APPENDICE
Questa sezione comprende i seguenti capitoli:
VIDEO
MUSICHE
CONTRIBUTI
ESPERIENZE
TESTIMONIANZE
CONTRIBUTI
Desiderata
Si
ritiene che il testo originale di questo famoso scritto sia stato trovato in Old Saint
Paul's Church a Baltimora nel 1692, nonostante che diverse testimonianze
dimostrino una datazione più recente. Qualunque provenienza abbia questo
manoscritto è, comunque, confortante credere nell'universalità delle verità
espresse al suo interno: la bellezza dello spirito umano è immutabile,
inviolabile e sempre presente. A testimonianza di tutto ciò rimane la grande
diffusione di questa composizione nei secoli , indipendentemente dall'autore, si
è voluto diffondere un valore, un significato di rispetto per se stessi e per
la propria felicità.
Scendendo più nei dettagli, ma solo per un maggior inquadramento storico, la
paternità è stata fatta risalire a Max Ehrmann (1872-1945). Sarebbe stato
questo avvocato-poeta di Terre Haute, Indiana, intorno al 1927, a scrivere
Desiderata, ma senza divulgarla: solo dopo la sua morte, la moglie pubblicò le
sue poesia in una raccolta.
L'equivoco sorse, invece, tra il 1955-60, quando il reverendo Frederick Kates,
utilizzò questo materiale per la sua congregazione di Old Sain Paul's Church,
Baltimora, Maryland, raccogliendo diverse poesie in alcuni opuscoli devozionali
che fece stampare su carte intestata "Old St. Paul's Church, Baltimora, AD
1692" (anno della fondazione della chiesa). Probabilmente questa poesia fu
così apprezzata da essere diffusa, per passa parola, in tutto il mondo,
generando la confusione che, a volte, ancora oggi, domina.
Ugualmente continua a rimanere un punto di riferimento a livello mondiale ed
esprime bene alcuni concetti comuni ad altre vie mistiche, la verità
dell'essere e dello scoprire profondamente se stessi senza timore di mostrarsi
agli altri, ma , anzi, accettando anche la diversità in quanto rappresenta una
ricchezza e non un ostacolo.
Va'
serenamente in mezzo al rumore e alla fretta
e ricorda quanta pace ci puo' essere nel silenzio.
Finche'
e' possibile senza doverti arrendere conserva
i buoni rapporti con tutti.
Di'
la tua verita' con calma e chiarezza, e ascolta gli altri,
anche il noioso e l'ignorante, anch'essi hanno una loro storia da raccontare.
Evita le persone prepotenti e aggressive, esse sono un tormento per lo spirito.
Se
ti paragoni agli altri, puoi diventare vanitoso e aspro,
perche' sempre ci saranno persone superiori ed inferiori a te.
Rallegrati
dei tuoi risultati come dei tuoi progetti.
Mantieniti interessato alla tua professione, benche' umile;
e' un vero tesoro rispetto alle vicende mutevoli del tempo.
Sii
prudente nei tuoi affari, poiche' il mondo e' pieno di inganno.
Ma questo non ti impedisca di vedere quanto c'e' di buono;
molte persone lottano per alti ideali, e dappertutto la vita e' piena di
eroismo.
Sii
te stesso. Specialmente non fingere di amare.
E non essere cinico riguardo all'amore,
perche' a dispetto di ogni aridita' e disillusione esso e' perenne come l'erba.
Accetta
di buon grado l'insegnamento degli anni,
abbandonando riconoscente le cose della giovinezza.
Coltiva
la forza d'animo per difenderti dall'improvvisa sfortuna.
Ma non angosciarti con fantasie.
Molte
paure nascono dalla stanchezza e dalla solitudine.
Al di la' di ogni salutare disciplina, sii delicato con te stesso.
Tu
sei un figlio dell'universo, non meno degli alberi e delle stelle;
tu hai un preciso diritto ad essere qui.
E che ti sia chiaro o no, senza dubbio l'universo va schiudendosi come dovrebbe.
Percio'
sta in pace con Dio, comunque tu Lo concepisca,
e qualunque siano i tuoi travagli e le tue aspirazioni,
nella rumorosa confusione della vita conserva la tua pace con la tua anima.
Nonostante
tutta la sua falsita', il duro lavoro e i sogni infranti,
questo e' ancora un mondo meraviglioso. Sii prudente.
Fa di tutto per essere felice.
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Introduzione
allo Yoga-Vedanta
Laura Boggio Gilot
Se si considera l'iter della psicologia da quando è nata come scienza, si può notare un crescendo o un approfondimento dello stato psicologico umano che va dal subconscio al conscio e infine al superconscio. Abbiamo così una psicologia del profondo o psicoanalisi, una psicologia umanistica - in quanto prende in considerazione la persona quale elemento conscio di sé e delle sue relazioni -, una psicologia transpersonale che tocca vertici della coscienza che non appartengono più alla dimensione dell'individuo tridimensionale. Quest'ultima fase può considerarsi quale effetto delle scoperte scientifiche della fisica quantistica e della legge della relatività.
Nata in America alla fine degli anni sessanta, la psicologia transpersonale ha in Abraham Maslow il suo geniale iniziatore e in Roberto Assaggioli il suo primo codificatore e per la sua rivoluzionaria visione e stata definita la quarta forza della psicologia, dopo la psicoanalisi, il comportamentismo e la psicologia umanistica.
E' questa la psicologia delle "vette" che nella ricerca della verità ultima scopre ciò che nella psiche umana riguarda il futuro invece che il passato, le potenzialità invece che le frustrazioni, l'esperienza sprituale invece che quella istintuale. Da tutto ciò deriva una visione dell'uomo quale unità bio-psico-spirituale in tensione intorno a un centro di volontà.i che ne armonizza e ne sintetizza i diversi piani. La scoperta più grande è che questo centro, che appariva la meta della visione umanistica in psicologia, è invece solo il riflesso di un più.alto e trascendente centro che e il seme dell'intera individualità. L"io" non e la più alta espressione della natura umana: l'"io" personale è come il raggio del sole che nasce da un più allo e Trascendente "Se personale" che, come dice Assagioli, "appare esistere in una sfera di realtà diversa dal pulsare della corrente dei fenomeni psichici e di quella della vita organica, ed è ad essa trascendente e non può da questa venire influenzata, mentre il suo influsso può modificare profondamente le condizioni psicofisiche in cui l'io esiste".
L'obiettivo della psicologia Transpersonale è la scoperta e la realizzazione di questo "Sé" che rappresenta l'Unità sottostante ogni apparente molteplicità. Essa pertanto non si limita allo studio della dimensione umana, ma si allarga anche a quella del cosmo in cui la persona vive, alleandosi nella sua ricerca ai risultati della scienza e della filosofia.
Nell'aspirazione alla comprensione della totalità della vita, sia a livello macrocosmico che microcosmico, questa corrente della psicologia non studia solo ciò che è oggettivamente verificabile, ma prende in considerazione anche le realtà superiori esperibili solo soggettivamente, realtà che, sfuggendo ad ogni codificazione scientifica, sono state sino ad ora considerate esclusivamente nell'area della mistica e della metafisica. Avvicinandosi all'esperienza spirituale da un punto di vista "scientifico", l'approccio transpersonale favorisce l'accesso della psicologia alla sapienza contemplativa, e con questo accosta scienza e misticismo in un confronto che intende sintetizzare tradizioni diverse ai fini di una conoscenza integrale dell'essere umano.
In questo contesto si rivela di straordinario significato la dottrina Vedanta che ha trattato in modo approfondito la natura del Sé, i tre stati dell'Essere (grossolano, sottile e causale), la costituzione dell'ente nella sua totalità e ha inoltre offerto un potente mezzo operativo: la meditazione Yoga-Vedanta.
"Questo libro - afferma Laura Boggio Gilot nella Prefazione - come il precedente lavoro Forma e sviluppo della coscienza, è nato dalle mie personali esperienze di ricercatrice nel campo della psicoterapia e della tradizione meditativa.
Psicoterapia e meditazione, seppur con modalità e finalità diverse, rappresentano discipline impegnate sul fronte della "mente": l'una per guarirne le scissioni psicopatologiche, l'altra per trascenderne le identificazioni che limitano la "percezione" della Realtà. Sia che si vogliano chiamare fattori di malattia o qualità dell'ignoranza, i contenuti mentali che sono affrontati nella psicoterapia e nella meditazione sono gli stessi, e la mente rappresenta l'area ove scienza e sapienza si incontrano, l'una con motivazioni di guarigione, l'altra con motivazioni di conoscenza e di spiritualità, entrambe per affrontare e cercare di risolvere la sofferenza dell'essere umano".
Nella seconda parte del libro, "La meditazione Yoga-Vedanta e lo sviluppo transpersonale", l'Autrice prende in esame il processo dello sviluppo personale e transpersonale, la visione spirituale del mondo, i vari sentieri meditativi e infine il processo della discriminazione tra Sé e non-Sé che è di fondamentale importanza per il sentiero Vedanta.
LA MEDITAZIONE BUDDHISTA
Di Ghelong Thubten Rinchen
Dagli atti del convegno "verso la nascita di una coscienza planetaria"
dell’Associazione Amaranto
Ora parleremo di meditazione.
Penso che la meditazione si possa definire come uno stato autentico,
naturale della mente. Uno stato naturale è uno stato creativo, uno stato più
aperto, che può vedere cose ordinarie ma da punti di vista nuovi. Ciò
vuol dire che quello stato meditativo è in grado di scoprire l'inconsistenza di
qualche assunzione, si direbbe oggi, di qualche paradigma.
Un' assunzione, un paradigma, è
sempre...come dire, un primo passo da stabilire di fronte ad un problema, di
fronte ad una ricerca. Se dobbiamo fare una ricerca su qualunque cosa, bisogna
partire sempre da un'assunzione. Le assunzioni sono spesso così radicate che ci
impediscono di scoprire che non sono verità incontrovertibili, ma convenzioni.
L'aspetto creativo sorge quindi quando un'assunzione cade e si intravede
un percorso differente.
Così per esempio se accettiamo la
definizione di meditazione come atto naturale della mente, libero dalle
ordinarie concezioni, allora possiamo pensare che la meditazione possa essere
applicata alle tre domande fondamentali: come
è una cosa, cosa è una cosa e cosa
fare delle cose che facciamo: quest'ultima è l'etica.
Com'è una cosa, richiede
un’analisi. Una meditazione analitica sul come è una cosa, è una meditazione
sul fare. Perché? Perché se qualche cosa noi vogliamo fare, la domanda che
sorge è come farla. Le cose sono delle totalità le cui proprietà emergono
dalla composizione delle parti; i caratteri e le funzioni sempre emergono da un
modo. Solo un modo può fare di due ruote, un asse, un telaio, un carro. Potrei
prendere le stesse parti, assemblarle in un modo diverso ed ecco
un’inquietante scultura, come faceva Duchamp; la mettiamo su un piedistallo e
quella diventa un oggetto creativo, artistico, ma non funziona per spostare i
pesi con meno fatica. Se uno si pone questa domanda in uno stato meditativo,
ecco che sorge lo stupore: che strano, questo oggetto composto (il carro) ora ha
una funzione che non c'era prima; eppure, quelle parti che erano sul terreno, le
due ruote, il telaio, ecc., sono ancora lì, in questo oggetto composto, nel
quale è emerso da quella unica modalità questa funzione straordinaria che ci
facilita la vita, ci toglie fatica. Questa riflessione può sorgere solo da una
osservazione non ordinaria, uno stato contemplativo.
Il primo atto di questa meditazione sul
fare una cosa, è scoprire che il fare è un come. Ecco in questo atto c'è il
riconoscimento della non sostanziale esistenza dell'oggetto come carro. Il
meditante ha interrogato la cosa ed ha scoperto che nel fare, non nasce una
natura in quel prodotto e si stupisce. Il risultato di questa scoperta, in
questo stato meditativo, di grazia, in questo stato creativo, è davvero
stupore. Ci rivolgiamo alla magia perché non ci accorgiamo che le cose sono
irresistibili, affascinati, magiche di per se stesse .
La conoscenza del come è la storia di
tutti i popoli, l'accumularsi della loro cultura, le arti, i mestieri, la
conoscenza che si tramanda e che si scrive per depositare il come.
Quel come è la ricchezza di popoli, le assunzioni sono i loro paradigmi
e ne costituiscono i limiti. Superare quei paradigmi è la premessa dello
sviluppo.
Esiste la conoscenza tradizionale del
fare. L' artigianato è: fai così. Il bimbo impara dal genitore il come e
lo tramanda.
Poi è giunta una conoscenza
differente, che ha cambiato il mondo e che è ancora una conoscenza del come
fare ma per misure, principi generali, non più del come fare una sedia o un
tavolo, ma principi generali e misure per accertare la uniformità dei prodotti.
Bene! La scienza anche se inconsapevolmente, è nata per una riproducibilità
infinita dei prodotti, cioè proprio per l'industria.
Ho fatto l'ingegnere per trent’anni
perché volevo sapere cos’era un oggetto, cos’era un carro, il giocattolo
semovente la cui funzione mi stupiva, perché mi sembrava di non trovarla nel
carro, né fuori dal carro o nella legge di composizione. Pensavo: la legge, il
come, non c'è nel carro, la mia fatica non va lì nel carro, nel giocattolo che
si muove, che sembra quasi intelligente, evita ostacoli, ecc. e mi chiedevo:
cos'è un carro se quelle stesse parti sono altro, ma non il carro?
A me piace il carro, non le sue parti. Mi dicevano: devi fare
l'ingegnere, per capire. Bene, ho fatto l'ingegnere per trenta anni, e la natura
delle cose è rimasta sempre lontana, irraggiungibile, perché in realtà mi
chiedevo: che cosa è un carro non come è.
La domanda quindi è di natura
ontologica, filosofica e lo scoprire che non esiste una cosa nelle cose era il
senso del mio stupore. Poi arrivò un Lama, un maestro, Ghesce Rabten, il
fondatore del nostro centro, il quale prese una biro e disse: vedete, questa è
una pallina e questa è una mollettina, queste parti così diverse che hanno
caratteri diversi, le metto insieme e adesso scrivo. Finita la lezione chiesi di diventare suo discepolo; molti
anni dopo fui ordinato monaco, trent’anni per capire il come delle cose, spero
di spendere ancora trenta anni per capire cosa sono le cose con la meditazione e
poi, se Dio lo vorrà, gli ultimi dieci anni vorrei riservarli per la poesia. La
poesia è l'ultimo atto di sintesi, dopo la conoscenza ordinaria del come e la
conoscenza di: cosa sono le cose, la conoscenza di una natura senza
cambiamento. Ecco qua, Dio o
la vacuità. Che cosa c'è di naturale nelle cose che sfugge all'analisi, ad una
tagliente meditazione, tagliente come un coltello che può ferire, può far male
ma è inesorabile? E' il coraggio di andare fino in fondo, il coraggio che
purifica.
E la scienza, che è scienza del come,
conoscenza razionalizzata, vi può dare una risposta su che cos'è una persona?
Su che cos'è una vita, su quando nasce la vita? Se c'è vita nell'embrione? Se
c'è una persona nell'embrione? La scienza è muta su ogni grande valore. E non
è stupefacente questo?
Pensate ai mezzi enormi che la scienza
ha per prolungare la nostra vita, o per accorciarcela, e come è abile
nell'accorciarcela! I rischi sono qui intorno a noi. Noi tutti stiamo lavorando
per la pace, vero? Perché non può darci una risposta la scienza? Ma perché
non è questo l'oggetto della sua ricerca! Questo è il punto.
Una “natura senza cambiamento”, dicevo, è la terza domanda; questa è
la via mistica. Questa via mistica richiede un grande sforzo perché non accetta
assunzioni, non costruisce opinioni. Dunque
come arrivarci? Spogliando la nostra mente di ogni fattore volitivo, perché i
fattori voltivi sono quelli che costituiscono le assunzioni. Guardate che tutte
le nostre verità più certe, più incrollabili, anche le migliori, anche di
fede, anche quelle più giuste, sono sorte come assunzioni che, col tempo, sono
diventate (e forse sono) verità, e poi, e poi fino all'estremo
dell'integralismo, del non sopportare gli altri
che hanno idee diverse. Questo processo “perverso”, diceva Buddha è
chiamato perverso perché porta gli uomini ad assumere delle nature, delle verità
nelle proprie idee. Ed allora il santo, il mistico deve spogliarsi prima di
tutto dei fattori volitivi, con la rinuncia, la purificazione ed il distacco. Il
maestro Eckart, secondo me uno dei più grandi mistici della cristianità,
scrive: “il meditante deve spogliarsi di tre cose: di Dio, di io e di mio”.
Queste tre parole sorgono da fattori volitivi che sono soggettivi, proprio perché
sono fattori volitivi. Deve sgombrare la mente dall'idea di un Dio ed un io,
intendo di un Dio ed un io separati da te, da me, ecc. Questo perché l'idea di
Dio è altrettanto attraente quanto quella di io, e dell'idea di cosa e di mio..
Questo è Buddhismo al cento per cento. Dunque non è necessario che si diventi
Buddhisti, un cristiano va perfettamente bene, eccome se va bene! Magari
potessimo raggiungere questi livelli di santità. Sto parlando di Eckart e,
ripeto, potrebbe essere buddhista questa altra sua frase: “L'uomo è
niente”. Perché? L'uomo è niente perché non lo trovi né nel corpo, né
nella mente. L'uomo è nulla perché è un insieme e se è un insieme non esiste
come natura. L'uomo è niente, ma
lo dicevano già Sant’Agostino e tanti altri. Anche Dio è niente: è
difficile dire “Dio è niente!” Dio è niente in quanto imprendibile,
inafferrabile. Così conclude Eckart: “Per questo l'uomo è pieno di Dio”.
Mi piace questa frase, mi commuove. Poi disse anche: “Io sono ciò che ero. Io
sono ciò che sono. Io sono ciò che sarò, nonostante tutto sia
impermanente”. Viene da pensare che abbia fatto una scoperta, la stessa
scoperta del Buddhismo: e se fosse questa impermanenza la natura immaginativa di
quella realtà al di là del pensiero? Se fosse proprio questa la costruzione di
questo ego e dei suoi bisogni ? Senza sensazioni noi vedremmo le cose come in un
film a cui non partecipiamo, di cui noi non siamo attori, sono le sensazioni
l'incontrovertibile veicolo che il mondo esiste. E le sensazioni sono
impermanenti perché dipendono dal contatto, dai sensi, dipendono dall'oggetto;
e dov'è la realtà delle sensazioni, pur essendo la causa diretta delle
immagini che ci facciamo del mondo, delle identità che ci costruiamo, pur
essendone la causa, noi diciamo: ho una sensazione di dolore, qualcosa ha
causato questo dolore, lo identifichiamo, il bambino dice: è il bastone che mi
ha picchiato; noi diciamo: è la mamma col bastone o il papà col bastone che ha
picchiato, questa catena di identità che vengono apprese sono una costruzione
immaginativa. Infatti sono apprese; tutte le identità: il fiore, l'albero,
tutte le cose sono apprese perché
non sono in natura così, se lo fossero sarebbero le cose a dirci che sono
fiore, un albero, ecc., magari ad un orecchio interno, ma non è così.
Purtroppo tutto dobbiamo apprendere. Tutto è comunicazione sociale, psiche
collettiva, paradigmi che diventano, la realtà.
La realtà ordinaria è un'assunzione
non sostenuta da ragioni valide, il meditante lo vede, o lo sente, o lo capisce.
E allora c'è una natura!? La conoscenza di un principio, per i buddhisti c'è,
è la vacuità. Per i cristiani è Dio. Non vi è una grande differenza alla
fine. Perché entrambi conoscono il significato di interdipendenza. Diceva
ancora Eckart, (e trovo migliore Eckart di tanti maestri buddisti): guardate la
conoscenza umana; è appropriazione di un confine, dei bisogni del piacere, ecc.
In definitiva questa è conoscenza di relazione. Quando comprendiamo le cause
allarghiamo necessariamente questa comprensione a confini più vasti. Allora ci
sembra che Dio arretri, arretra perché non c'è più bisogno di Dio nell'umana
comprensione del come. Così Dio attraverso quella conoscenza del come, arretra
sempre, finisce di abbracciarci con il più ampio abbraccio. Ma intanto abbiamo
compreso che ogni cosa è quella che è in base ad una relazione e la stessa
scienza pian piano ha rinunciato all'idea di “cosa” come obiettiva
entità. Ha compreso la natura della sua investigazione, si accontenta del come.
Si è spinta fino a comprendere addirittura cosa poteva essere l'universo prima
dell'universo, il campo unificato di Higgs per esempio. Pensate si è arrivati
ad intuire che prima che nascesse la materia dal Big Bang forse c'era uno stato
in cui la materia (massa) non era sorta. C'era un campo, un campo di forze, in
perfetto equilibrio. La permanenza di quello stato di equilibrio è senza tempo,
uno spazio - tempo statico. È occorsa una perturbazione di quel campo
originario per produrre quel carattere di massa che è il primo indicatore del
sorgere di un universo. Dal quel momento le prime particelle, come un vento,
hanno prodotto tutto il resto. Allora, come intuì il maestro Eckart, questa
relazione che l'uomo ha esteso all'infinito grande e all'infinito piccolo, è
come un abbraccio che ci avvolge completamente. Dio arretra per abbracciarci di
più, perché la scoperta che ogni cosa è interdipendente afferra il senso
dell' Amore: non c'è una natura che ci possa dividere. La mia persona non può
fare a meno di te nello stesso momento in cui sei entrato nel mio continuum.
Questo continuum impermanente che chiamo Io, è fatto di tutto tranne che di Io.
Cosa diciamo di noi stessi: io sono quello che ha fatto questo, quello che ha
avuto questi amici, che ha vissuto i quei luoghi, che ha amato, che ha odiato,
io sono tutta questa storia, nient'altro. Io in tutta questa storia, in questo
film, che è la meditazione regressiva, io non ci sono, c'è tutto il mondo in
me e io non mi trovo. Questo è magnifico! Questa è la scoperta del meditante.
Allora è vero che gli altri sono tutto per noi e che noi siamo fatti di loro;
amare gli altri come noi stessi, ma certamente!
Prendiamo per esempio una persona che
abbiamo odiato tanto e riconsideriamola a distanza di tempo, quando il danno non
c'è più: finché c'è il danno c'è ancora paura. Ricordiamo quella persona
che ci ha fatto tanto soffrire pensando che in fondo non era poi tanto cattiva.
“E' vero o no che a volte ci viene da
dire così”. Non possiamo,
come in un film, tagliare i fotogrammi della nostra vita. Se li ignori compaiono
in altro modo, magari in un senso di insicurezza, in un malessere. Buttiamo
fuori dalla porta ciò che non ci piace e ce lo ritroviamo dalla finestra. Nel
bene e nel male, noi siamo altri perché gli altri hanno prodotto noi. Dice una
mamma: studia perché diventerai grande, questo progetto, l'assunzione che
diventare grande, con un titolo di laurea, renda felici, questa assunzione è
esattamente il senso di questa vita. La scoperta quindi di non trovare una
natura delle cose porta a scoprire che la interdipendenza è esattamente il
senso dell'amore, è anche il senso attraverso il quale potremmo persino
prendere il dolore degli altri. Possa tutta la sofferenza del mondo, diceva
Nagarjuna, essere riservata a me solo. Possano quei pochi meriti che ho essere i
meriti di tutte le infinite creature che migrano nei regni della sofferenza.
Ecco che Eckart ha dato la risposta al problema di che cosa è una natura senza
cambiamento: è questa relazione infinita. Per questa esperienza mistica, il
senso di una natura senza cambiamento è la vacuità di ogni cosa. Ebbene ci
sono domande? Vogliamo provare a leggere due righe del settimo Dalai Lama? Di
una sua esperienza meditativa, perché dice delle cose che sono impossibili,
inaccettabili per noi persone ordinarie. “Guardando dentro di noi questo corpo
e questa mente non esistono come suscettibili di danno. Guardando all'esterno
anche il danno è come una corda colorata che sembra un serpente”.
Questo corpo è come una brocca. A che
serve una brocca? Una brocca serve a contenere dello spazio; questo corpo serve
a contenere una mente attraverso i suoi organi di senso. Questa mente non è
analizzabile, né identificabile, per questo noi diciamo che non c'è, per
questo noi diciamo è cervello. Ma può avere i caratteri della materia una
mente che è cognitiva, che è luminosa? Può sorgere da una materia che è
opaca e non cognitiva? Ma è stupefacente pensare una cosa del genere; tu ateo
vuoi essere rigoroso ma dici una cosa impossibile. Mente e corpo benché
interdipendenti, non possono essere cause sostanziali l'una dell'altra perché
in natura profondamente diverse. La materia ha i caratteri della materia, che
sono i caratteri dello spazio, giallo, bianco, molle, ecc...Che c'entra con la
coscienza, che è illusoria e proprio perché è illusoria avrà bisogno di una
mente altrettanto illusoria. E se queste cose fossero reali? Certo per queste
cose reali un soggetto altrettanto reale, un cervello altrettanto reale, certo
potrebbe essere il conoscitore di quella oggettiva realtà. Ma se scopriamo che
le cose sono illusorie con la meditazione, allora avremo bisogno di un soggetto
altrettanto illusorio per spiegare la illusorietà che abbiamo scoperto
nell'oggetto, e questo ci salverà dal nichilismo. Queste sono frasi forti,
potenti; la interdipendenza di questa mente con questo corpo è questa persona,
l'interdipendenza del vaso con lo spazio che racchiude i suoi confini è questa
persona. E ora ecco la risposta a quanto dissi: “Guardando dentro di noi il
corpo e la mente non esistono come suscettibili di danno”. Ora guardate,
questo corpo è un po' come la brocca, un confine limitato per questa mente
illusoria che vuole identificare sé stessa in questo confine, perché io sono
io in quanto c'è altro, ho bisogno di dire che questo sono io per affermare
altro. Questa è la brocca e questo è lo spazio nella brocca, e questa è la
mia mente illusoria che ha costruito questa conoscenza, questa
esperienza di vita. Ma, che danno
viene allo spazio, che è il carattere di questa mente, se la brocca si rompe?
Lo spazio che era prima, lo spazio che si era confinato, rimane quello che era
prima. Dov'è il danno? Non lo si vede il danno! E' semplicemente stato
distrutto un confine, è stata distrutta una ignoranza nella quale quest'ego,
ecco l'attaccamento, si era autoimprigionato per dire questo sono io e questo è
altro. Va bene fino a qui? Vado avanti? Poi, dice il Dalai Lama: “Guardando
l'esterno, anche il danno che ci viene arrecato è come una corda colorata che
sembra un serpente”. I danni alle proprietà nostre sono appropriazioni,
appunto, sono proiezioni di una mente delusa. Che dire della perdita di una casa
o di altro se persino la perdita della brocca, del nostro corpo, non viene più
percepita come una perdita? Piuttosto
è liberazione! Quello spazio che si era autochiuso ora si scopre spazio, cielo,
libero. E' come se all'uccellino Ego avessi tolta la gabbia. Certo, se
l'uccellino è stato abituato alla prigione, gli fa paura volare, sta lì,
imprigionato. Così è il nostro ego, se vuole è libero. Così l'idea di nemico
cessa perché se non c'è danno non c'è neanche la causa del danno, mancando la
nozione di danno l'idea di nemico non sorge; se il danneggiato esisteva prima
del danno, e senza il danno, allora il danno subito è immaginario, perché
dipendente dalla circostanza del danno. Dichiarandomi danneggiato dichiaro un'
appropriazione immaginativa non intrinseca in quella designazione. D' altra
parte se questa persona non esisteva prima del danno e senza il danno, allora a
chi sarebbe imputato il danno? Anche questo non funziona! Le cose sono
impossibili. Il fatto è che qualunque cosa appaia alla mente quella è la
nostra mente, la causa di quella apparenza e lo stato della mente nel momento
precedente e così indietro, indietro, indietro. Questo continuum
è indistruttibile, esso è fatto di corpo e mente sempre; e quando la
brocca si rompe qual'è il corpo di quella mente solitaria? E' tutto lo spazio!
Un corpo c'è sempre, un corpo in cui l'Essere può e vuole
identificarsi. Le impronte dell'attaccamento portano così ad una rinascita, al
desiderio di una conchiglia in cui afferrare un io separato. La sete di vivere,
di esistenza produce la rinascita. Comprendendo tutto questo non sorge più
l'idea di soggetto danneggiato e di danno oggettivo come inerentemente
esistenti. Anche l'idea di nemico cessa per mancanza di cause: Se non c'è il
danno come può esserci il nemico? Così vedi, ogni circostanza può essere una
opportunità, anche come perdita.
Abbiamo detto molte cose, troppe forse,
in così poco tempo. Forse è sufficiente mettere un segno, un dubbio per
spegnere la forza di una consuetudine e immaginare che ci sono infinite altre
soluzioni, infiniti altri modi di dare un senso alla nostra vita.
Qual'è il senso dell'esistenza? Può
essere l'insieme dei valori, dei principi che abbiamo acquisito, la religione,
per esempio. Ma potrebbe essere anche un'altra cosa, una cosa che potrete
scoprire voi stessi con la meditazione. Tornare indietro nel tempo, tornare
all'infanzia e prima, e prima, e prima; scoprirete come sono chiare le immagini
remote di quel tempo magico. Le cose non erano ancora apprese, erano magiche
perché le vedevamo davvero così come erano, straordinarie, impossibili.
Cerchiamo in quei momenti di stupore qualche frase, qualche immagine che ci
indichi il senso della nostra esistenza che ha là le sue radici (là). Il mito
di questo ego sta in un memoria antica; trovatela, perché la consapevolezza che
nasce in quel momento di stupore è così profonda e penetrante che ci cambierà,
sì, ci cambierà fino a rovinarci un po'. E' così che sono diventato monaco.
La risposta alla terza domanda: cosa
fare delle cose che facciamo? La troveremo da soli: non fare nulla che,
in nessuna circostanza, produca sofferenza. Salvaguarda l'interdipendenza degli
esseri e della natura in tutte le sue forme.