazione del senso di colpa primario è direttamente correlata al libero fluire ed alla libera percezione della propria essenza. Con lo stabilizzarsi della separazione le nostre difese si sono finalizzate quasi esclusivamente al mantenimento di quest'ultima e quindi alla cristallizzazione del senso di colpa.

Ciò è generalmente vissuto come conseguenza diretta della necessità di difendere il nostro organismo dagli attacchi interni ed esterni.

Di qui nasce il culto del corpo come strumento per l'appagamento dei desideri dell'Io. Il solo fatto di viverlo come strumento, come mezzo, ci induce ai più disparati e disperati tentativi di perfezionamento ma poiché qualsiasi tentativo di ottenere la cancellazione del senso di colpa e della separazione, che sono le matrici originali del malessere esistenziale, attraverso la cultura del corpo è destinato a fallire, l'illusione di poter al fine trovare il sistema giusto è destinata a mantenersi all'infinito. Non esiste alcun limite ai tentativi di ottenere l'armonia interiore e la gioia di vivere attraverso la cultura del corpo, perché nessun tentativo è destinato al successo.

Percepire il corpo come un tempio non è che il primo passo per correlare la distorsione originaria. Non è sulla struttura del tempio comunque che occorre centrare la propria attenzione ma sull'essenza che ne e all'origine, sul nucleo interiore intorno al quale il corpo si edifica.

L'enfasi posta dalla nostra struttura ed accettata da ciascuno sull'appetibilità e l'armonia della struttura esteriore ci induce a perdere di vista proprio l'essenziale. L'attenzione alla forma dell'involucro rimanda alla paura del suo contenuto: quella di identificarsi con ciò che sta sotto lo strato più superficiale della pelle. La paura di protendersi verso se stessi fino a raggiungere la propria sorgente. Ciò che vi è di veramente bello in un essere umano non può essere visto con gli occhi. La visione corretta non si arresta alla superficie del corpo, la travalica per ammirare in perfetta trasparenza il suo nucleo essenziale.

La perfetta cancellazione del senso di colpa spetta al nostro nucleo 'energetico' essenziale da dove il senso originario di sé può tornare a pervadere l'intero organismo restaurando il senso di pienezza, di completezza e di unitarietà che sono patrimonio di ogni essere umano.

Separazione e paura se non sono sinonimi sono certamente indicatori della medesima realtà: non può esistere separazione senza paura né paura senza separazione. Prima che la separazione avvenisse non c'era paura.

Poiché la separazione e la paura sono conseguenze dell'ingegno umano, ad esse l'ingegno umano può trovare rimedio ristabilendo il senso di unità originario, Ciò è possibile in un solo modo: ristabilendo il libero fluire delle correnti vegetative dal centro verso la periferia dell'organismo sino a che esso sia di nuovo unitariamente pervaso.

Questa è l'unica cura possibile del senso di separazione e quindi di colpa e di paura. E' anche l'unica difesa veramente efficace contro pensieri di separazione che inducono paura e quindi ostilità reciproca. Poiché questi due concetti sono direttamente correlati al senso di vulnerabilità del corpo, è solo rendendo reale la propria identificazione col nucleo che l'organismo tornerà a percepirsi come autenticamente non vulnerabile. n corpo non va trasceso ma pervaso, non va umiliato ma abitato, non va sacrificato ma vissuto. L'invulnerabilità non è un'idea ma l'esperienza della propria essenza energetica indistruttibile. L'ego può essere distrutto, l'essenza no. Il processo di eliminazione del senso di colpa in ciascun essere umano è solo questione di tempo. Ciò può sembrare non realistico data la situazione attuale e può sembrare contraddittorio rispetto al libero arbitrio in base al quale il genere umano e ciascuno di noi può scegliere di tormentarsi all'infinito, ma non lo è.

Il genere umano possiede la capacità di rimandare a un futuro spaventosamente lontano la propria presa di coscienza, ma può rimandarla indefinitamente. Per quanto si sia allontanato dalla propria natura originaria, questa non potrà essere definitivamente eliminata per il solo fatto che ne abbiamo paura. La nostra capacità di crearci illusioni e false tendenze ha un limite.

La prigionia genera desiderio di libertà e la nostra capacità di tollerare il dolore non è infinita. Gradualmente ciascuno comprenderà, sia pure con la sensazione che il compito sia superiore alle sue forze, che deve esserci un modo migliore di esistere. Con lo stabilizzarsi di questa sensazione, che si farà più piena e costante col ristabilirsi della libera circolazione energetica nell'organismo, si realizzerà una svolta sempre più definitiva nella vita di ciascuno.

I1 realizzarsi progressivo di questa situazione comporterà il riapparire della visione olistica della realtà, che farà giustizia delle divisioni arbitrariamente poste al suo interno ed accettate dal modo di procedere analitico e dalla visione per "porzioni discrete" sinora prevalente.

La visione frammentaria della realtà ci ha portati alla situazione di conflitto perenne, di pace armata, di complicità interessata e di pronta disapprovazione per ogni aspetto della realtà che non collimi con gli obiettivi egoici che tutti conosciamo con paura.

Un'autentica visione olistica dell'essere umano e della sua realtà circostante non può che promuovere il ritorno della pace e dell'armonia.

In una visione che riunisca autenticamente le parti in un tutto non ha alcun senso il giudizio di valore. La visione olistica è aliena ad ogni possibilità di errore perché non consente giudizi. Nel corso del processo di riaffermazione di questa visione - concezione del mondo ciascuno continuerà comunque a confrontarsi con l'esperienza del conflitto. Ciò perché sino a quando il processo non potrà dirsi compiuto è inevitabile che quanto rimane del nostro Io - separato si allei alternativamente con l'una o con l'altra visione della realtà: con la sensazione olistica di appartenere a un tutto e con quella analitica di esserne separato. La duplice possibilità sarà percepita come conflitto.

Una visione corretta è letteralmente priva di ogni errore. Una corretta visione olistica non percepisce errore o colpa in alcuna sfaccettatura della realtà. Ogni soluzione basata sulla visione della realtà per porzioni discrete e contrapponibili è quindi destinata a dissolversi.

La visione olistica mira direttamente all'essenziale e constata che l'organismo umano si è sentito minacciato e chiede di essere rassicurato per potersi di nuovo fondere col tutto.

Perfettamente consapevole di quale sia la difesa più. adeguata rende rapidamente obsolete tutte le difese improvvisate dall'Io separato, relegando gli errori nel passato e ristabilendo la realtà delle cose.

Il potere della sua coerenza ristabilisce la funzionalità dell'organismo e lo rende sempre meno adatto a procrastinare la soluzione dei suoi problemi e ad accettare il protrarsi di una sofferenza non necessaria. Di conseguenza l'organismo diviene sempre più sensibile a ciò che in passato aveva tollerato come il "male minore" e non può più accettarlo.

E' tempo di riconoscere come diritto di ciascuno un senso di perfetto agio e di fiducia nella realtà. Sino a quando questo diritto non sarà riconosciuto attivamente in ciascuno verso ciascuno, continueremo a sprecare il nostro tempo in tentativi inappropriati di ottenere lo stesso risultato per ciascuno a discapito degli altri.

Gli strumenti per il raggiungimento di questa condizione sono a disposizione di tutti perché giacciono dimenticati all'interno di ognuno. Essi non richiedono in sé alcuno sforzo anche se dovremo dedicarci con coerenza al loro disseppellimento.

La cancellazione del senso di colpa è l'unico dono che abbia senso scambiarsi in questa società di indiziati ed è l'unico dono degno del figlio dell'uomo.

Egli è completamente interdipendente rispetto a tutti gli altri esseri umani e ad ogni aspetto della realtà che lo circonda. L'esistente è stato creato perfettamente, come affermano tutte le religioni.

La realtà di cui siamo parte e di cui ci crediamo solo testimoni conserva in sé il germe di tale perfezione facilmente ripristinabile. Siamo in errore quando crediamo di dover stravolgere il lavoro di Dio o della natura per renderlo accettabile e tale errore è la fonte di ogni paura. Quando proviamo paura siamo in errore o siamo impreparati di fronte ai risultati di un errore altrui. In questi casi il nostro senso di appartenere a un tutto è gravemente compromesso, il nostro senso di armonia col creato è distrutto, disarticolato o reso precario.

Il permanere di situazioni di questo tipo ci riduce in fin di vita perché ci priva del pane quotidiano di cui abbiamo bisogno: l'amore e l'accettazione reciproca. Siamo soli senza l'amore degli altri e gli altri sono soli senza il nostro amore. Dobbiamo guardare al mondo come ad un'opportunità di eliminare il senso di separazione e la solitudine che ci imprigionano.

L'eliminazione del concetto stesso di colpa è la garanzia che ciò potrà accadere.


Formazione e dissoluzione dell'armatura caratteriale nevrotica - parabole e catastrofi
a cura di Luciano Marchino

Prima di affrontare la descrizione del processo di formazione e di dissoluzione terapeutica dell'armatura caratteriale nevrotica è necessario chiarire almeno tre punti ad essa relativi: che cos'è l'armatura, a quali scopi essa serve, quale situazione tende a perpetuarsi.

Ci limiteremo a tre brevi enunciati, rimandando a W. Reich, E. Baker e A. Lowen per i necessari approfondimenti.

L'armatura caratteriale nevrotica è "la somma degli atteggiamenti caratteriali tipici che un individuo sviluppa per bloccare le sue eccitazioni affettive e che si esprimono nella rigidità del corpo, nella mancanza di contatto affettivo, nel sentirsi morti" (W. Reich).

Essa è funzionalmente identica all'armatura muscolare che è "la somma degli atteggiamenti muscolari (spasmi muscolari cronici) che un individuo sviluppa per bloccare il prorompere di affetti e sensazioni organiche, in particolare l'angoscia e l'eccitazione sessuale" (W. Reich).

Tra il livello psichico e quello muscolare il tramite necessario corrisponde evidentemente ai due principali sistemi di informazione intracorporei: il sistema nervoso e il sistema sanguigno.

L'armatura caratteriale nevrotica, nei suoi aspetti sopraddetti, finisce per comportarsi come un vero e proprio organismo parassita con un suo "istinto di sopravvivenza" cosi potente, radicato ed egemone da indurre a suo tempo Sigmund Freud a considerarlo come un "istinto di morte", più forte della stessa pulsione vitale.

Tale "istinto di sopravvivenza, distorto e pervertito" dalla necessità dell'organismo in età infantile di rispondere nel modo più razionale possibile ad una situazione ambientale affettivamente carente o minacciosa, tende a preservare le condizioni stesse della propria necessità di esistere; vale a dire che si adopererà per perpetuare (inconsciamente, intorno a sé condizioni carenti o minacciose anche in età adulta.

Tale fu la realtà osservata da Freud e illustrata appunto come "istinto di morte", rivista da Reich come "pulsione secondaria" ed espressione di un modo distorto di perseguire la finalità del piacere.

Tale è, per concludere, il network che la moderna psicologia somatica quotidianamente affronta, e che trova nel processo di differenziazione creativa la fine della propria necessità di esistere come struttura cronica egemone dell'organismo come tiranno della vita umana.

Realizzazione e cristallizzazione dell'armatura caratteriale nevrotica (Edsel Stiel 1976 modificato).

Dobbiamo a Edsel Stiel (1976) una convincente e sintetica descrizione del processo di formazione della corazza caratteriale nevrotica. Coerentemente con la visione bioenergetica originaria da cui emerge (Lowen, Reich), essa si focalizza sul cosiddetto modello conflittuale della psicanalisi tradizionale; non di meno, come ha recentemente sottolineato Stephen Johnson (La trasformazione del carattere, Astrolabio 1986), è perfettamente conciliabile, anzi si completano a vicenda, col modello carenziale, approfondito dalle più recenti correnti psicanalitiche della psicologia dell'Io, delle relazioni oggettuali e della psicologia del Sé (Horner, Blank, Bowlby, Jacobson, Kout, Winnicott).

La personalità adulta si può astrattamente definire come composta di quattro strati. Questi stessi strati si possono rappresentare con uno schema dal punto di vista evolutivo.

Condizione originaria
A I. Centro vitale (Core)

Il centro vitale si può identificare con la libido. Consiste di pulsazioni auto-espressive che connettono l'individuo con l'universo. Nell'adulto si manifesta con sentimenti d'amore, di armonia con l'universo e di una religione autentica.

Le pulsazioni espressive in senso evolutivo del Core includono il diritto di esistere, di avere bisogno, di essere sorretto, di affermarsi e di amare.

Processo di armonizzazione
B Risposta ambientale

Nella misura in cui l'ambiente asseconda l'espressione del Core dal concepimento fino a circa sei anni, organismo cresce e si esprime in modo vigorosamente pulsatorio. Tuttavia quando questa influenza è abbastanza minacciosa, l'energia dell'organismo si difende con una forte reazione affettiva per conservare i suoi diritti fondamentali di espressione. Con negatività continuata e minacce da parte dell'ambiente, l'organismo alla fine si ritira in una posizione di difesa scindendo il suo originario moto pulsatorio in due componenti.

C Scissione

Dal momento che né il diritto di espressione né la risposta affettiva alla negazione del diritto furono incoraggiati dall'ambiente, il movimento pulsatorio originario si divide in una parte di sopravvivenza ed in una di espressione di sé che sono in conflitto tra di loro e tuttavia si sostengono a vicenda.

Si può considerare che la componente III di sopravvivenza dica: "Se esprimo i miei diritti ed i miei sentimenti di negatività a chi me li ostacola non sopravviverò", mentre la componente auto-espressiva II dice: "Se sopravvivo senza sentimenti e diritti, tanto vale che muoia".

D II. Strato degli affetti centrali

Questo strato contiene i cinque principali sentimenti che hanno la parte più importante nel determinare la struttura del carattere. I sentimenti sono: dolore (sofferenza, pena), collera (incluso omicidio e rabbia), desiderio (che può più tardi diventare tristezza o ambizione), paura (terrore), erotismo (sessualità). Quest'ultimo sentimento inizia con la sessualità infantile ed il bisogno di essere toccato ed include i sentimenti sessuali adulti. Questi cinque sentimenti principali rappresentano le reazioni dell'organismo alle influenze ambientali.

E III. Strato di struttura

Questo è lo strato di difese muscolari del corpo contro i sentimenti del II strato e contro la minaccia rappresentata da un ambiente ostile. La struttura caratteriale dell'individuo è qui evidente nella forma e nella mobilità del corpo. Questo strato contiene la negatività, il "no" dell'individuo. E' spesso la parte dell'individuo che si è inconsciamente identificata col modo di agire del genitore più minaccioso.

F Conflitto nevrotico

Il confluire delle componenti II e III a questo punto rappresenta un importante conflitto all'interno dell'individuo. La sua energia è consumata in questo conflitto regressivo e poca ne rimane per il confronto con la realtà (sopravvivenza come adulto) e per il piacere (espressione di sé adulta) nel mondo che lo circonda. Dal suo punto di vista, rinunciare a questa lotta regressiva è morire e/o diventare pazzo. La realtà è che con l'abbandono di questa posizione egli può essere condotto a riesperire e affermare l'espressione fondamentale del suo nucleo vitale e anche la sua realtà, i suoi diritti e la sua energia più profondi.

G IV Strato dell'Io adattato e compromesso

Questo strato rappresenta il modo in cui un individuo si comporta con il mondo esterno ed è il risultato degli impulsi modificati provenienti dagli strati I e II attraverso il III. Le difese, che comprendono la repressione, la formazione reattiva, la rimozione, la proiezione, l'isolamento, l'introiezione, la negazione e l'identificazione, si formano in questo strato. Gli adattamenti creativi alla realtà, come pure la formazione di un'immagine idealizzata di sé, si formano anche in questo strato.

H Condizione nevrotica

I tipi caratteriali nevrotici tentano di ottenere che l'ambiente rafforzi le loro illusioni inclusi i modi in cui, a seconda del carattere, affrontano la realtà ed esprimono se stessi.

Il fine del cercare il tipo di rafforzamento adatto è di mantenere lo status quo con una pulsione energetica abbastanza bassa per non affrontare il dolore e l'angoscia del legame nevrotico F e la piena responsabilità della propria vita.

II rafforzamento spesso ha la funzione di accrescere l'energia nello strato strutturale, intensificando cosi il "no" al sentimento ed irrobustendo l'espressione delle difese caratteriali.

E' enorme l'investimento nel mantenere intatto il carattere e il livello muscolare e nell'appoggiare l'illusione dell'immagine idealizzata. L'unione di questi elementi ha prima funzionato contro una minaccia negatrice della vita e continua a funzionare ora di giorno in giorno.

Il processo di dissoluzione creativa dell'armatura caratteriale nevrotica (Luciano Marchino 1991)

Con un diverso spazio a disposizione, la schematica disposizione di Stiel troverebbe facilmente il supporto di innumerevoli esempi clinici, peraltro disponibili in letteratura grazie soprattutto ai libri di Alexander Lowen e agli scritti degli oltre 250 autori che hanno pubblicato nell'arco dell'ultimo quarto di secolo, attraverso la rivista internazionale Energy and Character, diretta da David Boadella.

Lo stesso dicasi per la sintetica esposizione del processo di dearmonizzazione di seguito descritto. Sullo sfondo rimangono qui, per necessità, le osservazioni di alcuni illustri clinici e ricercatori (tra i quali Carl Rogers, Elizabeth Kubler-Ross, Jules Grossman e Malcom Brown) ai quali rimando per i necessari approfondimenti.

La mia convinzione attuale è che in ogni processo di trasformazione radicale (e tra questi la nascita, le grandi iniziazioni della vita, la trasformazione del carattere, l'accesso alla dimensione spirituale e la morte biologica) siano evidenziabili delle fasi specifiche, che è importante sia per lo psicoterapeuta che per il cliente conoscere e accettare, prima di tutto per sé stessi per non perdere l'orientamento né ricorrere ad ipotesi patognomiche di fronte al loro emergere.

Lo schema presentato di seguito si compone di sette fasi o stadi del processo di risanamento, che partono dalla condizione nevrotica precedentemente descritta per condurre ad una migliore integrazione della realtà personale ed intersoggettiva, compatibile col concetto attuale di salute psichica. So lo a partire da qui, attraverso la reiterazione del processo, l'essere umano ha accesso ad una dimensione spirituale ben radicata e integrata, rispetto alla quale nessuna scorciatoia è credibile.

I sette stadi della dissoluzione creativa
A. Inconsapevolezza

Prima di entrare in terapia e nei primissimi stadi del processo, la persona corazzata sopravvive cercando di gestire meglio che può i propri conflitti con il mondo materno ed esterno. Tali conflitti sono soprattutto inconsci. Egli vive la propria condizione come '1a condizione umana" e la propria armatura caratteriale come naturale: "io sono fatto cosi". E' l'adulto inconsapevole (non innocente) che si rivolge a uno psicoterapeuta per aiuto: spesso per eliminare un sintomo.

B. Sorpresa

Il terapeuta fornisce contatto (fisico, emozionale, cognitivo) e cerca di stabilizzare una situazione di armonia e fiducia, di transfert positivo. Raggiunto questo obiettivo si comincia a interagire con le difese dell'Io: repressione, rimozione, proiezione, e cosi via. Vengono così smantellate molte illusioni e viene minata la struttura del falso sé. In questa fase il cliente mostra di solito una debole reazione affettiva.

C. Compromesso

Col progredire del lavoro terapeutico, il cliente diviene consapevole di quanta energia stia consumando per mantenere attivo il proprio conflitto nevrotico e per evitare il confronto con la realtà dentro e fuori di sé. Diviene inoltre consapevole del suo potere e della sua responsabilità rispetto alla qualità della propria vita e delle proprie relazioni.

Ma rinunciare alla sua lotta regressiva lo fa sentire in pericolo di morire (III strato). Il falso Sé con cui si identifica non può Sopravvivere all'eliminazione del conflitto.

D. Rabbia/depressione (connesso con E)

Lo strato strutturale, cioè l'aspetto somatico della corazza nevrotica, viene mobilizzato con tecniche opportune di contatto, esercizi do it yourself, o attraverso la parola; i patteggiamenti stabiliti in passato vengono progressivamente rivisti e rivissuti; e vengono corretti episodi di paura di morire.

E. Depressione/rabbia (connesso con D)

Gradualmente e con sempre maggior energia, cominciano ad emergere i sentimenti bloccati del II strato: dolore, collera, desiderio, paura, erotismo. Il loro irrompere e sempre meno inibito dalla corazza muscolare nevrotica e dal complesso gioco di tensioni croniche che lega il II e III strato.

L'irrompere delle emozioni bloccate è correlato alla paura di impazzire, cioè di essere sopraffatto (overwhelmed) dalle emozioni.

F. Accettazione/rassegnazione

La scissione tra psiche e soma viene alla fine ricomposta. Alla rigida armatura nevrotica subentra un'armatura caratteriale più duttile e porosa che consente all'individuo (non diviso) di modulare la sua risposta emotiva e somatica in misura sempre più adeguata alla realtà. Una tale armatura non si oppone più al ritorno progressivo delle pulsazioni evolutive autoespressive del nucleo, che tornano ad esprimersi con sentimenti di autentico amore ed armonia con l'ambiente, nel senso più vasto e olistico del termine.

G. Rievoluzione

Nel corso della vita l'individuo sarà ovviamente esposto a nuovi traumi, ma la sua rinnovata potenzialità autoespressiva, sorretta da un Io adulto e meglio radicato, lo aiuterà ad affrontarli in modo più realistico e meno autodistruttivo. I1 suo miglior livello di organizzazione della complessità interna ed esterna faciliterà l'accesso alla dimensione spirituale orientata dagli impulsi del Core-self.


Dire di no ai genitori è vitale - Chiedere continue sottomissioni ai figli ne distorce l'identità e li trasforma in adulti masochisti
di Luciano Marchino

Dobbiamo a Wilheim Reich la prima, magistrale descrizione del tipo caratteriale masochista. La comprensione delle dinamiche psicologiche che ne stanno alla base, permise a Reich di invalidare il postulato freudiano di "istinto di morte", dimostrando come anche le azioni con apparente risultato autolesionista, fossero in realtà indirizzate, per quanto in modo distorto, alla ricerca del piacere. La prima descrizione di questo tipo caratteriale risale quindi al 1932, anno della sua pubblicazione sulla Rivista Internazionale di Psicanalisi, edita da Freud.

Origine del carattere masochista

Il carattere masochista si viene a creare in quel momento particolare dello sviluppo infantile in cui il bambino, ormai pronto a rivendicare un'identità personale, cerca di guadagnare maggiori spazi di autonomia rispetto ai genitori. A questo punto del suo sviluppo il bambino è pronto a fronteggiare i genitori con un "no", per delineare sempre meglio i termini della sua autonomia. Ne consegue, spesso, uno scontro titanico in cui il genitore ha, gioco forza, ha la meglio. Nella famiglia di origine del "bambino invaso", l'amore e l'accettazione dei genitori sono spesso combinati con una marcata tendenza alla pressione e all'intrusività. La madre ha un forte bisogno di mantenere il proprio potere nella relazione, il padre è in genere passivo e sottomesso. Il bambino è forte a sufficienza per sostenere il proprio desiderio, ma non fino in fondo.

La colpa contro l'autonomia

Il bambino non viene generalmente sottomesso con rudezza, ma viene regolarmente colpevolizzato quando cerca di affermare la propria indipendenza, o quando esprime negatività: " Come puoi far questo alla mamma!" E' tipica altresì l'importanza attribuita dalla madre al nutrimento e all'evacuazione e proprio a questo livello l'insistenza delle "cure" materne varca il limite dei confini personali del bambino, di nuovo con amore: " Fai il bravo bambino! Fai contenta la mamma! Mangia la pappa...E fai popò regolarmente! Fa vedere alla mamma!" Il bambino viene posto nelle condizioni di far contenta la mamma oppure di essere sé stesso. La struttura masochista rappresenta la soluzione di compromesso tra le due tendenze: non la resa totale ma un compromesso cristallizzato. Se durante le fasi di stabilizzazione del compromesso masochista il bambino ha avuto, come spesso accade, eccessi di collera, questi sono stati nettamente repressi sin quando egli stesso non sia stato in grado di reprimerli da sé.

Struttura caratteriale masochista

1 - La testa è risucchiata nel tronco;

2 .Il collo è corto e massiccio;

3 - La pelle ha una sfumatura brunastra dovuta al flusso energetico stagnante;

4 - Molti peli;

5 - La pelvi è spinta in avanti e le natiche sono piatte e risucchiate;

6 - Gli organi periferici sono scarsamente caricati e l'azione espressiva è limitata a causa del forte trattenimento energetico;

7 - La linea spezzata indica una riduzione del flusso energetico dal centro alla periferia.

L'aspetto fisico

La struttura fisica che ne consegue sarà quindi caratterizzata da una forte tendenza al trattenimento in tutti i muscoli interessati alle azioni espressive, soprattutto negli arti. Il corpo si presenterà di solito basso, muscoloso, tarchiato. Il collo sarà grosso e muscoloso, incassato nelle spalle. Caratteristica è anche la postura delle natiche, che sono come risucchiate all'interno della forte tensione intorno all'ano, suggerendo una similitudine con l'atteggiamento di un cane che tenga la coda tra le gambe. "Alcune donne presentano una combinazione di rigidità nella parte superiore del corpo e di masochismo nella metà inferiore. Quest'ultimo carattere si rivela nella pesantezza delle natiche e delle cosce, nell'elevazione del pavimento pelvico e nel colore scuro della pelle, causato dai ristagni della carica".

Manifestazioni psicologiche

Addestrato nell'infanzia ad essere il " bravo bambino che non dice mai di no alla mamma", l'adulto masochista si presenterà spesso come una persona socievole, disponibile, sempre pronta al sorriso e alla collaborazione. L'altra faccia della medaglia è però rappresentata dal risentimento e dal rancore, spesso connessi alla sua incapacità di essere autoassertivo e di sostenere il proprio desiderio. Questa realtà potrà venire alla luce in due modi apparentemente opposti ma destinati ad evocare nell'altro un'analoga reazione di stizza, fastidio o rabbia. I1 primo è rappresentato da un insieme di tiri, scherzi, battute ironiche 'innocenti'. In tal modo il carattere masochista riuscirà spesso a provocare nell'interlocutore una forte reazione di intolleranza che gli consentirà di usare a sua volta la propria rabbia. L'altro modo in cui un adulto masochista cerca sfogo alla pressione interna, è quello di emettere un continuo lamento per le cause più disparate inerenti alla propria salute, al tempo, alle relazioni sociali. Tipicamente masochista è una persona che nella più bella giornata di sole dirà: "E' proprio una bella giornata, peccato che... " a queste ultime parole può seguire una qualità illimitata di osservazioni lamentevoli che finiranno prima o poi per suscitare l'irritazione di chi gli sta accanto. A causa del ridotto sviluppo dell'io, dovuto alle frustrazioni infantili, sembra quasi che la persona masochista cerchi di continuo una nuova opportunità magari promuovendo una risposta negativa nell'altro, per poter riprendere dal punto d'interruzione il suo processo di autoaffermazione. Ciò non può avvenire al di fuori di un contesto terapeutico, proprio perché le forti tensioni ormai cristallizzate, gli impongono di contenere la carica energetica. E' come se questo 'uomo forte' fosse letteralmente impantanato in quella che Lowen chiama "palude masochista" in qualsiasi direzione voglia muoversi è fortemente trattenuto. A livello consapevole il masochista si identifica con il suo desiderio di compiacere, ma a livello inconscio è strettamente impegnato ad imbrigliare l'espressione della propria negatività. Perché egli possa fra fronte normalmente alle esigenze della vita è necessario che i suoi sentimenti negati trovino un canale di espressione ed elaborazione.


Il "Sand Play" "Gioco della Sabbia" di Dora Kalff
di Mirella Costa Risè

Le rappresentazioni dell'inconscio attraverso il "gioco della sabbia" una pratica di autoespressione che dà corpo alle emozioni profonde

Negli anni '40 Dora Maria Kalff, alla quale Jung aveva detto che "aveva una buona mano con i bambini" mise a punto un sistema terapeutico per poter rappresentare le immagini interiori senza che fosse necessaria la comunicazione verbale con un sistema semplice ed efficace: mise a disposizione dei pazienti delle cassette rettangolari piene di sabbia, grandi quanto il campo visivo, quindi circa 70 cm. per 50, con il fondo dipinto di azzurro, che rende possibile rappresentare l'acqua, e, su degli scaffali, molti giocattoli riproducenti oggetti reali che i pazienti potevano mettere nella sabbiera creando infiniti scenari all'interno di un luogo libero e protetto. Nacque così il "gioco del mondo". Gli scaffali erano pieni di animali, case, alberi; uomini, donne, divinità, aerei, motociclette, carrozzine per bambini, che potevano essere messi nelle sabbiere dai pazienti. Intanto, muovendo la sabbia nelle cassette e aggiungendo l'acqua, apparivano isole tropicali e paludi, montagne o deserti, che diventavano teatri di battaglie, o di corse di automobili, o giardini incantati dove la bella fanciulla contempla una splendente ninfea. I1 teatro illuminato, e invisibile agli altri, delle nostre immagini interiori, viene così, come per magia, riproiettato nel tempo e dotato di un corpo spaziale, qui e ora; che viene precipitato nella sabbiera rettangolare. Quella che vediamo è una rappresentazione concreta dell'anima, che ci parla un linguaggio diverso da quello di tutti i giorni. I pazienti, quando guardano i paesaggi inaspettati, scaturiti dalla loro fantasia, e pure ben visibili, rappresentati tangibilmente davanti a loro, entrano in contatto con una; loro parte profonda, sconosciuta e vivificante. Oggi questa tecnica di immaginazione attiva, si chiama "sand play', e viene praticata forse ormai più dagli adulti che dai bambini. Essa dà accesso agli strati più profondi della psiche, anche a quelli così arcaici da non poter essere verbalizzati.

L'immagine è un mezzo espressivo più primitivo e più ricco di quanto non lo sia la parola.

La psiche è costituita prima di tutto da immagini, e noi non abbiamo più l'abitudine di tenerci in contatto con esse, perché il pensiero comune le giudica nient'altro che fantasie .

Ma le fantasie hanno un grande potere, un loro stile: dietro le loro immagini si nascondono vecchie divinità, ancora cariche di forza trasformativa, alle quali è saggio fare attenzione, spazio e ascolto dentro di noi.

Nel corso di anni di ricerca in questa pratica psicoanalitica, si sono riscoperte immagini tipiche ricorrenti.

Gli adolescenti fanno spesso lunghe serie di sabbie popolate di animali, in cui vengono riflessi e trattati i loro giovani istinti. I1 modo di trattare lo spazio dei "border line" ha rivelato tratti molto caratteristici. I contenuti più inconsci che premono per uscire, hanno spesso una posizione individuabile a prima vista.

Il confrontarsi visivamente e concretamente con questi contenuti, che nella nostra civiltà sono ricacciati indietro, e che come ogni rimosso causano sofferenza, è di per sé curativo.

Le divinità, gli arimali e i mostri imprigionati e tenuti nel buio dentro di noi, possono così avere l'attenzione e la cura che gli spetta, e nutrire la nostra vita che senza di essi può tendere a disseccarsi o a marcire. I1 gioco dei bambini ha la stessa matrice dell'arte, che si nutre del mondo archetipico delle immagini.

Tutti i bambini giocano, non tutti gli adulti sono artisti.

Tutti gli adulti però, se hanno una qualche ferita nell'anima possono tornare a giocare con sand play, nutrendosi così del latte primordiale e corroborante delle immagini archetipiche tornare ad immergersi nell'oceano profondo dell'acqua rivitalizzante dell'inconscio collettivo.

Mirella Costa, psicoanalista iunghiana, formatasi con Dora Kalff', lavora con la tecnica del sand play suo studio di Milano, in via Podgora 3.


     

A SCUOLA DI RELAZIONI

Come e perchè ho trasformato l'aula universitaria in un "laboratorio” esperienziale di autoconsapevolezza e relazioni interpersonali costruttive.

In parte tratto da un articolo pubblicato sul n. 5 della rivista ARMONIA settembre-ottobre 1998  

Di Enrico cheli

 

Crediamo di conoscerci e magari pensiamo: "chi meglio di me può sapere chi sono!"  Ma è davvero così? Ci culliamo per anni in questa comoda convinzione fin quando qualcosa accade fuori o dentro di noi e infrange il bozzolo di maschere e illusioni che per anni abbiamo ritenuto essere "noi stessi". (da E. Cheli , 1998)

   

Lo studio della comunicazione  e delle relazioni interpersonali ha suscitato un grande interesse in me fin dai tempi dell’università; difatti inserii nel mio piano di studi quanti più esami potevo di discipline attinenti e come tema per la tesi di laurea - in psicologia sociale – scelsi le dinamiche relazionali e i “giochi” di potere nei gruppi. La ricerca, che mi impegnò e appassionò per quasi 2 anni, si proponeva di studiare dal vivo un gruppo di studio della mia facoltà mediante osservazione non partecipante, interviste,  sociogrammi, sculture.

Mi iscrissi quindi ad un corso di specializzazione triennale in psicoterapia a orientamento sistemico-relazionale e contemporaneamente iniziai a collaborare come “assistente volontario” con la cattedra di Teoria e tecnica delle comunicazioni di massa dell’Università di Firenze. Mentre all’università mi occupavo soprattutto di media e di ricerca sociale, nel lavoro extrauniversitario mi dedicavo alla sfera interpersonale, svolgendo consulenze e corsi sulla comunicazione per enti e aziende. Nel 1985 ebbi il mio primo incarico di docenza universitaria alla LUISS di Roma e parallelamente iniziai a lavorare come psicoterapeuta. Di lì a un anno divenni socio e poi amministratore di una società di consulenza, formazione e ricerca nei settori della comunicazione e fondai con alcuni colleghi una cooperativa di ricerca sociale. Nel 1988 ideai e realizzai un “Master” biennale in Comunicazione e pubblicità – il primo del genere in Italia - finanziato da Regione Toscana e Fondo Sociale Europeo, coinvolgendo nell’iniziativa vari colleghi universitari e del mondo delle professioni. Ero quel che si dice “un promettente giovane in carriera”: guadagnavo molto, godevo di stima e considerazione dei colleghi e dei committenti, svolgevo un lavoro stimolante e di grande autonomia. Sembravo avere tutto ciò che si potesse desiderare – perfino una fidanzata bella come Claudia Schiffer – ma nelle profondità del mio essere ero tutt’altro che felice. Lavoravo troppo, lo stress era molto alto e soprattutto sentivo la mancanza di autenticità, spontaneità e calore umano nei rapporti con gli altri. Inoltre mi sembrava di aver tradito i miei ideali adolescenziali e il desiderio di contribuire, nel mio piccolo, alla crescita individuale e sociale del genere umano. Precipitai in una profonda crisi esistenziale che mi portò a mettere in discussione alcuni dei valori e delle convinzioni che avevano orientato le mie scelte di quegli anni e iniziai un profondo percorso di autoconoscenza, a cavallo tra oriente e occidente, tra meditazione e psicoterapia. Fu come sbucciare una cipolla, avvicinandosi, strato dopo strato, al nucleo dell'essere e man mano che ciò avveniva i falsi bisogni lasciavano il posto alle esigenze profonde, le idee preconcette si dissolvevano alla luce dell'esperienza, i blocchi e le paure venivano sciolti dal crescente flusso di amore e energia vitale e le maschere cadevano ad una ad una lasciando la spontaneità sempre più libera di esprimersi. In un mio libro dal titolo: Dietro le maschere alla scoperta di se stessi  (Ed. Compagnia degli araldi, 1998) ho raccontato più nei dettagli questo percorso e come poi, a partire dal 1992, ne integrai le acquisizioni nella mia attività di ricerca e di insegnamento, trasformando progressivamente l'aula universitaria in un "laboratorio” di autoconsapevolezza e relazioni interpersonali costruttive.

Iniziai col riconsiderare e ampliare il concetto di comunicazione, intendendolo non solo come "interazione tra noi e gli altri" ma anche come "dialogo tra noi e noi stessi.", cioè tra i nostri molteplici mondi interiori - mondi assai complessi e importanti ma purtroppo sconosciuti ai più. Com'è possibile entrare davvero in contatto con un'altra persona, comprenderla e farsi comprendere, se non siamo neppure in grado di entrare in reale contatto con noi stessi? Certo, tutti riteniamo di esserlo, di conoscere le nostre esigenze, i nostri pregi e limiti, ma ciò che conosciamo è in larga misura la nostra maschera  - cioè la facciata che ci sforziamo di presentare agli altri  (il primo strato della cipolla) - o al più il nostro sé ideale - cioè la facciata che amiamo presentare a noi stessi. Tutto ciò che sta dietro e oltre a questi primi due strati della personalità ci è ignoto. In realtà è proprio in questo "ignoto" che risiedono i nostri bisogni esistenziali più profondi e importanti, le nostre caratteristiche più vere, i nostri sentimenti migliori e i talenti più preziosi.

La maggior parte delle persone comunica per tutta la vita da maschera a maschera, da ruolo a ruolo senza neppure sospettare che vi siano altre possibilità. Perfino nel rapporto di coppia, in cui più che altrove vorremmo e dovremmo "metterci a nudo", riusciamo al massimo a denudare i corpi, ma molto più difficile è mettere a nudo l'anima. Fin dall'infanzia impariamo — chi più chi meno — a comunicare in modo controllato, artefatto, per avere l’approvazione degli altri e proteggere la nostra vulnerabilità. Una delle cose più importanti che ho capito grazie al lavoro su me stesso e su molte altre persone è che tutto ciò non è connaturato all'uomo, ma una conseguenza dei dualismi della cultura patriarcale, che non rispetta le differenze e l'unicità di ogni individuo e gli nega considerazione, attenzione, amore qualora si distanzi dalle aspettative sociali.

Tali distorsioni socioculturali – e le paure individuali ad esse associate - possono e devono essere portate alla luce e trasformate. Quando ciò avviene si va oltre le maschere e si entra in contatto con un livello più profondo e genuino del Sé, in cui le capacità di comunicare in modo pacifico, sincero e e cooperativo con altri esseri umani aumentano enormemente. Questo dovrebbe essere un obiettivo primario di ogni percorso formativo, tanto più se incentrato sulla comunicazione e le relazioni interpersonali; ecco perché decisi di dedicare una buona parte del mio lavoro al risveglio della consapevolezza e dellaspontaneità. E poiché la consapevolezza deve nascere da dentro - dall'esperienza e dalla riflessione personale - e non dal credere ciecamente a idee e teorie altrui, decisi di impostare la didattica più sul porre domande, creare situazioni e far sperimentare esercizi e metodi, che non sull'esporre "verità" già preconfezionate.

Data la delicatezza dell'argomento fu necessario procedere con grande coerenza - metodologica e soprattutto umana - ad iniziare dal clima delle lezioni, il meno possibile accademico, così da facilitare il mettersi a nudo e l'interagire senza maschere. Anche la disposizione delle sedie a cerchio tendeva ad evidenziare la pariteticità e l'ampia possibilità di relazione all'interno del gruppo. Frequenti ed essenziali erano inoltre gli spazi dedicati alla libera condivisione, in cui, chi se la sentiva, poteva prendere la parola ed esprimere agli altri, apertamente, le proprie esperienze, impressioni, riflessioni, in una atmosfera di sostegno e accettazione, in cui nessuno, e tantomeno il sottoscritto, lo avrebbe giudicato, criticato o deriso per quello che diceva. Ma soprattutto - poiché la vera spontaneità è contagiosa e niente come l'aprirsi sinceramente porta i nostri interlocutori a fare altrettanto – scelsi di affrontare i seminari coinvolgendomi in prima persona, scendendo dalla cattedra, sia fisicamente che simbolicamente, mettendomi in gioco totalmente, senza alcuna maschera o ruolo a proteggermi. Non solo gli studenti mi davano del tu e mi chiamavano per nome, ma nell'illustrare un concetto o un metodo spesso raccontavo loro come questo si era declinato nella mia vita privata, rendendoli partecipi dei miei vissuti, anche emotivi, e non solo quelli "belli" ma anche le paure, i dubbi, le zone d'ombra della mia personalità, incoraggiandoli col mio esempio a fare altrettanto. Ero e sono convinto che solo quando ci si accetta così come siamo - la parte forte così come quella fragile di noi, quella brillante e quella opaca - è possibile essere onesti con se stessi e quindi aprirsi agli altri ed esprimersi con sincerità e spontaneità. Naturalmente, accettarsi come siamo non vuol dire indulgere nei propri limiti e difetti, ma piuttosto riconoscerli, ammetterli a se stessi invece di nasconderli, di camuffarli dietro lustrini e paramenti; solo ammettendoli potremo poi farli crescere e trasformarli.

Il punto centrale è proprio questo: dietro le maschere non ci sono mostri, ma esseri umani che - superando le proprie paure e diffidenze e liberandosi da schemi e abitudini culturali limitanti - possono iniziare a percepire la propria luce interiore, la propria capacità di sentire ed amare, la propria aspirazione di essere se stessi e la capacità di collaborare tutti assieme per vivere sempre più in pace e in armonia con gli altri e col pianeta.

 

 

*          *          *

 

P. S.

 

Aggiornamenti 7 anni dopo

 

 

 

Scrissi gran parte del breve resoconto sopra riportato nel 1998. Da allora molte altre cose sono accadute dentro e fuori di me. Per quanto riguarda il mondo esteriore, lo sviluppo più significativo del mio lavoro iniziò a delinearsi nel 2000 e a prendere forma nel 2001, quando il laboratorio esperienziale che per 10 anni avevo tenuto all’interno del mio insegnamento si è ampliato e trasformato fino a dar luogo ad un Master universitario in “Comunicazione e relazioni interpersonali” che ho proposto e fatto attivare presso l’Università di Siena. Il Master – unico nel suo genere in Italia - è giunto ormai alla terza edizione e procede molto bene.

 

A seguire ho poi fatto attivare un Corso di perfezionamento in “Cultura e consapevolezza dei sentimenti ed emozioni” (ormai anch’esso alla terza edizione) che ha riscosso ancora più successo, facendo parlare stampa, radio e televisioni di mezzo mondo e raccogliendo un altissimo gradimento da parte dei partecipanti (v. rass. stampa). Ad esso ha fatto poi seguito un perfezionamento di II livello denominato “Educare l’intelligenza emotiva e le abilità comunicative dei bambini e degli adulti”e una Summer School su SEntimenti, Relazioni, EMOzioni denominata SE.R.EMO.

 

All’inizio seguivano i miei seminari esperienziali non più di una quindicina di studenti, mentre la maggior parte preferiva limitarsi alle lezioni teoriche, che tenevo distinte dal laboratorio seminariale. Poi, negli anni successivi la voce si sparse e gli studenti disposti a mettersi in gioco e andare oltre la teoria diventarono  venti, trenta, quaranta all’anno, che mi seguivano per un intero semestre. Adesso gli studenti che seguono i miei laboratori esperienziali all’università, tra corsi di laurea e post-laurea sono all’anno oltre 200, molti dei quali continuano a seguire e a rimanere nel giro anche dopo aver concluso i corsi. Anche i docenti sono aumentati di numero: all’inizio ero il solo docente del “laboratorio” mentre oggi collaborano a questa impresa oltre 30 colleghi tra docenti universitari, tutor e professionisti. Grazie alla loro collaborazione ho potuto ampliare ulteriormente la già vasta gamma di attività, e realizzare anche numerosi corsi di formazione e aggiornamento su tematiche quali: la relazione medico paziente; la psico-oncologia; la relazione insegnanti-allievi; la peer education ecc., nonché importanti progetti di ricerca sul mobbing, sulla violenza giovanile, sulla risoluzione dei conflitti ecc.

 

Per evidenziare che tutte le attività suddette sono aspetti di un unico progetto ho coniato l’acronimo CO.R.EM – COmunicazione, Relazione, EMOzione. CO.R.EM non è solo una etichetta, un semplice affiancare tre termini, ma l’essenza di un vero e proprio modello teorico olistico che ha richiesto oltre 10 anni di lavoro, come ho meglio illustrato nella 2^ edizione del mio libro Relazioni in armonia (Franco Angeli editore). Ho inoltre definito COREMOTIONA LITERACY il metodo  di intervento educativo che da esso consegue.

 

Insomma, quel progetto che alcuni anni fa era solo nella mia mente, è divenuto oggi una realtà, certamente la più attiva in Italia su questi temi e in continua crescita. Non so quali altri sviluppi riservi il futuro, ma posso dirmi soddisfatto del presente.

 

 

Enrico Cheli

Arezzo , febbraio 2005