LE RADICI DELLA SPIRITUALITÀ

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In questo capitolo tratteremo le radici e lo sviluppo della spiritualità - uno degli argomenti più interessanti e difficili. Mentre nella visione integralista e dogmatica delle religioni costituite la spiritualità si riduce ad un mero atto di fede e sovente di sottomissione psicologica e sociale alla classe religiosa dominante, nella vera spiritualità, trasmessa dai grandi mistici che hanno dato origine alle diverse tradizioni, si parlava di evoluzione della coscienza, di trasformazione della percezione, di apertura del cuore, di espansione dei sensi comuni verso una dimensione più elevata e profonda.  

In questo capitolo tratteremo quindi (1) di come differenti pensatori e mistici hanno inteso questa evoluzione interiore, dei suoi processi e dei suoi modelli, sviluppati al fine di raggiungere una più vasta coscienza spirituale di sé e del Tutto, e successivamente (2) delle radici antiche delle tradizioni spirituali orientali ed (3) occidentali. _____________________________________________________________________________________________________________

 Questa sezione comprende i seguenti capitoli:

  1. L’EVOLUZIONE SPIRITUALE UMANA

  2. LE RADICI SPIRITUALI ORIENTALI: SCIVAISMO, YOGA, TANTRA, TAOISMO, BUDDHISMO, 
  3. LE RADICI SPIRITUALI OCCIDENTALI: ZOROASTRISMO, EBRAISMO, SUFI, ESSENI, CRISTIANI

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L’EVOLUZIONE SPIRITUALE UMANA

CLICCA SUL TITOLO SOPRA PER ENTRARE NEL DOSSIER, CHE COMPRENDE: 

L'evoluzione creatrice e il risveglio della coscienza individuale di Henri Bergson, Premio Nobel

Gurdjieff e l'evoluzione umana di Luisa Della Morte e Niccolò Branca  

L'evoluzione umana secondo Teilhard de Chardin di Aurelio Penna  

Il modello evolutivo della coscienza un'intervista a Osho di Nitamo Montecucco

Il superuomo: così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche

Esperienze "di vetta" di Paola Giovetti

La psicologia dei Buddha e i sette livelli di realizzazione di Osho Rajneesh

Nuovi e vecchi sciamani di Italo Bertolasi

L'uomo sconosciuto - La misteriosa nascita di una nuova specie umana di Yatri

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LE RADICI SPIRITUALI ORIENTALI

L’Oriente ha generato templi concettuali di estrema raffinatezza e splendore tutti fondati sul concetto di unità. L’Oriente comprende e conosce l’unità dell’esistenza scoprendo l’essenza dell’unità umana: l’Atman, la pura coscienza del , attraverso una scienza spirituale basata su precise tecniche di ricerca. Da questa prima esperienza-conoscenza si scopre che non c’è divisione tra coscienza individuale e coscienza cosmica, e si realizza, attraverso gli stati di profonda meditazione, l’identità tra Atman e Brahman, la coscienza del Tutto. Il modello di fondo è quindi l'unità del Tutto che viene spesso raffigurato come cerchio, sfera od ovoide. Tutte le grandi culture spirituali orientali tendono all’esperienza dell’unità con il Tutto, cambiano solo i termini e le modalità: Yoga, Tao, Dharma, Kaivalya, Moksha, Nirvana sono modi diversi per indicare uno stato di realizzazione non-duale. In questo percorso alla ricerca dell’unità di coscienza il pensiero orientale rimane incompleto, perdendo di vista la materia e le sue logiche meccaniche più complesse.

L’Oriente e, in particolare, le culture indo-tibetane sono fortemente orientate alla conoscenza della coscienza e della sua evoluzione. Per millenni in India milioni di ricercatori spirituali hanno continuato a esplorare le varie dimensioni interiori, scoprendo l’esistenza di stati di coscienza sempre più profondi e uniti alla coscienza del Tutto. Questa tradizione estremamente preziosa è stata tramandata in piccola parte con testi scritti ed in massima parte "da maestro a discepolo": alcune scuole di ricerca spirituale continuarono con la trasmissione diretta dell'esperienza per migliaia di anni, ad esempio lo Shivaismo, il Giainismo, lo Yoga e il Tantra. La tradizione più "recente" è il Buddhismo, che nacque "solo" duemila e cinquecento anni fa.

A differenza delle religioni occidentali dove esiste una tradizione teologica spesso scollegata dall’esperienza diretta e personale, per cui si può scrivere di Dio senza aver mai avuto un’esperienza mistica, nelle tradizioni orientali si trascrive sui testi solo una sintesi del frutto dell’esperienza. Spesso i testi sacri orientali non hanno un autore, ma sono scritti da interi gruppi come condensato di un lavoro di scuola.

E’ particolarmente difficile estrarre delle colonne da queste filosofie viventi dell’esperienza mistica, in quanto la loro complessità è enorme. Tuttavia, esistono alcuni punti ricorrenti, in gran parte sintetizzati dal Taoismo, dall'Advaita Vedanta e dal Buddhismo Tantrico, che verranno ora esposti come esempi significativi e non certo come uniche modalità di ricerca ed evoluzione della coscienza.

 

Le due polarità dell'esistenza

In una società come la nostra, in cui da millenni vige una fortissima attitudine patriarcale, è opportuno sottolineare che, nel pensiero spirituale originario, la donna e l’uomo erano assolutamente sullo stesso piano. I miti della Grande Madre sono universali e sempre bilanciati da un analogo mito del Grande Padre.

In India, Tibet e Cina, questa visione unitaria raggiunge certamente il suo apogeo. Le divinità vengono qui raffigurate insieme e, spesso, nella posizione dell’atto amoroso. E’, peraltro, da rilevare che la posizione sessuale non è quasi mai sdraiata ma seduta, così da rendere verticale l’asse psicofisico interiore: questo permette di vivere l’atto amoroso come meditazione, trasformandolo da istinto animale in pratica spirituale ed evolutiva.

Nell'India antica, Shiva, il dio maschile, viene raffigurato simbolicamente con un lingam, un fallo eretto di pietra, marmo, ghiaccio (Amarnath) o metallo, Shakti, sua consorte con una yoni, una vagina di forma ovale o circolare. E' molto comune ritrovare nei vari templi questi due simboli uniti e compenetrati che vengono venerati come immagine stessa del divino.

Questa visione unitiva viene trasmessa dall’India al Tibet e alla Cina dove assume il simbolo del Tao in cui le due forze polari Yin e Yang si equilibrano. Il legame semantico-etimologico tra i termini yin/yoni e yang/lingam appare evidente.

Nella tradizione tantrica questa unione polare diventa il fondamento della struttura metafisica stessa. La visione tantrica shivaita vede Shiva e Shakti come archetipi simbolici della coscienza e dell’energia. Secondo questa concezione, l’intero universo nasce dall’unione della coscienza immateriale ed invisibile con l’energia creativa. In ogni atomo di materia (ben conosciuto agli Indiani), così come in ogni essere vivente vegetale o animale, o come in ciascun astro del cosmo, la forma fisica dell’energia nasconde e implica una coscienza interiore. Non esiste materia o energia priva del suo aspetto di coscienza immanente. Il rapporto sessuale che sta all’origine dell’intera esistenza spiega come ogni nuova vita, ogni forma, venga creata attraverso un atto sessuale. Anche la pulsazione e il ritmo dell’atto amoroso si ritrovano in ogni aspetto della vita sotto forma di ciclo, di vibrazione o di pulsazione, dalle stagioni alle maree, dal battito del cuore e al respiro. Tutta l’esistenza viene percepita come un continuo atto creativo che nasce dall’incessante relazione d’amore della coscienza e dell’energia.

La visione taoista è assolutamente parallela a quella shivaita tantrica, sia per la consapevolezza che l’essenza o coscienza è presente in ogni manifestazione dell’esistenza, sia per la comprensione che tutto nasce dall’equilibrio del femminile col maschile, lo Yin e lo Yang. E’ interessante ricordare che Niels Bohr, il grande fisico della scuola di Copenaghen, utilizzò il simbolo del Tao come elemento di comprensione del mistero quantico dell’esistenza.

 

Shiva - Dioniso: la religione della natura, dell'individualismo e dell’eros

Lo Shivaismo è l'archetipo di tutte le religioni primitive, e quindi essenzialmente una religione naturale. La devozione per Shiva, signore dei boschi e degli animali, diventa venerazione per ogni forma vivente, per ogni creatura. La distruzione ecologica può avvenire solo quando non esista più il riconoscimento per il grande spirito della Natura, adorato come Shiva o con infiniti altri nomi da tutte le culture. La ripresa dell’amore per ogni forma di vita tipico della moderna ecologia richiama questo antico dio, archetipo di tutte le religioni pagane. Nello Shivaismo ogni albero, ogni animale è protetto da uno spirito, da un essere spirituale e così diventa mezzo e tramite per connettere l’essere umano al divino.

Secondo la tesi di Shiva e Shakti, Shiva in India e Dioniso nella cultura greca rappresentano un solo aspetto della gerarchia divina, quello che riguarda l’insieme della vita terrestre. Lo Shivaismo, stabilendo un coordinamento realistico tra gli esseri sottili e gli esseri viventi, si è sempre opposto all’antropocentrismo delle società urbane. Anche la sua forma occidentale, il culto di Dioniso, rappresenta uno stadio in cui l’uomo è in comunione con la vita selvaggia, con gli animali della montagna e della foresta. Dioniso, come Shiva, è un dio della vegetazione, dell’albero, della vigna. E’ anche un dio animale, un dio toro. Questo dio insegna agli uomini a irridere le leggi umane per ritrovare le leggi divine, il suo culto, che scatena le potenze dell’anima e del corpo, ha incontrato viva resistenza da parte delle religioni urbane che lo hanno considerato antisociale. Shiva, come Dionisio, viene da esse rappresentato come il protettore di quanti si tengono lontani dalla società convenzionale. Simboleggia tutto ciò che è caotico, pericoloso, inatteso, tutto ciò che sfugge alla ragione umana e può essere attribuito solo all’azione imprevedibile degli dei. Già il Rig Veda, il libro sacro degli invasori Ari, prega il dio Indra, padrone del cielo e della pioggia ed eroe che sconfigge con la folgore gli dei del male e delle tenebre, di non permettere agli adepti del culto di Shiva (chiamati da essi Sisnadeva: "gli adoratori del fallo"), di potersi accostare ai loro sacrifici rituali. Tuttavia non si poté mai ignorare la potenza della magia misteriosa del dio e si dovette far posto al culto di Shiva-Dioniso, nonostante l’ostilità dimostratagli sempre dai signori della città.

 

Sacerdoti moralisti e fedeli estatici

Dio della giovinezza, degli umili e dell’ecologia, protettore degli animali e degli alberi, Shiva è accusato di insegnare i segreti del sapere ai sudra, gli umili, di circondarsi di bande di giovani che si fanno beffe delle istituzioni della società e dei governi degli anziani. Nello Shivaismo - scrive Evola nel libro "Lo Yoga della potenza" - la trascendenza rispetto alle norme della vita comune viene portata anche sul piano popolare per il fatto che Shiva, tra l’altro, è presentato come il dio o il "patrono" di coloro che non conducono una vita normale e perfino dei fuorilegge.

Il contatto con le forze spirituali ricercato dai fedeli di Shiva - e che era condiviso anche dai fedeli di Dioniso - li porta a un rifiuto del politico, delle ambizioni e dei limiti della vita socializzata. Non si tratta solo di riconoscimento dell’armonia del mondo, ma di partecipazione attiva a un’esperienza che oltrepassa e sconvolge l’ordinamento della vita materiale. H. Jeanmaire, nel libro "Dionisio", scrive: Il Dionisismo indicava la via della salvezza non già nella contemplazione dell’ordine divino, ma negli slanci frenetici che precedevano e preparavano l’intima unione col Dio, nell’abbandono completo dell’anima alla sua onnipotenza e nell’annientamento della ragione di fronte a tale onnipotenza.

I fedeli del dio sono chiamati Bacchoi (baccanti) in Grecia e Bhakta (devoti) in India. Essi pensano che la vera saggezza risieda nell’ebbrezza dell’amore e dell’estasi, unica comunione con la natura e con gli dei. Le religioni della città, viceversa, tendono a inquadrare l'uomo in schemi frustranti e ad isolarlo dal resto del creato. Infatti, mentre nelle religioni ortodosse e formali si pone la classe dei preti-sacerdoti come unico mezzo di dialogo con il divino e viene così sottratto in certa misura un autonomo "potere" morale e spirituale al singolo individuo, nel culto dionisiaco e shivaita è proprio l'individuo e la sua libertà ad essere esaltati. Lungo tutto il corso della storia, le società e le religioni urbane e industriali, sfruttatrici e distruttrici del mondo naturale, si sono opposte a ogni approccio ecologico o mistico, alla liberazione dell’uomo, alla sua felicità. Le guerre, i genocidi, le distruzioni di intere civiltà hanno sovente avuto come base le religioni della città.

Ogni volta che è riapparso il culto di Shiva o di Dioniso, è stato messo al bando dalla città, dove si ammettono solo le fedi che danno all’uomo un posto smisurato, permettono e scusano i suoi saccheggi, e condannano ogni forma d’estasi, ogni connessione diretta col mondo misterioso dello spirito.

Lo Shivaismo e i suoi metodi, lo Yoga e il Tantrismo, costituiscono un approccio al mondo naturale e sovrannaturale profondamente realistico, che tende periodicamente a ristabilire la propria influenza quando gli uomini capiscono di essere sviati dal rispetto delle leggi naturali e quindi si allontanano dalle religioni urbane per ritornare verso pratiche e riti più conformi alla ragion d’essere della creazione.

 

Dharma, Dao, Dio: la radice del Tutto

Il Cielo e la Terra sono di una bellezza maestosa, ma non ne parlano; le quattro stagioni si succedono secondo una legge evidente, ma non ne discutono; a tutti gli esseri presiede un ordine costitutivo, ma essi non lo formulano. Il santo va alle origini della bellezza della Terra e del Cielo e penetra l’ordine costitutivo di tutti gli esseri... Qualcosa di supremamente divino e luminoso si trasforma con le cento metamorfosi del mondo. Gli esseri di quaggiù sono sottomessi fin dalle origini alle metamorfosi in morte e in vita, in quadrato e in circolo, e ignorano la loro comune radice; perché è così che questi esseri esistono naturalmente dall’Antichità ai nostri giorni. Lo spazio che si trova tra i sei punti cardinali, benché immenso, è contenuto in Lui; la lanugine autunnale benché minuscola riceve la sua forma da Lui. Tutti gli esseri scompaiono e appaiono e si rinnovano incessantemente nel corso della loro vita. L’oscurità e la luce e le quattro stagioni si alternano secondo un ordine regolare. Tenebrosa e sfuggente, è l’esistenza stessa; in origine senza forma essa è trascendente. Tutti gli esseri del mondo lo posseggono in Sé e tuttavia ignorano la sua esistenza. Viene chiamato la radice dell’universo. Colui che conosce questa radice comune è degno di osservare il Cielo. Chuang-tzu

In questo scritto poetico di Chuang-tzu si riallacciano gli elementi dei due grandi miti, l’analogia tra la radice dell’albero e la radice di ogni vita e coscienza. Dharma, Dao (Tao) e Dio hanno un'apparente radice comune. Alla loro base è implicito un senso di legge intelligente, coerente e armonica dell’esistenza, quello che i Greci chiamarono logos, un nome del divino. Da logos deriva il termine "logica", come struttura intelligente di pensiero, e da questa la scienza.

Tao, o Dao, in Cina assume il senso di divinità ultima, di coscienza trascendente, di essenza di vita, esattamente come il termine Dharma o Dhamma in India e Dio in Occidente. Dharma e Dao implicano entrambi il concetto di legge di equilibrio-armonia ed entrambi sono sinonimi di virtù o dovere-giustizia-saggezza e di via-sentiero di realizzazione. Ancora più importante da comprendere è il ruolo inconscio che gli esseri viventi svolgono in questo universo e la loro potenzialità di risveglio e di evoluzione di consapevolezza fino all’unione con la "radice comune".

 

L'essere umano è un'unità multidimensionale

Le grandi filosofie orientali considerano l’essere umano come un’unità complessa, in cui coesistono differenti piani di esistenza e di esperienza. Questi livelli o "corpi" sono solitamente divisi dal più grossolano al più sottile. La coscienza pura, Atman, che anima e vivifica l’intera complessità, resta comunque incontaminata dalle azioni e dalle vicende esterne. Gli esseri umani si differenziano nella loro evoluzione interiore dal grado della loro identificazione. I più primitivi si identificano con gli aspetti più materiali del loro essere, poi con gli aspetti istintivi, emotivi, fino ad arrivare agli uomini colti che si identificano con la loro mente. Gli iniziati sono coloro che iniziano il processo del distacco, ossia della progressiva disidentificazione con i loro aspetti o corpi inferiori, dando così inizio, con la pratica della meditazione, all’alchimia della trasformazione interiore per sviluppare le percezioni superiori della coscienza, e quindi i corpi superiori spirituali. Vediamo ora gli elementi principali di questa concezione orientale dell'unità di coscienza.

 

Atman e Brahman: la coscienza del Sé

La colonna fondamentale della spiritualità orientale è la comprensione che ogni creatura possiede un Atman, un , una pura coscienza: benché appaia separata, è una con il Brahman o, meglio, è il Brahman stesso. Essendo il Brahman un’organica unità, infinita e indivisa, ogni suo frammento è una sua intima parte integrante. L’Atman come coscienza pura si manifesta in ogni creatura con il fenomeno dell’identità e della vita stessa: è quindi l'espressione puntiforme ossia individualizzata di una coscienza oceanica che abbraccia l’intero universo in una sola Unità. Il modello Cyber rappresenta l'analogo concetto di unità di coscienza individuale intimamente legata alla Coscienza Infinita e non-duale.

E’ fondamentale comprendere che l’Atman non corrisponde al nostro comune senso dell’Io, ossia alla nostra identità normale, o ego, che viene considerata una costruzione mentale. L’ego, ossia la personalità, è essenzialmente un'identificazione con il corpo e con i ruoli sociali, ed è condizionato dai desideri più istintivi e inconsci, come la sopravvivenza, le emozioni di rabbia, paura, amore, odio. E' il primo ostacolo da comprendere e da trascendere per iniziare una vera ricerca spirituale. Ma come arrestare la fortissima illusione dell’ego e aprire la porta all’esperienza interiore che conduce al , all’Atman? La risposta che danno le tradizioni orientali non è contenuta in una serie di precetti morali ma in una serie di tecniche psicofisiche atte ad accelerare la consapevolezza e l’evoluzione della coscienza: le tecniche di meditazione.

 

Meditazione: la scienza della trasformazione interiore

La meditazione è essenzialmente uno stato di coscienza senza pensieri. I pensieri sono i costituenti della mente inferiore (Citta) che crea l’ego, il senso di identità materiale separata dal resto del mondo. Fermando la mente scompare anche il senso di ego e si viene a formare il senso interiore dell’unità di coscienza: il Jivatman, quello che nella psicologia contemporanea viene chiamato il . La meditazione è uno stato che si ottiene attraverso tecniche spesso elementari come l’osservazione del respiro o l’ascolto imparziale di tutti i suoni; le ricerche di neurofisiologia della meditazione condotte in Italia e in India hanno dimostrato che meditando si raggiunge un particolarissimo stato neurofisiologico, caratterizzato da onde armoniche ad altissima coerenza, nettamente distinto dagli stati di rilassamento o di concentrazione.

La meditazione appare semplice, ma, all’atto pratico, lo stato di non-mente e quindi di non-ego è assai difficile da raggiungere. Citta o Manas inferiore, la sostanza mentale, è infatti caratterizzata da un’incessante attività psichica, per questo venne da molti paragonata ad una scimmia che salta di ramo in ramo senza posa, senza riuscire a fermare la sua attenzione su un qualsiasi contenuto per più di pochi istanti.

Per arrivare alla meditazione quindi è spesso necessario iniziare con tecniche di concentrazione, che aiutano a quietare l’attività psichica e ad entrare in uno stato di coscienza più lento e sensibile, chiamato contemplazione, da cui poi risulterà più semplice scivolare in uno stato di vuoto. Mente agitata, concentrazione, contemplazione e meditazione sono tutti gradini per entrare in contatto con se stessi.

 

I sette centri dell'essere del modello tantrico

Tantra dalla radice tan, che significa "estendere", "continuare", "moltiplicare", significa letteralmente "ciò che estende la coscienza" cioè, in generale, "sviluppo", "evoluzione". Il Tantra ha origine nella preistoria dell’umanità ed ebbe enorme sviluppo e diffusione nell’India dei primi secoli della nostra era. Rappresenta la punta più scientifica e sperimentale della religiosità, che rivoluziona e contagia le precedenti concezioni spirituali induiste, yogiche, buddhiste e shivaite proponendo, attraverso una visione psicofisica particolarmente analitica, un modello integrato a sette corpi, intesi come insiemi o livelli psicoenergetici sempre più elevati o sottili, identici, per senso e struttura, alle sette spire del modello Cyber7.

Il fondamento di questa tradizione - analogo al mito dell’albero - è il concetto di coscienza-energia, Shiva-Shakti, della dottrina dei sette chakra o centri psicoenergetici e dellenergia Kundalini. Kundalini, dal sanscrito Kundalin, che significa "circolare, spiraleggiare", è la forma addormentata della Shakti, l’energia creatrice divina, e giace addormentata alla base della colonna vertebrale. Le tecniche tantriche di integrazione e meditazione portano ad un suo risveglio.

Nella fisiologia sottile tantrica il canale centrale è chiamato Sushumna, "ricco di estasi, altamente benedetto", ad esso sono affiancati Ida, il canale chiaro di energia femminile, il cui nome significa "fresco, corrente o flusso di venerazione" che sale a spirale dalla gonade (testicolo o ovaia) sinistra alla narice destra, e Pingala, il canale caldo di energia maschile, che significa "di colore solare, bruno fulvo" che sale dalla gonade destra alla narice sinistra.

L’unione tra le forze maschili e femminili risveglia la Kundalini, che sale naturalmente verso i chakra superiori, trasformando in profondità l’adepto. Ogni centro corrisponde ad un corpo o livello. A ogni livello le componenti fisico-anatomiche (corpo fisico) sono intimamente connesse con parallele strutture energetiche-emozionali (corpo eterico-astrale) e corrispondenti a specifici stati di coscienza (corpo psichico-spirituale). Ecco una descrizione integrata di questi sette centri/livelli.

 

Primo centro: Muladhara - "la radice - supporto" - è situato nella zona sacrale, è il centro che controlla il primo corpo o corpo fisico costituito dagli atomi e dalle energie psichiche istintive legate alla sopravvivenza. L'elemento che lo contraddistingue è la Terra. Sesso, paura, aggressività, territorialismo e sonno sono gli aspetti tipici di questo "centro radice". È il centro del sonno e dell’inerzia spirituale ma anche del risveglio della Kundalini. La caratteristica di chi è orientato in questo centro è un materialismo privo di ogni aspirazione, una psiche legata alle tradizioni e agli averi materiali, una psicologia reattiva e grossolana, un forte attaccamento e preoccupazione per la sopravvivenza. Questi sono anche esattamente i punti che devono essere superati per attivare il primo chakra. La Kundalini a questo livello è paragonata ad un drago. Primo compito del ricercatore è liberare l’energia femminile kundalini, la fanciulla interiore, da questo drago che giace nell’oscura inconsapevolezza del sonno spirituale e lasciarla ascendere alle sfere più elevate dell’essere. Nelle persone eccessivamente intellettuali il primo centro è come staccato dal resto delle energie e questo provoca una caratteristica mancanza di realismo e "grounding" (piedi per terra)

Sul piano fisico anatomico il primo centro corrisponde alla zona anale, connessa con il coccige e la parte più primitiva del cervello rettile. Dal primo centro dipartono canali energetici che scendono nella parte posteriore delle gambe fin sotto i piedi. È in relazione con la colonna vertebrale, il colon, l’ano e la prostata.

 

Secondo centro: Svadhisthana - "la speciale dimora di lei" - è il centro sessuale, il cui elemento è l’Acqua, ed è connesso con il secondo corpo o corpo delle energie vitali o bioenergie, che corrisponde all’insieme di tutte le cellule e delle loro energie.

Quando una persona è identificata su questo centro la sua unica necessità e scopo è il sesso, come erotismo e come relazione affettiva, desiderio incessante, insaziabile e frustrante basato sulla relazione interpersonale. L’energia psichica assume i connotati della libido freudiana o dell’energia orgonica reichiana. Il superamento di questo livello reintegra questa energia riportandola in connessione con gli aspetti più elevati dell’essere e trasformando la creatività biologica in creatività artistica, intellettuale e spirituale.

Sul piano fisico anatomico il secondo centro corrisponde alla zona sessuale, connessa con il bacino e il cervello rettile, si espande alla parte anteriore e interna delle gambe fino alle dita dei piedi. Il chakra Svadhisthana è in relazione con le ovaie e i testicoli, gli organi sessuali, la vescica e parte dell’intestino.

 

Terzo centro: Manipura - "la città dei gioielli splendenti" - è il centro del terzo corpo o corpo delle emozioni, dei desideri e delle passioni, chiamato anche corpo astrale, caratterizzato dall’elemento Fuoco. È il luogo della "volontà di potere" adleriana. Qui nasce la spinta all’autoaffermazione, a dominare, conquistare, manipolare gli altri e il mondo. È il centro psicofisico delle relazioni sociali e dei giudizi di valore sia positivi che negativi, verso gli altri e se stessi. Ira, tristezza, invidia, depressione, languore, esaltazione, ferocia. La maggior parte delle persone blocca questo centro sentendosi dominata o impotente. Chi si identifica con questo centro diventa competitivo e dominato dalla sete di raggiungere i suoi scopi.

Questi primi tre chakra costituiscono i centri primari nei quali si svolge il dramma del mondo quotidiano. L’intero pianeta ristagna da millenni su questo livello evolutivo, insufficiente per le ben più elevate possibilità umane. L’insieme delle attività di questi tre centri porta ad una visione materialista ed estroversa della vita, in cui ogni piacere è legato ad un raggiungimento esteriore. L’energia di questi tre centri è stata lungamente demonizzata ed associata a qualità diaboliche e negative. L’unico vero peccato è che questi tre centri inferiori siano separati dai quattro superiori. L’energia di ogni chakra è divina, creativa e lecita nel momento in cui viene utilizzata in modo globale e unitario ossia in connessione con la consapevolezza e la saggezza che viene dagli altri centri.

Sul piano fisico anatomico il terzo centro corrisponde alla zona gastrica, connessa con le vertebre lombari, il talamo e l’ipotalamo. È in relazione con l’elemento fuoco (passione) e con tutti gli organi interni sottodiaframmatici: stomaco, fegato, cistifellea, milza pancreas, reni e surreni.

 

Quarto centro: Anahata - il centro del cuore - è il centro del quarto corpo, o corpo psichico. Il quarto centro è la sede dell’identità, del coraggio di essere se stessi, dell’amore impersonale e incondizionato, del senso di comunione e di unità con tutto ciò che ci circonda. Ogni mancato riconoscimento del proprio sé e ogni ostacolo alla nostra intima necessità di amare ed essere amati porta ad un blocco del quarto chakra. Anahata letteralmente significa "non percosso" poiché produce un suono interiore, un Om che investe l’intero corpo e che continua senza che vi sia sforzo. Om (AUM) è il suono seme, la vibrazione creativa dell’energia Shakti. Om è il "suono del silenzio". Caratteristica di questo centro psichico è la coscienza che si risveglia dallo stato di coscienza sognante; entrambi gli stati, sognante e cosciente, sono legati al centro del cuore. L’apertura di Anahata corrisponde alla coscienza del proprio stato sognante e immaginativo, ossia la consapevolezza dell’inconscio, la coscienza di essere presenti anche nel sogno. Sogni, immagini, fantasie, simboli e miti sono parti di un linguaggio analogico e profondo che si apre alla coscienza con l’apertura del quarto centro.

Il chakra del cuore è l’inizio della grande trasformazione interiore, della "vita nuova", la sua attivazione corrisponde ad un riorientamento di 180° delle proprie energie, dall’esteriorità all’interiorità, dal basso all’alto, dal superficiale al profondo. Il centro del cuore, che nelle persone comuni è rivolto verso i primi tre chakra, con l’autocoscienza derivata dalla meditazione e dall’aspirazione al divino si volta verso i centri superiori. Il centro del cuore è splendente e irraggiante e grazie a questa luce cosciente il ricercatore spirituale penetra le profondità del proprio essere alla ricerca di se stesso e dei suoi valori, portando luce nelle tenebre.

Sul piano fisico anatomico il quarto centro corrisponde alla zona cardiaca, è connesso con le vertebre toraciche, parte del talamo e col cervello mammifero e si espande alla braccia fino al centro del palmo e alle dita. È in relazione con l’elemento aria, con il cuore, la circolazione e il timo.

 

Quinto centro: Vishudda – "il purificato" - è il centro della gola, della verità e della creatività; centro del quinto corpo o corpo spirituale o di beatitudine. Ogni forma di autoespressione prende origine da qui, ogni blocco alla naturale espressione di se stessi, in termini di manifestazione di sensazioni, sentimenti, emozioni o pensieri blocca il quinto centro. La spontaneità che nasce dall’armonia dei primi centri in equilibrio porta ad un corretto utilizzo di Vishudda. Quando è aperto, è il centro della beatitudine dell’essere: quando Kundalini sale a questo centro, scrive Ramakrishna, "il devoto vuole udir parlare solo di Dio". Vishudda è "la porta verso la Grande Liberazione" scrive un testo tantrico, siamo a metà strada verso "l'altra sponda" della coscienza, a cavallo tra l'anima individuale evoluta e la più vasta, oceanica coscienza planetaria.

Sul piano fisico anatomico il quinto centro corrisponde alla zona respiratoria o espressiva, connessa con le vertebre cervicali e il cervello mammifero, che si espande alla parte superiore delle braccia fino al pollice e indice. È in relazione con l’elemento etere (energia pranica), con gli organi della respirazione, il naso, le orecchie e l’espressione del viso.

 

Sesto centro: Ajna – "il loto del comando" - è il centro sulla fronte, il terzo occhio interiore che nasce dalla fusione delle due visioni separate degli occhi fisici. E’ il centro del sesto corpo o corpo della coscienza planetaria o della visione globale. Il suo simbolo è un cerchio con ai lati due petali, in cui possiamo vedere ben rappresentati i due emisferi cerebrali che si uniscono. Sul piano più basso il sesto centro comanda l’intero corpo come di fatto fa la ghiandola ipofisi ad esso associata. È il "centro di comando" delle idee e delle emozioni e su un piano superiore diventa il centro in cui comprendiamo le logiche che comandano l’intera esistenza sui piani più sottili: le logiche del karma e delle reincarnazioni, delle prove che ci troviamo a superare, la visione degli spiriti senza corpo che sempre ci circondano e degli spiriti più vasti, gli Dei che governano i destini dell’umanità.

L’espressione della coscienza a questo livello è data dal Sabeji o Savikalpa Samadhi, lo stato di meditazione profonda in cui sperimentiamo l’unione con la coscienza del tutto, dove per tempi lunghissimi non vi sono più pensieri ma solo luce e coscienza espansa. È il centro e il livello a cui giungono i grandi mistici di ogni religione in cui si sperimentano stati di estasi e rivelazioni spirituali.

Sul piano fisico anatomico il sesto centro corrisponde alla zona cerebrale, connessa con il cervello umano ed in particolare con i due emisferi e la ghiandola ipofisi. È in relazione con l’elemento luce-coscienza e con gli occhi.

 

Settimo centro: Sahasrara - "loto dai mille petali" - è situato sulla sommità della testa e apre la porta alla coscienza cosmica. E’ il centro del settimo corpo o corpo della trascendenza o cosmico o nirvanico. Nel suo aspetto inferiore, attraverso la ghiandola epifisi, pone in comunicazione i cicli cosmici e planetari (giorno, notte, stagioni) con i ritmi biologici dell’essere umano; nel suo livello superiore pone in relazione la coscienza individuale con quella cosmica. L’Io si compenetra nel Tutto, "la goccia si scioglie nel fulgido oceano". Sul piano fisico anatomico corrisponde alla zona di apertura, connessa con la fontanella. È in relazione con l’elemento vuoto o spazio e la ghiandola epifisi.

 

I sette livelli di coscienza

Ognuno di questi centri corrisponde ad un livello evolutivo della coscienza del modello Cyber7:

 

1) il primo centro corrisponde al livello dell’inconscio cosmico, la mente e la memoria della materia dell’universo;

 

2) il secondo centro corrisponde al livello dell’inconscio collettivo, molto più ampio rispetto all’equivalente concetto Junghiano, che include la mente e la memoria di tutti gli esseri viventi vegetali e animali del pianeta;

 

3) il terzo centro corrisponde al livello dell’inconscio personale, sede degli istinti, delle passioni, dei desideri e dei condizionamenti (karma) passati;

 

4) il quarto centro corrisponde al livello della normale coscienza di veglia, la consapevolezza di sé nel presente che si può trasformare in autocoscienza, primo passo verso i livelli superiori;

 

5) il quinto centro corrisponde al livello del superconscio individuale, sede delle memorie delle vite precedenti e della coscienza degli scopi evolutivi presenti e futuri;

 

6) il sesto centro corrisponde al livello del superconscio collettivo, che raggruppa tutte le coscienze e intelligenze del pianeta, analogo alla Noosfera di Teilhard de Chardin, o coscienza planetaria o Gaia;

 

7) il settimo centro corrisponde al livello del superconscio cosmico, l’insieme di tutte le coscienze e memorie spirituali dell’intero universo: la mente di Dio, l’illuminazione.

 

I corpi dell'essere umano

Come nell’archetipo dell’albero e della montagna, l’essere umano viene percepito come un’unità multidimensionale che esiste e si manifesta su differenti corpi o livelli psicofisici, rappresentati nel modello Cyber7 dai vari livelli/colori. I sette corpi o livelli possono essere correttamente visualizzati come sfere concentriche, di densità energetica-luminosa sempre più sottile, con al centro il corpo fisico.

Vi è una coscienza del corpo fisico, una più sottile delle sensazioni interne del corpo, una degli istinti e delle emozioni, una della mente e dei suoi pensieri. Nella concezione orientale questi primi livelli di coscienza sono comuni a tutta l’umanità, ma esistono stati di coscienza ben più elevati che possono essere ottenuti solo attraverso un intenso desiderio di trascendenza e una pratica costante delle varie tecniche di meditazione. Gli stati più limitati della coscienza sono considerati come l’identificazione dell’Atman, ossia della coscienza, con i vari corpi.

Il Vedanta riconosce cinque kosha o "corpi" che possono essere anche tradotti come involucri o guaine:

1) Annamayakosha o corpo-fatto-di-cibo ossia il corpo materiale.

2) Pranamayakosha o corpo di energia vitale, costituito dalla rete dei canali energetici e dai centri psichici o chakras.

3) Manomayakosha, o corpo mentale inferiore o istintuale, generatore dell’ego, che agisce secondo il principio di attrazione-repulsione ed è carico di impulsi atavici e razziali.

4) Vijnamayakosha, il corpo dell’intelletto o mente superiore (Buddhi).

5) Anandamayakosha, il corpo della beatitudine e dell’unità della coscienza prima di fondersi completamente nell’Atman.

La tradizione buddhista considera l’essere umano composto di cinque skandha o "aggregati" che illusoriamente circondano la coscienza vuota:

1) Rupa-skandha è l’aggregato fisico e della coscienza del corpo, gli oggetti dei sensi e le loro conseguenze psicologiche.

2) Vedana-skandha è l’aggregato dei sentimenti derivanti dalle percezioni sensoriali e dalle emozioni viscerali (piacere e dolore, gioia e dispiacere).

3) Samjna-skandha è l’aggregato delle percezioni della mente discriminante, analitica, riflessiva, discorsiva e intuitiva.

4) Samkhara-skandha è l’aggregato delle forme mentali creatrici e volontarie che rappresentano il principio attivo della mente e il carattere.

5) Vijnana-skandha è l’aggregato della mente pura che coordina e combina tutte le attività precedenti e rappresenta la potenzialità della coscienza nella sua forma pura.

Skandha o kosha sono considerati non esistenti, essi sono Maya, illusione, ossia frutto dell’incapacità di essere uno con l’Atman-Brahman.

 

Gli stati di coscienza

Gli stati di coscienza sono stati differenziati originariamente in quattro:

1) Jagrata stato di veglia

2) Svapna stato di sogno

3) Susupti stato di sonno profondo senza sogni

4) Turiya o stato di illuminazione o "quarto stato"

Questa mappa, molto simile nei primi tre punti a quella utilizzata dalla scienza moderna, è estremamente consistente. Appare a prima vista paradossale che lo stato di coscienza più evoluto sia posto dopo, ossia più in profondità dello stato di sonno profondo senza sogni. La logica della ricerca spirituale, tuttavia, spiega agevolmente questa apparente contraddizione. Il ricercatore spirituale, infatti, partendo dallo stato di veglia cosciente, si evolve diventando cosciente durante lo stato onirico (sogni coscienti), fino ad essere cosciente anche durante lo stato di sonno profondo e senza sogni. Si parla infatti di "continuità di coscienza" durante tutta la notte. Da questo stato si salta in una dimensione di coscienza cosmica, stato difficilmente esprimibile per cui viene chiamato semplicemente Turiya, ossia Quarto.

 

Bodhicitta e Karuna: la mente illuminata e compassionevole

Il Buddhismo Tantrico prevede tre punti chiave per una corretta evoluzione spirituale: la mente illuminata, la compassione e l’esperienza del vuoto. La mente illuminata, chiamata Bodhicitta, nasce quando una persona diventa totale nel suo desiderio di crescita interiore e inizia a vivere con totalità e presenza ogni momento della sua vita: questo dona ad ogni gesto una forza e una carica che permettono la consapevolezza.

Quando si diventa totali ogni istante diventa estremamente prezioso e significativo, si ottiene una mente pura e unita, perché si elimina la mente "parassita" annidata nel dubbio e nell’indecisione. Essere indecisi significa avere due pensieri antitetici contemporanei, che non permettono mai la vera unità, mentre la totalità si manifesta come una mente illuminata e orientata al perseguimento della propria evoluzione.

Contemporaneamente alla mente illuminata, caratterizzata da grande forza e potere, è necessario coltivare Karuna, l’atteggiamento compassionevole verso ogni creatura vivente. Compassione è una traduzione riduttiva, il termine orientale significa piuttosto comprensione benevola e umana (cum pati, soffrire insieme), orientata alla non violenza e all’aiuto. Lo yang di Bodhicitta si equilibra con lo yin di Karuna.

 

L'osservatore del vuoto

Il terzo punto è Shunyata, il vuoto, l’esperienza della vacuità. Il ricercatore spirituale dotato di volontà inflessibile e di benevolenza incondizionata può cadere vittima del proprio ego spirituale e identificarsi con le proprie situazioni ed esperienze. La costante pratica della meditazione porta all’esperienza del vuoto interiore, e crea in lui la predisposizione a riconoscere che ogni fenomeno è di fatto vuoto e quindi privo di valore e realtà. Questo crea il distacco e la disidentificazione, essenziali per la vera evoluzione interiore.

E’ da notare come nei racconti di Carlos Castaneda, Don Juan, il maestro che lo istruisce, basa l'intera struttura di trasformazione sui medesimi punti: diventare un guerriero inflessibile e senza secondi pensieri, riconoscere che la vita di per sé non ha alcun senso o significato e l’unica possibilità è seguire la strada che ha un cuore.

Shunyata è la porta maestra alla realizzazione spirituale, nel momento in cui noi siamo totalmente vuoti, quando non vi sono più pensieri ed emozioni che catturano la nostra attenzione. Nello stato di vuoto non esiste nemmeno il pensiero dell' "Io", del , non vi sono più le percezioni dei confini del corpo e della nostra condizione di limitazione spazio temporale: la coscienza è pura, incontaminata da identificazioni e limitazioni. In questo stato di vuoto, la coscienza inizia a sperimentare direttamente se stessa senza divisioni, si viene a creare una percezione unitaria: l’osservatore, l’osservato e l’atto dell’osservare diventano una sola cosa.

La ricerca spirituale e la ricerca scientifica utilizzano l’osservatore come elemento centrale della loro metodologia, la differenza, non sostanziale, è la direzione della conoscenza, verso l'interno o verso l'esterno.

 

Mandala: il modello multidimensionale

Come tutti i raggi sono legati nel mozzo e nella circonferenza, così tutte le creature, tutti gli dei, tutti i mondi, tutti gli organi, tutte le anime sono legati in quell’anima. Brhadaranyaka.

Chiaramente derivato dal simbolo della spirale-cerchio, ma molto più recente, il mandala rappresenta il più sofisticato modello olistico dell'antichità, un antenato del Cyber.

La tradizione indotibetana ha rappresentato il principio unitario (o di riunificazione) della coscienza umana in quella cosmica attraverso il mandala, uno strumento simbolico estremamente flessibile.

In sanscrito mandala significa letteralmente "cerchio", "centro", ed è stato da sempre rappresentato attraverso simboli, nella forma a raggio, a fiore, a schemi rotondi o quadrangolari attorno a un punto centrale. Il mandala è un modello olografico micro-macrocosmico che con la sua struttura complessa rappresenta differenti piani di coscienza e livelli di esistenza; il suo centro è il "punto zero" come centro vuoto della coscienza, la sua periferia le dimensioni più esterne e materiali. Il mandala è anche lo spazio che delimita e circoscrive una superficie consacrata, preservandola dalle forze disgregatrici simboleggiate da demoni o divinità terrifiche. Rappresenta anche lo schema essenziale dell’universo, nel suo processo di emanazione e di riassorbimento che si svolge attorno a un asse centrale, l’axis mundi, e, contemporaneamente, è lo schema della disgregazione della coscienza dall’Uno ai molti e della reintegrazione dai molti all'Uno, reintegrazione che avviene al centro della coscienza, lo spazio del cuore. Rispecchiando il pensiero di Brhadaranyaka, il mandala quindi non solo rappresenta il Tutto, il Cosmo, ma è anche il Tutto riflesso nell’Io.

Il mandala è il modello antico che meglio incarna il modello Cyber, entrambi sono nati dalla necessità di rappresentare ciò che è invisibile agli occhi fisici ma evidente alla visione spirituale: la coscienza, le sue dimensioni e le sue evoluzioni dall'Uno-Tutto al Sé-individuo e viceversa. E' una delle forme archetipiche più comuni, spontaneamente disegnate da chi fa esperienza della propria totalità durante le meditazioni. C.G.Jung scoprì il mandala come strumento terapeutico per il processo di individuazione, cioè di integrazione della coscienza a un livello più alto.

Il mandala, con la sua serie di forme concentriche, esprime i differenti livelli della coscienza ed evoca un passaggio tra queste dimensioni; è la "soglia" tra il microcosmo e il macrocosmo. All’interno della sua totalità, ogni parte è connessa e fornisce sostegno alle altre parti; ogni parte ha implicitamente contenuta in sé l’informazione del tutto (ologramma); ogni parte può svilupparsi, modificarsi e trasformarsi in maniera autonoma e, tuttavia, in sinergia e connessione con le altre, in un insieme organico che si evolve e si rende via via più integrato e complesso.

Ciascun organismo vivente, ciascun essere umano è un mandala, che a sua volta fa parte del mandala Terra, a sua volta parte del mandala cosmico. In quest’ottica essere integrati significa essere capaci di mantenere il contatto con il proprio centro e sentirsi strettamente connessi con il resto dell’universo. Dopo il massacro di Wounded Knee, Alce Nero, il veggente Sioux, scrisse: Non c’è più alcun centro e l’albero sacro è morto. Nella visione di Alce Nero il cerchio del suo popolo sarà di nuovo unito soltanto quando l’albero al centro fiorirà ancora. In quest’epoca di frammentazione e di disintegrazione il mandala può diventare ancora una volta l’immagine, il simbolo globale di un nuovo livello di integrazione, della ricerca di un linguaggio comune per unificare i resti separati e divisi e riarmonizzare le fondamenta della conoscenza, in un’interpretazione unificata dell’uomo e del suo posto nella natura. E’ la realizzazione del mandala della coscienza globale, il cui livello di coscienza è dato dal grado di evoluzione di coscienza di ciascuno individuo che la costituisce: perciò il superamento dell’attuale crisi ecosistemica planetaria passa necessariamente attraverso un processo di risveglio individuale.

 

Gli illuminati e la trasmissione sincronica

La maggioranza delle religioni orientali è basata sull’esperienza del proprio vuoto interiore e sulla realizzazione del proprio essere, non sulla fede. La relazione profonda e sincronica tra maestro e discepolo è certamente il fulcro della trasmissione delle verità più importanti e delle esperienze incomunicabili a parole. Per migliaia di anni un incredibile numero di persone, ispirate da maestri illuminati, si sono completamente dedicate alla ricerca di questa esperienza soggettiva, esattamente come, in Occidente, i ricercatori hanno sviluppato una scienza partendo da metodi simili e dal confronto delle loro esperienze dirette. Ciò che cambia è solo la direzione della ricerca.

Così, in Oriente, intorno agli illuminati, hanno preso vita migliaia di differenti scuole spirituali, ognuna delle quali adotta alcune tecniche specifiche. I ricercatori spirituali per generazioni hanno continuato a fare esperienza di spazi interiori e a tracciare delle mappe di questi territori spirituali. Proprio come accade tra scienziati, ogni tanto qualcuno scopre nuove tecniche di meditazione, e trova una nuova via di illuminazione, dei nuovi spazi di ricerca o dei nuovi paradigmi con cui spiegare le esperienze raccolte; le scuole di ricerca spirituale hanno così portato questa dimensione di coscienza ad un altissimo grado di evoluzione. La scoperta fondamentale è che ogni essere umano, usando varie tecniche di meditazione, può arrivare a uno stato di coscienza risvegliata e incontaminata da impressioni o pensieri... il vuoto interiore. Raggiungendo questo stato, la coscienza individuale si fonde con la coscienza del Tutto e si realizza la più profonda delle esperienze: l’illuminazione. Chi entra in questa totale sincronicità con l’esistenza, viene definito un Buddha, che letteralmente significa un risvegliato, un liberato, uno Yogi; viene stimato come un essere autorealizzato e viene spesso venerato come maestro spirituale.

Trattandosi di una dimensione soggettiva, non esistono procedimenti che garantiscano una certezza scientifica del reale accadimento. Il cuore e l'animo umano sono di tale complessità che solo chi ha raggiunto "l'altra sponda" della coscienza può comprendere gli errori e i veri problemi interiori del ricercatore spirituale e fornirgli un adeguato aiuto.

Oltre a ciò esiste una vera e propria trasmissione di coscienza, energia, o saggezza, da un maestro al suo discepolo, trasmissione che accelera l'evoluzione di quest'ultimo in un modo incredibilmente profondo.

 

 

Zen: la trasmissione speciale

Tanto la meditazione che la realizzazione avvengono nel silenzio e nella profonda pace interiore. Quando Mahakasiapa si sincronizzò sullo stesso stato di coscienza del Buddha, questi sorridendo in silenzio gli porse un fiore, un simbolo di fragranza e apertura. Tra di loro, un istante di unità e armonia aveva permesso la comunicazione: l’esperienza del Buddha era passata al discepolo ed ora entrambi partecipavano alla stessa esperienza profonda. La sincronicità e l’armonia entrano in questo gioco sottile di silenzi ed espansioni dell’anima come la musica ispira i corpi alla danza.

Il Buddhismo Zen si ritiene depositario della vera saggezza che Buddha trasmise a Mahakasyapa, racchiusa nella parola Dhyan, meditazione, e che Bodhidharma, cinquecento anni più tardi, portò in Cina dove divenne Chan per passare poi in Giappone dove divenne Zen.

I Maestri Zen trasmettono ancora la stessa essenza del fiore di Mahakasyapa, una fragranza che ferma la mente, che rompe i suoi circuiti logici e permette di "vedere dentro la propria natura."

Una storia Zen: Hui-neng, sesto patriarca Zen, da ragazzo andò come discepolo dal maestro Hung-Jen che gli chiese: "Vuoi conoscere il vero o vuoi diventare vero?", Hui-neng rispose senza indugi: "Essere vero!" e il maestro, felice, invece di iniziarlo, lo mandò per anni a pulire il riso nelle cucine del monastero. Anni dopo, quando il vecchio maestro sentiva di essere vicino alla morte, annunciò che voleva scegliere un successore e invitò chi dei monaci lo desiderasse a mandargli dei brevi versi, dai quali avrebbe compreso il suo livello di evoluzione. Il giorno seguente Shen-hsui, il più erudito dei cinquecento discepoli del monastero, scrisse:

 

Questo corpo è l'albero dell'Illuminazione.
La mente come uno specchio lucido,
tenuto pulito ad ogni istante
senza che alcuna polvere si accumuli.

Tutti ammirarono la poesia di Shen-hsui tranne il quasi sconosciuto pulitore di riso: dalle cucine disse che era solo spazzatura. I monaci lo invitarono a scrivere dei versi migliori e Hui-neng scrisse:

 

Il corpo non è un albero,
Lo specchio lucido non brilla più
Nulla è rimasto.
Dove può quindi depositarsi la polvere?

Il patriarca lesse e non disse nulla. Chiamò Hui-neng nella sua stanza. I suoi versi mostravano che la sua mente, pulendo il riso per anni, era diventata vuota, era scomparsa; così gli diede le sue vesti di maestro, lo invitò ad andarsene e a creare un altro monastero.

 

Koan Zen: le tecniche paradossali per il Satori

I maestri Zen hanno creato, per i loro discepoli più avanzati, dei Koan, domande assurde o senza logica apparente che servono a fermare la mente, così può accadere il Satori. Se si cerca di rispondere ad un Koan, e vi si entra in profondità, il meccanismo mentale entra in un circolo paradossale, un loop psicologico: l'unica soluzione è uscire dalla mente, giungendo ad una dimensione senza sforzo) Lo Zen sostiene che non c'è nulla da ottenere, che lo stato di illuminazione è la nostra natura. Il Satori può essere di tre gradi: il primo è una semplice momentanea intuizione spirituale, un flash che abbaglia e scompare; il secondo è un entrare nella dimensione sacra dell'esistenza, nella "natura del Buddha"; il terzo è lo stadio di Nirvana, di Vuoto cosciente, da cui non si ritorna.

Un famoso Koan è quello dell'oca nella bottiglia. "Un uovo è stato messo nella bottiglia, ne è uscita un'oca, che crescendo non può più vivere nella bottiglia e non può passare dal buco. Come salvare l'oca senza rompere la bottiglia?". La risposta al Koan non è una battuta, né una risposta razionale, ma una comprensione che nasce da un reale salto di coscienza. I discepoli venivano messi in isolamento meditativo per settimane per poter essere in grado di rispondere.

Un altro Koan: "Qual è la tua faccia originaria? Quella che avevi prima di nascere?", o ancora: "Qual è il suono di una mano sola che batte?" Chiede il maestro battendo le sue mani di fronte al discepolo.

I maestri Zen sono rudi e senza peli sulla lingua, possono prendere a bastonate un discepolo o gettarlo dalla finestra per farlo uscire dalla mente. La "bastonata Zen" è una vera e propria tecnica di risveglio, non un modo di dire. Un monaco torna correndo dal suo maestro: "Maestro, sono riuscito a raggiungere l’esperienza del nulla!" E il maestro risponde: "Torna a meditare, idiota, hai mancato il punto: se è un'esperienza come può essere un nulla!"

 

Il Buddhafield: il campo sincronico delle coscienze

Il concetto di Buddhafield come "campo psichico collettivo coerente" rappresenta una delle maggiori scoperte della scienza spirituale dell'Oriente, un concetto in grado di stimolare e facilitare enormemente la crescita spirituale dei singoli individui. Ogni maestro crea intorno a sé una comune di ricercatori spirituali, tutti in profonda sintonia e vicinanza con lui, accomunati dallo stesso profondo desiderio e intento evolutivo, uniti dall’esperienza interiore della meditazione. Si crea, così, un campo di energia-coscienza di elevata coerenza, intensità e luminosità. Questo campo abbraccia l’intero luogo della comune come una rete, il cui centro è rappresentato dalla coscienza vuota ed elevatissima dell’illuminato e i vari nodi sono le coscienze più o meno evolute dei discepoli.

I Jainisti avevano calcolato che il campo psicoenergetico intorno ai Teertankara, i loro maestri, fosse una sfera luminosa larga alcuni chilometri. Per questo il maestro viene chiamato anche Mahatma, grande anima. Il Buddhafield riflette la logica dell'utero, del nido e dell'uovo: è un luogo protetto e qualitativamente elevato, tale da influenzare ogni azione e pensiero al sacro.

Ogni sangha (comunità spirituale), lamaseria, monastero, ogni comune di ricercatori che ha ospitato un maestro illuminato crea questo campo in cui ogni avvenimento appare più significativo, più fluido, come se l’intero posto avesse una maggiore "densità". Accadde questo quando Gesù, Buddha e Lao Tze furono con i loro discepoli, accadde nelle comuni francescane, zen, sufi e tantriche, accadde fino a che Gurdjieff, Ramana Maharshi, Babaji e Osho furono vivi e continua ancora ad accadere intorno ad ogni maestro vivente: si creano punti di sincronicità di coscienze, centri di fusione della rete evolutiva di un'umanità ancora frammentaria.

 

Il Darshan

Nel Buddhafield vige l'usanza del darshan, la trasmissione, tramite la semplice presenza, di uno stato di coscienza da maestro a discepolo. Così ne parla Narendra dopo che Ramakrishna, il suo maestro, lo toccò sul petto: 

Al meraviglioso tocco del maestro la mia mente subì una rivoluzione completa. Ero strabiliato nello scoprire che non c'era proprio nulla nell'universo che non fosse Dio. Rimasi in silenzio, domandandomi quanto tempo questo stato sarebbe continuato. Non passò durante tutta la giornata. Ritornai a casa e lì mi sentii alla stessa maniera: tutto ciò che vedevo era Dio. Mi sedetti a mangiare e vidi che ogni cosa - il piatto, il cibo, mia madre che lo stava servendo, io stesso - tutto era Dio e nient'altro che Dio.

Le tradizioni indotibetana, persiana, cinese e giapponese contemplano il ruolo del maestro come elemento essenziale della trasformazione spirituale, anche se è possibile illuminarsi senza nessuna guida o scuola.

L’ineffabile mistero dell’essere, cardine della ricerca interiore orientale, si contrappone alla concretezza dell’avere della società tecnologica. Vuoto e silenzio mentale diventano un polo dell’esperienza umana interiore che si spera bilanci la ricchezza estrema della conoscenza e dell’esperienza rivolta al mondo esterno. E’ necessario che l’Occidente, e lo scienziato in particolare, prenda coscienza di questa mancanza radicata nella nostra cultura e inizi a riequilibrare il mondo, partendo dalla ricerca del proprio essere.

 

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LE RADICI SPIRITUALI OCCIDENTALI

 

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